È l’ora della pacificazione liturgica

Non intendo ripercorrere le ingiustizie e le discriminazioni di cui migliaia di fedeli cattolici sono tutt’ora oggetto, vorrei volgere lo sguardo alla speranza e alla pace fra cristiani, a partire dalla questione liturgica, nella fattispecie riguardo alla celebrazione della Messa di sempre, cosiddetto Vetus Ordo, che tanti continuano ad amare. Non si capisce perché qualcuno abbia dato per scontato che la diffusione della liturgia antica fosse frutto di malizia, omnia munda mundis.

In ogni caso, sento di potermi appellare a Sua Santità Papa Leone XIV perché si arrivi alla pace liturgica. Che i fedeli al Vetus Ordo non siano più considerati facce da funerale, squilibrati mentali e spirituali non è certamente il traguardo, ma sarebbe un buon inizio, se non altro un buon indizio di normalità.

Sento di poter garantire agli occhi del papa, il cui motto è IN ILLO UNO UNUM, che un simile argomento viene formulato come sincero desiderio di soddisfare un’autentica devozione liturgica e non è, riduttivamente, un capriccio di rivalsa in parrocchia. Urge riportare l’unità in una Chiesa divisa e frastornata. Come potremmo noi essere sale della terra e costruttori di pace, se per cominciare ci neghiamo i Sacramenti dentro la stessa Chiesa di Cristo?

È certamente un fatto che negli ultimi anni la disciplina e le priorità liturgiche del Vaticano si sono rivelate asimmetriche: ogni materna comprensione per le irragionevolezze e le stravaganze, rigidità formale e muri di gomma clericali nei confronti di chi ha la colpa di aver sete di Dio, in un luogo e una forma consone a Dio.

Santità, vogliamo Dio e santi sacerdoti. Avremmo bisogno assoluto di parrocchie (e le riempiremmo in pochi mesi), ma ora troviamo caritatevole e adeguato avere almeno accesso alla Santa Messa di sempre, senza favoritismi, partecipare ai Sacramenti, semplicemente come tutti gli altri figli della Chiesa. Si chiede solo di proteggere le piccole comunità locali e i sacerdoti che hanno la sensibilità per la tradizione e la sua liturgia.

Recentemente un ragazzo, di ritorno dalla “Giornata mondiale della Gioventù” di Roma, mi ha manifestato fastidio per il Credo recitato in latino. Tuttavia, incoraggiato a rispondere in merito alla precedente esperienza di Lisbona, non ha saputo recitare il simbolo della fede in portoghese. Non tutti possono pregare in tutte le lingue del mondo, ci vorrebbe una sognata Pentecoste, che però, fino a prova contraria, non si vede nemmeno col binocolo.

Dico questo per spiegare che questa non è una questione di linguistica, come insinuano certi sofisti: “allora perché non in greco?”. Non è un problema di lingua, è una questione di unità nella Chiesa universale. Chiesa universale, lingua universale. La liturgia di sempre, in lingua latina, ha donato pace e unità, per secoli, il cui frutto furono un numero impressionante di santi di tutti i popoli in tutto il mondo. Andrebbe altrettanto bene il greco, se la Chiesa lo volesse, sofisticamente o meno, scilicet.

Potrebbe ora, invece, essere giunto il momento di compiere un vero progresso verso l’armonia, anziché verso l’uniformità. Nessuno pretende che IN ILLO UNO UNUM sia “accontentare tutti”, d’altro canto nessuno ha mai chiesto la soppressione del Novus Ordo, anche se il suo fallimento pastorale è sotto gli occhi di tutti.

Un esempio: per non mancare al precetto domenicale, in agosto sono stato in un importante monastero del centro Italia, per assistere a una liturgia nuova, anche se in gregoriano, degnamente celebrata, bella omelia, tutto bello. Se non fosse che l’assemblea era composta per la gran parte di turisti, italiani, belgi, francesi, americani, col risultato che ognuno faceva gesti diversi: qualcuno si sedeva mentre altri si alzavano, chi rimaneva in piedi, chi in ginocchio, chi allargava le braccia, chi giungeva le mani e così via. Evidentemente, questa è la conseguenza del fatto che in ogni parrocchia si celebrano ormai riti, preghiere, canti, gesti molto diversi fra loro, una Babele di espressioni variopinte, dal dimesso al rococò.

Si chiede dignità per il Sacrificio di Cristo, sic et simpliciter. Per questa serie di motivi, non credo ci sia altra scelta se non quella di tornare almeno alla pace di “Summorum Pontificum” del papa Benedetto XVI, il modo più semplice per evitare di dover ricorrere all’ennesimo pantano burocratico. 

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