Raddrizziamoci con la nostra lingua / V – Rubrica mensile di Dario Pasero

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Caratteristica dei linguaggi settoriali è sia quella di utilizzare parole esclusive del proprio ambiente che quella di dare un valore specifico (appunto settoriale) a parole di uso comune. Alcuni ritengono – e non del tutto a torto – che parecchi linguaggi settoriali (se non tutti) si possano collocare a stretto contatto dei “gerghi”, perché con essi hanno in comune un aspetto, quello della esclusione dei non adepti dalla comprensione, e quindi dalla comunicazione. Una differenza tuttavia si può ravvisare nel fatto che i gerghi (specialmente quelli della malavita e quelli, un tempo, dei mestieri che ambivano alla segretezza) intendono escludere “volontariamente” gli estranei, mentre i linguaggi settoriali spesso raggiungono questo risultato de facto, senza averne inizialmente l’intenzione cosciente e volontaria.

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Raddrizziamoci con la nostra lingua  / V

(“Dalle Alpi agli Appennini ovvero Noterelle di uno dei tanti” su parole e cose)

di Dario Pasero

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prima parte

Abbiamo già avuto occasione di accennare a quelli che i linguisti chiamano “linguaggi settoriali” o specialistici, vale a dire, all’interno di quella che è la forma standard di una lingua come l’italiano, le “lingue” di quei settori della società che usano una terminologia loro propria nello svolgimento delle loro attività e mansioni. Esempi molto noti di questi linguaggi sono il mondo della medicina, quello della giurisprudenza, dell’informatica, delle discipline artistiche (pittura, scultura, architettura) e chi più ne ha più ne metta. Caratteristica dei linguaggi settoriali è sia quella di utilizzare parole esclusive del proprio ambiente che quella di dare un valore specifico (appunto settoriale) a parole di uso comune. Alcuni ritengono – e non del tutto a torto – che parecchi linguaggi settoriali (se non tutti) si possano collocare a stretto contatto dei “gerghi”, perché con essi hanno in comune un aspetto, quello della esclusione dei non adepti dalla comprensione, e quindi dalla comunicazione. Una differenza tuttavia si può ravvisare nel fatto che i gerghi (specialmente quelli della malavita e quelli, un tempo, dei mestieri che ambivano alla segretezza) intendono escludere “volontariamente” gli estranei, mentre i linguaggi settoriali spesso raggiungono questo risultato de facto, senza averne inizialmente l’intenzione cosciente e volontaria.

Non è propriamente un linguaggio settoriale, ma certamente possiede una terminologia sua specifica un ambito che a noi sta molto a cuore, cioè quello della religione e della gerarchia ecclesiastica: un tempo base portante della nostra civiltà, ora – purtroppo – alquanto trascurato anche da parte di parecchi religiosi, che non sembrano più voler dare il suo giusto valore e l’importanza sua necessaria alla classificazione terminologica che ha aiutato la chiesa a costruire la sua storia.

Si tratta di termini che per molti di noi hanno un significato ed un valore ovvio, quasi connaturato alla nostra formazione morale intellettuale e culturale, ma che credo cosa non peregrina riprendere per chiarire etimi e differenze che a volte si possono riscontrare tra una definizione ed un’altra.

Cominciamo, e mi sembra come minimo doveroso, con le parole con cui abbiamo imparato a chiamare il Creatore dell’universo. Un termine lo abbiamo appena detto, “creatore”, che sottolinea appunto un aspetto di Dio, il suo essere fattore dal nulla di ogni cosa; è, questo, proprio l’aspetto che ai greci suonava meno facilmente accettabile, per la loro mentalità, della figura del Dio ebraico-cristiano (cfr. discorso di Paolo all’Areopago in Atti, 17, 22-31). Al più, agli elleni poteva risultare meglio comprensibile la figura del “demiurgo”, cioè quella divinità che ha organizzato, messo in ordine la materia, senza tuttavia averla creata. Non trovate una strana e rabbrividente consonanza col “Grande Architetto dell’Universo” di massonica memoria? Ricordiamo poi, per inciso, che la nostra lingua utilizza la parola “demiurgo”, come termine dotto, per indicare, oltre che il dio-demiurgo nella storia della cultura ellenica, anche una persona che organizza, che sistema, che mette in ordine, a cui gli altri obbediscono, riconoscendogli appunto doti superiori alla media.

Torniamo ora ai termini per indicare la divinità: Ente, participio presente del verbo “essere”, forma che riprende la definizione che troviamo espressa nel libro della Genesi quando Abramo, di fronte al roveto ardente, ascolta la formula “Io sono colui che è”, traduzione del participio greco “tò ón” (“ciò che è”), forma di cui rimarchiamo il genere neutro, e non maschile.

La parola più ovvia e semplice, Dio, rende il latino Deus (greco theós) dalla radice indoeuropea che significa “luce del giorno”, div(j), da cui deriva in greco anche il genitivo singolare Di(v)ós (del nominativo Zéus); da essa nascono anche termini relativi appunto alla luce come dies (“giorno”) o allo splendore come dives (“splendido”, poi, per metonimia, “ricco”). Signore (in latino Dominus, cioè colui che comanda sulla domus, la casa, in greco Kýrios) è termine che troviamo frequentemente nell’AT per rendere l’ebraico Adonái, usato per evitare di utilizzare il tetragramma dell’impronunciabile nome di Dio JHWH.

Il nome collettivo di Santi è ovviamente un latinismo, in quanto sanctus (propriamente participio passato di sancire, cioè “stabilire con Dio, sacralizzare”) è connesso con il tema sak- che troviamo in sacer, sacerdos ecc. In greco lo stesso termine suona hághios, letteralmente “persona degna di onore, di rispetto”. I Santi possono essere: dottori (della Chiesa), confessori (della Fede) e/o martiri (della fedeltà alla Fede in Cristo). Il primo termine si collega al verbo latino doceo (“insegno”) e indica appunto quei Santi che, con la loro opera, hanno insegnato (e continuano ad insegnarci); il secondo, sempre da un verbo latino (confiteor, al participio passato confessus, col valore di “dichiarare apertamente, asserire”) non c’entra nulla col sacramento della Confessione, ma indica chi “ha dichiarato apertamente, senza paura, la propria Fede”; il terzo, ed il più noto, deriva dalla parola greca mártyr, che significa “testimone”: martiri sono dunque coloro che hanno testimoniato, fino alla morte, la loro fedeltà a Cristo. Per un processo di “specializzazione semantica” dal significato generico di “testimone” si è passati a quello specialistico di “testimone della Fede”, cioè appunto “martire”.

A Dio si deve, secondo il culto cristiano cattolico, “latria” (dal greco latréuo, “adorare”), cioè “adorazione”, ai Santi “dulia” (< greco douléuo, “venero”; doúlos, “schiavo”), e quindi “venerazione”, ed a Maria “iperdulìa”, cioè letteralmente “venerazione superiore, speciale”.

La latrìa, il culto (dal latino cultus, a sua volta dal verbo colere, cioè “coltivare”, ma anche “rispettare, venerare”) di adorazione a Dio si attua anche nella “liturgia”, antichissima parola greca (leitourghía: léitos letteralmente indicava, nei composti, “pubblico, statale”), già usata nell’Atene del V secolo a. C. col significato di “incarico pubblico, funzione pubblica”: di qui il nostro senso di “funzione, compito”.

A questo proposito, il rituale della Messa, pur celebrata in latino, mantiene un termine “tecnico” di origine greca. Il Kyrie eleison è appunto la trasposizione, secondo la grafia e la pronuncia latina, della formula greca Kýrie eléeson (nella pronuncia bizantina Kirie eléison), cioè “Signore, abbi pietà”. Eléeson è appunto la 2a persona singolare dell’imperativo aoristo del verbo eleéo, “aver pietà”, dalla cui radice nasce anche il termine italiano “elemosina” (ciò che si dà per misericordia).

All’opposto della scala troviamo invece chi non solo non adora Dio, ma ne profana il nome con la “bestemmia”, voce popolare dalla forma dotta latina blasphémiam (a sua volta dal verbo greco blasfeméin, “ingiuriare, offendere”), da cui discende, come voce dotta, “blasfemo”, ma anche, con incrocio popolare da una voce provenzale, “biasimo”.

La storia del Cristianesimo si fonda, in partenza, sulle testimonianze scritte che costituiscono la base dottrinale e di fede della nostra religione. Ecco dunque la Bibbia, dal greco Biblía, cioè “i libri” per antonomasia, suddivisa in Antico e Nuovo Testamento, termine che non ha ovviamente alcun legame con l’italiano standard “testamento” (attestazione di ultime volontà da mettere in pratica dopo la propria morte), anche se l’etimo è il medesimo, dal verbo latino testor, che significa “attestare, dichiarare” (lo stesso tema lo troviamo anche in testis, “testimone”, colui cioè che certifica, attesta), usato però qui col valore di “certifico con un patto”. Quindi Testamento = Patto, traducendo così il greco Diathéke (dal verbo diatíthemi, cioè “pongo tra due, faccio un accordo, un’alleanza”), e quindi “patto”. Il Nuovo Testamento poi, si sa, viene definito per metonimia (in quanto i Vangeli sono solo una parte di esso) anche Vangelo, dal greco Eu anghelía, nella pronuncia bizantina Evanghélia, cioè “Buon annuncio, buona novella”. E i nostri Avi avevano a tal punto interiorizzato l’importanza del Vangelo da coniare, per esempio, il modo di dire “Quello che dice il professore è Vangelo”, quando (bei tempi…) volevano sottolineare l’assoluta esattezza delle parole di una persona di rispetto, cui si doveva credere ed obbedire ciecamente ed assolutamente. Ricordo comunque che l’obbedienza, che pure è una virtù, con buona pace di alcuni “rivoluzionari” da bar-tabacchi del ’68, non coincide però con la stupidità…

La parola anghelía (“annuncio”) fa venire subito in mente il nunzio divino, l’angelo, ánghelon, una parola italiana di etimo greco (ancorché indiretto, cioè mediato dal latino angelum). Così il ricordo del NT ci fa pensare al termine apostolo, dal greco apóstolos, dal verbo apostéllo, che significa “inviare”. Quindi gli apostoli sono gli “inviati”: a convertire, evangelizzare, fondare la chiesa. Non confondiamo, ovviamente, con “apostati” (dal verbo greco aphístemi, “sto lontano, mi stacco”), termine che designa invece coloro che rinnegano le verità cristiane, come il famoso imperatore (del III secolo) Giuliano, detto appunto “l’Apostata”.

A proposito della differenza tra “ascensione” ed “ascesi” abbiamo già detto altra volta; tuttavia, visto che repetita juvant, ricordiamo brevemente che “ascensione” (dal latino ascendere, “salire” è il salire, l’elevarsi, l’ascendere (al cielo o ad una condizione più elevata), mentre “ascesi” (dal greco áskesis) è l’esercizio, l’attività. Parlando dell’ascesi, e dell’asceta (cioè colui che si esercita) non si può non citare anche il mistico (e il misticismo): tale termine deriva dal greco myste, che significa “adepto, iniziato”, da cui proviene anche l’italiano “mistero” (> mystérion), inizialmente “attività riservata solamente agli iniziati” e quindi, per conseguenza, segreta, inconoscibile, cioè appunto “misteriosa”.

Tra i termini nati in ambito filosofico (come già ascesi) e poi passati al vocabolario cristiano possiamo ancora ricordare l’estasi. Esso, derivando dal sostantivo greco áisthesis (derivante a sua volta dal verbo aisthánomai, “provo una sensazione, sento (non con l’udito, ma con il pensiero)”, simile, per capirci, all’inglese to feel/feeling), significa letteralmente “sensazione provata”. Dal medesimo verbo deriva anche estetica, l’arte delle sensazioni, visive ed uditive e poi psichiche, che nascono in noi dal rapporto con le opere d’arte. L’estasi passa poi, in ambito cristiano, ad indicare la sensazione di appagamento che si prova nel rapporto intimo con la presenza di Dio.

Ricordiamo poi la parola greca háiresis (in latino haeresis), cioè l’italiano “eresia”, coi suoi derivati, quali eretico ed eresiarca (iniziatore, capo di una setta eretica). In realtà, come già dissi altra volta, il termine greco di partenza, derivando dal verbo hairéo (“prendo” e, con valore mediale, cioè di interesse, “prendo per me” e quindi “scelgo, preferisco”), significa letteralmente “scelta”, tale che, però, essendo diversa dalla “retta opinione” (ortodossia < dal greco orthodoxia, termine formato dall’aggettivo orthós, “diritto, giusto”, e dóxa, “opinione”), diventa ipso facto una scelta sbagliata.

(1. Continua)

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1 commento su “Raddrizziamoci con la nostra lingua / V – Rubrica mensile di Dario Pasero”

  1. Luciano Pranzetti

    Un’ottima guida per chi desidera camminare, orientandosi, nel labirinto della lingua. I miei complimenti, Pasero, per l’alta semplicità con cui rendi accessibile anche le sequenze etimologiche e le famiglie lessicali meno note e più pregiate

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