La persecuzione dei Russi nei paesi baltici

Viviamo nel sistema della menzogna e la censura è parte integrante di questo sistema. Una censura che talvolta è soft e poco percepibile, altre volte dura e visibilissima. Ma sempre per “il nostro bene”, per difenderci dalle fake news e dalla “disinformazione”, che poi è tutto ciò che si discosta dalla narrativa dei Signori della decivilizzazione, del Deep State e degli stregoni della montagna magica di Davos. Ad esempio: quante cose ci sono nascoste sulla guerra di Israele ai Palestinesi? E sui vaccini, la loro efficacia, gli effetti avversi, i contratti d’acquisto? Ancora: perché i media mainstream tacciono sistematicamente sul reale andamento della guerra in Ucraina? Vi ricordate, qualche mese fa, quando durante la mitica controffensiva di Kiev, le truppe ucraine avanzavano sbaragliando battaglioni di russi ogni giorno? Oggi sappiamo che era tutto falso. Dezinformatzija democratica.

L’opacità, la distorsione, la minimizzazione delle informazioni riguardano anche un altro tema, riassumibile nella domanda: cosa sta capitando ai russi che vivono nei paesi baltici: Estonia, Lettonia, Lituania? Quanto percepiamo, nel cosiddetto Occidente, dell’intensità e della pericolosità dell’isteria russofoba scatenata in questi paesi, certamente ispirata, o comunque incoraggiata, dagli ambienti atlantisti e dagli attuali vertici dell’Unione Europea dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina?  

C’è un dato statistico inoppugnabile: consistenti minoranze di russi vivono nei tre paesi baltici: più limitata la presenza in Lituania, solo il 5,90% della popolazione, ben più importante in Lettonia, il 25% e in Estonia, il 24%. Sono stime al ribasso, tuttavia, perché andrebbero aggiunti i bielorussi e gli ucraini russofoni. La propaganda antirussa, interna ed esterna ai paesi baltici, sostiene che questa presenza risalga al periodo dell’occupazione sovietica iniziata nel 1940, ma è una tesi parzialmente falsa, che dimentica che fino al 1918 questi paesi facevano parte integrante della Russia zarista e anche a quell’epoca era massiccia la presenza di russi: imprenditori, commercianti, armatori e marinai, funzionari, militari. Così come esisteva una consistente minoranza di Tedeschi del Baltico, la cui presenza risaliva al Medio Evo, che rappresentavano l’élite di quei paesi e che detenevano il potere politico e culturale e quello economico e commerciale attraverso il latifondo e il dominio del grande commercio.

 Non solo: i cosiddetti Baroni Baltici, nobili di origine tedesca, erano ben integrati con la corte zarista di San Pietroburgo, giungendo a ricoprire alti incarichi militari e civili. Molti avranno letto della figura straordinaria del barone Roman Nicolaus von Ungern-Sternberg, generale dell’esercito zarista e poi “signore della guerra”, capo di un’Armata Bianca formata da russi, cosacchi, mongoli, buriati e altri asiatici, che in Siberia e in Mongolia si batté vittoriosamente per anni contro i bolscevichi. Catturato solo per un tradimento, venne fucilato dai rossi dopo un processo farsa. Da rilevare che negli anni ’20 le neonate repubbliche baltiche attuarono una vera e propria pulizia etnica nei confronti dei Tedeschi del Baltico con l’esproprio totale delle loro terre e dei loro beni.

Dopo il ritorno all’indipendenza nel 1991, la Lettonia e l’Estonia hanno adottato una legislazione basata su uno stretto ius sanguinis che riconosce la cittadinanza solo a coloro che già la possedevano prima del 1940. Per tutti coloro che si sono stabiliti in questi territori successivamente a questa data, la possibilità dell’ottenimento della cittadinanza è condizionata da un percorso assai complesso che prevede un giuramento di fedeltà, la conoscenza della Costituzione, della storia di questi paesi, e soprattutto delle lingue locali.

C’è da sottolineare che l’estone appartiene al ceppo ugrofinnico, come l’ungherese e il finlandese, lingue assai lontane, per caratteristiche strutturali, dalle lingue indoeuropee. A sua volta il lettone è sì una lingua indoeuropea, ma, come il lituano, che è una lingua arcaica come l’ittita e il sanscrito, è abbastanza differenziata dalle altre lingue di questo ceppo. Chi conosce bene la situazione dei russi nelle due repubbliche baltiche testimonia che una larga parte di anziani non riesce a superare l’esame di lingua.

Inoltre la discriminazione dei russi avviene anche con la loro ghettizzazione attraverso l’inclusione nella categoria dei “Non-cittadini” (è lo sgradevole nome ufficiale): 200.000 in Lettonia e 65.000 in Estonia, il che comporta la privazione di molti diritti civili, a partire da quelli di voto. Riporta l’ANSA dello scorso 17 gennaio che, sempre la Lettonia, paese in cui la discriminazione è più forte, ha disposto l’espulsione di 985 cittadini russi (altri riferiscono di più di 1.200) che, non avendo superato l’esame di lingue, non hanno ottenuto il rinnovo del permesso di soggiorno.

Inoltre le autorità lettoni stanno preparando migliaia di nuove espulsioni. In ogni caso, non solo sarà sempre più difficile per i Russi del Baltico ottenere questi permessi, ma i paesi baltici hanno chiuso il confine ai cittadini russi anche se posseggono un visto Schengen. Nonostante che a Riga, capitale della Lettonia, la maggioranza della popolazione parli russo come prima o seconda lingua, l’uso di questa lingua è fortemente scoraggiato. Le insegne in cirillico vengono cancellate. Dal settembre del 2023, in tutto il paese, gli insegnamenti scolastici vengono impartiti solo in lingua lettone.

Le autorità lettoni rivendicano apertamente le politiche di “de-russificazione” che pure sono in aperto contrasto con i principi europei sui diritti civili. “La guerra in Ucraina ha fornito una nuova opportunità per ridare dignità alla Lettonia e costruire una società lettone più amalgamata” ha ipocritamente dichiarato Māris Andžāns, Director del Center for Geopolitical Studies di Riga, un think tank “indipendente”. “Questa è una storica opportunità per gli stati baltici, specialmente Lettonia ed Estonia, per liberarsi dei problemi rimasti”. Dove, ovviamente, i “problemi rimasti” (“the remaining issues”) sono i russi che da decenni e più risiedono in quei paesi.  

Le sciagurate sanzioni dell’Unione Europea alla Russia hanno privato i Russi del Baltico dei loro tipici prodotti alimentari che non possono essere più importati e che erano più economici degli altri. Non è solo, per la minoranza russa, un problema economico o alimentare. Nulla è più identitario del cibo e l’impossibilità di avere questi prodotti ha provocato sconforto e indignazione.

Ma i provvedimenti antirussi assunti o minacciati dai paesi baltici sono ancora più preoccupanti degli scafali vuoti nei supermercati: ad esempio l’oscuramento dei canali televisivi russi, anche quelli che, per essere più indipendenti, si erano trasferiti da Mosca a Riga, come è capitato al canale Dozhd, accusato di aver mandato in onda una cartina in cui la Crimea veniva attribuita alla Russia (la Crimea è russa dal 1783, quando venne liberata dalla feroce occupazione dei tatari musulmani) e di non garantire la traduzione delle trasmissioni in lettone.

L’European Broadcasting Union (Unione europea di radiodiffusione) e altre organizzazioni internazionali di giornalisti hanno espresso preoccupazione per la proposta lettone di espellere i russi delle radio e televisioni pubbliche. D’altronde i media russi sono stati censurati dalla “democratica” Unione Europea: le televisioni Russia Today e i canali Sputnik non sono più accessibili, perché oscurati, in tutta Europa.

La persecuzione dei russi assume forme grottesche. A Riga il parlamento ha approvato la distruzione di un monumento ai caduti russi e, ancora prima, addetti del comune avevano spazzato via con una ruspa i fiori depositati dai russofoni davanti al monumento. Contemporaneamente, la polizia lettone ha minacciato chiunque osi sventolare bandiere russe o delle repubbliche indipendenti del Donbass e ha proibito persino la lettera Z, divenuta simbolo dell’Operazione Militare Speciale di Mosca in Ucraina.

Un caso che ha creato un certo scandalo, nonostante la censura della stampa mainstream, è quello della eurodeputata russofona lettone Tatjana Ždanoka, accusata di spionaggio per aver avuto contatti con funzionari russi. Eppure, che la deputata fosse una paladina dei diritti civili dei russi nel Baltico era noto a tutti, così come il suo rifiuto di condannare la Russia per il conflitto in corso: era stata tra i 13 europarlamentari che avevano votato, nel 2022, contro la risoluzione di condanna dalla Russia.

Non solo, era stata anche arrestata dalla polizia di Riga proprio durante le proteste per la decisione di abbattere il monumento ai caduti russi. Eletta tra i Verdi, era stata espulsa da questo gruppo per non essersi accodata alla russofobia imperante. Come riferisce EuropaToday dello scorso 30 gennaio, un consorzio di testate “investigative”, comprendente il sito russo indipendente The Insider (ma allora c’è libertà di stampa, in Russia), il giornale estone Delfi e il quotidiano svedese Expressen hanno accusato Tatjana Ždanoka di spionaggio e soprattutto di aver espresso in più occasioni il suo sostegno alla Russia.

Ovviamente le autorità e i servizi lettoni, a cui questi “giornalisti indipendenti” hanno consegnato tutta la documentazione raccolta, hanno subito aperto un’inchiesta, ma è ancor più grave che un’inchiesta sia stata aperta anche dalla Presidenza del Parlamento europeo che ha persino votato una risoluzione, con il solo voto contrario di Identità e Democrazia e di altri singoli eurodeputati, in cui oltre a richiedere di condanna della Ždanoka, ad accusare la Russia di “ingerenze” del tutto indimostrate e addirittura di “minare la democrazia europea”, oltre alle solite menzogne sull’intervento in Ucraina, si attaccavano con i più fantasiosi motivi anche partiti legittimamente rappresentati, come Alternative für Deutschland, il Rassemblement National della Le Pen, la Lega di Salvini e l’austriaco Freiheitliche Partei Österreichs.

Inoltre, nella risoluzione si comunica che la Presidente del Parlamento ha deferito la deputata ed altri membri del Parlamento accusati di essere filorussi a un “comitato sulla condotta dei deputati” e ha annunciato l’avvio di un’indagine interna, che è attualmente in corso. Le possibili sanzioni (per quale colpa?) previste dal regolamento comprendono la perdita del diritto all’indennità giornaliera, la sospensione temporanea della partecipazione a tutte o ad alcune delle attività del Parlamento e limitazioni al diritto di accesso alle informazioni.   

Con molte ragioni, il filosofo Andrea Zohk, nel pubblicare l’intera risoluzione (Andrea Zhok – Maccartismo. Su un angosciante documento del Parlamento europeo), l’ha anche definita “agghiacciante” e “mirabile per la sua capacità di affermare una sequela incredibile di falsità”. Un deputato “liberale” romeno, Vlad Gheorghe, ha addirittura richiesto sanzioni per chiunque cooperi con la Russia.

Comunque difficilmente Tatjana Ždanoka verrà rieletta. Infatti nel 2022 il parlamento lettone ha introdotto una norma che, in spregio a qualsiasi principio democratico, vieta “a persone e organizzazioni politiche orientate al Cremlino” di candidarsi a una carica.

Un altro russofono, eletto stavolta nel consiglio comunale di Riga, Ruslan Pankratov, anch’egli difensore dei diritti civili dei russi, è stato protagonista di una rocambolesca fuga in Russia per evitare le persecuzioni delle autorità e dei servizi di sicurezza lettoni. Pankratov era stato arrestato nel 2022 per “giustificazione del genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità”, un classico reato d’opinione, ma la vera accusa era quella di “provare simpatia per la Russia”. Rilasciato in attesa di processo, si era deciso a fuggire dalla Lettonia e, per evitare di essere fermato alla super vigilata frontiera con la Russia, indossata una tuta e le pinne, ha affrontato il gelo del Mar Baltico per superare il confine e raggiungere la costa russa.

Si accennava al fatto che in Lituania l’intensità dell’isterismo russofobico sembra essere minore. Ma ciò non ha impedito alle autorità lituane di privare della cittadinanza alla pattinatrice Margarita Drobiazko, di origine russa, che aveva ricevuto la cittadinanza lituana per rappresentare questo paese ai Giochi Olimpici. Per i suoi successi era stata persino insignita di una delle massime onorificenze lituane, la Croce di Cavaliere dell’Ordine di Gediminas che, ovviamente, le è stata revocata. La sua colpa? Quella di collaborare con la pattinatrice russa Tatyana Navka. Inoltre è stata accusata di “non condannare l’operazione militare russa in Ucraina” e di “collaborare con un regime ostile allo stato lituano”. D’altronde, sempre a proposito di sport, la solita Lettonia ha proibito ai propri atleti di gareggiare contro atleti russi e bielorussi, anche se presenti individualmente o sotto bandiere neutrali, non in rappresentanza della bandiera russa. Un atto di pura ostilità contro i russi e i bielorussi in quanto tali.

In Estonia la minoranza russa risale alla fine del XVII secolo, quando diverse migliaia di Vecchi Credenti, sfuggiti alla persecuzione religiosa in Russia, si stabilirono in quelli che all’epoca erano territori svedesi. E oggi la maggioranza della popolazione (estoni e russi) è di religione ortodossa, anche se i fedeli sono divisi tra la giurisdizione del patriarcato di Mosca e quella di Costantinopoli. Ciò nonostante, le autorità estoni hanno espulso dal paese Eugeni Reshetnikov, metropolita della Chiesa ortodossa estone che fa capo al Patriarcato di Mosca. A nulla sono valse le proteste dei fedeli. L’accusa è la solita, quella di sostenere la guerra. Sono i primi segnali di una possibile persecuzione religiosa contro gli ortodossi, come avviene in Ucraina, dove le chiese ortodosse vengono chiuse o sequestrate, i preti e i monaci arrestati e vessati, i fedeli che protestano pacificamente bastonati dalla polizia e si è arrivati al punto di ordinare lo spostamento della data del Natale al 25 dicembre, come in occidente. Unico caso di atlantismo liturgico.  

È poi da segnalare che l’Estonia è il paese che più urla per confiscare i circa 260 miliardi di riserve della Banca Centrale russa depositati in Europa che pure, per le leggi internazionali, sono giuridicamente intoccabili e nonostante che esperti, banchieri e soprattutto la società belga Euroclear, depositaria di gran parte dei fondi, abbiano messo in guardia da questo provvedimento, che minerebbe la fiducia delle istituzioni finanziarie internazionali nell’Europa, oltre alle possibili, speculari rappresaglie russe sui fondi occidentali. Comunque, qualche risultato le arroganti pretese dell’Estonia lo ha raggiunto: con unico caso di furto internazionale, gli USA hanno trasferito a questo paese i fondi russi già confiscati: circa 500.000 dollari.  

L’Estonia ha inoltre annunciato la costruzione di 600 bunker al confine con la Russia “per scoraggiare una possibile invasione da parte di Mosca”. Ovviamente in molteplici dichiarazioni la Russia ha sempre escluso categoricamente ogni intenzione aggressiva contro gli stati baltici – come è di tutta evidenza, non ne trarrebbe alcun vantaggio – ma il fanatico odio antirusso dei baltici vuole instillare, con un’azione di terrorismo psicologico, la paura di una minaccia inesistente in tutta Europa.      

Torniamo ai russi nel Baltico. È quindi con qualche ragione che Putin ha formalmente protestato contro l’oppressione dei russi in questi paesi: “Negli Stati baltici, decine di migliaia di persone sono dichiarate subumane, private dei loro diritti più elementari e sottoposti a persecuzione.” E Nikolaj Patrushev, direttore del servizio federale della sicurezza della Federazione Russa ha denunciato: “Sotto l’influenza dei dettami anglosassoni, la russofobia si sta diffondendo in altri paesi europei, prima di tutto negli Stati baltici, dove tutto ciò che è russo è perseguitato. I monumenti vengono demoliti e i libri in russo vengono bruciati.” Ovviamente, nel “libero” Occidente queste denunce sono state censurate.

Tuttavia, in alcuni casi, la verità emerge da fonti insospettabili. La Friedrich Ebert Stiftung ha condotto e pubblicato, nel luglio 2023, un’analisi demoscopica, significativamente titolata “Sotto pressione”, sulla minoranza dei russofoni in Lettonia (“Under pressure – An Analysis of the Russian-Speaking Minority in Latvia”). È da sottolineare come questa Friedrich Ebert Stiftung sia una potente e ricca fondazione legata alla sinistra del partito socialdemocratico tedesco (Friedrich Ebert fu un presidente, socialdemocratico, della Germania durante la repubblica di Weimar, accusato di tradimento dalla destra tedesca), con uffici di rappresentanza in molti paesi europei, compresa l’Italia e la Lettonia, un think tank  e un istituto di ricerca di sinistra che, tra l’altro, organizza incontri internazionali: uno degli ultimi è avvenuto a Berlino nello scorso dicembre, quando una delegazione del Partito Democratico si è incontrata con esponenti del SPD e della stessa Fondazione per “discutere delle relazioni italo-tedesche in una prospettiva europea”.

La ricerca, ben fondata su basi statistiche e demoscopiche, rivela come la minoranza russa in Lettonia (ma si può ritenere che questi risultati riflettano le opinioni anche dei russi in Lituania ed Estonia) si senta circondata da un clima di ostilità. Più del 70% ritiene che ci sia una discriminazione linguistica, e non solo, contro di loro. Certi argomenti, come quello sulla guerra in Ucraina, vengono discussi solo all’interno della loro comunità. Il 70% dei rispondenti ritiene di non poter esprimere liberamente i loro sentimenti riguardo alla loro situazione e alla Russia e siano costretti a una sorta di autocensura.

Nonostante questa mancanza di libertà di espressione, una larga maggioranza dei russi in Lettonia ritiene che l’Ucraina sia una marionetta degli Stati Uniti, che Russia e Ucraina siano una sola nazione e che i paesi occidentali e l’Ucraina minaccino la sicurezza della Russia. Queste convinzioni, anche se silenziate dalla repressione delle autorità e proibite da leggi liberticide, sono in contrasto con la narrativa atlantista e russofoba dominante e sono una delle cause, oltre a un odio etnico atavico e tribale, dell’oppressione delle minoranze russe.

D’altronde, molti esempi di questa russofobia l’abbiamo vista anche da noi: concerti di musicisti russi impediti, corsi su letterati russi proibiti, attacchi sulla stampa mainstream ai dissidenti rispetto ai miliardi in armi e sostegno finanziario, con soldi sottratti alle nostre necessità, all’Ucraina. È recente la notizia che a una cittadina russa, residente da anni in Italia, è stato negato l’acquisto di una bottiglietta d’acqua in un negozio dell’aeroporto di Fiumicino.

Zelensky si è recentemente lamentato che in Italia ci siano troppi “amici di Putin” e ha chiesto che vengano “zittiti”, promettendo di fornire un ufficiale elenco di questi “putiniani”. Non abbiamo sentito nessun politico o commentatore protestare per questa richiesta liberticida che viola la nostra sovranità e per la minacciosa promessa della lista di proscrizione. La recente risoluzione del Parlamento europeo dell’8 febbraio, che abbiamo più sopra citato, rappresenta un ulteriore passo avanti sulla strada dell’ostracismo e della persecuzione, anche istituzionale e addirittura penale, contro ogni opinione non allineata all’atlantismo imperante.

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