Di Tolkien e del “Piano Fanfani”. Elogio della casa

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Stiamo a casa. State a casa. Io resto a casa. In questo periodo di detenzione domiciliare, credo che il sostantivo “casa” sia quello più usato e abusato nelle trasmissioni televisive di ogni tipo: istituzionali (cioè di propaganda), d’informazione, di intrattenimento. Molto significativi, perché precise rappresentazioni di ciò che “i signori delle parole” suppongono essere gradito ai consumatori, gli spot televisivi di ogni genere: un profluvio di retorica casalinga, di belle famigliuole con padre, madre e persino molti figli dedite alle gioie dello stare insieme, di divani accoglienti, di allegre tavolate familiari (niente nonne e vecchie zie però, il regime lo proibisce), di colate di sughi di pomodoro e di melassa buonista.

Sono persino scomparsi quei brevissimi, quasi subliminali “inserti” pubblicitari glorificanti le coppie omosessuali. Certo, non sappiamo quanti italiani apprezzino veramente lo stare chiusi in appartamentini dalle cui finestre la vista è altrettanto angosciante, claustrofobica e triste di quella del film di Hitchcock La finestra sul cortile. Scopriremo che questi arresti domiciliari hanno aumentato i divorzi e la rabbia intra-coniugale? Come non concordare, ma solo stavolta, con Massimo Cacciari: “Odio la retorica del ‘che bello stare a casa’. Penso a quelli che vivono in 5 in 50 metri quadri”?

Comunque è possibile che, salvo crisi di rigetto per sovraccarico retorico, questa riabilitazione della casa, in un periodo pre-coronavirus di sradicamento, di scomposta ipercinesia dei “ceti medi urbani progressisti”, possa far del bene. E, allora, può essere di interesse qualche riflessione sulla casa e sui suoi nemici. Prendiamola da lontano.

Una della frasi più citate e, ammettiamolo, anche più abusate dell’amato J.R.R. Tolkien negli ambienti “identitari” è: “Le radici profonde non gelano” (“Deep roots are not reached by the frost”). Non viene mai citata la fonte precisa, ma è tratta dal Signore degli Anelli, in particolare dal primo libro della trilogia, La Compagnia dell’Anello, capitolo X e contenuta in un messaggio di Gandalf per Frodo. Non sappiamo se la frase sia stata stravolta nella sciagurata nuova traduzione, volutamente “meno epica” e più “politicamente corretta”, ordinata dall’editore Bompiani in sostituzione di quel gioiello di traduzione della prima edizione (elogiata anche da Tolkien) a opera di una giovanissima Vicky Alliata di Villafranca.

Certo è che la frase “Le radici profonde non gelano” rappresenta icasticamente la visione del mondo del pensiero identitario ed è questo il motivo del suo successo. Il tema, l’immagine e il valore simbolico delle “radici” e del “radicamento”, è connaturato alla cultura di destra, basti pensare al romanzo Les Déracinés dello scrittore nazionalista francese Maurice Barres, ove vengono esaltate la venerazione degli antenati e della linea di sangue che con questi si trasmette, e quindi la terra degli avi, la nazione.

Alle “radici” si affiancano altri valori/immagini che “informano”, nel senso più profondo, questo mondo: quello d’identità, naturalmente, ma anche la patria (la terra dei padri), la “piccola patria” (la Heimat dei nostri paesaggi e dei nostri campanili) quindi la famiglia (ovviamente quella naturale), e quindi, eccoci al tema, la casa: la casa propria, talvolta la casa di famiglia, quella dove sono nati i nostri avi e i nostri genitori (oh, ne esistono ancora, e non poche).

La casa come dimora stabile, protetta da quei solidi muri tanto odiati da qualcuno, la casa cantata da Ezra Pound nel XLV Canto: “Con usura nessuno ha una solida casa / di pietra squadrata e liscia / per istoriarne la facciata”. Non è un caso che l’epopea di J.R.R. Tolkien inizi, ne Lo Hobbit, con la descrizione della casa di Bilbo: “…comodissima […] con le pareti foderate in legno e pavimento di piastrelle, lussuosa”. Costruita da suo padre, Bungo, poi da Bilbo passata a Frodo e da questi a Sam Gangee. E la storia si conclude con il ritorno di Sam in quella casa, dalla moglie e dalla figlia, con un significativo e struggente “Sono tornato” dell’ultima riga de Il Signore degli Anelli. Non per nulla quando, nell’ultima parte del libro, Saruman-Sharkey occupa la Contea, caccia gli hobbit dalle loro case: “La graziosa fila di antiche caverne hobbit sull’argine nord del lago era in uno stato di miserevole abbandono e i loro giardinetti che prima scendevano allegri e vivaci sino al bordo dell’acqua erano pieni di erbacce”.

Gli abitanti della Contea vengono deportati in orribili falansteri collettivi: “Peggio ancora, vi era un’intera fila di case nuove lungo la riva del lago”. Quanto descritto da Tolkien si verificò veramente: nella Romania comunista di Ceausescu il regime pianificò la distruzione di 8.000 borghi rurali, dove resisteva ancora la piccola proprietà privata delle case e degli orti, per concentrare la popolazione agricola in mostruosi complessi agricoli-industriali: nella logica socialista, la distruzione delle case avrebbe consentito di annichilire la cultura contadina, la religione, le chiese dei paesi, la vita sociale familiare e comunitaria, le relazioni di villaggio, tutto ciò, insomma, che il social-comunismo di ieri e il turbo-capitalismo liberal di oggi, nati dalla stessa matrice illuminista, considerano un nemico del trionfo del mondialismo, del meticciato etnico-culturale e dell’ideologia omologante della globalizzazione.

La casa, quindi, come simbolo di stabilità, di protezione dei valori familiari, di radicamento. La casa come antitesi e antidoto allo sradicamento, all’isterica, frenetica, patologica mobilità delle persone vista come valore contemporaneo, a una movida (appunto) esistenziale di cui non si percepisce il lato patologico, di malattia sociale e individuale. Anche l’avventura e il viaggio necessitano di, e ricevono il senso da, un ritorno “verso casa”, di un ritorno alla Contea. La casa che chiediamo al nostro parroco di benedire, e per cui Beethoven ha scritto uno dei suoi brani più belli (e meno conosciuti), l’ouverture “La Consacrazione della Casa”.

È il cosmopolitismo la vera antitesi apolide della casa. Quel cosmopolitismo ottusamente orgoglioso di sé della tristissima “generazione Erasmus”, che è anche il titolo di un bel libro di Paolo Borgognone: “La Generazione Erasmus è sostanzialmente un soggetto e un oggetto della narrazione anarco-individualista del capitalismo contemporaneo.” Quell’Erasmus godereccio e pecoreccio (qualcuno lo ha definito Orgasmus), deresponsabilizzante, una sorta di “giochi senza frontiere esistenziale”.

Quel cosmopolitismo tanto adorato dai giovanotti, emigrati o Londoner che, raccontava affranto Beppe Servegnini, così frignavano dopo la vittoria britannica nel referendum sulla Brexit: “La mia generazione, soprattutto a Londra, dava per scontato di vivere in un paese cosmopolita”. Scriveva Tolkien in una delle sue lettere: “trovo questo cosmopolitanesimo americano terrificante”.

Quella generazione liberal che non si sente figlia di una Heimat o di una Patria, ma di un’epoca. La loro casa di millennial è necessariamente piccola e in affitto, certo per motivi economici, ma anche perché “tanto non ci sto mai”, spesso in obbligata coabitazione e con il trolley (che è il vero simbolo di questo tempo e di questa generazione) sempre pronto. Quale solida visione del proprio futuro si può avere senza che vi sia una possibilità, un progetto, una speranza per una propria casa?

Uno dei più formidabili fattori e moltiplicatori di ripresa nel nostro secondo dopoguerra, ripresa che ci porterà al “miracolo economico” degli anni ’50 e ‘60, fu il piano INA-Casa, detto anche “piano Fanfani”. Ora, di Amintore Fanfani noi tutti non abbiamo un buona opinione: lo riteniamo giustamente uno degli esponenti, con Moro, Dossetti e La Pira, della Democrazia Cristiana di sinistra, fautore di quella sciagurata “apertura a sinistra” che tanto male fece all’Italia: governi con il Partito Socialista, poi accordi con i comunisti, nazionalizzazioni, strapotere sindacale, “autunni caldi”, fine del rigore nelle politiche finanziarie, esplosione del debito pubblico, egemonia culturale delle sinistre.

Tuttavia la personalità e il pensiero di Fanfani erano più complesse. Tralasciando il fatto che fu l’unico esponente democristiano di un certo peso a impegnarsi seriamente nel referendum contro il divorzio, non dobbiamo dimenticare che, docente di Storia delle Dottrine Economiche fu, prima della guerra e assieme a Padre Agostino Gemelli, un convinto sostenitore e studioso del Corporativismo, che riteneva uno strumento di quella giustizia insita nella Dottrina Sociale della Chiesa.

Nel dopoguerra, in un Italia distrutta, con milioni di senzalavoro e senzatetto, le città disastrate dai criminali bombardamenti terroristici del “liberatori”, Fanfani ideò e attuò un piano per costruire, con finanziamenti misti pubblici-privati, case di qualità da mettere a disposizione, in affitto o “a riscatto” (oggi sono tutte di proprietà), ai senzatetto e alle classi meno abbienti: condomini, casette unifamiliari con giardinetti e orti che ancora, magari ben ristrutturate e trasformate in villette da classe media, possiamo ancora vedere nelle nostre città in quelle che all’epoca erano periferie, ma che oggi non lo sono più.

I migliori architetti dell’epoca parteciparono ai bandi: Diotallevi, Vapori, lo studio BBPR, Gardella, Sottsass. Alla fine dei quattordici anni del Piano, nel 1963, erano stati costruiti 355.000 alloggi per complessivi due milioni di vani e creati decine di migliaia di posti di lavoro. Su tutti gli edifici vennero apposte targhe in ceramica policroma, talvolta realizzate da grandi artisti, dedicate al tema della casa come luogo felice.

D’altronde, questo gigantesco piano non rappresentò che una continuazione, con altri mezzi e in un diverso contesto, della politica della casa del precedente regime, che inventò le “case popolari”: Mussolini definì “case popolarissime” piccoli edifici unifamiliari con giardinetto e orticello e auspicò che ognuno “fosse il padrone della propria casa”. L’INA-Casa non fu solo un piano di edilizia, ma soprattutto di ricostruzione e di ingegneria sociale: centinaia di migliaia di famiglie divennero proprietarie e quindi molto meno sensibili alle lusinghe comuniste: essere proprietari, anche di un piccolo alloggio, contribuisce ad immunizzare, certo non tutti, ma molti, dal disvalore del collettivismo.

L’aveva capito G.K. Chesterton che, con il suo “distributismo”, voleva “un popolo di proprietari”. Il possesso di una casa radica, favorisce la costituzione delle famiglie, evita il nomadismo cosmopolita che distrugge identità e legami, responsabilizza rispetto alla conservazione del territorio e del paesaggio, favorisce la costituzione dello spirito di comunità. Un paesaggio di case in proprietà è più bello, più pulito, più sano, più conservato, più protetto.

Le particolarità architettoniche e culturali locali e tradizionali sono meglio difese dall’aggressione omologante e abbruttente di archistar e urbanisti infoiati di modernismo e nostalgici dell’architettura sovietica. In una casa in proprietà chi l’abita è molto più propenso a manutenerla, migliorarla, abbellirla. E infatti gli italiani, appena possono, la casa se la comprano o, particolare assai significativo, la comprano per i loro figli. Sette connazionali su dieci vivono in case di proprietà, percentuale tra le più alte in Europa.

Ovviamente quelli che fino a qualche tempo fa venivano chiamati “i poteri forti”, i grandi potentati della finanza, l’Unione Europea, le multinazionali, i mondialisti, i liberal cosmopoliti di ogni risma che ci vogliono sradicati per meglio asservirci, i “no border”, gli intellò progressisti invece odiano la proprietà della casa, la vorrebbero abolita o quanto meno ostacolata e ipertassata. Il presidente di Confedilizia ha recentemente denunciato che l’aumento delle imposte sugli immobili degli ultimi anni ha fatto perdere al nostro patrimonio edilizio almeno il 30% del suo valore: sono almeno una quindicina le imposte visibili e occulte che gravano sulle nostre abitazioni. Eppure il Fondo Monetario Internazionale ci chiede di tassare ancora di più il mattone, la Commissione Europea vorrebbe imporci di riformare il catasto per aumentare il prelievo e l’Ocse sostiene la teoria secondo cui è meno dannoso tassare gli immobili rispetto ad altri tipi di intervento fiscale.

Significativo, molto significativo il violentissimo attacco de The Economist, l’organo ufficioso del neo-capitalismo liberal, sradicante e apatride, ironicamente definito, qualche anno fa, The Ecommunist, alla casa in proprietà. Secondo quest’organo, “l’ossessione occidentale delle case in proprietà” sarebbe “un orrendo abbaglio”. Possedere una casa “mette a rischio la crescita, l’equità e la fede pubblica nel capitalismo”. Testuale. Inoltre il possesso di case in USA ha “frenato le migrazioni interne”, danneggiando il pronto reperimento di sfruttati per la produzione delocalizzata.

Già: ci vogliono tutti senza radici, mobili, “migranti interni” pronti a correre là dove il finanz-capitalismo decide di produrre. Inoltre, guarda caso, The Economist denuncia indignato che c’è una correlazione tra “il mercato immobiliare e il populismo”.

Ecco, maledetti piccoli borghesi con casetta in proprietà che votano per i partiti populisti e di destra. Per fortuna, dice l’organo del più scatenato estremismo liberal, “che le persone più giovani siano meno interessate a possedere una casa. Dopo tutto, molti millennial desiderano vita ad assetto leggero, in cui noleggiare auto, musica e vestiti piuttosto che possederli. Perché non potrebbe essere così anche per la casa?” E’ lo slogan che vediamo scritto sulle vetturette per il car rent lasciate nelle strade: “Proud to share”, “orgogliosi di condividere”, espressione tra le più becere del cretinismo affittuario.

Ricorriamo, come sintesi finale, al commento di Francesco Borgonovo su La Verità: “Il modello proposto dell’Economist è terrificante, ma esprime perfettamente il nuovo spirito del capitalismo. Non più basato su possesso di beni, ma sul noleggio. E, di conseguenza, sullo sradicamento, sulla rateizzazione e il debito elevati a sistema di vita. Roger Scruton la chiamava “oicofobia”, letteralmente “paura della casa”. Oggi l’ideologia liberal combatte la casa su tutti i fronti: casa come patria, casa come sede della famiglia, e ovviamente casa come bene fisico. Ci vogliono tutti homeless”.

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1 commento su “Di Tolkien e del “Piano Fanfani”. Elogio della casa”

  1. Ringrazio l’autore e il direttore della pubblicazione di questo articolo, che trovo davvero molto interessante e ben fatto. Uno scritto da utilizzare anche per la formazione dei giovani, affinché non si facciano abbindolare dalla martellante propaganda mondialista.

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