Nostra maggior Musa (Riflessioni “minime” sulla Commedia dantesca) / VI – di Dario Pasero

In questo intervento vorrei toccare un argomento che coinvolgeva certamente sia la mente che l’animo e la sensibilità del nostro scrittore: la poesia. Fin dalla giovinezza – gli studiosi parlano dei suoi 18/20 anni (ca. 1283/85) – il nostro scrisse infatti componimenti poetici, ispirandosi, almeno agli inizi, più a modelli a lui vicini (poeti provenzali, siciliani, toscani, stilnovisti) che non a quelli classici più alti, con i quali si misurerà, avendoli come fonti e modelli, nella stesura della Commedia, opera (come è risaputo) della maturità.

di Dario Pasero

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prima parte

In questo intervento vorrei toccare un argomento che coinvolgeva certamente sia la mente che l’animo e la sensibilità del nostro scrittore: la poesia. Fin dalla giovinezza – gli studiosi parlano dei suoi 18/20 anni (ca. 1283/85) – il nostro scrisse infatti componimenti poetici, ispirandosi, almeno agli inizi, più a modelli a lui vicini (poeti provenzali, siciliani, toscani, stilnovisti) che non a quelli classici più alti, con i quali si misurerà, avendoli come fonti e modelli, nella stesura della Commedia, opera (come è risaputo) della maturità: è pur vero che, in questi anni (ca. 1303-1321), pur dedicandosi per la maggior parte alla poesia epico-didascalica, egli non tralasciò tuttavia del tutto quella lirica.

Per quanto il tema lo dovesse – come è ovvio – interessare, dobbiamo osservare come di argomenti espressamente ed esplicitamente relativi alla poesia ed ai poeti ne troviamo solamente nelle prime due cantiche, e specialmente nella seconda. Ciò è di ogni evidenza in quanto l’esperienza poetica cui Dante fa riferimento è quella della lirica d’amore, quella specifica della sua giovinezza e dei suoi primi “miti” letterari, coloro che, per usare gli ipsissima verba di Dante, “rime d’amor usar dolci e leggiadre” (Pg. XXVI, v. 99), poesia non adatta dunque ad entrare nel Paradiso senza essersi prima purificata da ogni sentimento e contaminazione terrena. Analogo è quindi il discorso sui poeti: tutti quelli incontrati da Dante sono nei due regni di espiazione, o nel Limbo (che ricordiamo, seppur esterno rispetto al giudizio di Minosse, è comunque afferente all’Inferno), dove troviamo i poeti classici (Omero, Orazio, Virgilio…), o nel Purgatorio, dove incontriamo o poeti a Dante vicini nel tempo (Bonagiunta, Guinizzelli, Arnaut Daniel) oppure un autore classico, uno solo, cioè Stazio, che dal Purgatorio sta uscendo dopo aver terminato di scontare la sua penitenza.

Procediamo ora con ordine.

Nell’Inferno un primo gruppo di poeti si trova nel Limbo (c. IV): sono – come detto – figure di poeti classici (tra essi anche Virgilio), sui quali però Dante non spende troppe parole: per essi parla la loro fama…

Più di un accenno, anche se “velato”, alla poesia stilnovistica (e non solo ad essa…) lo troviamo nel famosissimo episodio di Paolo e Francesca, i due infelici amanti del canto V (vv. 82-142), posti tra i lussuriosi agitati da una eterna tempesta di vento.

Nel dialogo tra Francesca (Paolo, come si sa, non apre bocca, ma si limita a piangere alle parole dell’amata) e Dante abbiamo due momenti in cui il discorso sulla poesia fa capolino. Dapprima quando la donna, narrando la vicenda del sentimento che travolse lei ed il cognato, ed in particolare il momento della “scoperta” dell’amore reciproco, rimanda alla lettura della storia d’amore tra Ginevra e Lancillotto, così come veniva narrata in uno dei molti roman in lingua d’oïl che traevano origine dalle imprese, guerresche ma anche amorose, di Artù e dei suoi cavalieri (“Noi leggiavamo un giorno per diletto/ di Lancialotto come amor lo strinse”; vv. 127sg.). Tuttavia, ciò che ci interessa maggiormente è un accenno, che sembrerebbe a prima vista riguardare solamente Francesca, con Paolo e la loro dolorosa storia d’amore, mentre in realtà riguarda anche Dante, il Dante poeta.

Poco prima della rivelazione, da parte di Francesca, di come il loro amore peccaminoso fosse sbocciato, con il riferimento – come detto – alla storia d’amore di Lancillotto e Ginevra, la stessa sventurata donna rivela al poeta, con parole entrate a pieno titolo nella storia della poesia italiana, come entrambi fossero morti, insieme (“una morte”, dice la donna, quasi che il loro destino fosse quello di rimanere uniti anche nel momento ultimo del trapasso, vissuto insieme), per colpa del loro sventurato amore: “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,/ prese costui de la bella persona/ che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.// Amor, ch’a nullo amato amar perdona,/ mi prese del costui piacer sì forte,/ che, come vedi, ancor non m’abbandona.// Amor condusse noi ad una morte” (vv. 100-106). Questi pochi versi, che per la loro oggettiva bellezza spesso sviano il lettore allontanandolo da una analisi più lessicalmente approfondita, hanno in sé una serie di riferimenti (quasi dei senhal di provenzale memoria) che ci aprono la strada verso un traguardo che deve essere più consapevole che non la semplice descrizione di un innamoramento, per di più colpevole.

Non è chi non veda, se solo si ha una seppur minima conoscenza, anche scolastica, della poesia italiana delle origini, cioè, secondo la periodizzazione canonica, fino a Dante escluso, come il primo di questi versi (il v. 100) riprenda, quasi alla lettera, il famoso incipit della canzone guinizelliana considerata una sorta di manifesto dello Stilnovo (“Al cor gentil rempaira sempre Amore”), ma anche, seppur meno perspicuamente, se limitiamo la somiglianza al solo uso dell’aggettivo “gentile” (scilicet: nobile), quello del famosissimo sonetto giovanile di Dante “Tanto gentile e tanto onesta pare”. Così, anche la dichiarazione del verso 103, secondo cui Amore agisce in modo tale che nessuno che sia oggetto d’amore possa evitare di amare a sua volta, è di chiara ascendenza stilnovistica. Tutto il passo, quindi, su cui il poeta vuole attirare l’attenzione del lettore connotandolo anche con l’uso della anafora (ripetizione, al verso iniziale di ogni terzina, della parola Amor), è un riferimento netto e indiscutibile alla poesia stilnovistica ed alla sua concezione dell’amore: proprio quella poesia stilnovistica che Dante in gioventù aveva abbracciato e che ancora nel Purgatorio, lo vedremo tra breve, viene da lui ricordata come un’esperienza ineliminabile, ma limitata al passato, del suo percorso di poeta. Ma Francesca (e Paolo) che rappresenta così icasticamente l’amore “stilnovistico” è all’inferno, e giustamente, poiché peccatrice proprio in argomento d’amore: e per definire il personaggio (ed il suo peccato d’amore) Dante ricorre a riferimenti “stilonovistici”. Conclusione logica: lo Stilnovo e la sua panoplia di riferimenti amorosi al “cuore nobile” ed alla “ineludibilità” dell’amore viene condannato in una con la coppia di amanti che incarnano proprio questa teorizzazione dell’amore terreno.

È una prima testimonianza. Altre ne vedremo tra breve nel Purgatorio che ci convincono che Dante, scrivendo la Commedia e salendo sempre più verso il bene (il Paradiso), prenda le distanze non solo dall’amore terreno e carnale, ma anche dalla poesia lirica (non solo quella stilnovistica, ma soprattutto essa) che questo amore elogia e celebra.

Passando allora al Purgatorio notiamo in primis che, a differenza che nell’inferno, ci vengono presentate alcune figure di poeti, direttamente o nelle parole di altre anime, facendone anche i protagonisti di episodi di grande importanza sia all’interno della struttura del poema, che per la comprensione e l’inquadramento storico-culturale della figura dell’Autore.

In più la seconda cantica si apre con un’invocazione alle Muse in cui (v. 7) il poeta invita la poesia, morta perché passata attraverso l’inferno, a risorgere ed a cantare argomenti più alti, relativi alle anime che, pur penitenti, già sanno di essere salve: “Ma qui la morta poesì resurga”. Ora questo verso, inteso – giustamente – come espressione della volontà del poeta che la poesia rinasca dovendo occuparsi di argomenti più elevati, può anche voler intendere che la poesia – morta nell’inferno agli occhi di Dante – ora possa nuovamente assumere un ruolo meno “peccaminoso”, esattamente come un’anima già destinata all’inferno, pentitasi, può entrare in purgatorio e da lì passare poi al cielo. così la poesia, da Dante messa all’inferno, ora può passare attraverso il pentimento per purificarsi e salire al cielo.

Cominciamo col canto XI, i cui protagonisti sono le anime dei superbi, costrette a girare la loro cornice (che è la I del monte) portando con fatica sulle spalle un macigno, simbolo di umiltà, recitando a voce alta il Pater noster e guardando, scolpiti nella roccia, esempi di superbia punita e di umiltà premiata.

Tra le tre anime che vengono presentate a Dante, la seconda è quella del miniatore Oderisi da Gubbio, da Dante conosciuto quando ancora egli era in vita. Oderisi, obbedendo – come già prima di lui Umberto Aldobrandeschi – alla sua condizione di anima ex-superba ora penitente, tesse l’elogio dell’umiltà, nel suo caso specifico quella che proviene dalla bravura nell’arte. Così facendo, egli passa a parlare della fama, che in ogni vicenda umana, ma in particolare nelle arti, è quanto mai effimera e degna di nessuna considerazione, soprattutto se paragonata con l’eternità divina (“…pria che passin mill’anni? ch’è più corto/ spazio all’etterno, ch’un muover di ciglia/ al cerchio che più tardi in cielo è torto”; dice Oderisi ai vv. 106-108). L’anima cita, a mo’ di esempi, figure di artisti che, grandissime ed insuperate al loro tempo, furono facilmente surclassate, appena dopo la loro morte, da altri più bravi ed illustri di loro. Così avvenne (vv. 94-96) a Cimabue, superato da Giotto, nella pittura, mentre, nella poesia, ecco l’esempio su cui vogliamo riflettere. Oderisi dunque così afferma: “Così ha tolto l’uno a l’altro Guido/ la gloria de la lingua; e forse è nato/ chi l’uno e l’altro caccerà del nido” (vv. 97-99). Su chi siano i due Guido non v’è dubbio alcuno: Guido Cavalcanti e Guido Guinizelli, il primo dei quali ha esautorato l’altro nella fama poetica; invece qualche dubbio sussiste nell’interpretare chi sia colui che, forse già nato, è destinato a far dimenticare la gloria di entrambi. Si pensa, ovviamente, a Dante medesimo, anche se questa ipotesi può sembrare fuori luogo proprio mentre il poeta stesso si trova nella cornice dei superbi, dove dovrebbe (un cautelativo condizionale è però opportuno) concepire pensieri di umiltà piuttosto che di superba vanagloria. Meglio, forse, pensare che il poeta voglia semplicemente ipotizzare che, dopo aver dato la giusta fama ai due Guido, qualcuno verrà sicuramente a sostituire entrambi, qualcuno che – oltretutto – “forse” è già nato. Certo è che, quando si ha a che fare con Dante, non sempre possiamo vantare certezze interpretative.

Ciò che però è sicuro è il fatto che – e questo sembrerebbe confermare la seconda ipotesi – Dante è certo che la gloria terrena è effimera: “Non è il mondan romore altro ch’un fiato/ di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,/ e muta nome perché muta lato.// Che voce avrai tu più, se vecchia scindi/ da te la carne, che se fossi morto/ anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e il ‘dindi,/ pria che passin mill’anni? […]” (vv. 100-106). La fama terrena è paragonata ad un vento che, a seconda della direzione da cui soffia, cambia il proprio nome. Conseguenza di ciò è che per l’uomo conta poco (per non dire nulla), per quanto concerne il ricordo della propria fama, vivere tanto o poco, morire vecchio o ancora bambino. Qui abbiamo uno dei passi più poeticamente e sostanzialmente riusciti di tutta la cantica (se non dell’intero poema): la vita umana, di contro all’eternità che ci aspetta, non è nulla. Addirittura lo spazio di una vita umana è nulla di fronte a mille anni, periodo di tempo che, se rapportato all’eternità, può essere paragonato al tempo di un battito di ciglia in rapporto col tempo impiegato dal cielo più lento a compiere un giro della sua rivoluzione intorno alla Terra. Pensiamo a quanto dura un “battito di ciglia” Neanche un secondo. Ebbene esso è più lungo rispetto alla rivoluzione del cielo delle stelle fisse (cioè 360 secoli) che non mille anni di fronte all’eternità…

Ci restano ora da analizzare ancora due episodi del Purgatorio, ma di essi vorrei parlare un’altra volta, per non rischiare di essere noioso nei confronti di chi ha la bontà e la voglia di leggermi.

(1. continua)

.

INFERNO V (vv. 82-142)

[…]

Quali colombe dal disio chiamate

con l’ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l’aere, dal voler portate;

 

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,

a noi venendo per l’aere maligno,

sì forte fu l’affettüoso grido.

 

«O animal grazïoso e benigno

che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

 

se fosse amico il re de l’universo,

noi pregheremmo lui de la tua pace,

poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

 

Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

mentre che ’l vento, come fa, ci tace.

 

Siede la terra dove nata fui

su la marina dove ’l Po discende

per aver pace co’ seguaci sui.

 

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

 

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense».

Queste parole da lor ci fuor porte.

 

Quand’io intesi quell’anime offense,

china’ il viso, e tanto il tenni basso,

fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».

 

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!».

 

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri

a lagrimar mi fanno tristo e pio.

 

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,

a che e come concedette amore

che conosceste i dubbiosi disiri?».

 

E quella a me: «Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.

 

Ma s’a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che piange e dice.

 

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

 

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

 

Quando leggemmo il disïato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

 

la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante».

 

Mentre che l’uno spirto questo disse,

l’altro piangëa; sì che di pietade

io venni men così com’io morisse.

 

E caddi come corpo morto cade.

.

PURGATORIO XI, vv. 79-108

[…]

«Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi,

l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte

ch’alluminar chiamata è in Parisi?».

 

«Frate», diss’elli, «più ridon le carte

che pennelleggia Franco Bolognese;

l’onore è tutto or suo, e mio in parte.

 

Ben non sare’ io stato sì cortese

mentre ch’io vissi, per lo gran disio

de l’eccellenza ove mio core intese.

 

Di tal superbia qui si paga il fio;

e ancor non sarei qui, se non fosse

che, possendo peccar, mi volsi a Dio.

 

Oh vana gloria de l’umane posse!

com’ poco verde in su la cima dura,

se non è giunta da l’etati grosse!

 

Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura:

 

così ha tolto l’uno a l’altro Guido

la gloria de la lingua; e forse è nato

chi l’uno e l’altro caccerà del nido.

 

Non è il mondan romore altro ch’un fiato

di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,

e muta nome perché muta lato.

 

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi

da te la carne, che se fossi morto

anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,

 

pria che passin mill’anni? ch’è più corto

spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia

al cerchio che più tardi in cielo è torto.

[…]

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