Le nebbie del male nella casa di Dio. Perduti e salvati in un romanzo di Alessandro Gnocchi

«Erano le undici e cinque: in quel momento morì anche l’innocenza di Villalta». Gennaio 1969, la ragazza più bella di Villalta, viene trovata morta ammazzata nel prato sotto il sagrato della chiesa. Il paese ne è sconvolto. L’omicidio è un fatto che ognuno di noi sente in un certo modo remoto. Nessuno pensa possa toccarlo da vicino. Ed è naturale che sia così.

Oggi gli strumenti tecnologici hanno portato il male in tutte le cucine e i salotti degli italiani: cronaca nera, volgarità e pornografia sono la quotidianità come l’empietà nelle chiese. L’assuefazione è recente, invece solamente al tempo della mia infanzia, le sere d’estate, in ogni cortile risuonavano ben sgranati i rosari delle donne con la crocchia bianca e lo sguardo inquisitorio ad implorare la Santa Vergine di liberare dal male noi poveri peccatori. Costringevano a volte noi bambini a partecipare “perché le preghiere degli innocenti valgono di più” (noi ci chiedevamo cosa mai avessero combinato).

Figuriamoci quindi la profonda provincia bergamasca del 1969. Omicidio era una parola dotta, utilizzata dai tre che avevano terminato un corso di studi superiore, più che altro roba leggiucchiata sul catechismo di san Pio X: da sapere certo, ma con beneficio di inventario, al pari della peste e del diluvio, eventualità forse più probabile. A Villalta «chi più e chi meno, erano tutti convinti che la vita fosse una lista di piccole gioie e piccoli affanni. Le chiacchiere al bar centrale e sul sagrato, i pettegolezzi sui tradimenti di cui tutti sapevano tutto e persino gli odi vecchi di generazioni avevano poco o nulla di tragico. Un teatrino ingenuo che, la domenica, si vestiva a festa e si trasferiva a Messa, fiero del suo niente». Perciò nel racconto, insieme alle persone, muore anche l’innocenza del paese che, per la prima volta, si rende conto dell’esistenza del male.

Liberaci dal male, dunque. E così, dunque, Alessandro Gnocchi titola il suo romanzo, ripubblicato in seconda edizione da Fede&Cultura. Pagine in cui racconta la propria terra con lo stesso amore di Guareschi per la sua Bassa: al centro di tutto c’è un paese apparentemente immobile, arrotolato nella nebbia con i suoi riti e i suoi abitanti, tutti caratterizzati da idiosincrasie e miserie profondamente umane. Racconta il suo giallo con lo stesso piglio di Simenon, a volte si ride – come a Messa e a scuola –, a volte si ha paura e, se piove, ci si sente davvero bagnati. Soprattutto, l’omicida è un uomo come noi, magari lo abbiamo ringraziato questa mattina. «Non riuscirò mai ad abituarmi all’idea dell’assassinio – fa dire al dottor Masera –, anche se penso, che chiunque potrebbe arrivarci, in circostanze particolari».

In questi aspetti l’autore è decisamente simenoniano. Alessandro Gnocchi è un Guareschi giallo o un Simenon agreste, o il punto di incontro fra i due, se mai esiste. Di sicuro è un Camilleri del nord. Insopportabili, per me che non amo la nostra terra traspadana più di Roma, le ripetute chiose dialettali, le quali non fanno che ricordare al sottoscritto quanto sia provinciale (nel senso di basso livello culturale), oltre al fatto che il dialetto bergamasco cambia ogni due chilometri, per cui probabilmente, nel ’69, epoca in cui il dialetto era da noi ancora madrelingua, si poteva capire di che paese uno fosse solo parlandoci tre minuti, giusto il tempo di un omicidio.

Dunque, questo libro è un giallo. Per chi ama la suspense e l’intreccio, sì. Racconta di un male antico come l’uomo, e che, come l’uomo, striscia sin troppo vicino alla casa del Signore. Stampa negli occhi del lettore una maschera di cera gelata e conficca senza creanza cinquantun garofani bianchi nella terra fresca del cimitero. E «in una follia del genere c’è qualcosa di irraggiungibile».

Ma queste pagine sono molto di più. Queste pagine descrivono ambienti di una volta, le tende della nonna, i vecchi programmi di radio e televisione (rigorosamente veri per giorno e ora, ho controllato), e con essi personaggi grotteschi, amori e amicizie schiette d’altri tempi. Il romanzo non disdegna nemmeno risvolti pedagogici, mettendo in luce come la rovina dei figli siano le madri, o almeno quelle madri che rendono un inferno in terra l’infanzia di figli considerati inadeguati, la privazione dell’amore può trasformare l’innocenza indifesa in creature delle tenebre, la bellezza dell’infanzia cangiare in mostriciattolo spaurito. Oppure ricordando del rischio cattolico di farsi ossessione puritana. O mettendo in guardia da una giustizia troppo umana, dal martelletto facile e dal cappio svelto che scotta: «È per questo che non mi fido della giustizia degli uomini. Giudicano come se loro fossero infallibili e, probabilmente, è giusto che sia così. Ma bisogna stare attenti a non sostituirsi al Padreterno, perché allora ci si mette sullo stesso piano degli assassini». La verità è che la giustizia della folla fa orrore quanto l’ingiustizia di un tribunale. «La maggior parte della gente vuole giustizia, che sia la forca, l’ergastolo o il linciaggio poco importa, basta ristabilire l’ordine», a ben vedere, la pensiamo spesso così anche noi.

Certo, il maresciallo Martini non è certo Maigret per acume, d’altra parte non siamo a Parigi ma a Bergamo, ma almeno riconosce di aver bisogno di usare il cervello e la coscienza. Il caso sarà risolto da altri. Per la verità, anche da altri, e per cinque diverse vie, una specie di inconscio tomismo investigativo – e mi riservo di indagare a fondo la faccenda in futuro. Sarà risolto secondo uno dei vecchi cari principi della criminologia: l’assassino torna sempre sul luogo del delitto.

Ritorna nelle pagine anche la stupenda figura di Don Giuseppe Speranza, insieme alla santità della madre della povera ragazza, la signora Altieri, che tiene per sé il proprio dolore perché sa che «la dignità è più forte del male» e infine chiede al sacerdote officiante una parola di perdono per l’omicida durante le esequie, perché «anche l’uomo che si è macchiato dei crimini più orrendi ha bisogno di una parola buona». Perché se c’è chi si occupa dei corpi, tutti dovremmo occuparci delle anime, in qualche modo, il nostro modo personalmente rabberciato magari, ma dovremmo. Dovremmo cercare l’ordine eterno e santo di Dio, prima di imporre il nostro patetico ordine personale, perché, per quanti sforzi facciamo, rischiamo di apparire diabolicamente ridicoli: anche «l’assassino non immaginava certo che qualcuno potesse ricomporre l’ordine stravolto dal suo gesto diabolico».

Insomma, tutto si svolge “come un romanzaccio”, ma non lo è perché, soprattutto, il racconto ci fa guardare in Cielo al momento di chiedere Liberaci dal male, perché, sempre, «l’assassino è uno di noi».

Il libro può essere richiesto all’editore Fede&Cultura

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