Perché gli italiani amano gli Alpini – di Cesaremaria Glori

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di Cesaremaria Glori

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Domenica 14 maggio la città di Treviso ha ospitato la 90° adunata nazionale degli Alpini, che sono stati accolti dalla intera cittadinanza con affetto e gioia mista ad orgoglio, giacché una buona parte dei trevisani ha militato, un tempo, fra le truppe alpine. Per quattro giorni la città è stata chiusa al traffico obbligando i suoi abitanti a rinunciare alle molte comodità concesse dall’automobile, ma pochissimi se ne sono lamentati perché la gioia di avere questi ospiti era di gran lunga superiore al piccolo sacrificio richiesto. Molti alpini hanno approfittato di questa occasione per far visitare la bella città della Marca Trevigiana e i suoi ameni dintorni anche ai famigliari che ovunque sono stati accolti con calore e gioia. E’ stato un vero spettacolo andare in giro per la città imbandierata a festa, con le vetrine dei negozi tappezzate di manifesti che davano il benvenuto agli alpini, i quali ricambiavano l’affetto con la tipica loro spontaneità espressa dal canto delle canzoni alpine, ognuna col timbro particolare e la specificità delle valli di provenienza. La città era in festa, una di quelle feste che ricordava quelle del ritrovarsi insieme di tutti i membri delle vecchie famiglie patriarcali. Una ritrovarsi insieme per ricordare un evento memorabile, quello di gente che nella vita militare ha imparato a conoscere se stessa, i valori della nazione, delle varie tradizioni delle diverse vallate alpine e appenniniche, tutte aventi un’unica matrice di civiltà e di valori, non ultimo quello della comune fede cristiana.

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Gli alpini sono stati e lo sono ancora la vera espressione della identità nazionale. Ovunque essi siano andati a festeggiare le loro adunate sono stati accolti con lo stesso entusiasmo, con la stessa gioia, con lo stesso calore fraterno. Ricordo le sfilate di Catania e di Bari, ove gli abitanti si fusero in festa con gli uomini con la penna nera sul cappello, felici di aprire le strade e le piazze a questa gente di cui ci si può fidare. Moltissimi abitanti di quelle città furono felici perché in quelle poche giornate poterono  circolare liberi e senza timore per le loro strade e piazze e al congedo di quei graditi ospiti raccomandarono loro di tornare ancora a rinnovare quella festa in cui tutti si sentivano uniti attorno ad un qualcosa che non sapevano esprimere e che era semplicemente l’orgoglio di riconoscersi, finalmente, italiani. Questi alpini, così semplici, così spontanei ricordano sempre, ovunque essi vadano a sfilare, chi erano quei valorosi che difesero la Patria con accanito valore e la propria e altrui libertà quando l’avversario cercava di impedire il loro ritorno a casa. Gli alpini ricordano agli italiani i loro lati migliori, quei valori che tutti vorrebbero fossero applicati e  praticati da chi ha la responsabilità di gestire le strutture sociali e politiche.

I valori che gli alpini onorano, dimostrandolo con i fatti, erano espressi in quel gran cartello esposto davanti alla tribuna d’onore ove le autorità hanno reso omaggio ai circe centomila alpini che sono sfilati lungo le vie della città dalle 9 di mattina alle ventuno della sera. Quel cartello esponeva soltanto numeri. Ma sono numeri che parlano da soli ad esprimere la solidarietà degli alpini:

ORE LAVORATE                                    2.281.416

ORE VALORIZZATE                           62.784.868

SOMME RACCOLTE O DONATE      6.979.286

Per quelle ore di lavoro donate in occasioni di eventi tragici sofferti dalla nazione italiana gli alpini non hanno avuto bisogno di essere chiamati. Si sono offerti. Se gli euro raccolti sembrano pochi, non lo sono le ore prestate gratuitamente: gli alpini non sono ricchi ma sono generosi donando se stessi, le proprie braccia, il loro sudore, le loro fatiche.

Ma che cosa è che anima questi alpini e che li fa così diversi da tanti altri gruppi, pur benemeriti?

Credo che il giudizio migliore lo abbia espresso Eugenio Corti nel suo capolavoro  Il Cavallo Rosso, tradotto in moltissime lingue ma ancora poco conosciuto dagli italiani, complice un omertoso silenzio dei cosiddetti poteri forti. Corti, dopo aver narrato le vicende della ritirata degli alpini in terra russa, così si esprime a loro riguardo. E’ un giudizio un po’ lungo ma non poteva non esserlo

Alpini e artiglieri da montagna erano anche nell’aspetto diversi sia dai bersaglieri che dalle truppe ordinarie. Fisicamente solidi a causa della vita dura della montagna cui erano abituati fin da bambini, ma del tutto alieni da atteggiamenti arditistici, davano a chi li osservava un’impressione di forza insieme rude e tranquilla. Sebbene non inclini all’aggressività (in Grecia questo fatto aveva sul principio creato seri grattacapi ai comandi) essi non erano disposti a cedere alla forza altrui, perché per un uomo, anche per il più modesto, cedere alla forza non è dignitoso. Il loro notorio spirito di corpo  – molto evidente –  era una naturale prosecuzione di quello paesano e di vallata, per il quale si sentivano alla fine tutti membri d’un’unica grande famiglia; aggiungendosi la sperimentata fiducia che ogni alpino riponeva nei propri compagni (stava qui senza dubbio la loro risorsa maggiore) essi tendevano in ogni  circostanza a rimanere uniti; e se per caso le vicende del combattimento ne disunivano qualcuno, questi appena poteva provvedeva da sé a riunirsi ai suoi.

Gente dal semplice cuore, gli alpini erano inoltre tutto meno che furbi (se almeno in questo gli altri italiani gli somigliassero un po’!) Come di norma il montanaro, ciascuno di loro faceva molto conto dei propri modesti strumenti (dunque anche della propria arma), pronto perfino a sacrificarsi per non perderli. E tuttavia non avevano affatto un culto per i mezzi (come l’hanno ad esempio i tedeschi, che pure  sono soldati indubbiamente valorosi);  agli alpini di armi ne bastava un minimo, al limite quelle individuali e di squadra o poco più. Perciò anche una volta rimasti, a causa della situazione, privi dei loro mezzi più potenti, essi non si sarebbero scoraggiati. Non vogliamo idealizzarli, ma ci sembra di poter affermare che nell’attuale civiltà della materia e delle macchine, questa gente che – forse senza rendersene conto – si sosteneva soprattutto sullo spirito, costituiva una grande eccezione. Perfino quando gli capitava d’essere sconfitti, essi in cuor loro (a motivo del dovere compiuto) non si sentivano propriamente tali; d’altra parte sconfiggerli era molto difficile.

Quanto scritto da Eugenio Corti resta per me, alpino dei servizi logistici, il più sincero,il più equilibrato e il più sobrio dei tanti ritratti che li hanno idealizzati. Se questo ritratto resta valido ancora oggi che i paesi montani si sono spopolati (penso soprattutto al Cadore e alla Carnia), lo si deve a quell’attaccamento alla tradizione che contraddistingue le genti di montagna, affezionate al proprio campanile, alla propria casa, al paesaggio ereditato dai propri avi che sottrassero  faticosamente al bosco case e campi, pur continuando a convivere con esso. Fra le tradizioni quella che contava di più era la fede cristiana fatta di solidarietà concreta  con il prossimo, di rispetto per la natura – che è bellezza ed armonia che chiede soltanto di essere guardata e amata – e per le altrui proprietà; rispetto palesato dalla passione per i fiori e per il decoro delle pur rustiche abitazioni. Abitazioni che il turista ammira con lo sguardo ingannevole di chi è abituato agli stereotipi suggeriti dalla fiabe come quella di Heidi e non sa che sono il frutto di una manualità che ha saputo utilizzare gli arnesi più semplici e il materiale grezzo offerto dalla natura. La gente cittadina che si sente estranea nella moltitudine frettolosa e che a malapena gratifica del suo saluto chi abita nello stesso condominio, non sa quanto sia, a volte, dura l’esistenza in paesi che si spopolano lasciando spazi vuoti che paiono come brutte ferite nel paesaggio, una volta arioso e pieno dei suoni più variegati, dalle strida dei bambini allo scampanio delle mandrie e al frusciare delle acque che scendono ancor limpide dai monti.

I tempi sono cambiati ma, quasi per miracolo, gli alpini sono rimasti quello che erano una volta. Sono ancora, come sempre, pronti a precipitarsi laddove c’è bisogno di braccia, di aiuto, di generosità. Non chiedono nulla in contraccambio e la gente lo sa e apre loro le case, e, soprattutto, il cuore. Li vede e li sente fratelli, perché li vede soffrire lavorando sodo e quella sofferenza non è diversa da quella dell’ansia di chi li vede all’opera nella speranza di rivedere un loro caro estratto ancor vivo dalle macerie. Gli alpini nelle località dove risiedono  popolano i gruppi della Protezione Civile e sono sempre in prima linea quando c’è da fare. La loro forza sta pur sempre nello spirito di solidarietà ereditato da due millenni di civiltà cristiana, che, lo sappiano bene coloro che mirano a trasformare gli italiani in un nuovo popolo pagano, non svanirà tanto facilmente come loro auspicano. Non sparirà come pur sembrava sparita la civiltà romana spenta dalle invasioni barbariche. Era come fuoco insonne che cova sotto la cenere pronto a rinfocolarsi al soffio del vento divino che attende il momento propizio.

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4 commenti su “Perché gli italiani amano gli Alpini – di Cesaremaria Glori”

  1. Rogerusarthurus

    Bravi davvero. Gli alpini meritano il massimo rispetto e la gratitudine della “Nazione” Peccato però che mentre gli alpini sfilavano orgogliosi e giulivi davanti alle “autorità” , migliaia di invasori colorati venivano scodellati sul suolo nazionale. Mi chiedo con quale faccia di bronzo si celebrino le centinaia di migliaia di giovani italiani mandati al macello cent’ anni fa per contendere agli austro-ungarici qualche pezzo di montagna e contemporaneamente ceda tutta l’ Italia – o quel che ne rimane – a questi sconosciuti rampolli delle più elette tribù africane .

  2. Ventimiglia scoppia di negri,in Francia non li fanno entrare e ci prendono anche in giro per la nostra dabbenaggine.L’Africa si impoverisce delle sue forze lavoro che si travasano qui a.non far niente (se non a delinquere).Questo governo di sciagurati comincia a rendersi conto che non si può andare avanti così all’infinito;adesso tentano di convincere gli stati a sud della Libia a contenere i flussi e a non farli partire,ma non si sa se otterranno risultati,comunque scarsi in proporzione all’evento migratorio.Occorrerebbe una soluzione drastica che questo governo non avrà mai il coraggio di prendere:chiusura delle frontiere marittime e respingimenti continui sulle coste libiche.Facendo così,nel giro di un mese non partirebbe più nessuno.L’unica speranza è che si voti al più presto e che vinca la Destra perché dei cinquestelle non ci si può fidare (non si capisce quale siano le loro idee circa l’immigrazione).Altrimenti la nostra patria è destinata a crollare fra pochi anni sommersa dagli africani e dalla delinquenza generica.Invece degli alpini avremo i negrini che sfilano.

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