Festa d’Ognissanti, commemorazione dei cari Defunti, e poi, ecco, in un Amen arriva Natale.
Quel po’ di amici, di ieri e di oggi, romagnoli, e oltre la mia terra, coi quali sono in contatto sanno bene che fin dall’inizio della mia vita senile (80 anni) ho preso l’abitudine di scrivere un augurio sotto forma di lettera, oppure facendo ricorso ai ricordi, oppure, infine, con qualche riflessione di carattere soprattutto religioso.
Talvolta ispirato (parola grossa!) da qualche lettura, da qualche fatto di cronaca. Lettura o, ri-lettura, come mi è capitato quest’anno, il peggiore della mia vita dal punto di visata della salute fisica. Risparmio, cari amici, l’elenco delle patologie, degli infortuni che mi hanno afflitto (ho conoscenza di persone a me care che hanno varcato la soglia dell’aldilà con forti sofferenze e di altre ancora fra noi, ma perseguitate dal dolore).
Ergo… Non ho il diritto di lamentarmi; avverto soltanto per dovere di cronaca, da vecchio professionista della carta stampata.
La lunga permanenza fra le mura domestiche, fra dolori fisici e morali, fra i ricordi d’infanzia e di giovinezza, ai quali mi hanno portato le ri-letture di Giovannino Guareschi, c’è quella del “farla mia riflessione”, che non è di oggi, ma oggi però per la prima volta approfondisco alla luce anche di parole insensate provenienti da alte cattedre.
Ma la prendo da lontano, dalla mia infanzia, appunto, quando a Ravenna c’era un convento dei frati minori cappuccini – fine anni Quaranta – primi Sessanta del 1900.
Un fiorente convento con un vasto orto e frutteto (ah, l’uva della Madonna di padre Roberto!, il sorriso accogliente del guardiano padre Cherubino!), una stalla con due mucche e… i “fre’ zercanton” – in lingua: i frati della cerca, della questua.
Uno, lunga barba brizzolata, di robusta corporatura: Albino, percorreva tenendo con mani sicure le redini del cavallo trainante un carretto, le campagne del Ravennate ricevendo dai contadini fieno e nutrimenti vari per la stalla del convento. Era benvoluto, sia per l’aspetto, sia per la cordialità che a volte gli meritava mezzo sigaro toscano.
L’altro “cercone” percorreva a piedi le vie cittadine portando a un braccio un cesto di non troppo fastidiose dimensioni, realizzato da mani esperte con robusti rametti di legno, capace di accogliere denaro, qualche oggetto, qualche libro – mai subito uno scippo!
Ed era frate Leone (“pecorella di Dio” – aggiungeva lui). Cordiale, gentile, suonava il campanello della nostra casa di via Port’Aurea 5 (a pochi passi dal convento), accolto sempre dalla mia mamma, ospitale col caffè e con l’offerta ovviamente, mentre frate Leone aveva sempre una caramella… per il bambino.
Quanto sia andata avanti questa forma di questua non ricordo; certo, ero già alle superiori, e poi ci furono i letali cambiamenti nella chiesa, il drastico calo di vocazioni, e il “frate cercone” cittadino a poco a poco scomparve; come non vidi più frate Albino col suo carretto ”agricolo”.
Alle corte: decadenza continua e oggi (ma non da oggi) a Ravenna i cappuccini non ci sono più – convento chiuso, chiesa chiusa, e l’orto? Credo sia stato trasformato in un parcheggio (affittato o venduto, ovviamente).
Ora, non è che i frati scarseggino nella pratica di una delle virtù teologali: la carità. È che scarseggiano le vocazioni, come sottolineavo, in questa “chiesa dei poveri per i poveri”!
Ma se non ci sono beni, se non ci sono denari, se non ci sono lasciti di gente benestante, e del “popolo di Dio” più in generale, che cosa può dare una “chiesa priva di mezzi, povera”, appunto, ad altri poveri? Nulla. Peraltro, ci sono realtà religiose che ancora ricevono offerte, lasciti, il che permette di dare ai poveri, senza essere ricchi.
È il caso di Padova – testimonianza personale, per così dire. Dove da anni annorum (come avrebbe detto Guareschi) presso il convento e il santuario intitolati al grande Taumaturgo, con i frati minori conventuali, è attivo “il Pane dei Poveri di Sant’Antonio”, con una cassetta apposita a metà della navata di sinistra entrando nel tempio, nonché alcuni sportelli nelle sale dell’attiguo chiostro della Magnolia. Ed è il caso dei cappuccini del non lontano santuario intitolato a padre Leopolo, dove è aperta una mensa per i poveri. Così è in altre realtà religiose in tutta Italia, e il motto potrebbe essere: avere per donare.
Ma veniamo (finalmente! – dirà qualcuno) a Guareschi e ai suoi poveri, ai suoi frati cerconi. L’ispirazione, intanto.
Possiamo accennare al fra Galdino dell’amatissimo Manzoni, con la raccolta delle noci e quel famoso “… perché noi siamo come il mare che riceve acqua da tutte le parti e le torna a distribuire a tutti i fiumi…”.
L’ispirazione per questa figura di religioso potremmo ricercarla pure in una figura mitica della Parma dei primi decenni del 1900: il francescano Lino Maupas, nato a Pola, ma di ascendenze nobiliari francesi, amico di ricchi (si pensi al benefattore Barilla) e di sventurati detenuti del carcere San Francesco, nonché di altra povera gente, destinataria dei doni dei primi [ndr. Per padre Lino, già in vita con fama di santo, è in corso il processo canonico per la beatificazione].
“Roba del 22” è un racconto pubblicato sul Candido trent’anni dopo, quindi nella prima raccolta postuma all’insegna del Mondo piccolo: Ciao, don Camillo. E qui è chiaro il riferimento di Giovannino al francescano Maupas, che era un “frate cercone”… a modo suo – sullo sfondo, le lotte politiche d’Oltretorrente.
Infine, eccoci a “Il frate cercone” uscito sul Candido in due capitoli, uno dei quali utilizzato da Guareschi per “Il fraticello”, inserito nel volume Don Camillo e il suo gregge (Rizzoli, 1953), con molte ristampe, la più recente: MUP 2008.
Sullo sfondo dell’argine del fiume, c’è Peppone con la sua banda di rossi a discutere su come contrastare la perfidia clericale, in primis quella di don Camillo, quando all’improvviso appare un fraticello “striminzito e scarlingato con un sacchetto in spalla e a vederlo camminare così sbilenco dava l’idea che dovesse sfasciarsi da un momento all’altro oppure inabissarsi d’improvviso dentro il saio…”
La descrizione è di un realismo straordinario, quale poteva essere a quei tempi l’improvvisa comparsa di un frate a un gruppo di attivisti del PCI.
Da par suo, con la descrizione del luogo, dell’atmosfera, dei personaggi, andiamo diretti ai dialoghi, cuore del racconto.
“[…] Lo guardarono cupi e lo lasciarono parlare un bel po’, quindi Peppone disse sarcastico:
‘Se invece di sciuparvi ad andare in giro, provaste a fare qualche lavoretto di utilità pratica, forse vi trovereste meglio’.
Il fraticello sorrise:
‘Noi non cerchiamo di trovarci meglio, cerchiamo di trovarci peggio’
‘Affari vostri!’ borbottò Peppone.
Il fraticello era timido e umile:
‘Non sono affari nostri: il convento ha niente e ogni giorno gente che ha fame viene a bussare alla porta del convento. Noi chiediamo il superfluo per poter fornire il necessario a chi soffre’ [ndr. Caspita che argomentazione di logico buon senso!].
Peppone sghignazzò:
‘Se quelli che soffrono, invece di andare a bussare alle porte dei conventi, si unissero e portassero legnate [ndr. La lotta di classe, no?] sulla zucca di quelli che stanno troppo bene tutto andrebbe a posto subito’.
‘Bisogna avere fede nella Divina Provvidenza’ mormorò il frate: ‘Con la violenza si ottiene soltanto altra violenza. Il male non lo si guarisce col male. Per avere del bene, bisogna fare del bene’
Peppone sghignazzò:
‘Allora rimaniamo intesi così. Arrivederci’.
Il fraticello non si scoraggiò:
‘Non potreste darmi qualcosa? Anche poco’.
‘No!’ urlò Peppone con violenza,
il fraticello ebbe un sussulto. Frugò nella manica e, pescato un foglietto, lo porse a Peppone.
‘Fatemi la carità di accettare almeno questo santino’ sussurrò.
‘Non mi serve’ rispose Peppone,
Il fraticello pareva che non si fosse accorto della presenza di tutti gli altri e aveva occhi soltanto per Peppone.
Ritirò lentamente la mano col santino. Poi si volse e risalì faticosamente sull’argine per riprendere la sua strada”.
Avanti col racconto, finché arriva sera.
“Venne sciolta la seduta e ognuno tornò a casa per conto suo.
Peppone scelse la strada più lunga, quella dell’argine; aveva bisogno di rimanere un po’ solo per poter smaltire tutta la bile che aveva nello stomaco. Giunto sull’argine guardò verso Castelletto e riuscì a intravedere ancora il fraticello che si allontanava rapidamente.
‘Va a farti benedire tu e il tuo santino’ borbottò.”
Arrivato a casa Peppone, vuole lavorare in officina, si mette la tuta ma è irrequieto e inforcata rapidamente la bicicletta va alla ricercaci del frate. Una ricerca febbrile fra pioppeti, macchie, richiesta di informazioni a qualche passante, con il calar della nebbia incipiente – infine, ecco: “[…] A un tratto intravide qualcosa di scuro sul ciglio del fosso. Strinse i freni ed era il fagotto di stracci color frate [ndr. Stupenda, originale, invenzione, quel ‘color frate’!]
Il fraticello che era seduto sul ciglio del fosso si levò e guardò sbalordito quell’omaccio.
Lo riconobbe.
‘Mi sono perso nella nebbia’ borbottò Peppone ‘Sapete se vado bene per Gabiòlo?’
‘Sì’ rispose il frate. ‘Io ritorno al convento che è a due chilometri prima di Gabiòlo’. Peppone rimase perplesso. Poi prese coraggio:
‘Venite su, vi porto in canna fino al convento’.
Il frate sorrise:
‘Grazie, fratello. Noi cerchiamo sempre di star peggio, non di star meglio’.
E qui mi fermo, perché una lacrima ha bagnato la pagina…
Ecco, la mia, fra le diverse riflessioni che si potrebbero fare.
Pagine che profumano dei francescani Fioretti (Giovannino amava molto il Poverello d’Assisi), nella loro semplicità di dedizione tutta a Cristo e ai poveri, nel soffio di poesia e del loro spirito, certamente, ma quel soprattutto “cerchiamo di stare peggio”!!! – quasi una professione di fede.
Ecco il collegamento tra i frati cerconi di un tempo e quello di Guareschi, dove ancora hanno spazio il senso di penitenza e quella umiltà che paiono smarriti nella chiesa di oggi. Penitenza che porta alla scelta della povertà, quindi alla carità, cioè all’amore per il prossimo, vedendo nel prossimo una persona da amare, appunto, quindi da aiutare, alla bisogna, in nomine Domini..
La questua, l’offerta, un po’ di benessere da donare agli altri.
Non voglio esagerare, ma quanti preti, religiosi, parroci, vogliono stare peggio?
Ce ne saranno, certamente ma rari e sempre più rare sono le espressioni che sentiamo in chiesa, come (o simile a) quella del “frate cercone” di Guareschi…
Lo facessero leggere, e meditare nei seminari ormai semivuoti di questa chiesa cattolica, e lo facessero pure leggere (Benedetto guardava il film del Mondo piccolo in Tv, ma non sappiamo se leggesse anche i libri, perché in nessun film si vede quel fraticello!) a tanti monsignori che popolano la Città del Vaticano, avendo magari come “libro del capezzale” quello sulle “tecniche” del bacio di un loro confratello (o collega?) che ha fatto carriera!…
Il racconto si conclude con Peppone che trae una banconota da cinquecento lire e lo porge al fraticello borbottando: ‘Per i vostri poveri’… e chiedendo il santino in precedenza rifiutato.
Che altro dire? – amici miei, se non augurarvi un buon Natale di fede, di carità, con Peppone e il fraticello della questua.
Tenendo ben presente che su quell’argine di fiume della Bassa guareschiana… ci sarà qualcuno che potrà dire: “ivi è perfetta letizia”.

