IL NOME CRISTIANO

“I nostri nomi di battesimo non sono le sole cose cristiane che noi possiamo perdere”

Nel 1918 Gilbert Keith Chesterton visitò l’Irlanda a seguito dell’invito dell’amico e poeta William Butler Yeats (1865-1939) e l’anno successivo pubblicò Irish Impressions (tradotte in italiano dalle Edizioni Medusa). Persino l’amico-nemico dublinese George Bernard Shaw (1856-1950) recensì favorevolmente le Impressioni Irlandesi con queste parole di manifesto omaggio: “Il mondo non sarà mai abbastanza grato a Chesterton, e spero che l’Irlanda non sia tra gli ingrati; perché nessun irlandese vivo o morto l’ha mai servita con la penna meglio e più fedelmente di lui”. Anche il leader dell’IRA, Michael Collins (1890-1922), fu fortemente influenzato dal primo romanzo di Chesterton, Il Napoleone di Notting Hill, del 1903.

Queste “impressioni” chestertoniane, che prendono spunto dai monumenti, dalle strade, dai colori, dai paesaggi naturali irlandesi sono condensate nella frase finale del primo capitolo “Due pietre in una piazza”: “Questa visione di realtà sussistenti, e di una bellezza che nutre e non affascina soltanto, è una premonizione del senso concreto dell’Irlanda moderna”.

Secondo Chesterton, la radice della realtà irlandese stava nella possibilità e capacità di guardarla dimenticando la “questione irlandese”: “Ho sempre fatto ciò che potevo per correggere il meccanismo stantio di dare le cose per scontate…per metterlo a fuoco dobbiamo non solo uscire dai partiti inglesi ma dall’impero inglese”. Una delle cose su cui lo scrittore inglese si era soffermato nel libro era l’origine cristiana del nome: “Sembra folle e senza senso oggi, perché si è perduto il significato dei nomi di battesimo”.

Sappiamo quanto Chesterton fosse avverso alle mode, non soltanto perché esse fossero di provenienza aristocratica e rivoluzionaria, quanto perché trasmettevano la banalità e la pervasività di costumi e abitudini che rinnegavano la tradizione: “Voglio dire che ci sono ancora mode nei nomi, ma non più ragioni per essi. Perché una moda è un’abitudine senza una causa; una moda è un’abitudine a cui gli uomini non possono venir abituati e semplicemente perché essa è priva di causa”.

Il fatto di aver dimenticato il significato del nome cristiano era per Chesterton indicativo del crollo della ragione ancorato alla realtà storica, all’origine religiosa, alla tradizione popolare. I nomi e i cognomi esprimevano il collegamento con le fonti originarie e costituivano il tessuto organico delle società contro l’individualismo o il solipsismo della modernità: “I più diffusi cognomi inglesi sono divenuti unici nel loro significato sociale; stanno in funzione dell’uomo più che della stirpe o delle origini. Ciò che chiamiamo patronimico non è oggi in primo luogo il nome della famiglia. In breve, i nostri nomi di battesimo non sono le sole cose cristiane che possiamo perdere”.

Al contrario, nelle contee irlandesi di un secolo fa, Chesterton avvertiva ancora la pregnanza del significato del nome cristiano: “È strettamente e sobriamente vero che ogni contadino, in una capanna di fango nella contea di Clare, quando dà al proprio figlio il nome Michael, può realmente percepire il senso della presenza che ha abbattuto Satana, le braccia e il piumaggio del paladino del paradiso”. La perdita del significato del nome (e del cognome) significava pure lo smarrimento della via di casa, dell’indirizzo della propria casa e così anche per la stessa lingua: ogni parola irlandese, avvertiva Chesterton, era una parola domestica: “In Irlanda un uomo porta la sua casa di famiglia con sé, come una chiocciola e il fantasma di suo padre lo segue come la sua ombra”.

Chesterton inoltre, scagliandosi contro l’imperialismo, cercava di preservare, da patriota cosmico qual era, il senso della “nazione” e della “patria” che vedeva già affievolirsi in quegli inizi del XX secolo: “Il nazionalismo si richiama alla legge delle nazioni, implica che una nazione è una cosa normale, una tra le tante cose normali. È impossibile avere una nazione senza cristianità…più andiamo indietro verso le origini pagane, più arriviamo vicini alla grande origine cristiana della Caduta”.

“Caduta” con la C maiuscola significava riscontrare l’oggettività del dogma del peccato originale, la comune origine del peccato ma anche e soprattutto l’identità comune. Guai, ammoniva Chesterton, a quanti dimenticavano l’origine e la salvezza comuni: “Un uomo può agire contro il corpo della sua nazione; ma se agisce contro l’anima della sua nazione, anche per salvarla, lui e la sua nazione soffrono…non solo il patriottismo è parte delle politiche pratiche, ma è più pratico di qualsiasi politica”.

E concludeva con una frase paradossale e strabiliante, che dovrebbe, a mio modesto modo di vedere, far riflettere così come il pensiero sulla perdita del significato del nome cristiano: “L’imperialismo non è una pazzia del patriottismo; è semplicemente un’illusione del cosmopolitismo”.

1 commento su “Il nome cristiano – Rubrica quindicinale”

  1. Fino ad alcuni anni fa era in uso dare ai bimbi che nascevano i momi dei nonni. Credo che ciò avvenisse non per un motivo di nostalgia riguardo alla persona che non c’era più, ma per rinsaldare, per consolidare certi legami familiari che ancora si sentivano forti e in cui si percepiva l’importanza di una appartenenza e dell’importanza della perpetuazione di un certo senso del vivere, insomma, del mantenimento di una condizione che portava in sé qualcosa di sacro; non era altro che l’attaccamento amoroso alla propria famiglia.
    Non per criticare chi oggi si chiama Kevin o Jessica, ma questa moda di dare ai bimbi nomi che non appartengono alla nostra tradizione è indice di quanto si sia perso il legame con la propria origine, con la propria patria, con la nazione che contiene tutta la nostra storia. Legami che purtroppo con la globalizzazione imperante e demolitrice dei valori più veri, non si avvertono più. Sulle cause di questo sfacelo non basterebbe un trattato, ma chissà che un giorno, per per una sorpresa divina e per eventi imprevisti tutto possa tornare icome prima?

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