Cattiva pubblicità

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Sì, lo so: molti di voi, come chi scrive, guardano poco la televisione: qualche telegiornale, ma con ben indossate le lenti del dubbio e del sospetto riguardo alle notizie propalate dal regime, qualche talk show, ma con pastiglie antigastrite a disposizione per il nostro masochismo nell’insistere a vederli, qualche documentario, qualche buon vecchio film western, di quelli in cui i buoni sono buoni e i cattivi cattivi, dove le donne fanno le donne e gli uomini gli uomini, bei film ben poco politically correct, magari con quel John Wayne le cui statue e la cui memoria sono sotto attacco dei liberal, delle femministe e dei terroristi black lives matter.   

I film e le fiction contemporanei, sia italiani che stranieri, sono ormai strumenti di propaganda dell’antifascismo, dell’antirazzismo, del femminismo, dell’ideologia omosessualista e genderista. D’altronde negli USA la “rieducazione delle masse” attraverso il cinema è diventato obbligatoria: a partire dal 2022, l’Academy, ossia la potente community che gestisce i Premi Oscar e molto altro (i produttori, gli sceneggiatori, gli attori le devono una riverente obbedienza) ha ordinato che le pellicole che ambiranno alle famose statuette dovranno seguire regole stringenti, con complicati standard, sotto-standard e quote: le storie dovranno essere politicamente corrette, ci dovranno essere adeguate rappresentanze, anche a livello di attori protagonisti, dei vari gruppi razziali e sociali elencati nei protocolli: persone “non caucasiche” (con relativi sottogruppi), LGBT, persone con disabilità cognitive e fisiche e così via. D’altronde sono sempre più frequenti opere cinematografiche o televisive che contro ogni evidenza storica rappresentano con la pelle nera personaggi storici europei del passato. Compresi Romeo e Giulietta.

Anche le fiction italiane (ma pure francesi, tedesche, britanniche etc.) sono inquinate da una talvolta sottile, talvolta grossolana propaganda ideologica. Fateci caso, anche se non siete frequentatori di queste fiction e vi capita di vederle di rado. La retorica dei “diritti civili”, il femminismo più acceso e militante, l’immigrazionismo, l’antirazzismo, la svalutazione della famiglia, la ridicolizzazione delle identità e delle appartenenze, l’ideologia omosessualista e genderista sono ormai il messaggio costante, insinuante, martellante di queste opere.

D’altronde è così che, nel tempo, si cambiano le opinioni correnti, il sentire comune: infiltrando nella società e nelle menti le ideologie liberal per mezzo di prodotti per l’intrattenimento, i film, le fiction, persino i cartoon, contrabbandando le ideologie della dissoluzione sociale, civile e morale come “normali”, accettabili, associando le idee “politicamente corrette” ai personaggi positivi, ai “buoni” e abbinando invece ai personaggi “cattivi” le idee sgradite ai Signori del caos e della perversione. Di più: mentre guardiamo un prodotto d’intrattenimento i nostri filtri mentali, la nostra vigilanza ideologica, la nostra attenzione critica sono evidentemente più deboli, più distratti. Così certe perversioni ideologiche “passano” più facilmente e più facilmente agiscono sui nostri meccanismi di giudizio di valore e sulle nostre idee di fondo. É un meccanismo sottile di condizionamento psicologico o, per usare un’espressione d’antan, di “corruzione delle menti”. É il “trasbordo ideologico inavvertito” così ben descritto da Plinio Corrêa de Oliveira.

Di più: dal ’68 in avanti (ma forse anche ben prima) nella società, nell’arte, nella letteratura e quindi anche nella produzione dell’entertainment si è messo in moto un processo, con velocità crescente, d’imbruttimento, di involgarimento, d’imbarbarimento. Non è solo la proposizione ossessiva di scene violente od oscene, ma è proprio l’irrompere del brutto, del volgare, dell’escrementizio, del sordido, del truculento, del cadaverico, del mostruoso. E questo ha modificato, in peggio, il nostro livello di accettazione di immagini che solo vent’anni fa avremmo considerato degne di censura, quella censura di Stato peraltro abolita recentemente; mentre è sempre più rigida e feroce, invece, la censura liberal e politically correct contro le idee sgradite da parte di Facebook, Twitter, Amazon e YouTube, che è arrivata a silenziare persino il Presidente degli Stati Uniti, tutti i gruppi di destra, i cattolici pro-life e anti-gender. 

Ma c’è un altro prodotto televisivo che dovrebbe meritare di più la nostra attenzione critica e la nostra intelligenza analitica: la pubblicità. Quanto abbiamo detto sull’abbassamento della soglia della vigilanza cognitiva nella visione dei film e delle fiction, vale ancor di più nei confronti della pubblicità. La guardiamo distrattamente; spesso, quando inizia, facciamo zapping. La sua efficacia è data dai contenuti, certo, ma anche dalla ripetitività delle sue immagini, degli slogan martellanti. 

Quello che si è detto sull’imbruttimento e involgarimento delle produzioni cinematografiche e televisive vale ancor di più per la pubblicità. Solo dieci, vent’anni anni fa avremmo trovato inaccettabili e disgustose certe pubblicità propinateci oggi. Così, mentre magari stiamo cenando e siamo in attesa del solito TG (è colpa nostra, mai cenare con la televisione accesa), ecco scorrere uno spot di origine straniera, tra l’altro pessimamente doppiato, che illustra i miracolosi vantaggi di un certo prodotto contro la diarrea, la flatulenza, la stitichezza e tutte le possibili disgrazie gastrointestinali che la letteratura medica può censire. Un altro prodotto, perseguendo una sana suddivisione dei compiti, è invece pubblicizzato come specialista contro le “feci dure” di cui, apparentemente, è afflitta la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Quanto rimpianto per la garbata dolce Euchessina.

Poi, visto che siamo un paese per vecchi e in crisi demografica, sono completamente scomparsi gli spot per pannolini per bambini sostituiti da quelli contro le perdite urinarie, con signore un po’ âgée impossibilitate a ridere in un cabaret o imbarazzate a salire su un ascensore. A proposito di prodotti farmaceutici, avete notato che da quando la feroce dittatura sanitaria ci ha rinchiuso, c’impedisce di vederci con gli amici, ci obbliga a grotteschi mascheramenti si sono moltiplicate le pubblicità di medicinali da banco contro l’insonnia, i risvegli precoci e l’ansia (però “lieve”)? Non è che la reclusione imposta dal regime anticovid qualche problemino di tenuta psicologica nei cittadini lo provoca? 

Ma il fondo viene toccato, fateci caso, con un paio di spot di assorbenti femminili: qui si ritiene che la volgarità più spinta, il femminismo più aggressivo e trasgressivo, la volgarità delle immagini e delle parole, la volontà di offendere il decoro e il buon gusto, gli ammiccamenti pornografici possano aiutare le vendite. É difficile dire se sia così, ma, se lo fosse, sarebbe molto preoccupante. L’autrice/regista di uno di questi spot, intervistata su internet, ha la bontà d’informarci che la denominazione data al suo video pubblicitario è “viva la vulva”. Le immagini dello spot sono, coerentemente, illustrative del suo titolo. E l’autrice, orgogliosa del suo anticonformismo, si compiace di questa grande conquista dell’autocoscienza femminile.  

Negli ultimi anni sono cresciuti anche i riferimenti, in temi e in immagini, al mondo omosessuale, spesso solo accennati, con “passaggi” di poche frazioni di secondo. In diversi casi, ad inizio campagna, vengono proposti sul video pochi spot più lunghi con allusivi ammiccamenti o immagini provocatorie che poi scompaiono nella versione successiva. Sono messaggi commerciali semi-occulti, un’affermazione di adesione, non si sa quanto sincera, all’ideologia omosessualista mainstream (“noi siamo illuminati e progressisti”) ma la prudenza quantitativa nella loro rappresentazione può anche far pensare che i pubblicitari sappiano bene, è il loro mestiere, che l’opinione pubblica “generalista” non apprezzi più di tanto queste allusive strizzatine d’occhio.

É tuttavia ancora ben presente il ricordo del linciaggio mediatico subito da Guido Barilla, dell’odio feroce scatenato contro di lui dalle lobby omosessualiste internazionali, perché colpevole di aver solo espresso parole di apprezzamento per la famiglia (quella vera). L’azienda, a fronte della minaccia di un boicottaggio globale da parte di questi piccole ma potentissime e aggressive lobby appoggiate dai poteri forti dei media, fu costretta a trasformarsi in una “gay friendly company”, con imposizione dell’ideologia della diversity e tutti i paraphernalia che ormai affliggono le grandi multinazionali in nome della dittatura omosessualista e, più in generale, liberal. Ovviamente la penitenza inflitta comprendeva anche pubblicità in linea con questa ideologia. So per certo che molte famiglie per bene, per reazione contro questa resa a uno dei peggiori “poteri forti” smisero di acquistare questa marca di pasta e i prodotti alimentari del gruppo. 

Non mancano però pubblicità molto più esplicite, al limite del pornografico. Una grande azienda tedesca di vendita on-line di prodotti d’abbigliamento ha recentemente diffuso uno spot che, oltre ad immagini esteticamente non edificanti, contiene anche un “appassionato” bacio tra omosessuali.  Questa la sussiegosa e autocelebrativa presentazione sul web dello spot pubblicitario: “Diversità, inclusività, emancipazione femminile, fluidità di genere e body positivity, questi i valori al centro della campagna per la primavera 2021”. Con l’incombente Ddl Zan, potremo ancora dire che consideriamo inopportuno, sotto molteplici punti di vista, questo genere di pubblicità? 

D’altronde esiste anche una rete ufficiale di aziende che, in nome della “inclusività”, “uguaglianza”, “diversity”, sostiene il “mondo LGBT”. Si chiama Parks liberi e uguali, con il motto “Global Inclusion through LGBT Inclusion”. Se volete sapere quali sono queste aziende (sono molte e grandi), guardate sul loro sito. 

Un altro effetto di un dominante pensiero omologato e globalizzato impensabile solo un ventennio or sono è la invasiva, insistente presenza di testimonial e attori “di colore” in molte pubblicità. In quelle delle aziende multinazionali è la norma, direi è obbligatorio. Ma la loro presenza è massiva anche in pubblicità di aziende italiane. É commercialmente giustificata dall’attuale composizione etnica e sociale del pubblico televisivo oppure è una resa all’imposizione di una società meticcia, priva di identità etnica e culturale, di radici storiche, di senso di appartenenza? É un subdolo tentativo di convincerci ad accettare una società ancor più multirazziale e multiculturale di quella attuale? É un sottile memento della Grande Sostituzione che incombe cupamente sul nostro futuro? Ovviamente è pericoloso anche solo sussurrare un educato dissenso riguardo a questa “invasione” nelle pubblicità: la legge Mancino, la legge più liberticida del nostro ordinamento (ma presto il suo potere liberticida verrà moltiplicato con l’innesto del Ddl Zan) ce lo ricorda.

Tuttavia, l’ideologia che ormai trionfa totalitariamente e arrogantemente nella pubblicità è quella ecologista. I Signori del Marketing, chiusi nei loro uffici e nelle loro convinzioni radical-chic, danno per scontato che tutti gli italiani si siano convertiti alla intollerante religione del riscaldamento globale antropico. É il trionfo di espressioni come “sostenibile” (un giorno qualcuno ci dirà cosa esattamente vuol dire), con la variante “eco-sostenibile”, “naturale”, “biologico”, “responsabile”, “biodiversità”, “economia circolare” (intendono un’economia che va a rotoli?). Poi, notate come godono i semicolti nell’uso ripetuto, insistito ed esibito di “resilienza”, parola fino a qualche tempo fa conosciuta solo nei laboratori di Fisica. Tutti i consumi devono essere confacenti ai dettami dei dogmi ambientalisti.

É il trionfo di quella “transizione ecologica”, che non si sa bene cosa sia, che non è stata votata da nessuno, che non sappiamo a che cosa ci servirà, dove ci porterà e soprattutto quanto ci costerà, ma che ci è stata imposta dall’ONU e dall’Unione Europea. Così, una grande marca di mobili svedesi cita esplicitamente un non ancora dimostrato “cambiamento climatico” e invoca un “pianeta più sostenibile”. Un provider di rete mobile mostra minacciosi dimostranti con cartelli con la scritta “non abbiamo un pianeta B” (l’ovvietà è la cifra degli imbecilli). Greta e i suoi gretini sono ormai testimonial commerciali. Una banca mostra soddisfatta una ragazzotta sua cliente che sceglie un’auto “green”. Marche produttrici di auto elettriche o ibride magnificano gli eco-incentivi (pagati da tutti noi).

Un supponente, antipaticissimo testimonial di un’azienda di surgelati ci informa (più o meno testuale) che: “peschiamo in modo sostenibile e poi dovremmo metterci degli additivi?” e ancora: “coltiviamo in modo sostenibile e poi dovremmo mettere la verdura nella plastica?” Boh, facciano un po’ quello che vogliono, tanto io quei prodotti non li acquisterò mai. E dei “rivoluzionari” hamburger vegani, cosa possiamo dire? Gli ecologisti/vegani vorrebbero imporceli, così elemineremmo le vacche e i loro pericolosissimi peti che, secondo costoro e le loro teorie ben più strampalate di quelle degli onesti terrapiattisti, sono la rovina del pianeta. Piccola parentesi a proposito di mare e di plastica. Ricordate la gigantesca isola di rifiuti di plastica che, secondo gli ecologisti plasticofobi, avrebbe dovuto trovarsi nel mezzo dell’Atlantico, grande come un continente, visibile persino dalla Luna, se non da Marte? Ne avete più sentito parlare? No? Già, è scomparsa dai media e dall’oceano, se mai è esistita, mitica come Atlantide e come Atlantide inabissatasi.

É l’Isola Che Non C’è (più). Certo, abbiamo il diritto di pensare che l’esistenza di Atlantide sia ben più credibile, essendo stata descritta da autori come Platone e Diodoro Siculo, ben più affidabili dei mistificatori ambientalisti. D’altronde la bufala ecologista serviva a contribuire a imporre quella sciagurata plastic tax voluta fortemente dall’Unione Europea che, anche se rimandata al prossimo gennaio, metterà in grave difficoltà molte aziende, soprattutto medio-piccole e farà aumentare i prezzi al dettaglio. É la Green Economy, bellezza.

Poi ci sono i finanziamenti delle imprese a associazioni e ONG di vario genere, ma sempre “progressiste”, in nome di una ipocriticissima Corporate Social Responsibility. Qualche esempio: una cooperativa della grande distribuzione che ci ripete, ma guarda un po’, che oltre alle cose ci sono le persone, in occasione della festa della donna, in una pubblicità (su stampa) grondante buonismo, “sostenibilità” (ovviamente) e “impegno sociale”, annuncia di finanziare ActionAid, una rete multinazionale di attivisti che affermano di combattere “a sostegno dei diritti dell’uomo”, per “animare spazi di partecipazione democratica ovunque, in Italia e nel mondo” per “far crescere l’equità, migliorando la qualità della democrazia”. Insomma, avete già capito cosa si finanzia. 

Il colosso della pasta e di altri prodotti alimentari, di cui abbiamo già parlato, supporta il WWF: “Mulino Bianco rafforza l’impegno in sostenibilità”. Tenete presente che il WWF nel suo manifesto sul cibo (lo trovate sul suo sito), vagamente iettatorio, minaccioso e filo-vegano, così ci indottrina: “Le diete attuali mettono in crisi la stabilità climatica e la resilienza degli ecosistemi, rappresentando il principale fattore di degrado ambientale e di superamento dei confini planetari.” La frase è involuta e oscura e io, lo confesso, continuerò egualmente, nonostante il WWF, a sognare una provocatoria serie di portate di fritto misto alla piemontese, alla faccia della “stabilità climatica e la resilienza degli ecosistemi”.

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2 commenti su “Cattiva pubblicità”

  1. E’ un bombardamento senza tregua, dai film alle serie alle pubblicità. Gli attuali prodotti televisivi per bambini (con e senza omosessualismo incorporato) sono un concentrato di tossico per le anime (infantili e non). La Disney è diventata un carrarmato del più radicale progressismo. Hanno premiato film modestissimi (Touch Me Not, Berlino 2018) solo perché ideologicamente allineati. Non si capisce se i film belli non si facciano più, o siano bloccati dalla distribuzione-censura.

  2. corrado corradi

    io sono uno di quelli che ha boicottato Barilla dopo che questi si é appecoronato ai voleri delle lobby lgbt e ha realizzato pubblicità stucchevoli e ingannevoli circa la famiglia e l’amore. La vera famiglia, mutatis mutandis, deve essere quella del mulino bianco con un papà e una mamma (altre rappresentazioni sono fuffa) quanto all’amore, o é tra un uomo e una donna oppure anch’esso é fuffa, un sentimento che non é sfociato in sana maschia o femminea amicizia ma in un rapporto ingannevole.

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