Inferno: giustizia di Dio e scelta del peccatore – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

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InfernoAvevo 16 anni in quella lontana estate (per civetteria non rivelerò l’anno, anche se la mia età è facilmente rilevabile da tutte le mie riflessioni) in cui, terminato il primo anno del liceo classico, i miei professori di italiano e di religione, d’accordo tra di loro, ebbero una grande idea che si rivelò altamente formativa per la crescita personale e morale di molti di noi allievi e mia in particolare. Poiché la mia classe aveva appena terminato lo studio approfondito e ragionato (come usava a quei tempi) dell’Inferno dantesco, essi ci proposero per l’estate la lettura di alcuni importanti romanzi dell’Ottocento e del Novecento con il compito di esaminare se, ed eventualmente come, i relativi autori avessero captato e concepito il destino di perdizione eterna che può toccare a una gran parte del genere umano. Era suggerita (senza essere obbligatoria) la stesura di una relazione che sarebbe servita, non ad attribuire crediti scolastici (che ancora non erano venuti in mente a nessuno) né avrebbe concorso a determinare voti, ma avrebbe favorito la conoscenza dei loro allievi da parte dei due docenti e fornito lo spunto per interessanti discussioni in classe nel successivo anno scolastico.

Inutile dire che la vostra amica Carla – lettrice onnivora in un’epoca in cui il sapere veniva assorbito più attraverso la parola scritta che attraverso l’immagine e favorita dalla ricchissima biblioteca dei suoi genitori – fu entusiasta della proposta e si gettò a capofitto nella lettura, sacrificando anche qualche incontro di tennis e qualche gita con i suoi giovani amici. Infatti l’idea di vedere come gli scrittori moderni concepissero l’inferno mi sembrò subito particolarmente intrigante; la relazione che ne uscì l’ho conservata e ad essa ora mi ispiro.

Seguendo il suggerimento dei professori, cominciai con Dostojevskj. L’educazione catechistica che avevo ricevuto – e, in parte, lo stesso Dante di cui mi ero innamorata, invidiando Beatrice (avevo 16 anni…) – mi avevano abituato a concepire l’inferno soprattutto in termini “pirici”, (“Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell’inferno…”); ne I fratelli Karamazov, invece, lo staretz Zosima mi stupì e mi fece molto riflettere con la sua affermazione che “l’inferno consiste nel non poter più amare”. Infatti, egli non sapeva e non gli interessava sapere se il fuoco c’è o no, perché pensava che, se anche ci fosse, i dannati ne ben sarebbero lieti perché, pur soffrendo fisicamente, potrebbero dimenticare il tormento atroce che prova il loro spirito e invocherebbero la morte e l’annientamento che, invece, non sarebbero loro concessi. Ne I demoni, il nichilista per antonomasia, Nikolaj Stavròghin (del quale ricordo ancora la splendida interpretazione dell’attore Glauco Mauri nello sceneggiato televisivo trasmesso in un’epoca in cui la televisione italiana faceva veramente cultura) è pervaso dall’idea che Dio non esiste e che tutto è relativo alla sua volontà, perciò egli commette delitti e nefandezze di ogni genere per sfuggire alla noia esistenziale che lo divora. I relativisti moderni dovrebbero riflettere su questo: Stavròghin, infatti, finirà col suicidarsi perché – rappresentando la vera incarnazione del demonio, spirito distruttore – egli dimostra che è impossibile vivere con l’inferno nel cuore.

Ma purtroppo il demonio può essere anche affascinante e di questo fascino è rimasta prigioniera Liza, una ragazza che, concedendosi a Stavròghin, si è rovinata, secondo le stesse parole di lui, “in modo mostruoso e sciocco” e lei stessa ne è consapevole: “Sapevo che mi avreste portata in un luogo dove vive un orribile ragno grosso come un uomo e avremmo dovuto guardarlo e temere per sempre”. L’immagine dell’inferno presentata da Dostojevskj è dover contemplare in eterno lo spirito del male, personificato in un mostruoso ragno, contrapposto alla contemplazione del sommo bene che è Dio.

Georges Bernanos condivide la convinzione dello staretz Zosima: l’inferno consiste nel non poter più amare. Nel Diario di un parroco di campagna, la contessa di Ambricourt vive in un inferno odiando il mondo, suo marito, sua figlia e lo stesso Dio perché li ritiene tutti responsabili della morte del suo bambino che era tutta la sua vita. Il giovane parroco, non particolarmente colto e malato di cancro, vede in lei l’immagine della dannazione: ella è sola col suo bambino morto, senza amore, senza speranza, nel rifiuto di Dio. In questo inferno, ella rifiuta l’amore per votarsi all’odio, alla divisione, alla solitudine. Solo la grazia di Dio e la dedizione del giovane prete potrà trasformare il suo “cuore di ghiaccio” in un cuore di carne, riportandola alla fede.

Anche Franz Kafka concepisce l’inferno in termini analoghi sia a Zosima che a Stavròghin. Il povero Gregor Samsa, il protagonista de “La metamorfosi”, è incapace di comunicare e di vivere costruttivi rapporti di affetto e allora si risveglia una mattina trasformato in mostruoso insetto che terrorizza gli stessi familiari i quali, imbarazzati e vergognosi della strana sorte del loro congiunto, più tardi saranno ben felici della sua morte. Neppure essi sono capaci di amore e di compassione.

Dostojevskj e Bernanos erano profondamente cristiani (anche se Bernanos era di un pessimismo che sfiorò il giansenismo) e i miei professori ci consigliavano di leggere anche gli autori atei. Ricordo che il nichilismo di J. P. Sartre mi raggelò: il romanzo “La nausea” descrive la vita umana come un’enorme bestia immonda e nauseante (forse un ragno?) che ci sta sopra e ci opprime senza che noi ne sappiamo la ragione. Ecco l’inferno. Più tardi vidi a teatro il dramma “A porte chiuse” che mi sembrò il vero manifesto sartriano dell’ateismo perché in esso l’autore respinge ogni possibile idea di amore, di solidarietà, di empatia con gli altri esseri umani. La sua celebre frase “l’inferno sono gli altri” (tra i quali altri c’è anche un Dio che si permette di giudicarci)denota odio per i propri simili, perché la vita in comune con loro costringe a mettere a nudo la propria anima rivelando di essa ogni bruttura.

Il principe dei drammaturghi italiani, nonché grande novelliere, Luigi Pirandello, non è meno angosciante e rappresentativo del suo collega Sartre nell’immaginare l’inferno. In una delle sue “Novelle per un anno”, “La Notte”, un uomo e una donna, due infelici sconfitti dalla vita, delusi e disingannati, trovatisi casualmente ad essere compagni di un viaggio notturno in treno, si confidano tra di loro senza però riuscire a comunicare e, pur avvertendo una profonda compassione reciproca, rimangono lontani l’uno dall’altra chiusi nella propria infelicità. L’inferno, per loro, è andare verso la morte senza sapere perché e senza conoscersi reciprocamente, perché la vita umana non è che una successioni di illusioni e sofferenze del tutto prive di senso.

Un grandissimo scrittore svizzero, Friedrich Dürrenmatt, era convinto che “è l’uomo stesso che desidera l’inferno, lo coltiva nei suoi pensieri e lo crea con le proprie azioni”. Di lui lessi, in età già più adulta, due racconti che mi colpirono enormemente. Nel primo, “Il tunnel”, l’immagine dell’inferno è esterna all’uomo, ma offre ugualmente uno spettacolo da incubo. Un treno, senza freni e senza conducente, imbocca un tunnel a velocità folle e crescente. Il capotreno urla: “Che cosa possiamo fare?” Risponde un giovane con agghiacciante serenità: “Nulla”. Quando ci si ritrova all’inferno non su può più fare nulla.

Nell’altro racconto invece, ”La panne”, l’inferno è dentro di noi e la sua immagine è insopportabile. A Traps, commesso viaggiatore tutto lavoro e famiglia, si guasta la macchina e il brav’uomo deve chiedere aiuto e ospitalità in una villa. Qui, quattro anziani e distinti signori lo invitano a sottoporsi, per scherzo, a un processo con accusa e difesa, in cui egli reciterà il ruolo dell’imputato. La finta accusa è di omicidio e il finto processo si svolge gustando succulente pietanze e vini squisiti. Ma Traps ha veramente sulla coscienza un omicidio sconosciuto a tutti e quando i suoi quattro ospiti, divertiti e un po’ brilli ma ignari del segreto, vanno da lui per comunicargli la finta condanna a morte, scoprono che Traps si è impiccato. La presa di coscienza della propria nefandezza è insopportabile e il fumus dell’inferno spegne la vita, se non si cerca la Grazia di Dio. Da questo racconto Mario Monicelli trasse, nel 1972, il film “La più bella serata della mia vita” con Alberto Sordi e un quartetto di grandi attori francesi, ma la presenza di Sordi tradì il significato del racconto, anche se ne potenziò le ambizioni.

Secondo Albert Camus, invece, l’inferno si confonde con l’assurdità della vita. Nel romanzo “Lo straniero” il protagonista, l’insignificante Mersault, commette involontariamente un delitto dopo aver mangiato abbondantemente e bevuto troppo. Processato e condannato alla pena capitale, sperimenta personalmente che un destino assurdo e beffardo raggira l’uomo a suo piacimento fino a fargli commettere un delitto senza motivo e conduce tutti verso una morte senza significato.

Una famosa scrittrice italiana, Natalia Ginzburg, ravvisa l’inferno nel contesto familiare. Il romanzo epistolare “Caro Michele” descrive una famiglia borghese di Roma priva di morale, di affetti, di valori, di ideali. Intorno ai suoi membri gravita un insieme di personaggi sbandati e balordi schiavi di istinti e sensazioni, senza remore e senza percezione del peccato; è un inferno di muta e rassegnata disperazione. Ricordo che quando lessi questo romanzo io, cattolica, romana e di famiglia borghese, nella mia giovanile ingenuità mi sentii offesa ed ebbi un moto di ribellione: “Non tutti i romani e i borghesi sono così! Ci sono anche i romani, borghesi e cristiani che educano i loro figli ai grandi valori della fede, della giustizia, della legalità, dell’onesto sentire, del rispetto per gli altri!” Ero ingenua: non avevo ancora letto “Gli indifferenti” di Alberto Moravia, altro (e ancora più pessimistico) esempio di inferno familiare borghese senza riscatto e senza speranza. Anche da “Caro Michele” Mario Monicelli trasse un film omonimo ma, come accade spesso, la trasposizione cinematografica toglie vigore alla descrizione di un ambiente che poteva far riflettere su una certa percezione del mondo per spostare l’interesse sulla delusione di una militanza sessantottina.

Tutti gli scrittori, credenti o miscredenti, cristiani o no, incappano nella difficoltà di accettare l’eternità dell’inferno. Gli atei la rifiutano per teorizzare il nulla successivo alla morte; i credenti l’accettano come dogma di fede e confidano nella misericordia di Dio. Alcuni di questi ultimi, come Giovanni Papini e Charles Peguy, non sono riusciti ad accettarla del tutto. Papini, per esempio, nel saggio non molto ortodosso intitolato “Il diavolo”, si rifece alla teoria dell’Apocatastasi di Origene e dei padri orientali, ipotizzata anche da alcuni teologi moderni come Hans Urs von Balthazar, secondo la quale alla fine dei tempi tutto il creato, compresi gli angeli ribelli, rientreranno nell’amicizia di Dio. Questa teoria fu dichiarata eretica ma io non posso negare di sentirne un po’ il fascino perché spesso, nella mia ingenuità di cattolica “bambina”, mi domando come potrebbe una madre essere felice in Paradiso e godere della sua totale comunione con Dio, sapendo che i suoi figli (poniamo) sono all’inferno. Spero che chi è molto più avanti di me nel suo cammino di fede, come Padre Giovanni Cavalcoli o Padre Ariel S. Levi di Gualdo, voglia prima o poi illuminarmi.

Comunque, ciò che come cattolica “bambina” sono in grado di comprendere ed accettare in pieno è che quel Dio che – nella Sua divina libertà ha creato l’universo e tutto ciò che ne fa parte – ha compiuto un sublime gesto di amore creando per l’uomo il Paradiso. L’amore però è tale solo se chi ama riconosce la totale libertà dell’essere amato e infatti il Creatore ha posto nel cuore dell’uomo sia l’idea del Bene che quella del Male dicendoci: “Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione” (Dt 30, 19) invitandoci a scegliere la vita, perché Egli “non ha creato la morte, e non gode della rovina dei viventi” (Sap 1, 13). L’uomo è libero di scegliere la via che vuole seguire: se sceglie la via del Male, è lui stesso a scegliere l’inferno.

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8 commenti su “Inferno: giustizia di Dio e scelta del peccatore – di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. Il vero problema è che molti uomini non sempre sono pienamente (o anche minimamente) consapevoli del male che quotidianamente scelgono. Addirittura alcuni pensano di scegliere la via del paradiso (stretta e in salita) ma stanno invece imboccando quella larga e pianeggiante spesso lastricata di buone intenzioni…

  2. Mi sono dimenticato di aggiungere: confidiamo nel fatto che le vie del Signore sono infinite…! 🙂
    Grazie per l’articolo!

  3. La nostra Fede ci assicura che all’Inferno c’è sia la pena del danno (privazione di Dio) che quella del senso (fuoco, ecc.) e che esso dura eternamente.
    Per restare in ambito letterario, vorrei citare una frase del bellissimo libretto “Lettera dall’Aldilà”: “L’inferno si può sbagliare a rappresentarlo, ma non si esagera mai!”
    Molte volte ho sentito dire la frase “il vero Inferno non è come quello dantesco”, in cui l’interlocutore di turno intendeva dire che in esso non ci sono sofferenze fisiche: in realtà l’Inferno è IMMENSAMENTE peggio di quello dantesco: la mente umana non può riuscire neppure ad immaginarlo!

  4. Carla D'Agostino Ungaretti

    Mi sia consentito aggiungere due parole alla visione dell’inferno che hanno avuto i grandi scrittori. A mio giudizio, la visione più pertinente, sia dal punto di vista della fede che da quello puramente umano, è quella di Dostojewskj espressa dallo staretz Zosima. All’inferno il fuoco c’è sicuramente, ce lo dice la nostra fede sulla scorta delle stesse parole di Gesù che, per farsi comprendere dai suoi discepoli usò, per indicare la perdizione eterna, la metafora della “Geenna”, ( Mt 5, 22; 18, 9; Mc 9,43) ossia la discarica ove al suo tempo venivano gettati i rifiuti per bruciarli (ancora non c’era il problema della combustione dei rifiuti tossici). Ma Dio, creando l’Uomo e la Donna per amore, instillò loro nel cuore, nella mente e nello spirito la capacità di corrisponderGli (perché chi ama vuole essere riamato) facendo loro intravedere la possibilità di un Amore eterno, assoluto, infinito che, però, l’uomo non potrà provare “fino a che il suo cuore non riposi in Lui”, come dice S. Agostino.
    Gli atei, nella loro libertà di scelta (altro dono di Dio), si autoescludono dalla condivisione della gioia divina perché credono che la legge morale che Egli ha impresso nel cuore umano tarpi le loro ali, limiti l’attuazione dei loro desideri, umili la loro (presunta) creatività; in una parola opprima il loro orgoglio, il che li rende simili a Lucifero. Non capiscono (o non vogliono capire) che solo nell’abbandono totale alla volontà di Dio e solo nel seguire i binari da Lui tracciati si realizza la vera libertà. Quando lo capiranno sarà troppo tardi: allora comprenderanno l’errore commesso nel rifiutare deliberatamente il sovrumano dono che era stato loro offerto e, non essendo più capaci di amare, concepiranno solo l’odio derivante dall’inappagato desiderio di annientamento che renderà forse il tormento del fuoco preferibile alla sofferenza che provano ora e che non cesserà mai. Io penso che in questo consista l’autoseparazione da Dio e lo prego costantemente perché mandi lo Spirito alle innumerevoli anime scoraggiate, o dubbiose, o arrabbiate con Lui (perché non hanno capito niente, mi permetto di aggiungere).

  5. giorgio rapanelli

    Bellissimo e intrigante: grazie, Carla!
    I musulmani, al pari di molti cattolici, credono ancora che l’inferno sia di fuoco, con l’aggiunta di acqua bollente con cui dissetarsi e di frutti avvelenati dell’albero “zaqqum” per nutrimento. Se però ti comporti come il Dio del Corano ordina, magari ammazzando i nemici di Dio in una “guerra santa”, andrai in un paradiso di delizie, fatto di sesso, di cibi squisiti e di abbondanti libagioni, sotto l’ombra fresca degli alberi di giardini incantevoli. Ci credono veramente… Quindi, sgozzano e decapitano allegramente per fare la volontà del loro Dio. Che non ha niente da sparito col nostro, che ci è pure Padre. Quindi, la preghiera collettiva con musulmani, buddhisti, eccetera è solo un show dimostrativo di comunione, con vettori che non si dirigono verso un unico obiettivo, ma si disperdono verso diversi piani più sottili. La resa dei conti con i musulmani la stiamo vedendo in questi giorni… Ed è solo l’inizio.
    L’inferno è già qui, per chi nasce in una favela, in mezzo a massacri, alla fame, alla sete, con malattie invalidanti, o in una famiglia di mafiosi. Questa è l’ingiustizia di Dio…
    Ti dicono che devi accettare la volontà misteriosa di Dio, di soffrire, così avrai il Paradiso. Oggi, però, non esiste un pensiero unico in proposito. In molti abbandonano la vera Religione Cattolica per andare verso altri miti, da quelli antichi come l’Islam, a quello moderni come Scientology.
    Forse dovremmo meditare di più su “quel che semini raccoglierai”. Magari semini il Male e in questa vita tutti ti va bene. Pagherai poi all’inferno… O in una prossima vita? Quando ti incarnerai in una favela, in mezzo a massacri, alla fame, alla sete, con malattie invalidanti, o in una famiglia di mafiosi. Questa potrebbe essere la giustizia di Dio.
    Ma per uomini particolari, come Hitler, Stalin, Mao, Pol Pot, Mobutu, Mugabe, eccetera, quale “inferno” particolare avranno? Certamente, alcuni di costoro sono ancora nel “sonno di morte” con i suoi incubi. Ma poi, dove andranno collocati? Scompariranno? Sì, c’è qualcosa ancora di peggiore e definitivo dell’inferno di fuoco, o di quello su questa terra, ma di cui è meglio non parlare.

    1. Non capisco alcune parti del Suo commento (forse sono ironiche e io non l’ho capito) ma Lei sa benissimo che NON esiste la reincarnazione, la punizione per i malvagi impenitenti è l’Inferno e non può esistere NIENTE di peggiore di esso!
      Cosa intende dire con la frase “Sì, c’è qualcosa ancora di peggiore e definitivo dell’inferno di fuoco, o di quello su questa terra, ma di cui è meglio non parlare.”?

  6. Carla D'Agostino Ungaretti

    Voglio replicare alle interessanti osservazioni degli amici Giorgio e Diego secondo le mie modeste capacità di cattolica “bambina”. Certamente nascere e dover vivere in una favela, soffrire la fame e le ingiustizie, le atrocità delle guerre è un inferno, ma non è “l’ingiustizia di Dio”: è l’ingiustizia degli uomini. Chi ha provocato quelle atroci condizioni se non le ingiustizie e le malefatte perpetrate dagli uomini ai danni dei loro simili? Dio le ha consentite sempre perché ci ha donato la libertà e se noi ne facciamo cattivo uso la colpa è solo nostra. Perché esiste il Male nel mondo? A questa domanda non esiste risposta esauriente, né scientifica, né filosofica, né sociologica, né teologica, ma solo di fede: il Male esiste perché in un remoto momento misterioso, dopo la sua comparsa sulla terra, l’Uomo si è ribellato coscientemente a quella legge divina che ben conosceva perché gli era stata rivelata e spiegata. Immagino che questo evento abbia provocato una specie di terremoto cosmico, qualcosa di simile a un malefico Big Bang, generando anche il Male, ma questa è solo una mia interpretazione. Quanto alle terribili malattie che angosciano tanti innocenti infelici, io penso che anche molte di esse siano provocate dall’insipienza umana ma se si accetta la volontà di Dio, come fece Gesù Cristo, la forza spirituale (e anche fisica per fronteggiare la malattia) che se ne ricava sarà incommensurabile. “E’ n la Sua voluntade è nostra pace”, dice a Dante Piccarda Donati nel Paradiso.

  7. Gentilissima, come sempre apprezzo il suo articolo; vorrei però se mi permette fare una piccola precisazione riguardo a Von Balthasar e alla presunta idea che egli sia favorevole all’apocatastasi. Al riguardo le invio il link dell’articolo di S. Magister, il quale riferendosi ad un articolo di G. Meucci de la Civiltà Cattolica, spiega adeguatamente come si sia creato questo equivoco, rispondendo con parole della stesso Von Balthasar: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/05/04/la-civilta-cattolica-corregge-la-traduzione-della-spe-salvi-linferno-non-e-vuoto-e-solo-poco-affollato/
    Cordialità.

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