Ho detto ad Andrea che, se non lo avesse infastidito, avrei ricordato suo padre su Ricognizioni e stavo immaginando un attacco un minimo decente. Poi, mi sono reso conto che Alessandro Peracchio, il padre di Andrea, era nato nel 1926, come il mio, e il pensiero ha preso la via di una normalità che confina con una rassicurante e tranquilla familiarità: 1926, nella mia testa e nel mio cuore, vale molto più di una qualsiasi numero o di una qualsiasi data: è la cifra, il segno, di un comprendersi oltre le parole. Cose da uomini che nessuna sottomissione all’invasione del femmineo è in grado di comprendere e di contenere.

Per questo, ho sentito l’urgenza trascrivere tale consapevolezza quando, la sera del 13 gennaio, Andrea mi ha scritto: “Caro Alessandro, ci ha lasciato uno dei più anziani tuoi lettori. Mio padre, ad aprile avrebbe compiuto cento anni”. Anche mio padre, che pure non è più tra noi da molti anni e ne avrebbe compiuti cento a novembre, continua a essere uno dei più anziani tra i miei lettori e a comprendere meglio di tanti altri quanto vado scrivendo.
Avevo sentito Alessandro Peracchio qualche mese, in coda a una telefonata con Andrea, perché voleva dirmi di aver letto l’ultimo libro che ho pubblicato su Guareschi. Non so quanti siano i miei lettori, ma il padre di Andrea è stato l’unico a dirmi di aver colto il punto più difficoltoso del libro e a complimentarsi per la “delicatezza”, così mi ha detto, con cui l’ho affrontato.
Si riferiva al figlio avuto dallo scrittore prima del matrimonio, del quale non aveva mai pensato di essere il padre. In effetti, quello è il passaggio più arduo dell’intera biografia e non è adatto ai pruriti dei bigotti, ma neppure alla superficialità dei libertini. Ma il padre di Andrea non si è mostrato né bigotto né libertino: mi ha solo fatto capire di essere un uomo con un cuore vero, capace di comprendere, e non solo di capire, che cosa c’è di inesplicabile dentro la vita di ogni essere umano.
Di solito, quando qualche cattolico, specialmente di una certa età, eccepisce su Guareschi, lo fa per via della galera scontata per aver osato attaccare De Gasperi. E devo dire che, quando Alessandro Peracchio ha parlato di una questione delicata nella biografia di Guareschi, ho temuto che si riferisse proprio a quei fatti. E invece no, voleva dirmi che la pagina su cui sono stato più a lungo durante la scrittura, quella che ho soppesato con più attenzione considerando anche le sfumature più tenui del grammo, lo aveva convinto.
Da quando scrivo di Guareschi, ho sempre fatto i conti con quanto avrebbe pensato mio padre, che me lo fece conoscere. Ora lui non c’è più e per me è stata una piccola, ma necessaria e gradita liberazione sentirmi dire da un uomo della sua generazione che mi sono comportato da galantuomo parlando di una vicenda che continua a suscitare inutili e inopportuni malintesi.
Non ho conosciuto a fondo il padre di Andrea, ma penso che, attraverso gli uomini come lui, come mio padre e come tanti altri della loro generazione, sia stata messa in bella copia la capacità di comprendere e rassicurare tutti noi che siamo venuti dopo. Forse troppo? Non saprei dirlo, ma certo la nostra vita è stata meno dura perché abbiamo avuto padri così.
Uomini capaci di comprendere l’uomo al di fuori degli schemi, al di là della loro poca o molta formazione scolastica e culturale, qualunque fosse. Il padre di Andrea era ingegnere, eppure è il lettore che ha compreso meglio di tanti recensori e letterati la difficoltà che uno scrittore deve affrontare quando si misura con i casi della vita e non semplicemente con in princìpi. Mio padre faceva il tornitore per mestiere e il capocomico per passione, ed è stato lui a iniziarmi lungo la via della letteratura insegnandomi a non metterci del mio quando si parla delle vite degli altri.
Oggi, con tutta la retorica del nuovo che avanza sempre più vorticosamente, si direbbe che questi uomini erano un passo avanti agli altri. Io, invece, penso che fossero come le nature morte di Morandi: un passo indietro. Grazie a Dio.


