La ragione del sacrificio di Gesù Cristo – di Cesaremaria Glori

di Cesaremaria Glori

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zzzzXtsnmnUna certa moderna teologia  ipotizza che anche la natura divina di Gesù abbia patito e sia con Lui morta sulla croce. Si è parlato della morte di Dio che è come dire la secchezza dell’acqua o l’umidore del fuoco. Un assurdità quindi, che ha avuto però molti cultori suggestionati dalla frase in lingua aramaica pronunciata da Gesù sulla croce (Mt.27,44; Mc.15,34).

Quella frase di Gesù va intesa nel suo preciso significato letterale e nel contesto storico e culturale della Giudea in quel determinato tempo. Come ha ben spiegato Mons. Antonio Livi in una sua precisa ed esauriente recente relazione, era costume ebraico citare il primo versetto di un salmo o di un brano della Sacra Scrittura per richiamare l’intero brano oppure il  significato in esso contenuto o l’intero contesto. Questo aspetto fu, ad esempio, ben messo in evidenza da Mel Gibson nel suo Film “La Passione” ponendo in bocca allo scriba Sadok l’osservazione rivolta a coloro che avevano commentato la frase di Gesù : “Ecco, chiama Elia”. Sadok corresse dicendo: No! Sta citando il salmo 22. Quella citazione non era perciò un disperato o affranto lamento di Gesù e, tanto meno, una sconsolata e impotente invocazione del Figlio rivolta al Padre. Quella citazione di Gesù era rivolta ai Suoi crocefissori e, a futura memoria, per ogni altra persona per far capire che quel che stava accadendo corrispondeva in pieno a ciò che era stato predetto dal profeta. Analizziamo questa frase che in aramaico suona : Eli, Eli, lemà sabàctany. La traduzione greca di queste quattro parole è la seguente: θέε  μου θέε μου ινατί με εγκατέλιπες che in italiano si dovrebbe tradurre con significato finalistico Dio mio, Dio mio, a questo fine mi hai abbandonato. La vulgata latina di S. Girolamo traduce molto bene Deus meus Deus meus ut quid derelequisti me che ha lo stesso valore finalistico e non causale della traduzione greca. Quell’ “ut quid”, soprattutto, rivela in modo preciso il suo valore finalistico e non causale.

Quella frase aramaica va quindi interpretata non in senso causale e, quindi non con significato interrogativo, bensì con significato affermativo. Il che significa che Gesù, in quel momento, volle affermare e, contemporaneamente, chiederne conferma al Padre che si stava avverando l’evento della redenzione, cioè che Lui stava portando a compimento lo scopo della Sua missione. Egli compiva quel sacrificio espiatorio che Yahvé aveva impedito ad Abramo di compiere su Isacco. Gesù in quel momento era la vittima predestinata dall’Altissimo per redimere la colpa del capostipite che mai aveva chiesto perdono del suo atto. Atto che crocifiggeva l’intera umanità ad una esistenza con una natura irrimediabilmente guastata divenuta preda della concupiscenza animalesca. Concupiscenza che condizionava l’intelletto e indirizzava la ragione verso la parte meno significativa della natura umana. Gesù, oltre che vittima, era in quel momento anche sacerdote. Sacerdote che immola se stesso abbandonandosi nelle mani di coloro che lo volevano  morto e morto, per di più, con un supplizio infamante che ne rovinasse irrimediabilmente l’immagine che di Lui si erano fatta i suoi numerosi sostenitori e i discepoli.

Davide nel salmo 22 implorava da Dio di chiarirgli il perché di tanta sofferenza nell’uomo ed ora, lì sul Golgota, l’Uomo-Dio dava la risposta, non all’uomo Davide soltanto ma a tutta l’Umanità, che quella sofferenza particolare dell’Uomo Dio, del Messia, riscattava l’Umanità intera dal suo misero destino di una eternità terrificante.

Non si pensi che questa interpretazione sia forzata, illogica e non collimante con il contesto del brano in cui l’intera frase aramaica è contenuta. Questa spiegazione è invece avvalorata dalle successive parole pronunciate da Gesù. Sia il τετέλεσται greco che il consummatum est della vulgata latina significano letteralmente missione compiuta.  La traduzione italiana adottata dalla CEI con “Tutto è compiuto” risponde fedelmente sia al testo greco che a quello latino. In tal modo i quattro evangelisti, ciascuno per la sua parte, trasmettono con esattezza quanto Gesù pronunciò sulla croce e che si rivela mirabilmente coerente, come se per comprendere con precisione quanto Egli disse occorra la partecipazione corale di più persone.

Gesù, pur nella atroce sofferenza in cui era immerso, non perse mai la sua lucidità sino all’ultimo istante. Aveva iniziato la sua marcia verso Gerusalemme rimproverando Pietro che lo voleva trattenere. I Vangeli ci narrano che irrigidì la sua fisionomia e iniziò con decisione il suo cammino verso la città santa  senza alcuna esitazione. Come Dio Gesù sapeva quel che lo attendeva e come uomo ne ebbe paura. Paura che scacciò invocando il Padre, quel Padre cui, all’ultimo istante,  si rivolge affidandoGli il Suo spirito e prendendo commiato dal mondo: Padre nelle tue mani affido il mio spirito. Quali saranno le parole che Gesù pronuncerà al Suo ritorno? Tutto dipenderà da come il mondo gli si presenterà in quel momento.

In quel venerdì dell’anno trenta dell’era cristiana, negli ultimi istanti della Sua vita terrena, il Redentore affermò inequivocabilmente  che la Sua missione era compiuta e il peccato originale eliminato come colpa  ma non come conseguenza nella natura umana. L’umanità era salva e gli esseri umani avrebbero continuato a soffrire e a morire come era avvenuto per il Cristo ma sarebbero risorti come Lui alla fine dei tempi. Gesù compiva la redenzione adottando l’umanità a Dio per poi trasformare quell’adozione in Figli legittimi e non più adottivi alla fine dei tempi.  Questa interpretazione trova corrispondenza con quanto contenuto con mirabile efficacia nel prefazio pasquale che  così recita: Qui mortem nostram moriendo destruxit et vitam moriendo reparavit. La frase latina è così icasticamente efficace che non abbisogna di traduzione che ne mortificherebbe la bellezza.

La nostra natura umana guastata dal capostipite troverà la sostituzione all’ultimo giorno grazie al sacrificio dell’Uomo Dio che si è assunto tutto il peccato del mondo eliminando quella colpa che guastò irreparabilmente la nostra natura. Natura che Dio sostituirà ridandole la purezza originaria del progetto Uomo, quella purezza  che il gran peccato aveva guastato e corrotto irrimediabilmente.

5 commenti su “La ragione del sacrificio di Gesù Cristo – di Cesaremaria Glori”

  1. Innanzitutto la ringrazio, carissimo Glori; ma nel ragionamento modernista vi è un punto che non comprendo. Per quale ragione anche la Divinità del Verbo avrebbe dovuto morire? Che l’amore sacerdotale di Gesù abbia immolato sull’altare ligneo della croce l’Umanita’ del predetto Verbo lo si comprende quale Sacrificio di espiazione e di redenzione dell’Agnello, che così salva Adamo ed Eva, e tutta la loro discendenza. Ma allora quale sarebbe stata la ragione, lo scopo ed il senso della morte della Divinità? Forse in nome dell’inscindibilità delle due Nature nell’unica Persona Trinitaria? Oppure vi è un’altra motivazione? Ma quale?

  2. purtroppo Adamo con il peccato originale, perse il dono della grazia, non solo per se, ma per tutti i suoi discendenti, e ci trasmise una natura privata della grazia santificante,in questa privazione consiste il peccato originale, l’ uomo avendo perso il merito del principio soprannaturale non poteva da solo riparare il peccato, Dio allora stabilisce il mistero dell’ incarnazione, la seconda persona della Santissima Trinita’ prenderà una natura umana per riparare i peccati degli uomini in maniera sopra abbondante, e ridare a loro la grazia santificante, Gesù con il suo sacrificio a riunito gli uomini che si erano allontanati da Dio, con il peccato, Gesù e’ il solo mediatore, la remissione dei peccati ed ogni grazia, possono essere acquisiti dagli uomini solo tramite Gesu’, questa dottrina e’ di fede, essa e’ chiaramente insegnata nelle sacra scrittura e nel magistero della chiesa, Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unito figlio unigenito, affinchè chiunque crede in lui non perisca

  3. ma abbia la vita eterna, non si puo’ essere neutrali nei suoi confronti, Gesu’ stesso ci ha lasciato detto: chi non e’ con me, e’ contro di me, chi non raccogli con me, disperde, io sono la Via la Vita e la verità, nessuno viene al Padre se non per mezzo di Gesù, io sono la luce del mondo, chi mi segue non cammina nella tenebre,
    Gesu’ ha poi fondato la Chiesa, per la salvezza delle anime, e per continuare la sua missione rivelatrice, trasmettere la dottrina per la salvezza eterna, la sacra scrittura insegna che e’ necessario credere alla dottrina rivelata da Gesù, questa rivelazione ci e’ trasmessa dagli Apostoli e dalla Chiesa, Gesu’ concede la Salvezza agli Uomini soltanto tramite la sua Chiesa, in unione al suo corpo mistico, senza la Chiesa non c’e’ salvezza.
    SIA LODATO GESU’ CRISTO

  4. Cesaremaria Glori

    La morte di Dio è stata una conseguenza della teoria di Bultmann che ha scisso il Gesù della storia da quello della fede. Da Bultmann in poi la figura di Gesù ha subito una rivisitazione non soltanto in ambito protestante ma anche in quello cattolico. Scindendo il Cristo della fede da quello storico si è finito per demolire il Gesù dei Vangeli e arrivare ad una dicotomia tra fede e ragione che ha reso possibile la deriva irrazionale di parte della teologia moderna. I Vangeli sono così divenuti scritti composti da redattori ignoti che hanno costruito un Cristo della fede che non ha legami con quello dei Vangeli. Tutto ciò nonostante lo sviluppo della scienza biblica e della papirologia che hanno permesso di accertare la redazione dei Vangeli in data anteriore al 50 d.C. grazie agli studi sia di cattolici che di protestanti che hanno preso le distanze dai colleghi teologi. Si pensi a Carsten Peter Thiede o a John A.T.Robinson in ambito protestante e. soprattutto, a Jean Carmignac e H.J-Schulz fra i cattolic

  5. Credo che tutto derivi dal fatto che ben pochi tra gli esperti, siano convinti della Resurrezione di Cristo. Già Bernard Shaw, nel sue “io e il Cristianesimo”, dopo aver riconosciuto a Cristo grandissimi meriti, afferma che Egli avrebbe creduto di essere il Messia delle profezie bibliche. Quindi proclamandosi figlio di Dio sarebbe andato incontro alla morte. Ovviamente neppure avanza l’ipoteso che Cristo sia davvero risorto. Eppure San Paolo aveva detto che la nostra fede sarebbe vana se non ci fosse stata la Resurrezione. Se non si crede nella Resurrezione il cristianesimo non ha alcun senso, quindi è inutile avanzare ipotesi su una ipotetica morte di Dio, quando si parte dalla tesi che Cristo non è il Messia.

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