A proposito di “inutile strage” – di Léon Bertoletti

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Storie di storia. Si è citata spesso in questi giorni (lo ha fatto anche Francesco I all’Angelus) la definizione del primo conflitto mondiale come «inutile strage». Ma soltanto un manipolo di volenterosi ricorda che l’espressione non fu pensata originale del Sommo Pontefice Benedetto XV. Gli venne suggerita da un vescovo. Precisamente da quello che governò la diocesi di Padova tra il 1907 e il 1923, monsignor Luigi Pellizzo.

In una delle sue numerose lettere al Papa – così straordinariamente piene di resoconti puntuali, avvenimenti, riflessioni, notizie di prima mano considerata la vicinanza ai campi di battaglia – Sua Eccellenza aveva appunto esternato questa considerazione sui combattimenti: «Inutile carneficina». Qualche settimana dopo, il primo agosto 1917, Sua Santità mise per iscritto «inutile strage».

Non è un caso che l’idea giunga da Pellizzo: intelligenza vivace propensa a plasmare parole, a coniare definizioni. Odiatissimo dagli anticlericali, era un vescovo solido, devoto, di provata dottrina, con un curriculum di tutto rispetto a cominciare dalla laurea in Diritto canonico e dalla pratica in Teologia morale. Se la Chiesa dell’oggi non soffrisse di amnesie, se non celebrasse l’oblio delle memorie, sarebbe figura da ricordare, commemorare, rivalutare. Le fotografie in bianco e nero restituiscono l’immagine di un presule robusto, un po’ incurvato. Aveva un faccione con padiglioni auricolari enormi e appuntiti, occhietti vispi, sopracciglia folte, naso a patata, labbra sottili serrate in una specie di smorfia. Portava i capelli pettinati all’indietro e un anello grande alla mano destra. Una mantellina, annodata all’altezza del collo con un nastrino, lasciava vedere una cotta di lino ampiamente ricamata ai bordi.

Monsignor Pellizzo, friulano da Costapina di Faedis, provincia di Udine, famiglia slovena, nella corrispondenza con il «Beatissimo Padre» si firmava «Luigi vescovo di Padova» e «proteso al bacio del sacro piede», oltre che «della Santità Vostra devotissimo, ossequientissimo servo e figlio». Nelle missive (come si ricava utilmente dal primo di tre volumoni, a cura di Antonio Scottà, intitolati I Vescovi veneti e la Santa Sede nella guerra 1915-1918, Edizioni di Storia e Letteratura) il Vescovo si lamenta ripetutamente con il Papa per la perdita delle tradizioni, l’abbandono della pratica religiosa, l’amoralità, la licenziosità, la degradazione etica, la mancanza di rispetto della proprietà, la disonestà nei rapporti privati e pubblici e il diffondersi delle case di tolleranza: perché vi si prostituiscono «anche spose e madri» e, dietro un paravento di moralità e di igiene, celano «il passaporto ad ogni nefandezza».

Si lamenta con il Papa per gli ufficiali, attenti soltanto alle donne, alle mense, alla paga, alla carriera, certamente non ai valori cristiani. Si lamenta con il Papa del re Vittorio Emanuele III: perché, nella basilica di sant’Antonio, alla solenne funzione funebre anniversaria per Umberto I, non ha edificato «nissuno» anzi scandalizzato tutti con un contegno irriverente, sgarbato, chiacchierando di continuo, e quando alla porta il rettore padre Caneve gli ha presentato, come di rito, l’aspersorio con l’acqua lustrale, invece di farsi il segno della croce si è asciugato le dita bagnate sui pantaloni, tanto che i fedeli hanno commentato unanimemente: «Se l’anima di re Umberto attende di andare in Paradiso coi suffragi del figlio, dovrà attendere ancora un bel pezzo». Si lamenta con il Papa di padre Agostino Gemelli: perché, quando predica, sembra un maggiore dell’esercito e non un consacrato, tanto che si scorda di citare il Vangelo (proprio come tanti predicatori del nostro tempo). Si lamenta con il Pontefice anche del generale Luigi Cadorna: perché, visitato il tempio antoniano, ha chiesto di non far sapere che si trattava di una pratica religiosa, dal momento che un gesto di fede avrebbe avuto chissà quali implicazioni e fatto pensare a chissà quale richiesta di sostegno divino e insomma, per farla breve, avrebbe potuto deprimere lo spirito pubblico, demoralizzare la cittadinanza, fiaccare il morale delle truppe.

Pellizzo si lamenta e, da vero pastore di anime, ammonisce, rimprovera, tuona. Rappresenta l’inferno a chi vive di passioni indecenti, ritrae i giovani poco inclini alle scelte ultime e definitive: la guerra li ha svezzati dall’impegno, sedotti alla precarietà. «I soldati non insegnano la modestia alle fanciulle». Tiene contabilità puntuale di battesimi e sante messe e sante comunioni, promuove la stampa cattolica, difende strenuamente il clero da ogni accusa, si accalora nella polemica antimassonica. Per la visita pastorale 1921-1923 invia ai parroci un questionario scrupoloso di trecento domande, non le solite poche decine di circostanza. Le relazioni del Prefetto e del Procuratore del Re in occasione della sua elezione, per la concessione dell’exequatur, nel 1906 lo definiscono «autoritario, intransigente, intraprendente». Ne riconoscono però la rettitudine morale, civile, politica e liquidano le accuse mossegli dopo la nomina a «pettegolezzi personali di nessuna importanza». Ecco, un lattaio giurava che gli aveva recato danno e diede scandalo aggredendolo pubblicamente con insulti e grida. Un prete disse che Pellizzo non aveva rispettato il testamento di un canonico, ma il processo lo mandò assolto. Un tipografo sostenne che non aveva mantenuto alcune promesse. Forse per questo il suo ingresso in una diocesi che si estende in 5 province civili, che ha allora 41 vicariati foranei, 322 parrocchie, 28 curazie, 830 sacerdoti secolari, 58 fra case religiose e pie istituzioni, avviene il 2 maggio 1907 in forma riservata.

Luigi Pellizzo può contare su due persone particolarmente fidate: monsignor Vincenzo Sardi e il suo maestro da camera (chiamato anche cameriere), don Luigi Pietrogiovanna. Gli serviranno, perché su Padova arrivano 18 incursioni aeree e piovono 912 bombe. Si contano in città 129 morti, 108 feriti e danni per oltre 19 milioni di lire. Abbastanza, insomma, per permettere a giornali massonici-radicali come Il Veneto di proclamare «Sant’Antonio fallito» e l’azione «taumaturga» in bancarotta. Vecchie parole su vecchie pagine. In realtà grazie al vescovo Pellizzo, difensore della fede, il cattolicesimo padovano resistette saldamente in anni difficilissimi.

 

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6 commenti su “A proposito di “inutile strage” – di Léon Bertoletti”

  1. Proprio uguale ai vescovi residenziali odierni. Per dimostrare che NULLA è cambiato, riporto l’esempio di un vescovo residenziale, che su oltre 200 cresime annue ne faceva solo due.

  2. certamente ho la massima ammirazione per questo monsignore, ma forse le sue idee sulla prima guerra mondiale erano condizionate dal suo essere sloveno

    1. Non si vuole rassegnare ad accettare che la prima guerra mondiale ebbe luogo perché la persistenza di un impero cristiano cattolico, tradizionale e genuinamente (sanamente) multietnico nel cuore d’Europa era d’intralcio ai piani della massoneria ebraica e anglosassone. Ci pensi: non sarebbe nata l’Italia, ancor oggi espressione geografica e non più faro di fede e civiltà come nei tempi andati (quando pure era politicamente divisa ma contava molto di più). Né nazismo né fascismo sarebbero nati dal concime del nazionalismo ateo e frustrato delle rispettive nazioni negli anni ’20 e ’30; conseguentemente, l’imperialismo massonico non avrebbe prevalso nella seconda terribile guerra (che non avrebbe avuto luogo) e il mondo, senza l’attuale dittatura della finanza, sarebbe stato migliore di quello odierno.

  3. cambiando discorso, avete visto che tentano di infangare San Pio perche’ – sembrerebbe – la di lui famiglia sarebbe stata troppo severa nei confronti della sorella del Santo, che aveva avuto un figlio fuori del vincolo matrimoniale? Vorrei cogliere l’occasione che manifestare la mia solidarieta’ totale al grande Santo

    1. San Pio non ha bisogno della nostra “solidarietà” (termine quantomai abusato), ma siamo noi ad aver bisogno della sua intercessione! Lui, checché ne dicano i giornaloni nostrani, è già in Paradiso e vede il Volto del Padre.

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