Non è necessario avere l’animo di Stephen King per rendersi conto che ci sono le tenebre al limitare del paese, è sufficiente guardarsi onestamente allo specchio per scorgere le ombre in fondo agli occhi. Vagamente come vederci il futuro, mentre ascolti in radio con annoiata assuefazione il ritornello del riarmo. Ti radi e ti pare di essere nel ’26, ma del secolo sbagliato. Il governo è un’orchestra di pazzi che accorda gli strumenti mentre d’improvviso ti accorgi che il futuro dell’Europa può rivelarsi tanto brutto da fermare un orologio. Eppure, con l’avvento dell’empowernment femminile, epigono del “girl power” delle Spice Girl, sarebbe dovuta finalmente incominciare un’era di pace e buon senso. Le donne al potere – insieme alla fantasia per carità – sono parecchie: dopo Angela Merkel abbiamo un panorama che spazia da Christine Lagard, Ursula Von der Leyen a Kaja Kallas, Roberta Metsola fino a Giorgia Meloni, senza dimenticare il pittoresco primo ministro inglese Liz Truss sull’indimenticabile carro armato dall’unico torto di non essere rosa. Tutte queste donne al potere spingono invariabilmente per il riarmo finalizzato. Ma in principio non fu il carro armato, fu la lavatrice.
A Natale, non ricordo più in merito a quale ragionamento, mia suocera se n’è candidamente uscita con un antico adagio credo presessantottino: “una lavatrice per una donna fa tanto”. Come se qualcuno nella stanza (o nel quartiere) avesse minimamente una vaga idea di cosa possa voler dire andare a lavare al fiume, o al lavatoio, in special modo le sue figlie. Ora, a parte il fatto che qualche neo o postfemminista potrebbe spazientirsi sull’assunto che la lavatrice serva alle donne – serve benissimo anche agli uomini, lavare non è un lavoro da donne, come tutti i lavori, del resto – per la verità, dove abito io, non solo non ci sono più donne in grado di lavare al fiume, ma non esiste più nemmeno il fiume in cui si andava a lavare. Il gelido e limpido torrente montano in cui le nostre nonne pescavano gamberetti è da decenni ormai ridotto a rigagnolo fognario semicementificato e putrescente. Però c’è la lavatrice, non so, volendo ci potete mettere i gamberi a lessare.
Come siamo potuti arrivare a tanto? Non sono stati i Panzer tedeschi, né le SAS di Sua Maestà Britannica, è stata una maestà molto più volgare: la comodità.
Camuffata da progresso, la comodità ha con paziente docilità rincitrullito tutti quanti. La comodità fa distogliere lo sguardo dal presente. Figlia del progresso, obbliga chi ne consuma a guardare sempre al domani, a cosa si farà nel tempo libero che essa ci porta tiepidamente in dote con la sua mano suina.
Il progresso, però, non è solamente sempre una promessa in cui possiamo mettere ogni nostra per quanto lecita fantasia, il progresso è anche uno shock dal quale è quasi impossibile tornare indietro. Ogniqualvolta assaggiamo l’esca del progresso ne rimaniamo catturati, per così dire istupiditi dalla dolcezza che ci offre, e, come una droga, non possiamo più farne a meno. Il treno è più comodo del cavallo, l’aereo più veloce della nave, la macchina è perfetta perché ti offre l’arroganza di portarla, anche se ormai si va piano, alla velocità del cavallo, perché c’è traffico, ma in più ti mangia in carburante i soldi per i libri di tuo figlio. Il cavallo come mezzo di trasporto umano giornaliero, invece, all’uomo basta e avanza, è stato creato a posta per essere cavalcato, non è un caso che ne derivi il verbo e che l’ateismo, Cina a parte, sia maggiore nei paesi scarsi di cavalli. Ma della prova zoologica dell’esistenza di Dio parleremo altrove.
Il frigorifero mantiene le vivande fresche, il forno le scalda, il microonde è migliore assai perché le riscalda una seconda e una terza volta ma più velocemente. Il trabiccolo che non voglio nemmeno nominare cucina direttamente tutto quello che vuoi girando come una betoniera e ha persino fama di essere uno chef. Un motore elettrico fa ruotare un cilindro ed ecco che l’acqua calda sembrerà lavare i panni al posto delle nostre mogli (o dei nostri mariti scilicet). Nei fatti i panni sono veramente puliti, non c’è di che eccepire. Ma l’elettricità e il calore, l’energia insomma, da dove viene?
Ora, tutto il discorso ha una finalità meramente speculativa, nessuno vuole tornare a lavare al fiume, ma la superflua verità è che tutte queste comodità elettrodomestiche hanno il fattore comune di non funzionare senza elettricità. E nessuno di noi, o quasi, è in grado di prodursi l’energia sufficiente a sostenere il necessario sforzo meccanico surrogato del lavoro umano. Ciò, in soldoni, significa che essa va comprata, e va comprata da chi ce l’ha. In questo modo si diventa in ultima analisi dipendenti da questa magica fornitura di preziose comodità. Dipendenti a vita. La verità è così, la riconosci sempre perché quando ci sbatti ti ci scotti o ti ci tagli. Il fabbisogno di energia necessaria a condurre una vita quotidiana ritenuta normale cresce di anno in anno in modo esponenziale. Fino a quando non sarà più sufficiente per alimentare le levatrici e i fan coil, o ventilconnettori, di tutti.
La comodità in questo senso è soltanto l’ennesimo gioco d’azzardo, su cui scommetti il futuro dei tuoi nipoti, e alla fine perdi tutto. Queste comodità sarebbero dunque originariamente servite a liberare la donna dalla servitù del lavoro domestico in modo che potesse dedicarsi, oltre che a se stessa, ad altre mansioni, come educare i figli con maggiore serenità, studiare o farsi una nuotata o una scampagnata con le amiche. Non necessariamente per parlare male di chi non c’è, attività questa che per altro poteva essere svolta tranquillamente alche mentre si lavavano i panni al fiume.
Il risultato pratico quale è stato? Le donne sono divenute lavoratrici dipendenti tanto quanto i propri uomini, i figli ormai ritornano da scuola che già si fa notte e, imbrunire o no, le scampagnate si chiamano trekking o skyrunning, per cui, neanche fosse il “Knossos running club” si paga una sorta di tassa per correre sugli stessi sentieri montani sui quali prima si passeggiava liberamente dietro a tori e vacche senza scadenze emotive. Se qualcuno trova che questo progresso non sia totalmente demenziale me lo dica che infilo la gerla e me ne vado a farmi benedire. Parità o disparità, la vita è troppo breve per tenere la contabilità delle lavatrici fatte o per intavolare discussioni su chi tocchi caricare la lavastoviglie.
Ad ogni buon conto, a un certo punto della storia tutti quanti hanno avvertito come necessità sociologica fare in modo di ottenere ciascuna queste comodità per godersi una vita più piacevole, o almeno allo stesso “più piacevole” degli altri, ma “più piacevole” non è solo un parolone relativo, è anche un padrone assoluto.
Il progresso, smerciato a caro prezzo ai contadini della vecchia Europa, ha certamente alleviato loro tutta una serie di gravami materiali e sofferenze fisiche, ma li ha resi schiavi. Prima si lavorava per se stessi, per la famiglia, le corvée della gleba ancora al tempo della Guerra dei Trent’anni erano di sei giorni l’anno per il signore feudale, oggi si lavora per lo stato sei mesi l’anno. Prima si poteva produrre tutto il necessario o quasi in casa, con la fregola del progresso hanno tutti dovuto abbandonare la terra dei padri e le tradizioni ataviche per andare a lavorare in forza ad arzilli fornitori di codeste nuove mirabolanti comodità. Come ho poi detto a mia suocera: e le bollette chi le ha pagate? Non esistevano bollette prima della comodità. Tutti potevano rifornirsi gratuitamente di acqua al pozzo, il calore veniva prodotto dalla propria legna nelle proprie stufe e camini, il cibo veniva cucinato quasi a costo zero, nel frattempo i panni asciugavano allo stesso sole splendente in faccia ai re, non in costose asciugatrici per il cui funzionamento il pedaggio è arricchire sconosciuti alla scrivania. La definizione di progresso è lavorare tutto il giorno per arricchire un altro, e poi tornare a casa di corsa a risolvere problemi che tanto ti avrebbero aspettato. Così, lentamente, tutte le famiglie vanno in pezzi.
La preoccupazione eudemonologica non è prioritaria, o è malintesa, perciò le persone sono infelici, non fanno più nulla di importante per se stesse, ma fanno tutto quello che fanno per servire il negriero Progresso padre della schiavista Comodità. Anche se la causa è morta e con essa il diritto di vivere nel passato, noi confederati siamo piuttosto ferrati su questo argomento sin dalla prima Manassas. Non dovrebbe essere necessario perciò il lettino dallo psicologo, altra comodità postmoderna a pagamento, ma tornare a lavorare per se stessi. Compreso ciò, e detto certamente col senno di poi, sia concesso dire che, se non valeva la pena allora rovinarsi la vita per una donna che vuole la lavatrice, non vale la pena oggi rovinarsela solo perché si è infelici. In fondo, si sta molto meglio di là, dall’altro lato della solitudine, dove si è ugualmente soli, ma con sé.
Tutto ciò può essere valido evidentemente anche trasportato in politica economica. La politica occidentale ha generalmente snobbato gli economisti interessati a mantenere un contatto con il mercato reale della gente reale quasi quanto ha ignorato il paradosso di un altro tedesco, Ernst-Wolfgang Böckenförde, che già nel 1967 recitava: “Lo stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire”. Presupposti giuridici, presupposti militari e persino, estromesso Dio dallo Stato, presupposti etici, in luogo di una sorta di comodità etica declinata in una società presuntamente amorale in cui tutto va bene, tutto si regge sul “chi sono io per giudicare” più o meno verbalizzato. Che poi è il corrispettivo etico dello sporco sotto al tappeto. Invece, la verità è molto più pericolosa, non è un soffice tappeto, la verità è una lama da spaccarci un capello, quando ti ci tagli o ci tagli qualcuno, perché non l’hai voluta vedere, è sempre un bagno di sangue.
Ci sono le tenebre al limitare del bosco, ma vale la pena combattere perciò che vale la pena avere. Solo bisogna sapere bene cosa vale la pena veramente e di certo non è il progresso. Di certo non è lo Stato formale fantoccio camuffato da democrazia, con il suo diritto positivo pervertito dagli hobby del momento. Perciò siamo contro il riarmo idiota della banda dei matti europeisti. Siamo favorevoli all’introduzione di un “secondo emendamento” diffusione capillare delle armi in ogni casa, perché le persone avranno una crescente necessità di difendersi, questa sarebbe una grossa comodità (chi non ama le armi può sempre fare il piccolo tamburino o suonare il diaulos). Parafrasando mia suocera: “una carabina per una donna fa tanto”. In realtà se ognuno di noi si incaricasse di proteggere una persona, il mondo sarebbe un posto più felice.
Ma, forse, questo vorrebbe dire portare la democrazia un po’ troppo in là. Il popolo, o, per meglio dire, i popoli italiani non sono pronti, come non è evidentemente pronto il domani che ci apparterrebbe, ma un po’ più in là. I giovani sono ancora troppo plagiati da quel disastro di proporzioni ciclopiche che è la scuola di stato per pensare con la propria testa, perciò la catastrofe sarà inevitabile. Si pretende di presentare ai giovani in modo sistematico un mondo completamente privo di senso, prodotto dalla casualità più spiccia, con una teleleologia dalla più cieca ignoranza: il mondo che la generazione progressista del nichilismo mascherato da diritti civili ha costruito con paziente incoscienza e cinico impegno nei decenni trascorsi, un mondo fallito, peggio, un mondo di falliti, la realtà di una intera vita irreprensibilmente senza senso. E si pretende che sia l’unica ermeneutica possibile, altrimenti, chiunque abbia la dabbenaggine di contestare l’ipse dixit viene additato come oscurantista, indietrista, la caricatura del grande patriarca bianco.
Questa è una marcescenza spirituale grave, cui, grazie a Dio, se non l’uomo vuoto del nichilismo, porrà fine la natura stessa delle cose. È facile capire che questo esito è inevitabile da un esempio tanto minimale quanto stucchevole per la raffigurazione cromatica dell’inanità del sistema scolastico. Perché l’intelligenza media della presunta élite del corpo docenti italiano non riesce (o non ne ha il nerbo) ad andare oltre il passare intere settimane sugli spiriti del greco antico per farli entrare bene in zucca agli alunni del ginnasio, con le seriose valutazioni del caso, salvo poi lasciare che vengano subito dimenticati, tanto nessuno li pronuncia mai a partire dagli stessi professori di greco, incapaci nella maggior parte dei casi di pronunciare la lingua che pretendono di insegnare.
Ma l’insegnamento non dovrebbe essere un’attività enigmistica remunerativa elevata a dignità accademica! Così, ipotecato il futuro dei ragazzi, e perso, si ciancia a livello nazionale di questioni del tutto capziose come l’educazione alla legalità, anziché preoccuparsi di garantire loro un futuro almeno decente (e con futuro almeno decente intendiamo banalità come un paese dove si possa trarre di che vivere dal proprio lavoro) perché non è più possibile garantirlo, nemmeno se lo volessero. E, a quanto pare, a Roma e Bruxelles non ne hanno proprio intenzione. Ma de hoc satis.
Trarre di che vivere da un lavoro onesto, che diventa sempre più difficile svolgere, a causa dei noti impedimenti giuridico-tributari, diventerà un’impresa, perché gli stessi personaggi che hanno venduto la lavatrice alle nostre nonne sono tornati alla carica con altri futuristici sollevatori di impicci casalinghi e lavorativi: i robot da compagnia, androidi impiegati come manodopera in fabbrica o nella logistica oppure, vero cavallo di Troia, per assistenza sanitaria. Abbiamo già registrato la capacità criminale dell’uomo qualunque di porre in atto ogni bassezza nell’illusione di salvarsi la pelle.
Basta dare un’occhiata al “Consumer Electronic Show (Ces)” di Las Vegas, sarebbe semplicemente una fiera, ma una fiera che dire traboccante nel metafisico pericoloso o nell’onirico brutto è dir poco. Non si tratta di banale automazione industriale, il problema non è mai la macchina, ma la mente umana generatrice di necessità inaspettate: “Vogliamo progettare un umanoide dove l’intelligenza non risiede solo nel cervello ma anche nel corpo”, ha spiegato il Ceo di non so più cosa e nemmeno lo voglio sapere, Daniele Pucci. “Sono i migranti dell’IA”, così li ha misericordiosamente definiti Jensen Huang, amministratore delegato del colosso Nvidia, sostenendo che potrebbero risolvere la carenza di manodopera nel settore manifatturiero. Sempre al CES (sic!) hanno presentato un automa in grado di pulire il bagno e altre oscenità. Fa tanto per una donna, si capisce. Per la verità sarebbe troppo anche per mia suocera, la quale sono piuttosto sicuro non voglia per casa cingolati che fanno strani cigolii gocciolando acqua del water in giro.
Non poteva mancare Elon Musk il quale, presentando il suo Optimus, l’umanoide di Tesla, ha detto: “Questi robot avranno mani più abili degli umani, diventeranno in pochi anni migliori dei chirurghi più esperti e democratizzeranno la sanità, rendendo cure mediche avanzate accessibili a tutti”. Se ci fosse qui il caro vecchio Caligola che senatori ne farebbe! Non so perché questi progressisti lanciano sempre processi, ma non traggono mai le conclusioni. Lo sappiamo tutti che i robot non democratizzeranno la sanità, qualsiasi cosa voglia dire, e la magica chirurgia androide sarà usata in principio come spot commerciale per le raccolte fondi dell’azienda ospedaliera di turno per poi essere riservata ai super ricchi – non siamo nel ’68, sappiamo fare due conti con la realtà. Io so solo di non voler vivere in un mondo di umanoidi che decidono chi debba essere curato e chi no in base a un algoritmo scemo programmato dal raccomandato di turno dell’università.
Estremo appello a tutti i figli di Sara Connor: preferisco di gran lunga una bottiglia di whisky e una botta in testa, ma conservare la mia libertà e la mia dignità di essere umano creato libero da Dio, alla sopravvivenza animale per qualche calcolo algoritmico o fortunato accidente darwinista. Lascio il privilegio di essere discendenza scimmiesca ricombinata da una sorte particolarmente meschina a questi consacrati alla scienza.
E cos’è un robot umanoide se non una lavatrice che decide quando caricarsi da sé? E che se ne faranno le donne di tutte queste ulteriori scampagnate? Impiegheranno il proprio tempo libero facendo la spola da Tik tok alle aule di tribunale, fra divorzi, vitalizi e onlyfans? Certamente no. Faranno esattamente quello verrà loro chiesto di fare, ma con la malcelata illusione che sia una libera e fortunata scelta. Fa tanto comodo crederlo. Non è nemmeno una preoccupazione ecologista, per quanto non sia saggio lasciare questi temi in esclusiva a sfaccendati e travestiti, sconvolge quanto la gente paia preoccuparsi di questioni lontane e irrisolvibili come la fame nel mondo, il ciuffo platinato di Trump, cosa diavolo siano le terre rare o la politica sanitaria del Venezuela, poi quando si tratta di verità tremendamente inesorabili, come il totale spreco delle proprie vite, guardi dall’altra parte.

