Monsignor Tiso: anatomia di una leggenda nera

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“Una salùs victìs nullàm speràre salùtem” (Aeneis, II,354). Monsignor Tiso, chi era costui? Monsignor Jozef Tiso, sacerdote martirizzato e Presidente della Repubblica Slovacca dal 1939 al 1945, è un Carneade perfetto, dimenticato dalla stessa chiesa cattolica di cui è stato testimone fino al sacrificio estremo. Solo qualche anno fa, se qualcuno per avventura lo avesse sentito nominare, lo avrebbe facilmente confuso con Tito, l’infoibatore comunista croato. Equivoco oggi persino improbabile, vista la rovinosa caduta del livello culturale generale che ha trascinato all’oblio anche molti mostri sacri del pensiero unico demo-progressista. 

Sul III vol. della storia della seconda guerra mondiale del “Reader’s digest” (pag.557) alla voce Tiso (Jozef) apprendiamo, nelle 4 righe a lui dedicate, che aveva proclamato “l’indipendenza della… Slovenia”. Le accuse ingiuste subite da Jozef Tiso e la damnatio memoriae che ha colpito sia la sua figura sia quanto è accaduto in Slovacchia durante il secondo conflitto mondiale non sono spiegabili soltanto con il ruolo marginale che ha avuto nella “grande storia” questo Paese piccolo e bellissimo  (come sa chi lo conosce), ma rientra, viceversa, in quell’operazione di occultamento  e stravolgimento della verità perseguito dalla storiografia dei vincitori e che contribuisce tuttora allo stato di minorazione culturale e spirituale in cui versa  l’occidente. 

Poche  sono le immagini che possiamo trovare sui libri di storia (della seconda guerra mondiale) di Mons. Tiso. Sono quelle, sempre le stesse, in cui compare in “clergy” nero mentre è a colloquio con Hitler (soprattutto quando i due si stringono la mano) o passa in rassegna un picchetto militare; su “internet” è reperibile anche un breve cinegiornale dell’epoca (due minuti) in cui, in una notte che sembra da tregenda, illuminata da riflettori e razzi luminosi, sotto una pioggia torrenziale, benedice le truppe del piccolo esercito slovacco in partenza per il fronte russo. 

L’aspetto corpulento, il cappello nero e il volto dagli occhi severi e penetranti (nelle rarissime foto che lo ritraggono in primo piano) incutono soggezione a prima vista e la scarsa iconografia a nostra disposizione sembra fatta apposta per alimentare la leggenda nera che  tuttora  avvolge la sua figura: quella del  dittatore filonazista,  del   “vescovo di Hitler” asservito al Terzo Reich, del “teocrate fascista” responsabile di orrendi crimini contro l’umanità. 

Basterebbe, come esempio, il modo in cui viene sbrigativamente liquidato nella Storia della seconda guerra mondiale curata da Enzo Biagi: “Il governo fantoccio della Slovacchia guidato dal fascista monsignor Tiso… ha instaurato un regime che è del tutto simile a quello nazista… si appoggia a formazioni paramilitari ispirate alle SS… che realizzano anche la politica di arianizzazione deportando in massa ebrei e cechi”

Uno dei tanti “Quisling”, insomma, bollati come “criminali di guerra” e giustiziati (o meglio assassinati) in processi farsa (vere e proprie mostruosità sul piano giuridico prima ancora che morale) durante la “mattanza” seguita alla fine della guerra, mentre i nuovi padroni del pianeta, capitalisti e comunisti – conclusa a Hiroshima e Nagasaki la crociata che li ha visti appassionatamente insieme contro il “ male assoluto” rappresentato dal Fascismo – si stanno spartendo l’Europa e sono intenti a edificare il migliore dei mondi possibiloi… Monsignor Tiso verrà impiccato e sepolto segretamente (secondo altri sarebbe stato arso),  il 18 aprile 1947 a Bratislava.

Vittorio Messori, in un meritorio articolo apparso qualche anno fa sul “Timone”,  è uno dei pochi che ha contribuito a infrangere la congiura del silenzio e il muro di falsità su questo sacerdote e capo di stato, ricostruendone la tragica fine: “All’alba del 18 aprile del 1947, nel cortile del tribunale di Bratislava, un uomo sulla sessantina, dalla corporatura massiccia, accompagnato da un frate cappuccino, saliva i pochi gradini di un patibolo, sul quale incombeva una forca. Stando al comunicato dell’agenzia stampa, solo sette minuti dopo il momento in cui la botola gli si è aperta sotto i piedi, l’espressione del condannato si è lentamente trasformata in un orribile ‘rictus’, mentre dalle sue mani cadeva la corona di un Rosario… Si era scelta l’impiccagione perché considerata più degradante della consueta fucilazione e si era fatto in modo che la morte non fosse immediata ma sopravvenisse tra tormenti e terrori… In effetti, come scrisse qualche giorno dopo l’Osservatore Romano, ciò che i condannatori cercavano non era la giustizia ma la vendetta politica”.

Jozef Tiso nasce da una famiglia di devoti contadini cattolici il 13 ottobre 1887 a Vel’ká Bytča, nella Slovacchia occidentale, secondogenito di dieci figli. Più a est, non molto lontano da Bytča, arroccato a strapiombo su uno sperone roccioso e circondato da una fitta vegetazione, protende le sue misteriose e labirintiche articolazioni l’impressionante maniero dell’Oravský Hrad.  

È la regione che gli abitanti chiamano orgogliosamente il “Paradiso Slovacco”, con i suoi immacolati e silenziosi boschi,  le chiese con i campanili a cipolla, che ricordano l’Austria, le distese di girasoli e gli arcigni  castelli di una bellezza incomparabile eretti nei secoli in cui la Slovacchia è appartenuta al regno di Ungheria. Qui non si è  mai verificato l’inurbamento così forte invece in Boemia (bastione industriale degli Asburgo). 

Il confine settentrionale, con al centro i monti Tatra, è solo con  la Polonia. Vicinanza che forse ha significato molto. Gli Slovacchi infatti (a differenza dei Cechi e nonostante l’affinità etnica e linguistica) sono sempre stati ferventi cattolici e nei secoli hanno costituito “un sicuro argine contro gli hussiti e i luterani fin all’età delle monarchie assolute” (Rino Camilleri, “Studi cattolici”). Soprattutto la città di Trnava, la “Roma slovacca”,  ha rappresentato “una luce e un baluardo della fede cattolica… prima contro la rivoluzione protestante, poi contro l’Islam. Cuore pulsante del Concilio di Trento, grazie anche alla presenza dell’università e di numerosi ordini religiosi” (Branislav Michalka su “Radici cristiane”). 

Ci aiuta a comprendere ancora meglio la spiritualità degli Slovacchi l’analisi di Vittorio Messori: “In effetti quel popolo… è un esempio di fedeltà coraggiosa, talvolta eroica, alla fede romana e ha sempre visto nella Chiesa la sola istituzione che gli ha permesso di salvare la sua identità, a cominciare dalla lingua. Non a caso i primi e più importanti documenti letterari sono testi liturgici, traduzioni della Scrittura, vite popolari di santi. E, sempre non a caso,  nei tempi moderni proprio degli ecclesiastici sono all’origine dell’autonomia e, infine, della libertà slovacca”.  

Fra costoro si distinguerà, come sacerdote e patriota, il futuro don Tiso che assimila fin da bambino l’amore per Gesù Cristo insieme a quello per la propria Famiglia e la propria Patria. La devozione alla Chiesa e la fedeltà alla Patria saranno in lui, per sua esplicita ammissione, sempre complementari: “Mi sono preparato a fare il prete e non il politico. Qui erano indirizzati tutti i miei studi e la mia educazione. Come prete volevo servire Dio, la Chiesa e la Nazione nella quale sono nato e dentro la quale volevo esercitare la mia vocazione sacerdotale. I miei principi: per Dio, per la Nazione e per il popolo. Erano queste le mie regole. Solo così si poteva arrivare alla più alta meta: la gloria di Dio e il benessere della gente”.

Il giovane Jozef, entrato nel Seminario di Nitra verso i 15 anni, viene ordinato saerdote a 24; allievo modello, studia teologia a Vienna e si appassiona in modo particolare alla dottrina sociale della chiesa (nel 1891 era stata pubblicata la Rerum novarum di Leone XIII).  

Dedito alla  cura animarum e alle attività caritative, che non trascurerà mai, sente come missione della sua vita anche  quella di contribuire, con tutte le energie, alla causa dell’autonomia della Slovacchia che , nel sistema imperiale della duplice monarchia asburgica, appartiene alla corona d’Ungheria. Per questo si iscrive al  Partito Popolare Slovacco, di ispirazione cattolica, fondato nel 1913 da un altro religioso di specchiate virtù, Mons. Andrej Hlinka, sacerdote perseguitato e indomito assertore del patriottismo slovacco. Un patriottismo altrettanto indomito non impedisce a don Tiso di svolgere nell’esercito austro-ungarico, durante la guerra, il suo apostolato come cappellano negli ospedali militari. Sarà anche direttore del Seminario di Nitra e insegnerà nelle scuole dei Padri Scolopi.

La sconfitta degli imperi centrali apre, per il futuro dell’umanità, scenari inquietanti.  “Il risultato più evidente era stato lo spostarsi definitivo dell’asse della politica mondiale dall’Europa agli Stati Uniti d’America, oltre Atlantico. Il peso determinante dell’intervento americano, ma soprattutto l’aver concluso essi il conflitto senza subire il minimo danno all’apparato industriale, ne consentì da allora in poi il dominio della scena politica internazionale” (Eugenio D’ Antoni, Storia della prima guerra mondiale). 

Il suicidio dell’Europa è appena incominciato. Mentre gli eserciti tornano a casa e l’inutile strage non si ferma a causa della “spagnola” che continua a mietere vittime, a Versailles gli apprendisti stregoni delle potenze vincitrici “si affrettano a spargere sul terreno ancora intriso di sangue… i semi di nuove rivalse e future discordie” (Giorgio Primicerj, 1918 Cronaca di una disfatta). 

Con la caduta di quattro imperi (tedesco, asburgico, zarista e ottomano), la carta geografica del vecchio continente e del vicino oriente è sconvolta. Il nuovo assetto politico corrisponde all’obiettivo che si prefiggono Francia e Inghilterra (le democrazie plutocratiche e massoniche) di perpetuare, tramite la creazione di stati artificiali, la propria egemonia europea e di ampliare, in Africa e Asia, i loro già immensi imperi coloniali. In questo, sostenute dalla delirante utopia Wilsoniana della Società  delle Nazioni.  

Così, in seguito allo smembramento dell’impero asburgico (estremo baluardo cattolico contro l’azione delle congreghe massoniche e simbolo di ogni autorità ricevuta da Dio), assistiamo alla nascita del “pasticcio geo-etnico” della Jugoslavia (Serbi, Croati, Sloveni, Montenegrini, Macedoni insieme…), il cui precipuo scopo è quello di bloccare la penetrazione politica ed economica dell’Italia nei Balcani. Così viene partorita la Cecoslovaccia “nella quale convivevano a fatica i cechi (Boemi e Moravi) e gli Slovacchi, diversi per tradizione, cultura e religione: i primi in buona parte di matrice illuministica e protestantica, i secondi cattolici osservanti” (don Ennio Innocenti, La conversione religiosa di Benito Mussolini).  La Cecoslovacchia – insieme alla Polonia dilatata a dimisura con l’annessione di parte della Slesia tedesca – “è concepita per montare la guardia al Reich” (Bruno Spampanato,  Contromemoriale), e si presenta come un coacervo di etnie costrette a convivere forzatamente. Durante la conferenza di Monaco, nel settembre 1938, Mussolini definirà icasticamente questo “monstrum” la repubblica “Ceco-tedesco-polacco-magiaro-ruteno-romeno-slovacca”…

La repubblica cecoslovacca, concertata a tavolino da Usa, Francia e Inghilterra già nei mesi precedenti (accordo di Pittsburgh del 30 maggio), nasce ufficialmente a Praga il 28 ottobre 1918, quando l’Austria ormai ha capitolato. Viene eletto Presidente il sociologo massone Tomás Masaryk (padre di Jan, massone anche lui, “defenestrato” – dalla finestra del bagno di palazzo Černin – il 10 marzo 1948; sono i giorni del colpo di stato di Klement Gottwald che consegna la terza repubblica cecoslovacca nelle mani di Stalin). Subito si dà inizio a una politica di “cechizzazione” e laicizzazione.  “Il nuovo stato fu imposto a mano armata da Praga agli Slovacchi… Masaryk aveva iniziato sin dal 1918 una politica di netta separazione tra Stato e Chiesa. Questo atteggiamento fu apprezzato soprattutto dagli Slovacchi protestanti ed ebrei, ma venne invece violentemente contestato dal clero cattolico. La politica di separazione… fu accompagnata dalla nazionalizzazione dei beni della Chiesa, tramite l’esproprio, l’introduzione del servizio militare anche per i sacerdoti, la soppressione delle scuole cattoliche e il sostegno alla chiesa nazionale cecoslovacca scissa da Roma. Questa politica favoriva, anche socio-politicamente ed economicamente, l’elemento protestante ed ebraico a scapito del Cattolicesimo slovacco che era stato messo ai margini della società e non aveva una forte classe laica di influente e colta borghesia, ma unicamente rurale” ( Dario Canali, Con i canti sulle labbra).  

Il pensiero corre immediatamente a quanto avvenuto nella penisola italiana prima con le invasioni napoleoniche e poi con la piemontesizzazione del Regno delle due Sicilie dopo la cosiddetta “impresa” dei Mille… Per gli slovacchi la situazione ora è cambiata in modo radicale. Dalla mancanza di autonomia sotto gli Asburgo e dal pericolo di “magiarizzazione”, si è passati a una condizione di avvilente asservimento ai Boemi e alla scristianizzazione del Paese, ovvero alla distruzione della loro identità secolare. 

Don Tiso, il quale, nonostante l’impegno in politica, manterrà sempre la direzione di una piccola parrocchia “per mostrare che era e restava innanzitutto prete” (Vittorio Messori), diviene a poco  a poco, con la sua forte personalità e la sua determinazione, il vero leader del partito di Hlinka, accettando comunque, come ministro dello Sport e della Salute, di far parte anche  del governo. Tiso non è certo un fanatico. Ai giovani ha sempre insegnato che “il radicalismo distrugge e l’attivismo costruisce e crea” e che “il nostro nazionalismo non ha mai significato odio contro gli altri”

Gli eventi incalzano. Nel marzo 1939 la Germania, dopo aver ottenuto con gli accordi di Monaco dell’anno precedente l’annessione dei Sudeti (abitati da oltre mezzo milione di tedeschi), si prepara a occupare la Boemia e la Moravia. Don Tiso viene invitato a Berlino e da Hitler gli viene proposto di proclamare la secessione e l’indipendenza della Slovacchia. In questo caso, il nuovo stato avrebbe potuto avvalersi del riconoscimento e della protezione del Reich. In caso contrario la Germania avrebbe ridotto anche la Slovacchia a protettorato e appoggiato le rivendicazioni territoriali della Polonia e soprattutto dell’Ungheria dell’Ammiraglio Horthy che, duramente e ingiustamente penalizzata dal Trattato di Trianon (quasi due terzi del suo territorio erano tati spartiti fra Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania) mai si era rassegnata alla perdita della Slovacchia. 

I tedeschi pretendono una decisione lampo, un “blitzsnell”; per discutere c’è solo qualche ora, e intanto giunge un telegramma che annuncia movimenti sospetti di truppe ungheresi in prossimità della frontiera. “Monsignor Tiso espose le drammatiche alternative hitleriane al governo e al parlamento provvisori slovacchi che nel frattempo si erano formati e l’assemblea votò all’unanimità per l’indipendenza” (Vittorio Messori).  Il ricatto nazista presuppone, inevitabilmente, per la Slovacchia, una condizione di paese satellite della Germania.

L’indipendenza rappresentava tuttavia la realizzazione delle aspirazioni più profonde del popolo slovacco, e l’ insperata chance offerta dalle circostanze, nonostante le perplessità espresse dallo stesso Tiso, che guardava con timore al paganesimo tedesco, andava assolutamente sfruttata. “Abbiamo realizzato la nostra rivoluzione slovacca senza versare una goccia di sangue, anzi con i canti sulle labbra”. Ricordiamo, solo per incidens, al prezzo di quali avvilenti compromessi e sudditanze a poteri occulti e potenze straniere si sia raggiunta l’unità e l’indipendenza dell’Italia, che – se si eccettua la parentesi Fascista – è sempre rimasta un Paese a sovranità assai limitata, oggi di fatto inesistente.

La costituzione della nuova repubblica, promulgata nel luglio 1939, di cui è Primo Ministro e poi Presidente Jozef Tiso, parroco di Bánovce, si ispira apertamente alla dottrina sociale della Chiesa espressa nelle due encicliche Rerum novarum di Leone XIII (1891) e  Quadragesimo anno di Pio XI (1931). Alla luce di questa dottrina si ripudia il socialimo marxista, ma viene altresì respinta l’dea di uno Stato concepito come il “fiduciario esecutivo della borghesia” retto da una “camarilla di profittatori” (James Gregor, L’ideologia del Fascismo). 

Il suo compito supremo deve essere invece quello di “controllare, aiutare e ordinare le attività private perché convergano armonicamente verso il bene comune” (Dario Canali). In Parlamento, nelle associazioni culturali, nelle scuole, nei consigli di amministrazione di fabbriche e industrie, la presenza di sacerdoti è assai rilevante.  “Nessuno deve avere paura del regime cristiano… Cristianesimo è amore per il prossimo, però il regime cristiano saprà cacciare tutto quello che è pericolo per la nazione. Questo abbiamo fatto quando abbiamo proibito il partito comunista, perché volevamo dimostrare che non sopportiamo la disintegrazione…  Tra il liberalismo e il collettivismo si trova lo Stato come fattore di equilibrio che, regolando la libertà individuale nell’ambito del bene generale, assicura nel modo più certo il benessere di ogni persona… Ogni classe va avvicinata all’altra, proprio come i membri di una famiglia”

Politicamente, non v’è dubbio, i modelli più vicini sono l’austro-fascismo di Dollfuss (del biennio 1932-34), contiguo anche geograficamente, e soprattutto l’Estado novo  portoghese di Antonio Salazar, affermatosi con il plebiscito del 1933 (sarà il regime fascista più longevo di tutti), anche se Tiso – va doverosamente ricordato – ha semplicemente davanti agli occhi la “legge naturale” (“Fascismo, Nazismo? Non ho imparato nulla da essi che già non conoscessi”). Si tratta di tre regimi che, rispetto agli altri Fascismi europei degli Anni Trenta, con i quali condividono i medesimi principi sociali, hanno la loro originalità e il loro trait d’union nella accentuata componente cattolica e rurale che riconosce nella sovranità di Dio il fondamento meta-politico dello Stato e l’unica vera garanzia per il rispetto dei diritti umani. 

Per questo nella repubblica di Tiso  “in tutti i sei anni della sua durata, nonostante l’emergenza del tempo bellico, non vi fu eseguita una sola sentenza capitale” (Milan Durica, docente di storia dell’Europa orientale nelle università di Padova e di Bratislava). Fondamentale, per Tiso, come nel Portogallo di Salazar, la sottolineatura data all’importanza della famiglia, che – sono parole sue – è “cellula biologica e nazione morale essa stessa”, ossia cellula vitale da cui dipende la crescita sia fisica che spirituale dell’uomo, e quindi del cittadino, dal momento che essa rappresenta “la prima scuola che educa a pensare in conformità della realtà oggettiva, il primo tempio in cui ci si addestra alla preghiera, la prima officina in cui si apprende a lavorare” (Dario Canali). 

Non si tratta, ovviamente, della rivoltante caricatura di famiglia, da telenovela o altro, dei nostri tempi post-moderni… Inoltre si pone in grande risalto la necessità di favorire le nascite non solo perché “il numero è potenza” (B. Mussolini), ma principalmente perché avere figli è cristianamente lo scopo del matrimonio e la crescita demografica è il motore dell’economia e della civiltà, oltre che l’espressione dell’amore e  dell’entusiasmo per la vita che caratterizza i popoli “giovani e fecondi di braccia” (B. Mussolini).  

È del 1964 la profezia di Leon Degrelle (in Anime che bruciano): “Durante gli ultimi vent’anni del secolo noi assisteremo ad una prodigiosa crescita demografica del Terzo mondo. L’India raggiungerà il miliardo di abitanti. La Cina lo supererà. L’Europa occidentale invece si sarà contratta, raggrinzita sempre più nei suoi obitori di feti sovvenzionati dalla previdenza sociale”. Per Tiso la Nazione viene sempre prima dello Stato. A renderla veramente grande sono i valori spirituali e culturali.  “Non conta l’estensione geografica. Per esempio l’antica Grecia o la sola Atene sono molto più grandi degli USA, nazione molto estesa geograficamente, ma piccola spiritualmente e culturalmente” ( don Curzio Nitoglia,  “Monsignor Tiso, un esempio di governante cristiano”).

È il 21 giugno 1941. Un razzo bianco illumina la prima notte dell’estate. Scatta  l’Operazione Barbarossa (“Unternehmen Barbarossa”): all’ora 0 le truppe tedesche invadono l’URSS. Tiso si schiera con la Germania inviando al fronte due divisioni di fanteria. La crociata antibolscevica (la Slovacchia nel novembre 1940 aveva aderito al “Patto Tripartito”) è sentita da lui come una battaglia di civiltà in defensun fidei, paragonabile a quelle dei secoli precedenti (da Poitiers a Lepanto, da Vienna a Zenta) combattute dai Cristiani e benedette dai Papi dell’Ecclesia militans, per salvare l’Europa dall’Islam. 

Adesso il pericolo maggiore, per la religione cattolica e la civiltà occidentale, è rappresentato dal bolscevismo, una delle due teste (l’altra è il liberalismo) dell’idra materialistica partorita nella palude dell’Illuminismo ateo e massonico. Per Tiso la lotta gigantesca che divampa sul fronte orientale non è che la prosecuzione della “cruzada” condotta vittoriosamente, in terra iberica,  da Francisco Franco contro “los rojos”. 

In Russia, contro i Soviet, non combattono solo tedeschi, ma giovani di tutte la Nazioni Europee (in maggioranza volontari), finlandesi, baltici, norvegesi, ungheresi, slovacchi, croati, ucraini, italiani, romeni, spagnoli , belgi, francesi, olandesi, persino inglesi (il “British Freekorp”). “L’Europa intera si è alzata in piedi per salvare la propria vita ed annientare il bolscevismo. Noi, nazionalisti belgi, non abbiamo voluto restare oziosi e sterili quando milioni di figli dell’Europa correvano alla battaglia” dirà il leggendario comandante Leon Degrelle nel suo discorso in occasione della partenza della Legione Wallonie per il Fronte dell’Est (8 agosto 1941). 

Ci pare quindi che colga nel segno, più di ogni altro, don Curzio Nitoglia quando afferma che Monsignor Tiso “è l’incarnazione dello spirito militante della chiesa cattolica, che prega, lavora, studia, insegna, cura le anime e i corpi, innanza cattedrali, crea capolavori e difende legittimamente anche con le armi (vim vi repellere licet…) i suoi sudditi”.

L’accusa più grave mossa a Monsignor Tiso è quella di aver cooperato alla deportazione degli ebrei slovacchi nei lager tedeschi (di cui allora, per la verità, nessuno poteva immaginare gli orrori), e siccome tale accusa è priva di fondamento, si sopperisce alla mancanza di prove sostenendo che egli abbia “acconsentito tacitamente” alla politica di sterminio dei Nazisti. 

È esattamente il contrario. Monsignor Tiso ha sempre rifiutato il paganesimo e il razzismo biologico nazista, incompatibili con la fede cristiana. Nonostante la promulgazione, nel 1941, del  “Codex Judaicum Slovacum” imposto dalla Germania alla Slovacchia (da lui peraltro non firmato), con cui si vieta agli ebrei di possedere beni immobili, di ricoprire incarichi pubblici, di esercitare libere professioni e frequentare scuole e università, egli stabilisce una serie di misure per contrastare o limitare al massimo le discriminazioni. 

“Tiso esentava da ogni misura persecutoria non soltanto gli ebrei battezzati ma anche i membri delle loro famiglie- coniugi, figli, genitori – anche se non divenuti cristiani. Si salvavano pure gli ebrei che avevano contratto matrimoni misti… Si creò poi la figura passe partout dello slovacco ‘appartenente a categorie essenziali’ che permise di inserire nelle liste dei non perseguibili migliaia e migliaia di ebrei” (Vittorio Messori). 

In Tiso, se mai, c’è un antigiudaismo teologico (ma è lo stesso della chiesa cattolica fino al Concilio Vaticano II) e sociale (cercava di limitare lo strapotere economico degli israeliti che, pur essendo il quattro per cento della popolazione, gestivano il quaranta per cento dei beni della nazione). Si oppone pertanto all’ala più filonazista del suo governo capeggiata da Primo Ministro Vojtech Tuka e nell’ottobre del 1942 la Slovacchia è il primo fra gli stati satelliti della Germania ad abolire le deportazioni. 

Ad esse “Tiso, presidente della Slovacchia, si oppose dopo un intervento della Curia romana” (Andreas Hillgruber, Storia della seconda guerra mondiale). E così “la Slovacchia divenne paradossalmente un rifugio sicuro per gli ebrei polacchi in fuga dallo sterminio” (Dario Canali). 

Fra le numerose testimonianze dell’aiuto dato agli Ebrei dal regime di Tiso ci limitiamo a citare quella dell’israelita Haviv Schreiber, rilasciata nel 1968 e riportata da Dario Canali:  “Durante la seconda guerra mondiale il governo slovacco, con Tiso a capo, proteggeva gli ebrei ed energicamente si opponeva alla massiccia deportazione pretesa dai nazional-socialisti da Berlino”. 

Hitler sopporta di malanimo questo prete cattolico che “riuscì a tenere le mani naziste lontane dall’economia slovacca per tutto il conflitto” (Rino Camilleri), ma non può liberarsi di lui, perché ha troppo carisma e gode del sostegno incondizionato del suo popolo. Rimuoverlo o eliminarlo sarebbe  controproducente.  Le deportazioni riprenderanno nell’autunno del 1944  quando, con l’avvicinarsi dell’Armata Rossa e in seguito all’insurrezione di bande comuniste locali appoggiate da prigionieri di guerra evasi e truppe sovietiche paracadutate, la Wehrmacht penetrerà in Slovacchia  disarmando le forze di Tiso e assumendo il controllo militare del Paese. 

In merito a questa insurrezione, celebrata spesso come “l’eroica insurrezione della Slovacchia”  valgono le affermazioni di Milan Durica, riportate da Vittorio Messori: “L’insurrezione non liberò la Slovacchia dalle ingerenze dei tedeschi ma, al contrario, provocò l’occupazione militare da parte di questi; non rovesciò il governo di Bratislava ma lo rese ancora più debole di fronte alla prepotenza tedesca; ridusse il Paese a zona di operazioni belliche della Wehrmacht e dell’Armata Rossa. I danni materiali e spirituali provocati da questa presunta gloriosa insurrezione, in realtà tesa a preparare il futuro regime comunista, furono incalcolabili”.

All’inizio del 1945, per l’Asse, la situazione militare è ormai compromessa su tutti i fronti. Il Reich che doveva essere millenario crolla come la Torre di Babele. Sebbene i tedeschi e i volontari europei sul fronte orientale continuino a lottare come tigri ferite, contendendo al nemico ogni metro di terreno, l’orda è inarrestabile. A ovest gli americani hanno superato il Reno e a est le armate di Zukov sono ormai sulle sponde dell’Oder, pronte ad investire Berlino. Anche a sud, dopo la fine della gigantesca battaglia nella “puszta” magiara, che ha visto per l’ultima volta i Panzer all’attacco nella disperata difesa di Budapest e attorno al lago Balaton, il secondo fronte ucraino di Malinovsky e il terzo fronte ucraino di Tolbukin stringono in una morsa  la Slovacchia. 

Il governo non ha altra possibilità che riparare in Austria per cercare di consegnarsi agli americani. Don Tiso, lasciata Bratislava, cerca rifugio nel convento benedettino di Kremsmünster non lontano da Linz. Catturato dagli americani l’8 giugno 1945, verrà da loro tradito e “passato” alle autorità della ricostituita Cecoslovacchia. Gli americani e gli inglesi consegneranno ai sovietici, pur sapendo quale macabra sorte li attendesse, centinaia di migliaia di prigionieri ucraini, caucasici, cosacchi, russi bianchi che avevano disertato dall’Armata Rossa per combattere a fianco dei tedeschi contro il comunismo e per la libertà dei loro popoli. 

La “via crucis” di Monsignor Tiso dura due anni. Dal campo di concentramento di Garmisch- Partenkirchen, dove lo hanno rinchiuso gli americani, è condotto a Praga e poi a Bratislava dove viene processato come “criminale di guerra”.  Sa di non avere speranze. “Non è ancora avvenuto – dirà – un processo politico al mondo che cominciasse, senza sapere in anticipo come finisce. Altrimenti non comincerebbe nemmeno… Tre giorni prima del mio interrogatorio anticipato, mi è stato detto formalmente: dovete essere condannato, perché così non potrete più fare politica”

Il 18 aprile 1947,  dopo quasi sei mesi di attesa dello scontato verdetto, viene eseguita la condanna a morte per impiccagione. Inutili i tentativi del cardinal Faulhaber e del Vaticano per salvarlo. Il Presidente Beneš (iscritto anche lui ad una loggia massonica di Praga) potrebbe concedere la grazia, ma preferisce lavarsi pilatescamente le mani e lasciare la decisione definitiva al Governo in cui i ministri, in maggioranza comunisti, sono contrari ad ogni misura di clemenza. L’ultima notte, don Tiso la trascorre i preghiera, dopo aver salutato le sorelle venute a trovarlo. È’ lui a confortarle e incoraggiarle. Verso il mattino celebra la sua ultima Messa servitagli da padre Hilàr il frate Cappuccino che lo ha assistito e confessato, poi si avvia al patibolo recitando il Rosario…

Dall’1gennaio 1993 la Slovacchia è un paese libero e indipendente, come don Tiso aveva sempre sognato. Il tricolore orizzontale bianco azzurro e rosso con la doppia croce bizantina (simbolo della Morte e Resurrezione di Nostro Signore) e le tre cime dei Carpazi, sventola sulle torri del castello di Bratislava che domina dall’alto la città e il Danubio. Le ultime parole del suo testamento spirituale erano state: “Mi sento martire per aver difeso il cristianesimo dal bolscevismo, dal quale, non solo nello spirito cristiano, ma anche nell’interesse del proprio futuro, il popolo slovacco si deve in tutti i modi proteggere. Come vi chiedo che voi mi ricordiate nelle vostre preghiere, così io prometto che pregherò per voi il Dio onnipotente, in modo che la nazione slovacca sia benedetta nella sua lotta per la vita e in modo che il popolo slovacco sia fedele e dedito figlio della Chiesa di Cristo”. 

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4 commenti su “Monsignor Tiso: anatomia di una leggenda nera”

  1. Ricordo all’autore dell’articolo, l’esistenza di un opuscolo di Leon Degrelle ‘La lettera al papa
    sulla truffa di Auschwitz’ pubblicato nel 1979 dalle edizioni ‘Sentinella d’Italia’, prima del viaggio di Giovanni Paolo II ad Auschwitz lo stesso anno. E’ evidente, che contrariamente all’articolo, Leon Degrelle negava il presunto ‘olocausto’.

  2. Bene, Andrea: questa lettura è stata interessante ed edificante, riscattando la figura di un Cattolico degno di questo nome. Un’unica obiezione, a proposito del giudizio negativo sul nostro processo di unificazione nazionale, mi permetto di stigmatizzare tutti gli “austriacanti”, perché nemici della Patria “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor” (Manzoni), di far notare che l’ “Italietta” giolittiana e prefascista non fu succuba dello straniero, barcamenandosi tra Intesa e Triplice, e che, durante il Primo conflitto, tutto sommato, le prestazioni militari italiane furono di livello leggermente superiore (a parte gli attacchi frontali di Cadorna, che non erano suo esclusivo appannaggio perché sul fronte occidentale succedevano, nel frattempo, le stesse, orribili, cose) rispetto a quelle del Secondo conflitto, anche perché non fu commesso l’errore, imperdonabile, di allearci con la “tedesca rabbia” (Petrarca).

  3. chi è veramente cattolico tradizionalista, non può che rimpiangere l’impero cattolico di Vienna, quale ultimo residuo del Sacro Romano Impero romano-germanico. I vari ‘risorgimenti’ sono stati gli strumenti della sovversione massonica, per colpire la Chiesa cattolica e con due guerre mondiali, spianare la strada per l’attuale ‘nuovo ordine mondiale’ e i vari virus fisici e morali. Per farsene un’idea, bisogna leggere ‘La guerra occulta’ di Malinsky e De Poncins.

    1. Sono PERFETTAMENTE e PIENAMENTE D’ACCORDO circa il nostro vecchio Impero.
      grazie mille per il bel profilo di Mons. Tiso, figura che andrebbe ulteriormente studiata e approfondita.

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