DA LUTERO A HEGEL. IL CAMMINO GERMANICO DELLA FALSA GNOSI – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

 

Durante il XV secolo, la superstizione gnostica circolava nelle regioni dell’Europa non del tutto civilizzata, e in special modo nella arcigna e indocile Germania, il cui popolo era strutturalmente aperto al riflusso delle antiche superstizioni.

Nel vento arcaico alitante nella foresta antiromana si agitava Martin Lutero, un giovane monaco agostiniano, alla disperata ricerca di una assoluzione dall’invincibile peccato che lo affliggeva.

Ossessionato dall’avversione alla filosofia scolastica, che contemplava il colpevolizzante libero arbitrio e incalzato dal desiderio di dimostrare ad ogni costo che la radice della sua peccaminosità era una menzogna, Lutero escogitò la nozione (a suo modo tranquillante e perdonista) di servo arbitrio, destino emanato da un nume tenebroso e contraddittorio, in tutto simile al caotico pleroma degli antichi gnostici.

A tale falso nume Lutero mise in bocca addirittura l’insensato detto “ego sum dominus, qui creo bonum et malum” [1].

Il pensiero paleo-gnostico, occultato fra le righe dell’eresia luterana, nell’idealismo tedesco diventò esplicito, come è attestato sia dalla testimonianza del più brillante allievo di Hegel, Karl Rosenkranz, sia dalla ingente corrispondenza Hegel-Schelling, nella quale un instancabile e sagace ricercatore, Massimo Borghesi, ha scoperto dichiarazioni di stima entusiastica per la dottrina dello scolarca gnostico Marcione Pontico [2].

hcLuterano professo Hegel trasformò la teologia dell’inquieto frate in un sistema filosofico che, secondo la pungente definizione di padre Giovanni Cavalcoli o. p., ha l’andamento dell’allucinazione, in cui divinizza l’uomo attribuendogli quell’unità di essere e pensiero che è in atto solamente in Dio.

Un recente saggio di Alma von Stockhausen, autorevole docente di filosofia nell’università di Friburgo, propone un nuovo e puntuale esame dello sviluppo, nella monumentale opera hegeliana, del tema gnostico soggiacente/urgente nella teologia di Lutero.

Hegel, infatti, “vuol mostrare che il male in Dio deve essere concepito solamente come il cosiddetto malevale a dire come principio di movimento e di generazione.

Il male è pertanto trasformato nella figura del non essere, che a sua volta è concepito quale causa fatale del rovesciamento del divino nel mondo.

Quasi a confermare la dipendenza della dialettica hegeliana dallo gnosticismo, la studiosa tedesca cita un enigmatico e quasi eleusino testo di Hegel: “Dell’essere e del non essere si deve dire che in nessun posto in cielo o in terra esiste qualcosa che non contenga in se stessa sia l’Essere che il non Essere, come nel caso di Dio stesso”.

Di qui la mistica tesi sulla contraddizione, che in Hegel si rovescia nella figura della causa di ogni movimento ed animazione: “Soltanto se qualcosa porta dentro di sé una contraddizione, si muove, possiede spinta ed attività”.

Anche in questo acrobatico passaggio è trasparente la somiglianza della tesi hegeliana sulla contraddizione con il mito gnostico, che attribuisce la causa della scissione nel pleroma e della sua conseguente caduta nel mondo, al dissidio causato da un’entità insorgente, Sophia.

ldmNell’orizzonte gnostico non c’è posto per le idee di creazione e redenzione, né per la distinzione di sommo essere ed ente creato.

Hegel, infatti, altera il concetto di creazione abbassandolo e riducendolo a metamorfosi umana della divinità trascendente: “la conoscenza umana di Dio è la conoscenza che Dio ha di Se stesso”.

La mente di Hegel non contempla l’Ipsum Esse, “quella vita che inorridisce dinanzi alla morte, schiva della distruzione”, ma lo spirito del mondo, “che sopporta la morte e in essa si mantiene … Dio guadagna la sua verità solo a patto di ritrovare sé nell’assoluta  devastazione” [3].

Un acuto interprete di Hegel, Alexandre Kojève [4], ha sostenuto legittimamente che “La filosofia dialettica o antropologica di Hegel è, in ultima analisi, una filosofia della morte (o, che poi è lo stesso, dell’ateismo).  … Sapere assoluto hegeliano o Saggezza e accettazione cosciente della morte concepita come annichilimento completo e definitivo, fanno tutt’uno[5].

Alexandr Kojève ha dimostrato che nel sistema di Hegel la storia si riduce alla ripetizione perpetua e insensata della guerra di dio contro il suo intrinseco male.

La meticolosa lettura dell’opera hegeliana proposta dalla von Stockhausen rivela peraltro l’indirizzo idealistico alla riduzione dell’uomo a divinità gettata nel mondo: “L’intera creazione con angeli e uomini è definita da Hegel come una prima fase del divenire mondo di Dio all’interno del processo necessario del Suo porre Se stesso in opposizione con se stesso o auto-oggettivazione”.

Hegel sostiene appunto che “la conoscenza umana di Dio è la conoscenza che Dio ha di Se stesso”.

Di conseguenza l’idea di creazione si riduce a idea di una caduta fatale e drammatica: “L’autosvuotamento di Dio nel tempo non è un’espressione del Suo amore autocomunicante per l’uomo – al contrario: è l’auto-soddisfazione della spinta mentre diventa se stesso”.

Un velo di parole sontuose e contorte non è sufficiente a nascondere il nichilismo vibrante sulla vetta del pensiero moderno.

E’ dunque probabile che dalla hegeliana figura della caduta divina nel mondo, Martin Heidegger abbia legittimamente dedotto la nozione dell’uomo pastore del nulla.

Certo è che la ricerca delle fonti del nichilismo francofortese e del costume thanatofilo in drogata corsa tra cliniche abortiste, cliniche neurologiche, cliniche eutanasiste e forni crematori, rinvia all’idealismo tedesco, autentico vertice speculativo della modernità.

Hegel e Marcuse convergono nella rivolta contro il senso comune e contro la morale: Hegel definisce Aristotele “rancido filosofo”, Marcuse lo demonizza quale inventore e pre-padre dell’opprimente fascismo.

La conseguenza è che il qualunque progetto inteso a produrre una vero beneficio all’esistenza umana dipende dal fermo rifiuto di procedere sulla via modernorum.

L’idea di un compromesso, di un conciliabolo della tradizione con il delirio moderno da Hegel a Lutero fino a Kojève e ai francofortesi, non può avere altra finalità che l’umiliazione del pensiero e il soffocamento della vita.


 



[1] Cfr.: Alma von Stockhausen, “Da Hegel a Darwin: prerequisiti filosofico-teologici della teoria dell’evoluzione”, in Aa. Vv., “Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi“, a cura di Roberto de Mattei, Cantagalli, Siena, 2009.

[2] Sull’influsso della tradizione gnostica in Hegel cfr.: Karl Rosenkranz, “Hegel”, La Nuova Italia, Firenze 1966, Massimo Borghesi, “L’era dello spirito“, Studium Roma 2008, Ennio Innocenti, “La gnosi spuria L’Ottocento”, Sacra Fraternitas Aurigarum, Roma 2012. Negli anni Cinquanta del XX secolo l’insorgenza dello gnosticismo fu oggetto di una (allora incredibile) previsione del card. Giuseppe. In seguito la presenza gnostica fra le estenuate righe del “moderno” fu oggetto di ampie e documentate riflessioni pubblicate nella rivista “Renovatio”, fondata da Siri nel 1966 .

[3] Fenomenologia dello spirito, I, 26.

[4] Allievo di Jaspers e fortemente influenzato dal pensiero di Heidegger, Alexandre Kojève (1902-1968), “briccone alla corte di Hegel”, va annoverato fra gli autori che “concludono” la modernità nel nichilismo assoluto. Alla sua scuola si sono formati alcuni fra i più rilevanti protagonisti della svolta postmoderna: Jacques Lacan, Pierre Klossowski, Jean Paul Sartre, Georges Bataille e André Breton. Recentemente l’editrice Adelphi ha riproposto la raccolta completa delle sue lezioni su Hegel (“Introduzione alla lettura di Hegel”, a cura di G.F. Frigo, Milano, 1996).

[5] “La dialettica e l’idea della morte in Hegel”, Einaudi, Torino, 1948 e 1991, pag. 159. Più avanti (op. cit., pag. 179), Kojève precisa: “La Negatività hegeliana per sé presa non è altro che il Niente, che si può manifestare come morte. E Hegel lo dice chiaramente più volte. Per esempio nelle lezioni del 1805-1806, in cui scrive: il suo risultato: – morte, la Negatività pura, il non essere immediato

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