Così, la ormai famosa “famiglia nel bosco” si è potuta riunire, anche solo per un week-end. In attesa di nuovi sviluppi, giudici e assistenti sociali hanno “concesso” ai tre bimbi, da mesi sottratti ai genitori e rinchiusi in una cosiddetta “casa famiglia”, di passare qualche ora con i coniugi Trevallion. Certamente ha pesato, su questa decisione, l’accorta conduzione giudiziaria da parte dell’avvocato Simone Pillon, difensore dei coniugi, che, pur essendo ideologicamente schierato in difesa del diritto naturale, militante pro-life e pro-family, non ha comunque voluto caratterizzare politicamente la gestione della causa. Pillon, già deputato della Lega, è anche l’autore di un interessante volume, edito da Giubilei Regnani: Manuale di resistenza al pensiero unico dal gender al transumanesimo. 

Non è da escludere poi che i decisori riguardo ai destini della famiglia Trevallion abbiano anche percepito la pressione di un’opinione pubblica maggioritariamente schierata in sua difesa: la raccolta di firme di Pro-Vita e Famiglia a suo favore sta per raggiungere le 100.000 adesioni, evento non comune in Italia. E ciò nonostante la posizione, invece chiaramente ostile, fino alla diffamazione o “macchiettizzazione”, da parte della stampa mainstream.

Così, quando il Tribunale dei minori dell’Aquila ha autorizzato un “percorso” (termine omnibus che si porta bene su tutto, dal politichese al sociologhese e all’ecclesialese), molti titoli hanno parlato di “via libera al ricongiungimento” tra genitori e figli, ma non è assolutamente così. In realtà, sia la concessione di questo incontro sia gli eventuali, successivi passi verso il ristabilimento di una normale vita familiare sono sottoposti all’insindacabile consenso delle assistenti sociali.

In definitiva, è stata l’imposizione alla famiglia Trevallion di una resa senza condizioni, l’obbligo di chinare il capo e accettare una serie di disposizioni che rappresentano la totale negazione del progetto educativo di questa famiglia. I genitori sono stati costretti a far vaccinare i figli, in ossequio a quel totalitarismo sanitario della cui ferocia abbiamo già avuto prova, sulla nostra carne, durante i cupi periodi del Covid.

Poi la famiglia si trasferirà in una casa “normale”, cioè non più circondata dal verde e, ovviamente, senza animali, in attesa della ristrutturazione della casa nel bosco. I due genitori dovranno provvedere a una sorta di spegnimento dei riflettori mediatici e a una riduzione del loro pubblico dolore a mera, silenziosa sofferenza privata. Nessun diritto alla protesta. Poi i bambini, ed è questo il diktat più inquietante, dovranno rinunciare alla scuola parentale e dovranno frequentare una scuola pubblica e, si badi bene, non quella di Palmoli, dove avrebbero incontrato i loro compagni di gioco del vicinato (è una menzogna che non frequentassero loro coetanei), ma a Vieste, a decine di chilometri di distanza. Così potranno godere dell’indottrinamento della scuola pubblica, dominata da insegnanti spesso politicizzati e sindacalizzati e degli edificanti insegnamenti genderisti mascherati da “educazione affettiva”.

L’importante è sottrare ai bimbi all’educazione parentale che pure non era così inefficace, visto che i tre figli hanno superato l’esame di idoneità scolastica. Non solo: è un minaccioso messaggio alle migliaia di famiglie che praticano l’educazione parentale.

Un possibile, ma non certo “piano di riavvicinamento”, come è stato definito, umiliante e mortificante, condizionato, in ogni suo passo, come si è detto, da una “autorizzazione” da parte delle assistenti sociali: un vero ricatto che ha provocato l’indignazione del sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli: “La macchina burocratica sembra voler fare tutto tranne che tutelare il benessere dei minori. Si continuano a dilatare i tempi inventando ostacoli ogni volta che si fa un passo avanti, come se i servizi sociali cercassero deliberatamente qualsiasi pretesto per frenare il ricongiungimento familiare”.

Ma non basta: non si vuole soltanto la resa dei Trevallion e il potere sul destino dei bimbi. Si vuole dai genitori un pubblico pentimento, l’auto-riconoscimento della colpa, la contrizione, l’autocritica di marca sovietica, l’atto di fede nella pedagogia progressista e nella totale supremazia dello Stato sulla famiglia.

Che importa se l’articolo 30 della loro adorata Costituzione stabilisce che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, riconoscendo così che l’educazione non è una funzione originaria dello Stato, ma una responsabilità primaria della famiglia. Che importata se nella pur para-massonica e onusiana Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, l’articolo 26 stabilisce che: “I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli”. Infatti i giudici hanno sentenziato nel loro dispositivo: “Appare evidente come ancora non emerga un quadro certo e un’oggettiva flessibilità mentale acquisita che possa confermare il raggiungimento di un effettivo cambiamento educativo”. Ecco l’obiettivo dei giudici e delle assistenti sociali: imporre un “cambiamento educativo”. In sostanza: “te lo diciamo noi come educare i tuoi figli e, se non obbedisci, te li togliamo”. Non per nulla i coniugi Trevallion sono stati anche costretti a un “percorso di supporto genitoriale”, in sostanza una vera e propria rieducazione.

Eppure, che qualcosa fosse sbagliato, nella sostanza e anche nella forma, nella sottrazione dei figli ai coniugi Trevallion è dimostrato anche da una notizia che molti organi mainstream hanno taciuto: Veruska D’Angelo, l’assistente sociale responsabile della vicenda, compresa la sottrazione a casa Trevallion dei tre bimbi con addirittura il supporto di due gazzelle dei carabinieri e il loro assegnamento alla cosiddetta “casa famiglia”, nonché della innegabile persecuzione della coppia australiana, è finita sotto procedimento disciplinare davanti al collegio territoriale dell’Ordine degli assistenti sociali dell’Abruzzo con accuse pesantissime: presunta violazione di ben sei articoli del Codice Deontologico.

Tuttavia, è anche doveroso chiedersi i motivi di queste scelte sciagurate, quale ideologia le ha generate, quale visione del mondo, della famiglia, dei suoi rapporti con lo Stato, dei suoi diritti e doveri abbiano giustificato gli atti persecutori nei confronti di questa, ma anche di molte altre famiglie, nell’opacità dei processi decisionali in capo alle assistenti sociali e di ciò che avviene nelle “case famiglia”.

Ci aiutano, in questo disvelamento ideologico, gli stessi attori della vicenda. Nicoletta Orlandi, presidente del tribunale dei minorenni dell’Aquila, colei che ha il compito di decidere del destino della famiglia Trevallion, con un atto del tutto irrituale, ha scritto alla Garante dell’infanzia e dell’adolescenza Marina Terragni, che aveva espresso, sia pure con prudenza tutta istituzionale, alcune perplessità sulle decisioni riguardanti i bimbi Trevallion.

La Orlandi, tra l’altro ex parlamentare comunista prima e piddina poi, in questa missiva si rivolge alla Garante intimandole letteralmente di non dire più che “la famiglia è un’isola che il mare del diritto deve solo lambire”, citazione dell’insigne giurista Arturo Carlo Jemolo, che pure era laico, liberal-radicale e antifascista. Il magistrato, dopo il quanto meno discutibile uso dell’imperativo (“non dica più”) continuava riproponendo, in questa lettera decisamente fuori posto – quanto meno bizzarro che un magistrato si rivolga con un simile tono al presidente di un’autorità garante – i più vieti luoghi comuni dell’ideologia femminista: il pater familias, ovviamente il patriarcato.

L’ideologia anti-familiare non è più sottintesa, ma rivendicata con orgoglio. Riportando la notizia, Francesco Borgonovo, su LaVerità, così chiosa: “La presidente del Tribunale sta spiegando alla Garante dell’infanzia che non deve mai più permettersi di dire che lo Stato e la giustizia debbono interferire il meno possibile con la vita delle famiglie. Perché lasciare autonomia alle suddette famiglie equivale a perpetuare il modello patriarcale”. Già, ma che importa se sempre la loro adorata Costituzione “riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”?

Come inciso, osserviamo che sarebbe interessante un giorno decostruire questa criminalizzazione dell’istituto del patriarcato che ha informato le nostre civiltà, e le ha rese grandi, fino a qualche decennio fa. Ci limitiamo a osservare come la crisi del cosiddetto Occidente è iniziata proprio con il venir meno del principio del Padre, il Grande Assente, osserva lo psicologo e saggista Claudio Risé, della nostra società.

Il dato di fatto, incontestabile, è che sta prevalendo, e lo vediamo in molti ambiti, non solo tra i giudici e le assistenti sociali, una ideologia ostile alla famiglia (l’unica, quella naturale). Non solo, questa ideologia viene teorizzata, insegnata, imposta nell’Accademia e anche nei tribunali.  

Alessandro Meluzzi, psichiatra e psicologo clinico con una lunga esperienza anche come perito, nel 2020 ha pubblicato un libro, Attacco alla famiglia, edito da Altaforte, che spiega molte cose sul fenomeno, anche alla luce di casi come, per esempio, quello del Forteto su cui si è espressa anche la Corte di Cassazione: “Lo scopo è portare via i figli alle famiglie povere e darli a comunità, case famiglie dove poi vengono erogati fino a quattrocento euro al giorno per ogni minore, oppure a coppie benestanti, se possibile omogenitoriali”. Ma, naturalmente, non c’è solo la componente di business: c’è soprattutto quella ideologica: “Sedicenti psicologi e assistenti sociali colpevolizzano la famiglia naturale”. E ancora: “Nascosta in apparati pseudo buonisti, c’è un’ideologia anti familiare par la quale la famiglia è sempre colpevole. Un atteggiamento che mira a mettere sotto accusa l’istituto della famiglia, dunque; che fa dire che la famiglia è il luogo dove si compiono tutte le malefatte della società e che bisogna intervenire su di essa, distruggendola”. E conclude: “C’è una mano demoniaca dietro l’attacco alla famiglia”.

In questo attacco emerge prepotente il ruolo chiave degli assistenti sociali (in stragrande maggioranza femmine): quasi sempre sono loro a provocare le decisioni della magistratura in merito separazione delle famiglie, sono loro a gestire le “strutture di accoglienza”, sono loro, in realtà, a decidere della sorte dei bimbi.

Non solo, queste assistenti sociali rivendicano, con sfrontatezza, un ruolo politico: in un’intervista, tale Liviana Marelli, responsabile Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti (definizione che più orwelliana non si può) lo dichiara chiaramente, esaltando “la passione e l’impegno politico” di queste “operatrici nel sociale”.

Come si diventa assistenti sociali? Con una laurea triennale a prevalente indirizzo psicologico e sociologico. Discipline che, come sappiamo bene, sono infarcite, nelle nostre università, di testi e insegnamenti marxisti e decostruzionisti: “una laurea che altro non è che indottrinamento postmarxista, con in aggiunta l’ideologia Lgbt e le fesserie degli studi gender”, scrive in un articolo Silvana De Mari. Lo denuncia anche uno psicologo, Roberto Marchesini. In un suo testo abbastanza recente, Le vie della psicologia, edito da Sugarco, Marchesini cita un manuale in uso al primo anno della facoltà di Psicologia nel quale si afferma che lo psicologo deve essere “un propugnatore di contenuti e ideologie genericamente etichettabili come progressiste”. Non si è un bravo psicologo, quindi, se non si è progressista.  

Tra l’altro, questi “operatori del sociale” sono consapevoli che l’opinione pubblica non ha di loro un’immagine positiva. Sul blog AssistentiSociali.org si trova una vecchia Petizione a tutela dell’immagine pubblica degli assistenti sociali, contenente un lamento illuminante: “Provato mai a chiedere a qualcuno che non conosce il nostro lavoro di descrivere il ruolo dell’assistente sociale? Nel migliore dei casi vi si risponderà che è quella figura che porta via i bambini quando i genitori litigano”. Ecco, lo sanno pure loro.

Non solo, ma alle assistenti sociali non piace che vi sia pubblicità sul loro “lavoro”. Vogliono operare in assenza di trasparenza sul sistema degli allontanamenti e dell’affidamento alle “strutture di accoglienza”. Arrivano a lamentarsi dell’attenzione dei media e della pubblica opinione sui casi resi noti. Sentite cosa è arrivata a dire, lamentando una narrazione negativa sul caso della famiglia nel bosco, la già citata Liviana Marelli: “Il pregiudizio parte dal presupposto che tutti possano entrare nel merito di sentenze e situazioni specifiche. Nel caso di Palmoli di cui si parla tanto in questi giorni, è stata diffusa addirittura l’ordinanza del Tribunale e questo è sbagliatissimo: l’errore macroscopico è pensare che l’opinione pubblica e la stampa abbiano il diritto di intervenire in vicende non conosciute. […] di fronte a vicende come questa, i giornalisti dovrebbero avere l’attenzione di non parlarne o di parlarne in termini corretti”. Quindi, secondo costei, nel caso di sottrazioni dei bambini, la libertà di stampa deve essere sospesa così come la libertà di parola. L’ingiunzione ai Trevallion di non lamentarsi pubblicamente lo dimostra.

Infine, in queste tristi vicende di sottrazione di bambini alle loro famiglie c’è anche un inconfessato interesse economico: ad esempio l’istituto di Vasto che ospita i minori percepisce 7.500 euro mensili per “assistito”. Gli oltre 38.000 bimbi sottratti alle famiglie generano una spesa che supera i 100 milioni di euro solo per le rette delle comunità. A questo si aggiunge lo stipendio di 48.000 assistenti sociali e una fitta rete di periti psicologici e medici nominati dai tribunali e dai legali delle parti.

La battaglia in corso contro il sistema che sequestra i bambini non è solo per fermare l’aggressione e la persecuzione contro padre, madre e i tre figli Trevallion. È una battaglia di civiltà in difesa della famiglia contro l’attacco ideologico che vede in essa solo un “costrutto sociale”. Una famiglia che è anteriore allo Stato e che uno Stato “buono” deve non solo rispettare, ma anche proteggere. Sempre.

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