La Storia con la “Esse” maiuscola e le altre storie – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

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ultmnttfrtcrvLa storiografia, la sua versione dei testi scolastici, sono alterate da falsificazioni. Lo dimostrano indagini e testimonianze di ricercatori della parte avversa, o compiute e raccolte dai rari studiosi indipendenti e assai obiettivi, disposti a essere ostracizzati. La storia resta in potere della politica, del partito vincitore a dispetto della libertà democratica. È questo un male che va combattuto insieme alle scienze filosofiche e sociologiche imposte dai responsabili della civile degradazione.

  Oltre ai falsi veri e propri, maggiormente confutabili, esistono anche le verità dubbie, fonti di giustificati interrogativi che escludono la prerogativa della verità; certezze opinabili che, invece, ricevettero riconoscimenti ufficiali, attestati di autenticità, e su di esse vennero montati dei miti, e tuttora concorrono a spianare il corso alle idee degradanti.

  Dario Fertilio (classe 1949), è un giornalista non proprio immune dalla collaborazione con la stampa di regime, filogovernativa. Probabilmente vi si è prestato per una sua convinzione liberal-democratica. Egli è stato autore di saggi e romanzi, cui spetta il merito di aver fatto a pezzi il totalitarismo sovietico, la faziosità ideologica e di aver propugnato un presidenzialismo idoneo a rimuovere alcuni gravi impedimenti all’efficienza dello Stato e alla governabilità – ma senza che sia risolto il problema della demagogia corruttrice, imputabile alla Costituzione liberale.

  L’anno scorso la Casa Editrice Marsilio ha pubblicato il suo L’ultima notte dei fratelli Cervi (vincitore del Premio Acqui Storia 2013), avente un protagonista di romanzo, in un contesto storico esatto, ma in circostanze storiche basate su documenti e testimonianze, che ne certificano soltanto la probabilità. Il Fertilio dichiara d’avere inteso descrivere una versione, tutt’altro che da escludersi, dei fatti riguardanti la cattura e l’uccisione dei sette fratelli Cervi. Col loro caso viene a contatto il partigiano Archimede, personaggio immaginario, prototipo di una parte considerevole di quella gioventù predisposta da un vago idealismo a entrare in un ingranaggio ingannevole e mostruoso, da cui si ritrasse con  una coscienza desolata.

  Il romanzo è corredato di prefazioni tematiche (Il mito, La morale, I fatti, La revisione, La ricerca), di una postfazione (Una storia tra le storie, La guerra civile, Il giallo) e di un’ampia bibliografia,  che non abbiamo motivo di dubitare sia stata seriamente consultata.

  Alcide, il padre dei sette uomini fatti e giovanotti, affittuario di un fondo agricolo in quel di Campegine, era stato socialista al tempo delle aspre contese tra lavoratori della terra e proprietari, negli anni degli scontri tra quadristi e soci delle cooperative. La madre osserva la devozione religiosa. Fin dal tempo di guerra, specie il figlio Aldo operava in accordo col Partito comunista fuorilegge, e la famiglia si era colorata di rosso. Alla caduta del fascismo, la casa colonica diventa rifugio di partigiani, italiani e prigionieri di varie nazionalità datisi alla macchia. Il 25 novembre 1943, circa due mesi e mezzo dopo l’armistizio, i fratelli e un loro compagno vengono catturati nella cascina dei Campi Rossi, dopo una breve scaramuccia, e condotti in carcere a Reggio Emilia. Sino ad allora hanno compiuto azioni dimostrative, di propaganda e qualche sabotaggio, astenendosi da attentati sanguinosi. Il 28 dicembre, dopo un processo sommario, subiscono la fucilazione. L’esecuzione ha il carattere della rappresaglia, venendo subito dopo l’assassinio di un segretario comunale di un paese del contado. Sembra che le vittime non abbiano sostenuto un combattimento che appariva disperato, onde evitare che le donne di casa vi fossero coinvolte. Si danno per scontate le torture patite durante gli interrogatori; e un verbale, rinvenuto dallo storico locale Luca Tadolini, depone a favore di un comportamento onorevole tenuto dai Cervi. Dunque, il loro eroismo può essere accreditato dagli indizi sussistenti.

  Viceversa, nella faccenda gli indizi sono decisamente contrari ai militanti e ai capi comunisti. Nell’intreccio di riunioni clandestine, di attentati proditorii dei GAP, di rappresaglie, di vendette personali, di bombardamenti (papà Alcide, uscito dalla prigione bombardata, tornò alla cascina e poté restarvi) e di spionaggi, si insinua il peggior fenomeno dei traditori, dei doppiogiochisti, dei delatori. Ne Il triangolo della morte (il territorio emiliano dove maggiormente infierirono le sevizie sui vinti e l’omicidio politico, estesi al dopoguerra) i fratelli Pisanò riproducono la testimonianza di un Signor X (anonimato reso necessario per tutelarne l’incolumità). Egli dice d’essere stato presente al colloquio in cui si decise la fatale operazione. Riccardo Cocconi, legato a entrambe le parti ostili, comandante del presidio della Milizia nella zona di Campegine, recava gli elementi per organizzare la cattura dei Cervi, nella riunione cui parteciparono il Capo della provincia di Reggio e il capitano Pilati, direttore dell’Ufficio politico investigativo. Questi ultimi furono successivamente processati e giustiziati. Il Cocconi, diventato di lì a breve comandante di formazioni partigiane sull’Appennino, dopo il 25 aprile assunse la carica di viceprefetto del capoluogo. Secondo l’anonimo, egli fu lo strumento dell’eliminazione della banda Cervi, voluta dai dirigenti comunisti perché i fratelli non ubbidivano al Partito, agendo in maniera anarchica, ed erano già stati isolati dalla rete partigiana e tenuti fuori dalle “case di latitanza”, ricoveri apprestati per ogni occorrenza.

  Diversi avvenimenti e fondati sospetti convergono a rafforzare il racconto del Signor X. Il capitano Pilati, condannato a morte, era certo fino all’ultimo – non mancano le testimonianze –  d’essere graziato, essendo egli a conoscenza del segreto del Viceprefetto. La Prefettura si oppose a che la grazia fosse concessa: in tal caso, a Reggio sarebbe scoppiata la rivoluzione.

  Uscito il libro dei Pisanò, una commissione formata da esponenti della Resistenza stabilì che l’infiltrato non era Riccardo, bensì Filippo Cocconi, militare della GNR, così ammettendo che ci fosse stato un traditore. Ma una scheda dell’Istituto Gramsci dà Riccardo iscritto al Partito comunista clandestino fin dal 1936.

  Luca Tadolini trovò alcune note redatte nel luglio 1944 dalla Prefettura. Si aveva notizia che i partigiani avevano sequestrato, e forse soppresso (come difatti era avvenuto), un tenente medico, medico anche dei ribelli, per aver visto tra loro il capitano Cocconi, chiamato Miro, suo nome di battaglia. Perché proteggevano l’identità di Miro sino al punto da ricorrere a quell’omicidio?

  Il giornalista cattolico Giorgio Morelli, che nel marzo 1946 aveva rivelato le cariche fasciste ricoperte da Cocconi negli anni addietro, venne eliminato, e con la sua morte si chiuse il suo giornale. In seguito, nonostante i cospicui posti di comando tenuti nella Brigata Garibaldi, Miro fu spodestato delle mansioni di viceprefetto, passò a un partito comunista eretico, subì un duro pestaggio a un suo comizio. Non erano pochi i caporioni fascisti voltagabbana, ma forse egli restava troppo scomodo per i progetti che il Partito aveva sulla celebrazione dei  fratelli Cervi.

  Così veniamo al dunque. Per la sua propaganda, il PCI necessitava di eroi, di un “eroe collettivo”, di glorificarsi con un esempio di magnifico sacrificio proletario; lo creò con i sette fratelli Cervi trucidati. E creò un falso storico, perché non era altro che dare lustro al Partito appropriandosi di una olocausto che non gli apparteneva, almeno moralmente, e quando sulla rossa dirigenza locale gravava il pesante sospetto, mai fugato, che fosse stata responsabile di quel sangue versato. “Era il Partito che li aveva condannati a morte” concluderà Archimede, contadino ignorante.

  Nel 1955 escono le memorie I miei sette figli sottoscritte da papà Alcide, ma confezionate dallo scrittore Renato Nicolai. Piero Calamandrei, giurista e politico di sinistra, coniò per i fratelli l’attributo di “eroe collettivo”. Alla rifinitura del testo prese parte Italo Calvino, compiacendo Palmiro Togliatti. Il lavoro riscuote grande successo: 800.000 copie vendute, traduzione in 14 lingue. Salvatore Quasimodo canta le prove sostenute da Alcide e i suoi sentimenti. Egli viene decorato di medaglia al valore dall’ambasciatore dell’URSS. Nel 1968 si compie la lavorazione cinematografica de I sette fratelli Cervi. Ma ormai la propaganda comunista ha bisogno di coniugare la propria fede con quella cristiana edulcorata. Nel 1971 esce un’edizione del libro riveduta e corretta. Non più Stalin, non più “anche noi eravamo un po’ Unione Sovietica”, non più “kolchoz Cervi”: ci vuole maggiore democrazia per accattivarsi l’adesione del pubblico con gli “eroi ritrovati”, ritrovati da “Il Giorno”, da “Famiglia cristiana”, dal “Corriere della Sera”, sino al 2000. – Notizie ricavate dalle pagine saggistiche annesse al romanzo.

  La storia di Archimede serve a dar conto di quale fosse la condotta delle gerarchie comuniste, la loro cinica filosofia e l’indottrinamento da esse impartito ai neofiti.

  Osvaldo, un capetto che scandaglia il neofita prima di dargli istruzioni, gli insegna che il nemico è costituito da quelli che temono il nemico, quelli che non sparano. Otello, un compagno di missioni micidiali – in cui Archimede, per circostanze fortuite o per esitazione, non ferisce nessuno – gli spiega che la banda Cervi dovette fare quella fine, non avendo ascoltato le direttive. Chi non le seguiva, agiva peggio dei fascisti.

  Suo padre, non del tutto svanito di testa, ricordando i disordini cruenti che avevano preceduto l’affermazione del Fascio, lo ammonisce a non entrare in quella melma. Suo fratello, che lavora nelle Officine Reggiane, legge il Solco fascista e resta indifferente. Sua madre si accontenta di pregare. Ma lui, sebbene a tratti incappi in un profondo malessere, piuttosto fisico e illeggibile, segue il solco tracciato. Fin da ragazzino frequentò il bugigattolo d’un calzolaio comunista, che gli dava da leggere libri apologetici, quasi fiabeschi, della Russia sovietica. “Il vero fascismo era stato realizzato in Russia” si pensava. Là il compagno Ciro lo introdusse nel giro dei cospiratori. Otello, invece, con la pistola gli consegna l’opera di Aldanev, un critico di Lenin. Archimede ne resta sconcertato. È stato messo alla prova, e l’istruzione prende piede. Quasi esaltandosi, egli capisce che le accuse mosse a Lenin non ne intaccavano l’opera, anzi giovavano all’epopea comunista, per la quale i morti e i delitti non contavano.

  Gli affidano l’agguato ordito a un parroco che ancora osa indossare l’orbace, già amico dei fratelli Cervi e spia per loro disgrazia, e lo accompagna la lezione di Otello: loro non tolgono la vita a persone, ma a cose contrarie, a simboli. Il giovane si persuade che occorre eseguire gli ordini o si fa il gioco del nemico, che l’errore del Partito non va considerato, che l’azione dei GAP non è mai delittuosa. A zonzo per le strade di Reggio e in osteria insieme al commissario politico, gli giunge, di rincalzo, la distinzione tra la strategia e la tattica necessaria. È tattica provocare le rappresaglie fasciste, che giustiziano gli innocenti.

  Sarà il prete, non caduto nella trappola tesagli dai rossi, a rivelare al suo mancato uccisore il loro complotto ai danni dei fratelli disubbidienti e mai assassini. Il senso della colpevolezza si fa strada in lui. Riacquista un significato umano il fatto che “uccidere il segretario comunale era stato lo stesso che passare ai fascisti il foglio con la sentenza di morte dei Cervi, perché ci mettessero la firma”. Dubita d’essere in colpa per aver avuto l’intenzione di sparare da gappista.

  Fallito l’attentato al parroco, nessuno viene più a cercarlo alla cascina, dove egli ha assunto la parte di capo di casa, dopo che suo fratello è perito su una strada campestre, bersagliato da un mitragliamento aereo. Sopravviene il 25 aprile con i suoi rivolgimenti. Il giovane contadino si perde nell’indagare dove si trovi la giustizia; il suo sconcerto è grande.

   Ho molto riassunto e non ho abbozzato svariati episodi, ambienti e risvolti della narrazione. Lo stesso dicasi per i personaggi nominati o tralasciati. L’epilogo vede il sacerdote nascosto, ma attivo, invitare Archimede a recarsi da una giovane vedova che domanda un suo intervento umanitario. La leggiadra signora, il cui marito è caduto in un conflitto a fuoco e compì militarmente la cattura dei fratelli Cervi, lo riceve in una villa lussuosa che non le appartiene; vorrebbe che egli si adoperasse per ottenere la grazia al capitano Pilati. Ella sa del doppiogioco di Miro-Cocconi e, se il viceprefetto si rifiuterà di aiutare il condannato, potrebbe farlo il giovane che ora conosce i retroscena. Archimede sarebbe disposto a rischiare, non gli importa nemmeno di morire, ma non ci sono le prove. Il sospetto che la donna abbia voluto adescarlo e farlo abboccare a un amo assurdo, viene meno col suo comportamento di ospite garbata e impeccabile.

  Rompendo con gli stereotipi, l’autore presenta la vedova fedele, già traduttrice al servizio dei tedeschi, in procinto di trasferirsi in Germania, dove troverà scampo alla persecuzione; e il giovanotto, cui pure scotta la terra sotto i piedi, che riceve da lei alcune tele pregiate, affinché poi in qualche modo gliele faccia avere laggiù e, vendendole, ella possa sostentarsi. Tra loro è nata una simpatia, ma non hanno approfittato dell’intimità.

  Infine, Archimede recapita personalmente i dipinti alla signora, e si stabilisce in quel paese che gli fu nemico. Nel suo ritorno a visitare i luoghi dove ormai i suoi cari giacciono sepolti, la matassa delle vicende si è districata per lui: liberato. Tuttavia, il seguito di verità abbracciate e spente lo lascia nello scetticismo: il male trionfa, colpevole un diavolo suggeritore, suggeritore di gappisti e di fascisti. Il male di uccidere ha prodotto una desolazione spaventosa. La cosa peggiore: “vedere le cose attraverso gli occhi del malvagio”.

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1 commento su “La Storia con la “Esse” maiuscola e le altre storie – di Piero Nicola”

  1. Annarosa Berselli

    Complimenti al professor Fertilio da parte di una storica della domenica….anche del
    comandante partigiano Lupo (voglio dire Mario Musolesi, nella zona di Marzabotto)
    si è detto, per anni, che sia stato ucciso dai comunisti, approfittando della strage
    nazisat (atroce ed assurda) di Marzabotto!

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