Riconoscimento canonico?

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Pubblicato su la Lettera dei Domenicani di Avrillé n° 82, luglio 2017

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Quando Mons. Lefebvre fondò la Fraternità San Pio X (nel 1970), egli ottenne dal vescovo di Friburgo, Mons. Charrière, un’erezione canonica a titolo di pia unione. L’opera di Mons. Lefebvre rimase canonicamente riconosciuta da Roma per cinque anni.

Tuttavia, il 21 novembre 1974, in seguito ad una visita canonica a Ecône di due inviati da Roma, Mons. Lefebvre fece una dichiarazione che dimostra il suo rifiuto de «la Roma a tendenza neo-modernista e neo-protestante che si è manifestata chiaramente nel concilio Vaticano II e dopo il concilio in tutte le riforme che ne sono seguite».

A quel punto, la linea di demarcazione tra le due «Chiese» era fissata.
Poco dopo, la «Roma a tendenza neo-modernista e neo-protestante» ricevette l’appellativo di “Chiesa conciliare” da Mons. Benelli (lettera del 25 giugno 1976 indirizzata a Mons. Lefebvre da parte del Papa). Questo titolo le è rimasto.

La «soppressione» canonica della Fraternità San Pio X venne effettuata da Mons. Mamie il 6 maggio 1975. Mons. Lefebvre diceva che essa era «irregolare e in ogni caso ingiusta» [Mons. Bernard Tissier de Mallerais, Marcel Lefebvre, Estampe, Clovis, 2002, p. 510 – traduzione italiana pubblicata dall’editrice Tabula Fati, Chieti, col titolo Mons. Marcel Lefebvre, una vita].

Questa «soppressione», dunque, fu considerata come nulla da Mons. Lefebvre e da tutti quelli che seguivano le regole della Chiesa cattolica, mentre fu riconosciuta come valida dai rappresentanti della Chiesa conciliare.

Ciò nonostante, da qualche tempo, si parla sempre più di un «riconoscimento canonico» della Fraternità San Pio X da parte delle attuali autorità del Vaticano. Un tale riconoscimento, può essere accettato?

Di per sé, la regolarità canonica nella Chiesa cattolica è una cosa buona e perfino necessaria. Mons. Lefebvre chiese tale regolarità nel 1970 e l’ottenne.
Ma oggi, se venisse accordato un riconoscimento canonico, lo sarebbe nel quadro del nuovo Codice di Diritto Canonico. E’ in questo quadro che recentemente è stata accordata dal Papa alla Fraternità San Pio X la giurisdizione per i matrimoni.

Fosse anche per questa sola ragione, bisognerebbe rifiutare un tale riconoscimento: «Non possiamo accontentarci di una disciplina particolare per la Fraternità; noi rifiutiamo questo nuovo Codice perché è contrario al bene comune di tutta la Chiesa, che noi vogliamo difendere» [Don Jean-Michel Gleize, Courrier de Rome, n° 599 del maggio 2017].

Aggiungiamo che, nelle attuali circostanze, un tale riconoscimento comporterebbe altri inconvenienti. Eccone alcuni:

–    Esso ci farebbe entrare nel pluralismo conciliare, con la Tradizione riconosciuta al pari dei carismatici, dei Focolari, dell’Opus Dei, ecc. Così che la verità verrebbe posta al livello dell’errore, almeno dal punto di vista dell’opinione pubblica.
–    Esso porterebbe nelle nostre cappelle dei fedeli decisi a rimanere conciliari, modernisti e liberali, con tutte le conseguenze, poiché le idee sbagliate implicano i cattivi costumi.
–    Esso farebbe necessariamente diminuire gli attacchi contro gli errori professati dalle autorità sotto le quali ci si verrebbe a trovare direttamente. D’altronde, è facile constatare come le superiori autorità della Fraternità San Pio X abbiano già diminuito le loro critiche degli errori attuali di Roma (anno di Lutero, Amoris Laetitia, ecc).
–    Infine, un tale riconoscimento ci porrebbe direttamente sotto l’autorità di superiori già sottomessi all’influenza della massoneria. In effetti, diversi studi pubblicati su Le Sel de la terre hanno mostrato che la Chiesa conciliare è uno strumento nelle mani della massoneria per costringere i cattolici a lavorare, volens nolens, alla realizzazione del mondialismo, e cioè alla costruzione del «Tempio» massonico (si veda in particolare l’editoriale del n° 101, estate 2017). La Provvidenza ha permesso che Mons. Lefebvre e quelli che l’hanno seguito fossero esenti da questa influenza massonica: sarebbe una grave imprudenza mettervisi volontariamente. La massoneria è nata esattamente tre secoli fa (24 giugno 1717). Ora, dopo aver distrutto tutti gli Stati cristiani (tramite le rivoluzioni dei secoli XVIII, XIX e XX), dopo aver asservito la Chiesa (secondo il piano dell’Alta Vendita, realizzato dal concilio Vaticano II), finirà con l’estendere la sua influenza sull’opera di Mons. Lefebvre? Si tratterebbe di un trionfo apparente sulla terra.

Di conseguenza, la soluzione canonica può essere presa in considerazione solo con una Roma convertita dottrinalmente, che dovrebbe dare prova della sua conversione lavorando per il Regno di Nostro Signore Gesù Cristo e lottando contro gli avversari di questo Regno.

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fonte: UnaVox   

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4 commenti su “Riconoscimento canonico?”

  1. Luciano Pranzetti

    Riconoscimento canonico? Il canto delle sirene e il successivo inglobamento nelle viscere del mostro conciliare.

  2. Il riconoscimento canonico delle molte realtà “carismatiche”, citato en passant nell’articolo, mi sembra invece centrale: questa Chiesa allo sbando accetta ed incorpora organizzazioni settarie e spesso eterodosse, non di rado fondate e frequentate da personaggi ambigui, al limite del caso umano. Penso ad esempio al cammino neocatecumenale, del quale in internet si trovano denunciate tutte le storture dottrinali, liturgiche, societarie; e che spesso esercita sugli affiliati (specialmente sui fuoriusciti o sugli indecisi) vessazioni psicologiche che si configurano come vere e proprie violenze. Il riconoscimento di questa realtà da parte di San Giovanni Paolo II resta secondo me una grave macchia nell’operato del Papa polacco, che forse non comprese del tutto le implicazioni del suo placet.

  3. A Roma lo sanno fin troppo bene: la Fraternità rappresenta la vivente contraddizione del loro essere “cattolici”. Fatto fuori chi si richiama al Depositum Fidei integralmente, potranno elaborare quella nuova dottrina che meglio si adatti alle elucubrazioni del potente di turno, senza più timore che la Chiesa, seppure ridotta ai minimi termini, li tacci di eresia! Non c’e’ nessuno sincero desiderio di accoglienza, nè alcuno spirito misericordioso di comprensione dell’altrui Fede! C’ è la sola necessità di ricevere – loro- il riconoscimento di poter sopprimere definitivamente quel che considerano un retaggio del passato e che costituisce comunque la loro contraddizione più insopportabile. Se così non fosse, se vi fosse stata sincera carità cristiana, conosceremmo una storia diversa dei poveri Francescani dell’Immacolata, che hanno dovuto sopportare il giogo amarissimo della loro condizione. Quindi lo sanno fin troppo bene, ma non possono ammetterlo! Non praevalebunt!

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