Ada Negri, la poetessa che si innamorò di Dio (e incantò Mussolini)

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Il dono eccelso che di giorno in giorno
e d’anno in anno da te attesi, o vita
(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
anche il pianto), non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”:
ad ogni giorno che tramonta io dico:
“Sarà domani”. Scorre intanto il fiume
del mio sangue vermiglio alla sua foce:
e forse il dono che puoi darmi, il solo
che valga, o vita, è questo sangue: questo
fluir segreto nelle vene, e battere
dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
unicamente perché sei la vita.

Sono i bellissimi versi de “Il dono” di Ada Negri che dà il titolo alla raccolta di liriche apparsa nel 1936. Versi che rivelano, nella loro sorgiva trasparenza, un’anima pervasa dal medesimo “doloroso amore” della vita dell’Ulisse di Saba. Il fatto stesso di esistere, dono gratuito che ci porta alle soglie del mistero, ci lascia intuire, nonostante la presenza insopprimibile del dolore, la positività ultima del nostro destino. Nella stessa raccolta la poesia successiva è “Rimorso”.

Vita, dono di Dio: che ho dunque fatto
di te?…
… per qual fede
a perderti fui pronta, a chi passai
la tua fiaccola ardente? Sol per questo
data mi fosti; e adesso è tardi ,o vita.
Quando misera e sola innanzi al Padre
sarò, che gli dirò, qual luce in terra
avrò lasciata, a gloria su
Ma forse
ancora è tempo di donarti, o dono
di Dio. Fin che io respiri, ancora è tempo.

Dal riconoscimento del dono al rimorso per non aver saputo dedicare la vita all’ “unum necessarium”. A determinare il passaggio è la stessa sofferta bellezza del vivere. Nella Negri non si può dire “dove cominci la gioia spirituale, la liberazione, perché è attraverso la gioia che le davano la natura e la vita, tutta la vita, che pure le aveva strappato tante e tante lacrime, che ella arriva alla verità” (Angela Gorini Santoli, Ada Negri, invito alla lettura). Non è mai troppo tardi per chiedere al Padre, nella sua infinita misericordia, ancora una possibilità di lasciare, “a gloria sua”, ciò di cui non siamo stati capaci in un passato di cui ci afferra la nostalgia struggente.

In Italia “c’è una lavagna immateriale eppure ben visibile, sulla quale vengono segnati i ‘buoni’ e i ‘cattivi’ della storia” (Enzo Erra). Iscritta all’albo dei cattivi (e spedita dietro la lavagna) non poteva mancare la maestrina di Lodi, grande poetessa e prosatrice assurta a fama internazionale, amata e letta da generazioni di italiani nel periodo fra le due guerre, candidata per due volte al premio Nobel, apprezzata da Rainer Maria Rilke, stimata da Mommsen, lodata da Marinett, e poi, dopo la sua morte, censurata dalla critica ufficiale e ingiustamente dimenticata, anzi epurata, a partire dai primi anni ’60 del secolo scorso.

In una antologia per le scuole superiori del 1950 (L. Bianchi- P. Nediani, Verso l’alto) leggiamo ancora che la Negri è “la maggiore e migliore poetessa che l’Italia abbia forse mai avuto”. Poi, nello spazio di pochi anni, “nec nominetur in vobis”! Letteralmente scomparsa dai libri di testo delle scuole di ogni ordine e grado. Anche il centocinquantesimo anniversario della nascita è passato nel più assordante silenzio.

Quello di Ada Negri, non è neppure un caso. Lungi dal rappresentare una strana anomalia, rientra in quell’operazione di proseguimento e consolidamento “dell’attività della Resistenza su un piano intellettuale” (Vittorio Sgarbi) messa in atto dal PCI dopo il 1945. Alla fase stragista della guerra civile, continuata fin verso il 1948, doveva necessariamente subentrare, vista l’impossibilità, dopo Yalta, di una conquista del potere con la forza, quella della pianificazione delle coscienze e della gestione del consenso tramite l’egemonia culturale finalizzata a forgiare la società secondo la visione marxista. Visione confluita poi (vista la comune matrice risalente all’Illuminismo) nell’attuale “mainstream” relativista-liberista-globalista.

Il progetto si realizza, secondo la lezione gramsciana, con l’occupazione fisica e ideologica di scuole, università, case editrici, cinema, televisione, critica letteraria e, a partire dal Concilio Vaticano II, sagrestie e stampa clericale. Con l’arruolamento in massa di scrittori, giornalisti, poeti, storici, cineasti, critici letterari, insegnanti, preti, intellettuali e para-intellettuali, si formava, a poco a poco, la casta tuttora dominante dei “gendarmi della memoria”(Giampaolo Pansa). Operazione condotta scientificamente e facilitata (spesso fiancheggiata) dalla pochezza e dalla complicità della classe dirigente della Democrazia Cristiana, “il partito di centro che guarda a sinistra” (Alcide De Gasperi), oltre che da una chiesa sempre meno cattolica e sempre più minata dal tarlo modernista.

Si resta veramente sbalorditi dall’efficacia devastante di tale azione e dai risultati ottenuti, come riconosceva qualche anno fa Ernesto Galli della Loggia: “Se il PCI e gli intellettuali in qualche modo a esso vicini sono riusciti nell’impresa di esercitare un’influenza direttiva sull’insieme della cultura italiana, ciò non può che andare a loro merito. Significa… che Togliatti, il grande artefice di questa operazione, era un politico di primissimo ordine, profondo conoscitore della storia del paese, capace come pochi di muoversi nelle cose della cultura e di accattivarsi le simpatie dei suoi addetti ai lavori” (Corriere della Sera, 2004). Tale “status quaestionis” della scuola e della cultura italiana è lapidariamente sintetizzato da Vittorio Sgarbi: “tutti i luoghi dove si manifesta il pensiero hanno una cultura organizzata dalla sinistra”. Cultura debole nel pensiero, ma potente nei mezzi…

Assai più belli i bei giardini, se nascosti…” ( Ada Negri, “I giardini nascosti”, da “Il dono”). Alla luce della precedente disamina, la clandestinità di Ada Negri appare scontata. Troppo trasgressiva la sua figura in un contesto di zerbinaggio culturale come quello italiano. Rinnegato l’”abbaglio” preso in giovinezza con l’adesione al socialismo e ripudiata la concezione dell’arte come missione sociale, la scrittrice lombarda, pur senza possedere mai la tessera del PNF, aveva dato il proprio assenso alla politca del Fascismo, aveva ricevuto numerosi riconoscimenti dal regime (nel 1931 il “Premio Mussolini” in Campidoglio, nel 1938 la medaglia d’oro dal ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai), aveva mantenuto fino all’ultimo relazioni di confidenza e amicizia con il Duce ed era stata la prima e unica donna ammessa, nel 1940, all’Accademia d’Italia.

A tutto questo, già sufficiente per una “damnatio capitis”, prima ancora che “memoriae”, si deve aggiungere l’aggravante del cammino ascetico che la porta alla conversione religiosa e l’estraneità del suo messaggio poetico alla deriva psichica di un gusto che celebra ormai solo la liquefazione nichilista dell’umano. “La sua parabola iniziata come fervente socialista e culminata in un’accesa ricerca di Dio non era più interessante per i signori della cultura post-bellica” (Davide Rondoni, “Ada Negri, La solitaria incompresa dai critici”, su “Avvenire”). In altre parole “Ada Negri ha ‘meritato’ l’oblio presente poiché tutto il suo itinerario… non è approdato al nichilismo gnoseologico, volontaristicamente umanitario oggi in voga” Davide Rondoni, “Mia giovinezza”). Nichilismo e disfattismo gnoseologico che hanno invece paradossalmente salvato dall’oblio Luigi Pirandello (astioso detrattore, insieme a Croce, della poetessa), la cui convinta adesione al Fascismo ( ui, sì, aveva la tessera) è ancora oggi surrettiziamente negata o sottaciuta dai critici.

Ada Negri nasce a Lodi il 3 febbraio 1870, nel palazzo signorile Cingia-Barni dove la nonna svolge la mansione di custode. L’anno seguente il padre muore di febbre tifoidea. La madre Vittoria e la figlia si sistemano, insieme alla nonna, in due piccole stanze del palazzo, mentre il primogenito Annibale viene affidato allo zio materno, rimasto senza figli. In Stella mattutina l’autobiografia (dai 7 ai 17 anni) scritta in terza persona e pubblicata nel 1921 con una prefazione di Benito Mussolini sul “Popolo d’Italia” (“Mia cara amica, ho ricevuto ‘Stella mattutina’…Mi piace molto… spero di poterla recensire io”), la poetessa ci racconta, con malinconica nostalgia, la sua non facile infanzia: “La mamma non è più giovane (si è sposata tardi) e ha già molti capelli grigi… sposa, fu cucitrice in bianco: rimasta vedova e nella più dura miseria, dovette collocarsi come operaia in uno stabilimento di filatura e tessitura di lane… lavora tredici ore filate: spesso è costretta alla mezza giornata della domenica”.

Eppure, nonostante gli estenuanti orari di lavoro, questa donna riesce a portare a casa luce e serenità. “Non porta con sé la polverosa e grave atmosfera d’un lanificio… Quando, finiti i chiacchiericci delle serve in portineria, la bambina va a letto, verso le nove e mezzo, l’uscio fra le due stanze rimane aperto. Ella, quatta quatta, sotto le coltri e fingendo di dormire, ride, ride nell’anima, perché sa che sta per scoccare l’ora meravigliosa. Di lì a poco, infatti, con la sua voce limpida, la madre, che crede la bimba addormentata, comincia a leggere forte. Per divertire la nonna e per la propria gioia, legge, a puntate, i romanzi d’appendice d’un giornale quotidiano. Ignora che la piccina ascolta, con gli occhi tesi, col cuore teso”.

Ada è una bambina orgogliosa, gioca con le figlie del conte Barni e nei giochi “vuole essere la prima, deve essere la prima, perché è povera”. Crescendo “si sente diventar di brace… quando deve aprire il cancello grande alla carrozza dei padroni… respira male quando deve portare le lettere o fare qualche commissione. Non invidia il lusso delle sale padronali… Solo, non vuol servire”. Gli enormi sacrifici che la madre affronta per permetterle di frequentare la Scuola Normale Femminile suscitano in lei quel sordo rancore che sfocerà nell’adesione giovanile al socialismo. La mamma “guadagna abbastanza per non morir di fame, lei e la sua bimba: è contenta: ne ringrazia Iddio. Ma non capisce che la derubano? Non c’è nessuno che la difenda?…Processata, andrebbe, la fabbrica; e condannata”.

Nel 1887, conseguito il diploma di maestra, Ada Negri è giovanissima insegnante prima nel collegio femminile di Codogno e l’anno successivo nella scuola elementare di Motta Visconti. Ha lasciato Lodi non senza rimpianti. Nel 1892, ottenuta la cattedra di italiano nella scuola magistrale, avviene il traferimento a Milano insieme alla madre. È l’anno in cui si palesa il suo talento poetico con l’apparizione di “Fatalità”, il primo volume di liriche pervase da un forte senso di polemica anti-borghese e protesta sociale. Una delle prime composizini è, significativamente, “Sfida”:

O grasso mondo di borghesi astuti
di calcoli nudrito e di polpette,
mondo di milionari ben pasciuti
e di bimbe civette;

o mondo di clorotiche donnine
che vanno a messa per guardar l’amante,
o mondo d’adulterii e di rapine
e di speranze infrante…

e sei tu dunque, tu, mondo bugiardo,
che vuoi celarmi il sol degl’ideali…

Va, grasso mondo, va per l’aer perso
di prostitute e di danari in traccia:
io, con la frusta del bollente verso,
Ti sferzo in su la faccia.

A “Fatalità segue “Tempeste”, in cui compare il motivo autobiografico della delusione che pone fine all’amore per Ettore Patrizi, l’ingeniere che l’ha introdotta nei circoli socialisti, insieme a quello dei sacrifici compiuti dalla madre (“Vedova, lavorò senza riposo/ per la bambina sua…/ per darle il pan si logorò la vita,/ per darle il sangue si vuotò le vene”). A Milano la Negri conosce Filippo Turati e Anna Kulisciov, definita la “sorella ideale”. In seguito si legherà ad un sincero rapporto di amicizia col primo Mussolini ed entrerà nella cerchia degli intellettuali che gravitano attorno a Margherita Sarfatti, ninfa egeria del futuro Duce. Ha superato da poco i vent’ anni e l’appassionato accento sociale unito all’inclinazione femminista dei suoi versi le procura un rapido successo, alimentando il mito della “vergine rossa”.

Ada diventa una fervente socialista. Eppure, questa febbre non è destinata a durare a lungo. Il suo è un socialismo “poetico”. Così lo definisce Benito Mussolini: “La prima attività poetica della Negri è stata di carattere sociale. C’erano motivi intimi, oltre al colore del tempo. Il socialismo è stato, per la Negri, poetica, così come per me, ad esempio, esperienza politica”. Mai completamente era venuta meno, in lei, anche prima della conversione, quella religiosità assimilata da piccola, quando il suono della campane delle chiese di Lodi le apriva il cuore al senso dell’eterno e insieme alla mamma si recava alla Messa domenicale: “Dolci lumi, dolci sospiri d’organo; piccola gente ignota, tutta buona, mentre sta pregando; certezza di Dio Padre, Serenità”. Il suo sarà fino alla fine un socialismo umanitario (analogo a quello del Pascoli), che rifiuta l’odio di classe, tingendosi di un sentimento cristiano di profonda compassione per tutti gli umiliati e offesi della società. Schietto sgorga, dal profondo del cuore, in “ Occhi”, il pentimento per un atto di carità rifiutato:

Colei che per limosina mi tese
la mano, ieri (un bimbo alla sua gonna
stringea con l’altra), non mi disse nulla.
Sol mi tese la mano con guardinga
rapidità, ché alcun non la vedesse.
Nel volto non avea che gli occhi: immensi
occhi di febbre, disperati: il resto
era già terra. Ed io non so per quale
tristizia il passo accelerai, né feci
l’atto di carità, né mi rivolsi.
Nera ondeggiò la folla: io fui nessuno
per la misera donna, ella nessuno
fu per me; ma giammai dalla memoria
mi sarà dato cancellar quegli occhi.

Quando mi troverò dinanzi all’ombra
di morte (può, mia vita, esser domani),
fissi in quell’ombra rivedrò quegli occhi.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi…”. Quanta fraterna pietà e dolcezza nei versi della Negri così poco noti rispetto a quelli invece celeberrimi di Pavese! Davanti all’eterno saremo noi ad elemosinare pietà, allora ci ricorderemo di coloro a cui l’abbiamo negata , ci ricorderemo della nostra “divina indifferenza” di fronte al “male di vivere”.

Gli anni milanesi insieme alla fama portano finalmente, ad Ada Negri, il sospirato agio economico e la vita solitaria di prima cede il passo a intense relazioni sociali. All’ amore per il fidanzato Ettore Patrizi, partito per un impegno di lavoro in America con la promessa di tornare e che non farà più ritorno, segue, nel 1896, l’avventato e disastroso matrimonio con Giovanni Garlanda, industriale biellese “di mentalità opposta alla sua” (Paolo Risso), destinato a concludersi, nonostante la nascita della figlia Bianca, con la separazione nel 1913. Un’altra bambina, la secondogenita Vittoria, muore dopo solo un mese di vita. E, nello stesso periodo, muore, consumato dalla tisi a soli 35 anni, lo scapestrato fratello Annibale il quale, rimasto privo della guida paterna e dell’affetto materno, aveva condotto un’esistenza dissipata e infelice.

Sforunato sarà anche l’ultimo grande amore cantato molti anni dopo nelle dolenti e appassionate liriche de “Il libro di Mara” ( 1919), che sono “un lungo pianto per l’amante scomparso” (Ettore Janni), portato via dalla “spagnola”. “Ci amammo/ come tu fossi l’uomo/ primo, io la donna/prima nell’alba del mondo…”, “ Una foglia cadde dal platano, un fruscio/scosse il cuore del cipresso:/ sei tu che mi chiami…”. Nello stesso anno Ada perde anche la madre.

Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale la Negri rientra a Milano dall’“esilio” di Zurigo, dove, subito dopo la separazione, si era trasferita per seguire figlia mandata dal padre in collegio a studiare le lingue straniere. Tornata in Italia si dedica a numerose iniziative di assistenza ai combattenti feriti e a favore dei profughi trentini e triestini. Alcuni anni prima aveva fondato un asilo per ragazze madri abbandonate. È crollato il mito del socialismo universale e pacifista in cui la “pasionaria” di “Fatalità” aveva creduto.

Si allontana dal socialismo di Turati e si avvicina a quello di Mussolini, mentre la sua attività artistica non conosce soste. Alterna la pubblicazione di poesie a quella di numerose raccolte di novelle ( “Le solitarie”, “Finestre alte”, “Sorelle” ), molte delle quali contenenti splendidi ritratti femminili e caratterizzate da “una bella prosa italiana e molta finezza psicologica” ( Ettore Janni). Indimentcabile in “Finestre alte”, per i pochissimi che la conoscono, la novella “Tuo figlio sta bene” rivisitata, senza troppi scrupoli, da Dino Buzzati nel celebre racconto “Il mantello”. Nel 1923 il soggiorno a Capri le ispira i “Canti dell’isola”, non scevri da influssi dannunziani (“Ho male di luce, ho male di te, Capri solare/ … Azzurra è la tua follia…”). “Per tutti coloro che ti visitarono – scriverà Matlide Serao – isola di desiderio… Ada Negri ha detto la parola alata, la parola che non ha bisogno di altra parola, l’ultima, l’unica”.

Pochi artisti e intellettuali italiani sono stati appassionati testimoni come la Negri di tanti e così cruciali eventi della nostra storia nazionale: la nascita del movimento socialista, i penosi conati colonialistici con l’umiliazione di Adua, la prima guerra mondiale, il Fascismo, la seconda guerra mondiale. Eventi che si intrecciano ad una biografia personale in cui la vita, nonostante la fama e l’affermazione in ambito letterario, non le ha fatto mancare amarezze e delusioni.

Comprenderti voglio, o vita, o vita/ che m’attanagli con sì dure branche…/ Dimmi il perchè, se un perchè esiste…” (“Comprendere”, dalla raccolta “Esilio”). Nel momento di maggiore smarrimento (“Ognun va solo, col mistero di sé fino alla morte”), dopo la separazione coniugale, “a salvarla dalla disperazione è la piccola Bianca, la quale, prima di addormentarsi chiede alla mamma di farle il segno della Croce” (Paolo Risso). “È proprio nella disgrazia – scrive Dostoevskij (“Lettera dall’esilio” alla signora Fonvizin ) – che ci è dato di vedere con maggior chiarezza la verità… La nostalgia della fede è tanto più forte, quanto più numerosi sono gli elementi che le si oppongono… Nulla di più bello, di più profondo, di più ragionevole del Salvatore”.

Svaniti i tre “sogni” della “tempestosa maestrina proletaria” – così li chiama Vincenzo Schillirò ne L’itinerario spirituale di Ada Negri (il socialismo, la gloria – aveva sperato nel Nobel, andato poi alla Deledda- e l’amore) – la poetessa trova finalmente la pace nel crepuscolo della sua vita. “Quando ero giovane non praticavo la Fede, ma sentivo la grandezza del Cristo. Non conoscevo la bellezza intatta del Dogma Cattolico, non riuscivo a penetrarlo. Poi i miei occhi si aprirono e il dolore mi restituì la fede… Ora sono al crepuscolo della vita e non desidero altro che raggiungere i miei morti che sono in Dio…Ogni giorno leggo il Vangelo e quella lettura mi dà il coraggio di proseguire”. La svolta decisiva avviene con “Vespertina”, raccolta edita nel 1930.

In “Deserto” il senso di solitudine e il tramonto di ogni illusione d’amore riempie il cuore di malinconia, ma non di disperazione:

…Come hai fatto a restar senza nessuno
sulla terra, così: che men solingo
è il cane a cui per via morì il padrone?

Trovassi ancora un po’ d’amore sulla
tua strada, pur sapendo che non dura
amore in terra più che in ciel non duri
la nube!….

Ma non son che tardi
vaneggiamenti. Non ritorna il tempo
d’amore. E tu non hai, per te, che il peso
de’ i tuoi ricordi , mentre scende l’ombra.

Nella preghiera “Pensiero d’autunno” (che chiude “Vespertina”) il pensiero della morte è dolce nell’abbandono in Dio. Anche l’agonia è una mite aurora.

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul più alto ramo.
Tremano, sì, ma non di pena: è tanto
limpido il sole, e dolce il distaccarsi
dal ramo per congiungersi alla terra.
S’accendono alla luce ultima, cuori
pronti all’offerta; e l’agonia, per esse,
ha la clemenza d’una mite aurora.
Fa ch’io mi stacchi dal più alto ramo
di mia vita, così, senza lamento,
penetrata di Te come del sole.

Versi limpidi, sconosciuti nelle nostre scuole, dei quali fu grande estimatore Benito Mussolini (appassionato e attento lettore di poeti fino agli ultimi giorni della sua vita). In un telegramma inviato alla poetessa nel dicembre 1930 il Duce scrive infatti “Ho letto oggi in un’ora di sosta il vostro volume ‘Vespertina’. Voglio dirVi le mie impressioni. Voi avete toccato le corde più profonde della lirica italiana da Leopardi in poi. Avete realizzato una identità fra il vostro spirito e la varia vostra natura: lo avete fatto nello spazio e nel tempo, il tutto traversato da una melanconia che mi ha reso un po’ triste. Credete alla mia antica ed immutabile devozione”.

Mussolini (ne fa fede il carteggio fra i due) nutrirà sempre una sincera ammirazione per l’antica compagna (e maestra come lui) con la quale condivideva anche l’umile origine e la sensibilità per i problemi sociali. “In quel giro di anni, tra il 1923 e il 1944, così carico di vicende e amarezze, non solo si delineano due personaggi… problematici e distinti, ma anche…legati a un rapporto di confidenza o a consuetudine di schietta amicizia” (Salvatore Comes, Ada Negri da un tempo all’altro).

Il 26 giugno del 1924, dopo la denuncia della scomparsa di Giacomo Matteotti, Mussolini rispondeva alla lettera con cui la Negri lo aveva rincuorato manifestandogli fiducia e devozione (“…Siete stato tradito; ma siete infinitamente più forte del tradimento e dei traditori. Forte perché puro. E invitto, sempre…”. “Voi mi scrivete? Per dirmi la vostra fede? C’è ancora qualcuno che non mi ha tradito? Che non mi tradisce? Che non mi tradirà? Quasi non ci credo. Grazie, cara Amica”). Il carteggio ci mostra peraltro un’affettuosa vicinanza spirituale della poetessa nei momenti più tristi della vita famigliare di Mussolini, quelli della prematura morte del nipote Sandro (a cui in “Vespertina” è dedicata “Per la morte di un giovane”), del fratello Arnaldo e soprattutto del figlio Bruno. “…Bruno vi è accanto: Bruno esiste: Vi accompagna, Vi illumina con la Sua presenza invisibile e il Suo sorriso immortale… In silenzio vi seguo con l’amore e con la preghiera”, Pavia, Collegio Vittoria 29-8-41, XIX.

È nelle raccolte “Il dono” (1936) e “Fons amoris”, uscita postuma nel 1946, che si affina e si approfondisce, nell’abbandono contemplativo, l’esperienza del divino. Lo studio della vita di Santa Caterina da Sena e soprattutto la scoperta di Santa Teresa del Bambin Gesù e del Volto Santo, dopo la lettura di Histoire d’une âme, la confermano nella sua devozione a Gesù. La “petite Thérèse” è ai suoi occhi “una delle anime più formidabili della Chiesa. È fatta di infinito ma tutto luce e carità operante”. In particolare “Ada Negri… ricorda l’episodio della vita della Santa in cui si narra che ella, già minata dal male, a chi la rimproverava per essersi alzata a camminare faticosamente rispose: ‘cammino per un missionario’. La poetessa è colpita da questo segno di sacrificio e d’amore e vuole lasciare memorabile quell’immagine”. ( Davide Rondoni). Ormai ha deciso di scrivere unicamente per il bene delle anime; la sua poesia, concepita come dono da “ridonare”, si fa espressione palese di quella religiosità che era stata la vena latente della sua ispirazione anche prima del ritorno alla Fede. Esempio pressochè unico, nel ‘900 italiano, di poesia religiosa, se si eccettua il caso di Clemente Rebora, lombardo come lei.

Bellissima, e di spessore leopardiano, “Nulla, Signore io sono:

Nulla , Signore, io sono
su questa terra. Nulla è questa terra
nell’universo. Ed io non so di dove
vengo, né dove andrò: tenebra fonda
prima che il tuo voler qui mi chiamasse,
cieca speranza nella tua clemente
misericordia, oltre il traguardo estremo.
Unica realtà questo mio nulla
che avanza in solitudine su angusto
ponte sospeso fra due sponde ignote:
e sotto ondeggia e rumoreggia il fiume
che non ha foce, e sopra ardon nei cieli
parole incomprensibili di stelle.
Che vuoi da me? Qual dono
chiedi alla mia miseria, e di qual luce
folgorerai l’anima mia, nel giorno
ch’ella in Te rivivrà?

Ma tu giammai
ti scopri. Ed è nel tuo pensiero occulto
ch’io più ti cerco e imploro: è in quest’angoscia
di sapere da Te ciò che m’ascondi
ch’io forza attingo per amarti- e il mio
tormento è grande come il tuo silenzio.

Non è la notte dei nichilisti, è quella dei mistici. “Misterioso doveva essere anche per lei il passaggio alle beatitudini celesti… Ma nelle chiese in cui torna con l’animo di bambina, nelle campane che sciolgono inni d’amore, nella figlia alla quale si ricorda, nelle albe, nei tramonti, nella lenta caduta dei petali di una rosa che muore, la memoria guida al presagio sicuro” ( Salvatore Comes)

In “Atto d’amore”, l’ultima poesia de “Il dono”, il sentimento religioso illumina ogni esperienza passata, compreso il dolore. Tutto è grazia. Come per la mistica di Lisieux: “Il Buon Dio volendo per sé solo tutto il mio cuore, esaudiva già la mia preghiera mutando in amarezza le consolazioni della terra”.

Or- Dio che sempre amai- t’amo sapendo
d’amarti; e l’ineffabile certezza
che tutto fu giustizia, anche il dolore,
tutto fu bene, anche il mio male,
tutto per me Tu fosti e sei, mi fa tremante
d’una gioia più grande della morte.
Resta con me, poi che la sera scende
sulla mia casa con misericordia
d’ombre e di stelle…

Nella lirica “Tempo” lo scorrere incessante dei giorni ci immette nel flusso dell’eterno e ogni momento della vita, trascendendo la caducità del presente, apre la nostra esistenza al soprannaturale. “ La vita ha in ogni battito la tremenda misura dell’eterno”. Il tempo è preludio all’eternità.

Giorno per giorno, anno per anno, il tempo
nostro cammina! L’ora ch’è sì lenta
al desiderio, tu la tocchi infine
con le tue mani; e quasi a te non credi,
tanta è la gioia: l’ora che giammai
affrontare vorresti, a cauto passo
ti s’accosta e t’afferra- e nulla al mondo
da lei ti salva. Non è sorta l’alba
che piombata è la notte; e già la notte
cede al sol che ritorna, e via ne porta
la ruota insonne. Ma non v’è momento
che non gravi su noi con la potenza
dei secoli; e la vita ha in ogni battito
la tremenda misura dell’eterno.

Il motivo del Tempo come preparazione all’eternità ritorna in “ Mia giovinezza”, la lirica che riassume, forse più di ogni altra, l’iter spirituale di Ada Negri e la sua acquisita visione sapienziale del mondo. “La Grazia di scoprire che… un essere umano può amare senza pensare di essere amato, e che questo esige un pozzo infinito all’origine” è, per don Luigi Giussani (Le mie letture), il primo fattore della conversione di Ada Negri. Davanti al “Lume che non inganna” non si patisce più l’angoscia dell’ora che fugge. Quello che passa è solo il simulacro caduco della giovinezza. Essa rimane tesoro perenne per chi ha imparato ad amare senza ritorno (“ami e non pensi essere amata”), rendendo grazie a Dio per ogni vita che nasce. La morte non è più la fine, ma il Fine.

Non t’ho perduta. Sei rimasta in fondo
all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:
senza fronda né fior, senza il lucente
riso che avevi al tempo che non torna,
senza quel canto. Un’altra sei, più bella.
Ami, e non pensi essere amata: ad ogni
fiore che sboccia o frutto che rosseggia
o pargolo che nasce, al Dio dei campi
e delle stirpi rendi grazie in cuore

Or guardi al Lume
che non inganna: nel suo specchio miri
la dubitabile vita…
di Dio soltanto e solo in lui felice…

Gli ultimi anni della vita di Ada Negri sono funestati dalla guerra (la seconda in vent’anni) e dalla tragedia dell’8 settembre. Nel 1940 era stata nominata Accademica d’Italia, designazione avvenuta per scelta personale di Mussolini, come risulta da un autografo dell’allora Presidente dell’Accademia Luigi Federzoni. La salute è ormai malandata, ma lei adempie a tutti gli impegni che la prestigiosa onoreficenza le impone, pur continuando a scrivere versi (“non li chiamo, vengono da sé, come se un’altra anima vivesse nella mia”) e a inviare scritti al “Corriere della sera”. Nonostante l’amicizia con Marinetti, era rimasta estranea al Futurismo, così come all’Ermetismo e a ogni altro movimento letterario.

Refrattaria a qualunque atteggiamento di servilismo verso il regime (a differenza dei camaleonti del 25 aprile), era sempre rimasta “fedele a se stessa, a quella sua figura di poetessa per vocazione quasi a seguire la sua stella luminosa; a quella sua parola dotata di una limpidezza estrema che, fin dall’inizio, non ancora ventenne, aveva rivelato la sua poesia” (Massimo Barile). Non tradì mai l’amicizia dei compagni socialisti della sua giovinezza (come dimostra il carteggio con Enrico Gonzales) e nel 1928 era riuscita a salvare dal “confino” Nella Giacomelli, la maestra lodigiana accusata di complicità con l’anarchico Lucetti in un attentato alla vita del Duce. “La vostra raccomandata Nella Giacomelli sarà posta in libertà prossimamente oggi aut domani stop. Mi est grato ricordarmi a voi con sentimenti antica devota amicizia” (questo il telegramma inviatole da Mussolini il 12 agosto 1928).

Di grande conforto, negli ultimi anni, è sapere di contribuire all’edificazione spirituale di moltissimi che le scrivono colpiti dal fervore religioso delle sue poesie. L’Italia crolla sotto i bombardamenti terroristici e anche la sua casa milanese in via dei Mille viene distrutta. È costretta a continui spostamenti in cerca di luoghi sicuri. Soggiorna a Pavia, città molto amata, nella quale era stata spesso ospite del Collegio Boerchio (“la rossa Pavia, città della mia pace”, e dei “giardini nascosti”, con gli “scorci longobardi” evocati nelle prose di “Erba sul sagrato”), poi a Parma, a Bollate, e infine di nuovo a Milano nella casa della figlia Bianca e dei nipoti.

Attorno a lei solo lutti e rovine che, scrive a padre Giulio Borsotti, suo direttore spirituale, la fanno sentire “ferita da tutte le parti”. Dopo il colpo di stato del 25 luglio, nell’agosto 1943, il nuovo direttore del Corriere della sera, Ettore Janni, le aveva scritto: “Le sarei grato se per qualche mese, mentre durano le recriminazioni contro coloro che sono stati graditi al vecchio regime, sospendesse l’invio dei suoi scritti”. Il 15 aprile 1944 a Firenze viene assassinato, in un agguato teso da terroristi rossi, il filosofo Giovanni Gentile, presidente dell’Accademia d’Italia.

In tale sfacelo, Ada si prepara al transito “calma come una lampada che splende/ entro una cripta a fianco dell’altare”. Ad infonderle forza e serenità è la preghiera quotidiana del Santo Rosario, ed è l’immagine di Santa Teresa del Bambin Gesù morente (“Non muoio fratello, entro nella Vita.Tutto ciò che non posso dirvi quaggiù, ve lo farò sapere dall’alto dei cieli”) a ispirarle l’ultima supplica al Signore: “Quando morta sarò, non darmi pace/ né riposo giammai ne le stellate/ lontananze dei cieli. Sulla terra/ resti l’Anima mia. Resti fra gli uomini/ curvi alla zolla, grevi di peccato:/ con essi vigili, in essi operi, ad essi/ della tua grazia sia tramite e luce./ Lascia ch’io compia dopo morta il bene/ che nella vita compiere mi illusi/ o me povera povera! E non seppi…”.

Ada Negri non vedrà la fine della guerra. Si spegne a Milano per un attacco di cuore la notte fra il 10 e l’11 gennaio 1945, tre mesi prima delle “radiose” giornate del 25 aprile e di piazzale Loreto. È lecito chiedersi: che cosa le avrebbero riservato, se fosse stata ancora in vita?

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6 commenti su “Ada Negri, la poetessa che si innamorò di Dio (e incantò Mussolini)”

  1. corrado corradi

    Articolo bellissimo che lumeggia alla perfezione vita, anima, auditum e versi della più grande poetessa italiana e che ne descrive il sostrato storico in cui é sbocciata e fiorita. Da registrare per poterlo rileggere.

  2. Nei miei libri di scuola elementare comparivano le poesie di Ada Negri e probabilmente piacevano alla nostra maestra, perché ricordo di averne imparate (forse in “formato ridotto”, per piccoli sforzi di bimbi). Erano gli anni cinquanta…
    Leggere di questa grande poetessa che non ho mai dimenticato mi suscita teneri ricordi.

  3. antonio corso

    quando io frequentai il ginnasio superiore nei primi anni ’70, avevamo un libro di testo (Consonni, Poesia e Prosa) che ancora la onorava, poi piu’ nulla. Finira’ mai lo stupro dell’Italia da parte delle mafie di sinistra?

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