“FUORI MODA” – un viaggio con Alessandro Gnocchi nel Mondo piccolo di Guareschi

Cari amici,

prendiamoci un po’ di tempo per ristorare la nostra anima, il nostro cuore e il nostro cervello. Non permettiamo all’orrore e allo squallore che ci assillano ogni giorno di avere la meglio su di noi. Per questo, nel corso dell’estate vi invito a un viaggio nel Mondo piccolo di Guareschi. Nei secoli scorsi, aristocratici, grandi borghesi e intellettuali compivano un Grand Tour di formazione in Europa che li conduceva inevitabilmente ai piedi della modernità, caduca e miserabile. Noi, in fondo al nostro Petit Tour, avremo gli occhi colmi di ciò che non muore. Fuori moda.

Buon viaggio

Alessandro Gnocchi

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Viaggio a Mondo piccolo – Primo giorno

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Dicono che la Bassa sia piatta: ma non è vero. Dicono anche che sia il luogo del silenzio: e neppure questo è vero. Per rendersene conto, bisogna scegliere un punto qualsiasi nei campi e camminare in linea retta fino al Po. Poi, scavallare canali, carrarecce, strade bianche, casali, argini, terre di golena: tutta roba matta che si ingegna ad affaticare il respiro del camminatore più robusto, a renderlo più fondo, fino a quando trova requie nel soffio eterno del grande fiume. Allora, l’occhio del viaggiatore si fa lesto e spietato e mira al cuore di creature che prima riusciva solo a intravedere. E l’orecchio, divenuto appassionato e sublime, raccoglie voci e melodie che altrimenti avrebbe saputo appena percepire.

È il momento magico in cui svolte, rialzi, avvallamenti, campi, boschi cantano per gli uomini, liberi da timidezze e ritrosie. È l’istante perfetto in cui dicono senza inganni ciò che sono da sempre: puro e straziante richiamo lanciato ai colori e ai suoni delle origini perché vengano a chinarsi sul loro bisogno di pienezza.

Ma solo nell’ora propizia, colori e suoni celesti scendono sulla terra per alleviare quella sete eterna di vita. E sono festa per l’occhio che sappia vedere e per l’orecchio che sappia udire.

Per questo la Bassa non è piatta e silenziosa. È il luogo della musica. Palcoscenico immenso su cui corrono le melodie impastate di terra e di cielo, vere e proprie cerimonie create per essere guardate e ascoltate, come i riti che commuovono veramente l’Eterno. E ogni singola zolla di un tale territorio vuole la sua, per sempre.

Nulla di strano, dunque, se alle Roncole, dove Guareschi aveva aperto il suo ristorante, c’è ancora un organetto di barberia intento a beffare il tempo che passa. Dono di un collezionista, diede allo scrittore qualche momento di sollievo dopo la vigliacca questione De Gasperi. Correva l’anno 1955. Con amabile distrazione, si è scritto e si è detto che quel marchingegno, una volta avviato, trae dalla pancia “Tripoli bel suol d’amore”. Invece, racchiude “Bella figlia dell’amor”, un’aria del “Rigoletto”, l’opera preferita da Verdi, quella che il maestro, di tanto in tanto, ripassava al pianoforte “perché” diceva “mi diverte”.

Quando ricevette quel regalo, Guareschi aveva da vivere poco più di dieci anni, e non certo facili. La sua terra si apprestava ad accoglierlo e lui andava in cerca del nido in cui riposare, immobile e rasserenato. Eppure, il suo desiderio di quiete non si sottraeva al contagio del moto perpetuo che il musicista di Busseto aveva sparso nel suo “Rigoletto” per far danzare il senso doloroso della vita. Forse vi assaporava la grazia che ne fa un puro gioco: un puro gioco tragico. Privilegio concesso all’uomo maturo e forte abbastanza da far propria ogni ferita che lo tocchi. Alla creatura consapevole dell’inutilità di qualsiasi compagnia umana quando si debba condividere il dolore.

Quanto più straziante doveva essere, per il trentatreenne e spensierato Giovannino, il suono dell’organetto che, nel nell’autunno del 1941, aleggiava dalle parti di piazza Carlo Erba, a Milano. Ogni pomeriggio, da via Pascoli, il trabiccolo, tirato da un mulo, si avvicinava alla sede della Rizzoli, dove il giovane giornalista dava il meglio di sé come caporedattore del “Bertoldo”. Dalle finestre orizzontali del palazzone, il picchiettio delle macchine per scrivere scendeva in strada e andava a fondersi con i pezzi della “Traviata” che salivano dall’organetto. “Di Provenza il mar il suol”, “Di quell’amor ch’è palpito”, “Addio, del passato bei sogni ridenti” facevano festa ai viali della periferia milanese con l’accompagnamento delle cicale cittadine che cantavano sulle scrivanie dei giornalisti.

Il giovanotto venuto dalla Bassa aveva appena finito scrivere La scoperta di Milano: primo libro, primo successo. Sul “Corriere della Sera”, tra le altre cose, aveva pubblicato “Un giretto in bicicletta”, reportage a puntate fatto di racconti e cronache raccolte in estate durante un giro ciclistico tra Lombardia, Emilia e Veneto. Da quel viaggio era tornato con belle storie e ispirazione. E i racconti nati al passaggio nella sua terra erano così carichi di nostalgia, che non è arduo immaginarlo dolcemente indifeso al richiamo delle arie verdiane appostate in piazza Carlo Erba. Perché “La Traviata” è mille volte più commovente nel ricordo che nell’ascolto. E l’organetto è il macinino delle emozioni passate. E “Verdi” come quel giovanotto ormai fattosi scrittore farà dire a Peppone nel racconto “Diario di un parroco di campagna” “non è mica un artista, Verdi è un uomo con un cuore grande così”.

Con buona probabilità, in quel 1941, Guareschi capì di appartenere alla razza solitaria dei narratori e di dover tornare nella sua Bassa in cerca di storie da raccontare. Cronache del cielo e della terra come certe opere di Verdi, fatte per scenari immensi e, insieme, per solitari organetti di barberia. Don Camillo, Peppone e le altre creature di Mondo piccolo sarebbero venuti anni luce più tardi, dopo una guerra e una prigionia. Ma non sarebbero nati se quel ragazzone, che aveva qualche chilo di troppo e non portava ancora i baffi, non avesse progettato di fare della sua opera letteraria un solenne ritorno a casa.

Fu così che, in quel periodo, trasse alla vita racconti indimenticabili pubblicati sul “Corriere”. Tre fra i più belli, “Al Boscaccio”, “Il tranvai al Boscaccio” e “La ragazza aspetta”, li avrebbe poi inseriti, con i nomi “Prima storia”, “Seconda storia” e “Terza storia”, nel prologo a Don Camillo, intitolato “Qui, con tre storie e una citazione, si spiega il mondo di ‘Mondo piccolo’”.

Evidentemente, Guareschi era consapevole della natura aurorale, fondativa di quelle pagine. Lì dentro si annidano vicende, personaggi, ambienti, stilemi così potenti da spiegare l’intera saga di Mondo piccolo. Non c’è anima di quell’infinitesimo universo vagante a tra l’Appennino e il Po che non abbia in queste tre storie il suo archetipo, il suo prologo in cielo. Senza aver ruminato con pazienza la “Prima storia” non si potrà mai comprendere un racconto come “Cinque più cinque”. La violenza fiduciosa con cui il padre di Chico si presenta in chiesa armato di dinamite a chiedere la guarigione del figlio porta nel ventre la riverenza, altrettanto fiduciosa, con cui Peppone entra nella parrocchia di don Camillo armato di candele a chiedere la guarigione del suo bambino. Stessa cosa si può dire per la lotta furibonda e mortale di Gringo, il cane della “Seconda storia”, e la corsa folle, e altrettanto mortale, del cavallo del tranvai nel racconto “Il Bianco”. Ugualmente, l’apparizione cerimoniosa e ferale della ragazza morta nell’incendio della sua casa nella “Terza storia”, spiega quella, altrettanto cerimoniosa e ferale, del giovane annegato che guida il Leopardo nel racconto “Il ‘Crik’”.

Si tratta solo di tre esempi, ma replicabili per tutti i trecentoqurantasei episodi di Mondo piccolo. Dato il semplice fatto che, per la loro natura e per la collocazione assegnata loro da Guareschi, le tre “Storie” assumono, nell’universo di Mondo piccolo, la forza e la funzione del mito.

La Bassa di quest’uomo non era proprio fatta di linee piatte e di silenzio. E lui la contemplava tutta nella curva maestosa che il grande fiume compie a Stagno di Roccabianca. In quel punto, ci andava sempre da bambino e continuò tornarci da scrittore maturo. Con il suo bravo filo d’erba in bocca, guardava le storie salire dall’acqua danzando al comando del maestro Verdi. E, intanto, tendeva l’orecchio alla musica familiare del Peppino di quelle parti, che somiglia tanto da vicino alla sua scrittura. Larga e immensa come il Po, quando si gonfia e trabocca oltre gli argini per portare distruzione e morte a concimare la vita. O esile e indifesa come il corso del fiume che si inserpentisce durante le secche, tra sassaie bianche come ossame e isole basse di erba ingiallita, tentando di non perdere il ritmo antico dell’esistenza.

Da qui sgorga il fascino che le storie di Mondo piccolo non cessano di gettare nel mondo delle lettere, a dispetto della volgarità e delle mode. Ma rimane da capire come Guareschi ci sia arrivato dopo essersi incamminato sulla strada che lo avrebbe riportato a casa.

La chiave che introdusse il giovane scrittore agli arcani della narrazione è frutto di una inevitabile delusione. Un sentimento molto simile a quello provato dal Proust quarantenne che si recò in pellegrinaggio alle “sources de la Vivonne”. Lo scrittore della Ricerca del tempo perduto, dopo una vita di chimere attorno a quelle sorgenti, vi trovò poco più che una pozzanghera, “Una specie di lavatoio quadrato da cui montavano delle bolle”. L’infinito che si manifesta nel finito piccolissimo e misero muove al brivido e Proust risponde con un rigo glaciale. Ma è proprio quel palpito di delusione che feconda l’arte.

Spesso si pensa che la visione artistica nasca dalla sazietà di un’anima al cospetto di una fantasmagoria infinitamente più grande di tutte le delizie attese per tanto tempo. E non è questo. Si crede che, per sorprendere, la realtà debba essere superiore all’aspettazione. E non è così. Quale stupore si proverà, invece, se il destino ha avuto cura di disporre una realtà un poco inferiore all’aspettazione. L’artista che se ne sappia abbeverare, avrà trovato una fonte di ispirazione perenne. Avrà superato la soglia magica del regno della fiaba, il solo in cui l’uomo può essere creatore. Territorio tutt’altro che rassicurante, dato che racconta i segreti, anche quelli dolorosi della vita.

Su questo tema, nel saggio “Della fiaba”, scrive Cristina Campo: “A un bambino che legge viene promessa l’apparizione del re: parola rutilante. Ma la scaltra, veggente fiaba la sa più lunga di lui: ‘Gli araldi diedero fiato alle trombe, le porte d’oro si spalancarono. Apparve il re, pallido e triste, senza scettro né corona, tutto vestito a lutto’”. Dolorosa rivelazione che, per un istante, mozza il fiato. Ma, proprio nel momento in cui la vita rallenta fino quasi a fermarsi, il bambino coglie e custodirà per sempre l’idea che al mondo c’è qualcosa di sacro e di grande.

Tornato anche se solo di passaggio nella sua terra, in quel 1941, Guareschi si trovò nei panni del fanciullo a cui era stato promessa l’apparizione del re e vede comparire un esserino da niente. La Bassa del Giovannino adulto non poteva sovrapporsi senza mancanze e sbavature a quella del Giovannino fanciullo. Nessun ricordo dell’infanzia regge la prova del ritorno e lui ne aveva troppi per non soffrirne. Ma apparteneva alla razza arcana e solitaria dei veri narratori e l’istante in cui la vita parve fermarsi smarrita fra immagini spezzate, fu lo stesso della sua nascita all’arte della scrittura. Capì che i ricordi avrebbero vissuto della sua stessa vita, se solo avesse saputo trarre in luce quanto di sacro e di grande custodisce il mondo. Aveva messo piede nel regno della fiaba, dove avrebbe colto le tre “Storie” e altri fiori incantati.

Ma non si deve immaginare un viaggio allegro e giocondo. Il territorio delle fiabe si estende fra i poli della bellezza e della paura. Lo splendore soprannaturale del bello e del vero, come dire il sublime, si mostra solo dopo il superamento di terrori concreti e carnali. Non è un caso se gli eroi più grandi si questo genere letterario sono i santi: interpreti di quella fiaba assoluta, quella fiaba delle fiabe, che è il Vangelo.

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(1. Continua)

6 commenti su ““FUORI MODA” – un viaggio con Alessandro Gnocchi nel Mondo piccolo di Guareschi”

  1. Questo articolo così delicato corredato dal disegno, mi ha riportato indietro di quasi 40 anni, quando alle elementari sfogliavamo i vecchi libri dei nostri genitori.
    Che nostalgia per le sane letture: seguiremo anche quest’anno i vostri consigli.

  2. Magnifica pagina, caro Alessandro, non solo perché racconta di quell’unico che è Guareschi, ma perché il racconto, nel suo fluttuare fra sentimenti e immagini di terre e di acque e musiche verdiane e umili organetti, contiene esso stesso il senso profondo della vita, un senso elevato che commuove, sì, per il modo in cui qui è espresso, ma che rimanda inevitabilmente a ciò che è detto in “quella fiaba delle fiabe, che è il Vangelo”.
    Aspettiamo con ansia il seguito del viaggio

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  3. Ho letto tante volte i libri del ciclo “Mondo piccolo” ed ho visto tantissime volte i film dedicati a Don Camillo e Peppone dalla coppia Cervi Fernandel. Non mi stancherò mai di rivederli ed ogni volta ci sono momenti che mi commuovono. Mi sembra persino strano che, in questa Italia ormai dissacrata in tutto e lontanissima anni luce da quel “mondo piccolo”, le nostre TV trovino ancora il coraggio di dare quei film che avevano un alto contenuto morale e presentavano dei sani insegnamenti, com’erano senza dubbio i film di Don Camillo. Ci fossero oggi più sacerdoti che assomigliano a Don Camillo, la chiesa non scivolerebbe verso la china!

  4. Bellissimo scrivere il suo: la invidio, caro omonimo. “Nessun ricordo dell’infanzia regge la prova del ritorno”: l’avessi letto prima, mi sarei risparmiato una delusione analoga a quella del Guareschi adulto, provata anni fa tornando ai luoghi dell’infanzia. Avrei capito subito quello che ho capito allora, e cioè che i luoghi più veri sono quelli della memoria.

  5. Il silenzio della natura ci parla anche solo attraverso un filo d’erba. Lo sguardo del Poeta, dello Scrittore, li conduce oltre l’apparenza delle cose. Bellissima pagina di letteratura, complimenti.

  6. Grandissimo Gnocchi!
    Quando tratti di Guareschi, tenendo una conferenza o scrivendo un articolo, riesci sempre a commuovermi…
    Grazie!
    Ti abbraccio

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