Della collana Quaderni dell’Osservatorio è uscito recentemente un pregevole libro di Silvio Brachetta (membro del Comitato di redazione dell’Osservatorio internazionale Card. Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa) dal titolo La città fondata in Dio (Edizioni Cantagalli). Come ha sottolineato nella prefazione il Direttore dell’Osservatorio, Stefano Fontana, il volume di Brachetta rimanda agli aspetti costitutivi, alle origini della Dottrina sociale (come recita il sottotitolo del volume). Nell’introduzione infatti, Brachetta, nel sottolineare che la Città di Dio ha un unico fondamento, Gesù Cristo, richiama con il salmista una verità ineludibile: “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”, cogliendo la dimensione relazionale-ontologica della persona umana, connaturata nella sua essenza alla casa e alla città, alla domus e alla civitas.

Le fondamenta della Dottrina sociale della Chiesa Ripercorrendo nel primo capitolo le fondamenta della Dottrina sociale della Chiesa, Brachetta fa un approfondito excursus sulle vicende storiche e genealogiche a partire dalle Sacre Scritture, rimarcando come il popolo dell’Alleanza abbia intrecciato un legame con Dio, ossia tra l’ordine sociale israelitico, espresso dal numero e dal tempo, e la salvezza. Dal punto di vista terminologico, Brachetta ha esaminato come la “dottrina” (la quale ha come fonte la Rivelazione) presenti nel suo insegnamento due aspetti inseparabili: uno, individuale e l’altro, sociale. Un altro termine rimarcato dall’autore è stato “natura”, sinonimo di essenza o di sostanza, che va primariamente riferito alla natura umana o alla legge naturale.

Date queste importanti sottolineature terminologiche (onde dissipare equivoci di riferimento), l’autore ha analizzato come l’ordine e la gerarchia tra le cose sia stato vissuto nella società medievale quale exitus (tutto esce da Dio) e reditus (tutto torna a Dio) in cui l’uomo, inteso quale homo viator, peregrinus, si muoveva dalla città terrena alla città di Dio, passando dalla natura ferita dal peccato alla natura riparata dalla penitenza e dalla grazia. Se quindi la società medievale rimandava all’etica delle virtù (in questo senso l’autore ha sottolineato l’apporto di San Bonaventura oltre a quello di San Tommaso d’Aquino) non era difficile scorgere lo stretto legame tra Dottrina sociale e teologia morale.

Il rapporto tra la Regola di S. Benedetto e la rinascita umana e cristiana Nel capitolo successivo, Brachetta ha esaminato il rapporto tra la Regola di San Benedetto e la rinascita della civiltà umana e cristiana, laddove conversione e crescita materiale iniziarono a svilupparsi allo stesso tempo, ribadendo come la fondazione della città terrena non potesse prescindere dalla fondazione della città di Dio.

Non solo, come ha spiegato Brachetta, il monachesimo occidentale è stato una fucina per la comprensione e l’applicazione della Dottrina sociale della Chiesa e per l’importanza conferita alla stabilitas loci (stabilità del luogo), all’ordine (Ordo), riallacciandosi alla stessa Sacra Scrittura in cui il tempio, la dimora, il cenacolo consentivano l’edificarsi delle virtù del sacrificio e della perseveranza in cui veniva temprato il carattere e in cui si formava l’umiltà. San Benedetto da Norcia dovette così sopportare e superare, come ha rimarcato Brachetta, le tre tentazioni fondamentali di ogni persona: la tentazione dell’autoaffermazione, la tentazione della sensualità e quella dell’ira e della vendetta. In questo senso il monachesimo ha indicato la possibile uscita da un periodo di crisi rimettendo Dio al centro, edificando cioè la Città di Dio giorno dopo giorno.

I concetti di “popolo”, “nazione” e “patria” Come ha esplicitamente affermato l’autore, i concetti di “popolo”, “nazione” e “patria” sono talmente connaturati all’uomo (data anche la sua essenziale natura di animale sociale) che non si dà Rivelazione senza il coinvolgimento della storia delle genti, delle città, delle nazioni e delle patrie. Brachetta ha rilevato anche il legame analogico (in senso aristotelico) tra il Dio che si rivela quale sommo Padre e il popolo ebraico, società dei figli, indicando come la storia della salvezza si innesta sulla somiglianza tra il Padre e i figli, così come la terra promessa, la terra dei padri diventa figura della patria escatologica, della casa di Dio Padre.

Nella continua tensione tra la città terrena e la città di Dio, sarà con Sant’Agostino d’Ippona e la sua De civitate Dei che la questione mondo-chiesa verrà interpretata con maggior accuratezza, facendo prevalere l’amor Dei sull’amor sui. Le nozioni di “popolo”, “nazione” e “patria” si innestano così nel perno centrale della città di Dio e assumono con la Rivelazione del Figlio il ruolo primario inderogabile della “regalità sociale di Cristo”, informando così tutta la riflessione magisteriale e gli ambiti della Dottrina sociale della Chiesa.

L’importanza dei corpi sociali intermedi Già nell’Antico Testamento si era prospettata l’importanza dei corpi sociali intermedi tra il singolo e il re. Brachetta fa un riesame storico, rinvenendo soprattutto nella Rerum Novarum un’esplicitazione del tema, rimandando sin dall’introduzione dell’enciclica al rilievo sulle corporazioni, in quanto istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi e ad avvicinare e unire le due classi (proletariato e capitalismo) tra di loro. Vi erano allora altri corpi intermedi quali università, camere dei mercanti, compagnie, confraternite, ecc. che nel territorio fungevano da articolazione necessaria del corpo sociale, sintetizzando con le loro opere i principi complementari della Dottrina sociale della Chiesa: il principio della dignità intangibile e trascendente della persona umana, i principi di sussidiarietà e solidarietà e quello finalistico del bene comune.

Brachetta ha esaminato il ruolo del beato Giuseppe Toniolo in merito ai corpi intermedi, sottolineando come il suo modello di corporativismo (sul modello della Repubblica di Firenze medievale) avesse individuato nell’individualismo liberale rivoluzionario la causa del crollo del sistema corporativo di arti e mestieri, a cui alludeva Leone XIII.

La Rivoluzione e la Dottrina sociale della Chiesa La Chiesa si è sempre posta contro le suggestioni rivoluzionarie che minavano, da un punto di vista teorico ma anche pratico, le fondamenta di un ordine naturale voluto da Dio. Brachetta ha analizzato puntualmente alcune forme rivoluzionarie come: il socialismo, il naturalismo, una certa idea di personalismo, il protestantesimo, il paternalismo, il coscienzialismo, senza dimenticare la Massoneria con i quasi seicento documenti del magistero petrino contro gli errori dei framassoni.

Se il socialismo è stato riprovato dal Magistero quale reazione sbagliata al liberal-capitalismo, sono state condannate pure l’usura e la corruzione dei costumi, evidenziando come il ruolo unitario di fede e ragione (andatosi perdendo nel tempo) ha sempre circoscritto gli errori dogmatici e quelli antisociali. Un capitolo importante del libro di Brachetta è quello centrato sul rapporto tra il dogma dell’Immacolata Concezione e il naturalismo, inteso quest’ultimo come l’affidamento alla forza della propria ragione, rescindendo quindi i legami con la fede e con Dio e non accogliendo la distinzione tra “natura” e “soprannatura”.

Al contrario, con la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria con l’Ineffabilis Deus del 1854, Pio IX ribadisce che l’uomo nasce con il peccato originale, indicando così l’errore in cui la sola ragione umana potesse essere arbitra del bene e del male. Anche per il gesuita Matteo Liberatore, di cui l’autore ha trattato il pensiero in un successivo capitolo, il naturalismo non era altro che l’affrancamento dell’ordine naturale da quello soprannaturale. Anche dal punto di vista giuridico, ha rilevato Brachetta attraverso lo studio di altri autori, negando il fondamento divino del diritto si consentivano leggi ingiuste contro la vita, la famiglia, il patrimonio. La cancellazione dell’ordine divino del mondo (esercitata coscientemente dalla Massoneria) non toglieva solo l’essenza del diritto ma anche faceva vacillare l’etica, che non trovando il fondamento in Dio, non sapeva distinguere più il bene dal male.

Personalismo e umanesimo in Maritain Al filosofo Jacques Maritain, Silvio Brachetta ha dedicato due capitoli del libro, individuando nel neotomista francese uno scivolamento nella corretta concezione della persona e dell’umanesimo, facendo passare la ricerca della verità dalla confutazione al dialogo (emblematiche le parole di Maritain: “Vedo dovunque delle verità prigioniere…nostro compito è cercare il positivo in tutte le cose e di usare il vero più per guarire che per colpire”) e negando alla civitas christiana prospettata nel futuro una concezione “sacrale cristiana” dell’ambito temporale, indicandone una soluzione alternativa “profana cristiana”.

Come ha sottolineato Brachetta, in Maritain traspare una certa attrazione nei confronti del socialismo e in particolare del “processo dialettico” marxiano che lo hanno portato ad affrancarsi dall’itinerario medievale di ascesa a Dio, indicando così la nuova cristianità, rispetto alla Cristianità medievale, con mezzi e fini completamente diversi. Dal punto di vista della prassi politica, nella consapevolezza dell’eredità del pensiero maritainiano nei confronti dei partiti moderni, il cattolico avrebbe dovuto astenersi “dall’attività politica esercitata da cristiani” per fare posto “all’attività cristianamente ispirata”.

Protestantesimo, paternalismo di Stato e coscienzialismo totalitario Nei successivi tre capitoli, Brachetta ha inteso osservare quanto la “svolta antropologica” intrinseca alla modernità sia scaturita dalla grande diffidenza degli umanisti nei confronti della teologia scolastica e della visione teocentrica medievale. Interessante e stimolante, a mio giudizio, le riflessioni sul “paternalismo”, rinvenendone l’origine sin dal XVIII secolo con l’atteggiamento dei sovrani assolutisti sino al successo delle campagne “Pubblicità Progresso” dei nostri giorni, laddove si toglie spazio alla formazione per un’informazione pilotata attraverso talk show, pubblicità commerciali, slogan ripetuti e gridati. Il mancato approfondimento del concetto di “coscienza”, veicolato dal principio dell’autodeterminazione assoluta, ha celebrato così il primato del soggetto sull’oggetto, inteso come volontà e capriccio sganciate dalla ragione. Alla deriva ideologica della coscienza (coscienzialismo) si contrappone la coscienza retta che, attraverso la sinderesi, ossia la conoscenza innata del bene e del male, si esplica come luce della ragione eterna di Dio.

Conclusioni Il denso volume di Silvio Brachetta ritorna nei capitoli finali al tema della città fondata in Dio, rinvenendo nell’equivoco concetto di libertà religiosa, di “evoluzionismo dottrinale”, nell’oblio della legge naturale e del diritto gli scossoni destabilizzanti alle fondamenta e alla regalità sociale di Cristo. A questa situazione drammatica ben analizzata storicamente e dottrinalmente nel libro, Brachetta invita a riprendere seriamente i principi (anche quelli non negoziabili) e i valori della Dottrina sociale della Chiesa, sottolineando, con San Pio X, l’impossibilità di un’azione sociale senza dottrina.

Non valgono quindi le buone e ingenue intenzioni, un agire politico cristianamente ispirato se, ad esempio, non viene perseguito nel bene comune anche il bene soprannaturale. Un libro, quello di Brachetta, stimolante per comprendere cosa è indispensabile fare, pensare, studiare per permettere la realizzazione (con la grazia divina) di un’autentica città fondata in Dio.

Intervista a Silvio Brachetta
di Stefano Fontana

È appena uscito il libro di Silvio Brachetta “La Città fondata in Dio. Alle origini della Dottrina sociale della Chiesa”, nella Collana dell’Osservatorio presso le Edizioni Cantagalli, pp. 196, euro 15,00. In calce di questa intervista con l’Autore le modalità di acquisto. Silvio Brachetta, triestino, è teologo, diplomato in Scienze religiose, saggista e pubblicista, e fa parte della Redazione dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân.

Normalmente si pensa che la Dottrina sociale della Chiesa si “origini” dalla Rerum novarum di Leone XIII. Nel suo libro invece lei va molto più indietro. Come mai?
Perché la verità è ab aeterno, dall’eternità, come il Verbo. La Dottrina sociale della Chiesa esprime la verità rivelata sull’uomo, in quanto collegio di tre o più persone e, indirettamente, la verità su Dio. Collegio, perché le persone si raccolgono insieme – dal latino cum legere. Tre, perché il minimo di un collegio è di tre persone, sia in riferimento alla Ss. Trinità, sia alla famiglia. Il collegio, la società, può essere anche di due persone, nel caso della famiglia sterile, ma è sempre da considerare la presenza dello Spirito Santo, che è l’amore tra gli sposi, ovvero di una terza divina Persona.
È però importante anche la nascita della Dottrina sociale come disciplina teologica e magisteriale, avvenuta nel XIX secolo, per merito di Leone XIII. La verità della Rivelazione, di solito, per contrastare l’errore o l’equivoco, necessita di essere definita – de fide definita, appunto – tramite i pronunciamenti dei concili o dei papi.

Lei è uno studioso di Patristica e di Monachesimo. Quale importanza hanno avuto questi due macro-fenomeni religiosi per la Dottrina sociale della Chiesa?
La teologia e il magistero dei santi Padri della Chiesa pre-medievali è fondata sul Dio personale, che si rivela Uno e Trino. In quanto Dio Uno e Unico, il Creatore plasma dalla terra singole persone, individui, che verranno giudicati singolarmente. Così il Messia è uno solo – il Cristo – seppure mai separato dalle altre due Persone. In questo senso la storia della salvezza è tutta al singolare. E, tuttavia, il Creatore è Trino e plasma l’uomo maschio e femmina, ovvero plasma la famiglia, che è la prima e fondamentale società.
La Dottrina sociale, dunque, prima ancora di esprimersi nella creatura, è da sempre nel seno del Dio tri-personale. È più esatto dire, allora, che la storia della salvezza è a favore del singolo, il quale però si salva con l’aiuto necessario del prossimo. Nei Padri la tensione universale-particolare, moltitudine-individuo è una costante, proprio a motivo della realtà di Dio e delle cose.
Il Monachesimo medievale – quello benedettino in particolare – è forse l’espressione storica più riuscita di una Dottrina sociale applicata al vivere quotidiano. Guardando al fenomeno benedettino è molto facile farsi un’idea veritiera di cosa sia la Dottrina sociale. San Benedetto è riuscito nella sintesi tra universale e individuato: qua è il segreto del suo successo; ovvero ha compreso e trasmesso la verità circa Dio e la creazione. Il santo di Norcia non aveva nessun problema a fuggire dal mondo e dagli uomini, continuando a vivere assieme agli uomini e ai frutti della creazione. Egli sapeva che l’aspetto sociale e cenobitico non era una frattura rispetto all’aspetto individuale eremitico, né si è mai scandalizzato dell’unione tra insegnamento sociale e individuale. In lui convivevano eremo e cenobio, perché Dio è eremo e cenobio.

Nel libro viene dedicato un spazio rilevante a Giuseppe Toniolo. Questo autore oggi o è dimenticato oppure viene trasformato in un progressista, mentre era fautore di un intervento nella società secondo lo spirito di Leone XIII e di Pio X. Cosa può dirci in proposito?
Ho apprezzato, in modo particolare, il Toniolo scrittore, per il suo stile chiaro e sistematico. Toniolo scrive in modo comprensibile di argomenti sui quali è sempre originale. La sua breve storia delle dottrine socialistiche, che ho abbozzato nel mio libro, è più simile a una storia del mondo, tanto le tematiche sono universali. Toniolo mi è sembrato una miniera inesplorata di tesori. Lavoro, economia, politica: sono questi i temi principali del suo studio. Di lavoro, economia e politica se ne parla spesso, ma delle intuizioni geniali di Toniolo, nel merito, molto meno. La sua più che sociologia è scienza sociale. Non va dimenticato che Toniolo è beato. La sua figura di santo sociale è importante in quanto laico e padre di famiglia.

Il titolo di un capitolo del suo libro risulta inusitato: “La morte e la Dottrina sociale della Chiesa”. È un argomento che non viene mai trattato. Qual è la sua importanza?
Non va mai dimenticato che la dottrina o l’insegnamento sociale è inclusa nell’intero insegnamento di Gesù Cristo, che spazia dalla vita alla morte e che non ha parti, ma solo aspetti. La verità, immobile in se stessa, è però orientata nel seno della Ss. Trinità. C’è un exitus, che dal Padre va allo Spirito Santo e un reditus, per il ritorno. Quasi un respiro divino. Exitus e reditus passano per il medium – il Figlio – di modo che la verità ha una sorgente, un pronunciamento e un compimento. Così anche la Dottrina sociale procede dalla verità eterna, pronunciata da Colui che si rivela come Alfa e Omega. Più che la morte, la Dottrina sociale ha in sé non solo la fonte e il logos, ma pure il compimento, la consumazione, la fine. Le società – fossero le famiglie, i corpi sociali, le nazioni o gli stati – hanno una causa efficiente, ma anche una causa finale, che è quella di andare a perfezione, ossia rendere la gloria a Dio e raggiungere la beatitudine nei singoli.
La morte è importante non solo come categoria morale e sociale (“non uccidere”), ma come realtà escatologica, come ritorno all’origine, come abbandono della città terrena e come ingresso nella città di Dio. La morte può essere semplicemente e carnalmente thanatos, oppure farsi carico di un pathos ultraterreno che, pur tremendo, pur terribile, accende la vita e la speranza nella Gerusalemme celeste.

Lei dedica attenzione anche a Maritain. Il personalismo cristiano ha aiutato la Dottrina sociale della Chiesa o l’ha messa in difficoltà?
Le mie considerazioni su Maritain e sul personalismo vanno lette dentro una serie di lavori prodotti dall’Osservatorio Van Thuân, di cui faccio parte. La questione, a nostro modo di vedere, è molto semplice. L’antropologia, la scienza dell’uomo, lo studio della persona, sono discipline meravigliose – se osservate però dal punto di vista di Dio, con Dio al centro. L’antropologia e il personalismo del XX secolo sono spurie, a seguito della “svolta antropologica”, che ha messo l’uomo al centro e Dio, se non in periferia, in un luogo non chiaramente specificato. Il problema è tutto qui: un’antropologia o un personalismo estranei alla metafisica e alla filosofia cristiana conducono all’ambiguità o ad un concetto erroneo dell’uomo e della persona. Erroneo rispetto al magistero.
La mia critica, in particolare, è nei confronti del Maritain autore di Umanesimo integrale. Nell’opera, Maritain scrive con l’intenzione di rifarsi alla dottrina di san Tommaso d’Aquino, ma nei fatti ne disconosce l’antropologia e la scienza sociale, dando inizio al noto fenomeno della frattura tra ambito sacro e profano del cattolico in politica. In Umanesimo integrale c’è anche una critica al Medioevo cristiano, ritenuto ingenuo da Maritain e troppo teocentrico, troppo sacrale. Sulle basi di questo tipo di teologia antropocentrica, che Maritain condivide con altri autori novecenteschi, si è consolidato un concetto di persona debole, divisa e in disaccordo con se medesima, sdoppiata quanto all’azione e incerta nel pensiero.

Come valuta l’utilizzo della Dottrina sociale della Chiesa nella Chiesa di oggi?
La Dottrina sociale odierna, per un gran numero di motivi, ha finito per assumere le suggestioni della svolta antropologica e del personalismo in senso debole. Giovanni Paolo II, con il suo personalismo ontologico, ha cercato d’invertire la tendenza, riaffermando l’uomo della Genesi, ad immagine e somiglianza di Dio. Il personalismo di papa Wojtyła, pur influenzato dai pensatori francesi e tedeschi del Novecento, ha comunque una propria originale teoria dell’atto umano, che rivela la persona. L’importanza essenziale dell’atto, tra l’altro, emerge chiaramente nella sua enciclica Veritatis splendor. La persona compie l’atto con il corpo: per mezzo di questa teologia del corpo, Wojtyła sottomette la creatura al Creatore del corpo, dunque a Dio.
Questo ritorno a Dio di Giovanni Paolo II (sostenuto poi da Benedetto XVI) o, perlomeno, questo tentativo di ritorno al teocentrismo, non ha avuto molto successo nel confronto con il personalismo spurio, mai tramontato. La Dottrina sociale contemporanea è mortificata, poiché è tornata antropocentrica, per cui gli atti e i pensieri dell’uomo si relativizzano alla storia, piuttosto che assolutizzarsi in Dio. Ma in questo modo si esce dalla Dottrina sociale, più che mortificarla.

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1 commento su “La città fondata in Dio”

  1. Alfredo Grande

    La grave colpa di Giovanni Paolo II, con il suo personalismo, è stata la sua entusiastica accettazione della Redenzione universale sulla scia di De Lubac.
    Eresia dissolvitrice della religione cattolica, lega il “magistero” di Francesco al suo predecessore

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