“Ripassiamo” l’ideologia abortista con l’aiuto di un celebre testo del prof.Palmaro – di Giorgia Brambilla*

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*Docente universitaria

“Ma questo è un uomo” è sicuramente il testo del prof.Palmaro a cui sono più legata, il mio “svezzamento” sul tema dell’aborto durante il percorso di studi in Bioetica; l’unico libro, all’epoca della sua pubblicazione (1996) – come scrive Eugenio Corti nella prefazione – completo su questo tema. In realtà, tutte le volte che si parla di temi bioetici bisognerebbe puntare a tale completezza, a quella visione di insieme, presente e lucida, carica di multidisciplinarietà, che Palmaro ti restituiva ad ogni sua lezione.

Questa, come sappiamo, è la settimana dell’amaro anniversario della L. 194, la gente ne parla e noi siamo chiamati a dare una risposta. L’aborto procurato non coinvolge solo il concepito, la madre e la famiglia, diceva “il prof.”, per la sua rilevanza, il fenomeno riguarda tutta la comunità sociale e politica. «Non è in senso esclusivo un problema di fede, bensì di diritti umani accertati dalla ragione, in quanto ha a che fare con il fondamentale diritto alla vita di ognuno»[i]. Ora, se sul piano teologico questo peccato, uno dei quattro[ii] che gridano vendetta al cospetto di Dio, ci è molto chiaro in tutta la sua terribile gravità, è importante per l’apostolato tra le anime che Nostro Signore ci affida (famigliari, studenti, colleghi, fedeli, ecc.) rispolverare anche alcuni aspetti legati all’ideologia abortista. Del resto, come scriveva Orwell, dalla somma di tanti piccoli soprusi e tante piccole bugie può nascere la politica del controllo e della falsificazione totale: esattamente quello che sta succedendo con l’omosessualità ed è successo con l’aborto. Proveremo allora a “ripassare” il tema etico dell’aborto, mettendo in luce alcuni aspetti tratti dal sempre attuale libro di Palmaro.

Le legislazioni abortiste si sono affermate attraverso un passaggio graduale che ha fatto leva su due elementi: i mass media e alcuni aspetti della cultura dominante, come l’individualismo, che in bioetica delineiamo come “modello etico liberal-radicale”; quello cioè che considera l’autodeterminazione alla base dell’etica, partendo dal non-cognitivismo, ovvero dall’inconoscibilità dei valori. In pratica: non ha importanza che un atto sia o meno moralmente giusto, ciò che conta è che il soggetto sia libero di fare ciò che egli crede sia giusto per sé, senza ledere gli altri.

Vediamo gli elementi chiave di tale propaganda sovversiva, quella cioè che nel tempo ha sostituito la realtà e la verità, e le “cause giustificative invocate”[iii].

Innanzitutto, la prassi clandestina. Questo è un classico esempio di “fallacia” naturalistica, cioè quel difetto di logica che porta il ragionamento ad una conclusione prescrittiva a partire da premesse meramente descrittive. Sostituiamo il tema “aborto” con “rapina”, come fa Palmaro: siccome si verificano tante rapine, allora il ladro va messo nelle migliori condizioni possibili per rubare. Il problema non è più se sia giusto compiere rapine o sequestri, ma quello di riconoscere che essi si verificano su larga scala e quindi di porre le condizioni perchè gli uomini che vi ricorrono lo possano fare senza rischi per la salute. È un po’ come chi per ridurre i danni legati alla tossicodipendenza, come l’infezione da HIV, i furti, l’emarginazione, la prostituzione, ecc., apre le “stanze del buco” fornendo siringhe sterili a chi vuole drogarsi (qualcuno ricorderà la proposta di Emma Bonino di qualche anno fa).

Inoltre, nel dato stesso della clandestinità, la verità non è stata rispettata. In Italia, ad esempio, furono diffuse cifre fantasiose relativamente agli aborti clandestini: 3-4 milioni annui; stando a questo dato, tutte le donne italiane avrebbero praticato nella loro vita almeno 8 aborti clandestini. Inoltre, c’è da dire che le esperienze di legalizzazione si sono per qualsiasi contesto rivelate fallimentari. Lo Stato finisce per impersonare il ruolo di chi diffonde il male e poi deve porvi rimedio. È recente l’insuccesso della prescrizione di eroina in Svizzera che ha causato la riduzione dei programmi finalizzati a scoraggiare i giovani ad assumere le sostanze, mantenendo intatti la criminalità e il mercato illegale. Sul piano etico, poi, non si punta a risolvere il problema, perché questo viene demandato alla sfera individuale del soggetto in nome della sua “libertà”. Come si vede, l’individualismo denunciato da Palmaro è davvero una costante.

La seconda causa invocata è l’identità del concepito.

Dico sempre agli studenti che c’è modo e modo di discutere sull’aborto. Se ci si trova a discutere con qualcuno che sostiene di essere a favore dell’aborto «perché l’embrione non è che un insieme di cellule», non c’è motivo di andare avanti nel dibattito perché quella del nostro interlocutore non è un’opinione, in quanto non corrisponde alla realtà e alla verità. Si può discutere con onestà intellettuale su tante cose e con tante persone dai pareri distanti dal nostro; ma se ci si discosta dall’oggettività del reale si discute del niente, ergo non vale la pena di perdere tempo.

Quello dell’identità del concepito, è in realtà proprio il tema più semplice di tutta la questione. Vediamo alcuni elementi di base.

In biologia, per “organismo” si intende un’entità vivente auto-organizzata, dotata di un genoma e di un metabolismo. Non ha importanza che esso sia composto da una singola cellula o da più cellule. Ciò che conta è che esso sia, in quanto organismo, un individuo: deve possedere un’unità interna, intrinseca, a prescindere da una possibile scomposizione (indivisum in se) e, oltre a ciò, occupare uno spazio ed evolvere nel tempo come un’individualità singolare, che mantiene la sua identità anche se la sua morfologia e la sua fisiologia evolvono nel corso della sua vita biologica (aliter sed idem – cambia restando sempre il medesimo). L’unità e l’identità di un organismo possono essere definite nei termini del suo ciclo vitale, indipendentemente dalla durata o dal completamento di uno o di tutti i processi che costituiscono il ciclo stesso. L’origine di un organismo biologico coincide, quindi, con l’inizio del suo ciclo vitale. Dall’embriogenesi traiamo che l’organizzazione del nuovo genoma inizia a partire dalla fusione dei gameti e procede attraverso un’attività ordinata. Questo evento dà inizio a un processo continuo, graduale, coordinato, che non ha “salti” qualitativi, o potremmo dire “ontologici”, come tra “non-uomo” e uomo oppure tra “pre-persona” e persona. L’unica discontinuità sostanziale si colloca nel passaggio dai gameti all’organismo. I due gameti fusi costituiscono una nuova cellula che opera come nuovo sistema, diverso geneticamente e citologicamente dallo spermatozoo e dall’ovocita che lo hanno generato. È l’entrata dello spermatozoo nell’ovocita l’evento biologico che innesca la catena di eventi molecolari e metabolici che caratterizzano il ciclo vitale di un nuovo organismo e che termineranno con la sua morte. Porre una distinzione fra questo evento cruciale rappresentato dalla fusione dei gameti e qualsiasi altro evento successivo risulta, sulla base dei dati scientifici meramente arbitrario, come è arbitraria la separazione tra “essere umano” e “persona”. Tale distinzione oltre ad avere come prima conseguenza la distruzione volontaria di molte vite umane in base a caratteristiche del tutto accidentali, anche se altamente sofisticate (leggere libri di filosofia, compiere giudizi morali, ecc.) non può che dare luogo a discriminazioni e a classificazioni dell’umanità in uomini di serie “A” perché belli sani e forti, e uomini di serie “B” perché meno eccellenti.

Saliamo un altro gradino (visto che in una società come la nostra, caratterizzata dal livello culturale ai minimi livelli, siamo però tutti filosofi!): e se quell’embrione, che abbiamo capito essere un uomo, non fosse però una persona?

In pratica, l’embrione sarebbe un essere umano, ma persona diventerebbe solo in seguito. Per rispondere a tale argomento ci sembra interessante analizzare, seppur brevemente, le due definizioni di persona più celebri: la prima di Boezio, la seconda di Tommaso D’Aquino. Per Boezio, «persona est naturae rationali individua substantia»[iv], mentre per Tommaso, «persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali natura»[v]. I concetti della definizione di Boezio sono aristotelici. La sostanza è l’essentia cui competiti per se esse, cioè l’essenza (il sostrato) che esercita, da sé, l’atto d’essere (actus essendi). La sostanza, poi, oltre “ad esistere”, sussiste in sé e per sé; ossia non inerisce ad altro e non si predica di altro. Il concetto di persona presuppone l’individualità. Ma non tutti gli individui sono persone in quanto, per esserlo, devono possedere la “natura razionale”. “Natura” indica l’essenza, “rationali” rappresenta non solo l’intelligenza, ma tutte le capacità superiori dell’uomo (amore, moralità, religiosità, ecc.). È bene sottolineare che, anche se la persona si manifesta ai nostri occhi, in genere, mediante tali capacità, non è la loro esplicitazione, la loro messa in atto, qui ed ora, a rendere tale la persona. Se veramente così fosse, infatti, lo status di persona si ridurrebbe ad un elemento accidentale, che nel soggetto umano può essere presente o meno, e che sarebbe dipendente non dalla natura razionale tipica di tutti e soli gli esseri umani, ma da singoli fattori esterni come, ad esempio, una malattia, un incidente automobilistico, la vecchiaia, ecc. L’essere persona non è un dato di natura psicologica, ma esistenziale, strutturale, che non dipende né dall’età, né dallo stato di sviluppo, né dallo stato di salute, né dalla condizione psicologica in cui ci si trova. Invece, si cade in una visione dualistica della persona umana, che fa coincidere tale persona con un individuo che possiede la capacità di manifestare certe proprietà; per cui, ad esempio, per l’utilitarismo sono persone solo gli esseri senzienti, non sofferenti e razionali e per il contrattualismo quelli autocoscienti e autonomi.

I cosiddetti casi limite. È un meccanismo tipico che i mass media utilizzano e con il quale ottengono ottimi risultati, considerando il fatto che la nostra è l’era dell’emotivismo, quella in cui l’embrione non è persona perché ancora non è in grado di fare sillogismi e in cui però la stragrande maggioranza delle persone è sovrastata dalle passioni, avendo perso completamente di vista la doverosa superiorità di ragione e volontà sulle facoltà inferiori. Si fa in modo di immedesimare le persone nella drammatica situazione della donna stuprata: in tal modo il gesto abortivo, in sé forse ancora avvertito come intrinsecamente riprorevole, viene annichilito e oscurato di fronte a ragioni di “umana pietà”. È quello che Palmaro chiama “abortismo umanitario”, diffuso ahimè anche tra i cattolici. Sappiamo tutti, infatti, che non è certo la donna stuprata la principale utente degli ospedali dove si pratica l’interruzione volontaria di gravidanza. In Italia, ad esempio, il principale motivo della richiesta di aborto è il terzo figlio. È un abbaglio, niente meno che un offuscamento della coscienza.

I motivi eugenetici. Qualora il nascituro presenti malformazioni si sostiene che non è solo diritto dei genitori, ma anche dovere della società impedire la gravidanza. Chi richiede, effettua o approva l’interruzione della gravidanza per «processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro»[vi], sta attuando un vero e proprio giudizio di valore sul nascituro, su chi sia degno di vivere o no. Non ci sono sconti o mezze misure, si fa esattamente questo. Mettere al mondo un figlio malato, o anche solo non perfetto, significa introdurre nel mondo “sofferenze evitabili”. Scrive John Harris, bioeticista, autore del libro “Wonderwoman e Superman”, nel paragrafo intitolato “Il delitto di avere figli”, a proposito dei “danni da procreazione” riporta una frase di Stuart Mill secondo cui «se il genitore non adempie questo obbligo [n.d.r. quello di mettere al mondo un figlio solo se si è in grado di garantirgli circo-stanze fisiche e psicologiche favorevoli], dovrebbe adempierlo lo Stato, a carico, per quanto possibile, del genitore»[vii]. In un articolo, intitolato “Procreative Beneficence: why we should select the best children”, Julian Savulescu, professore di Etica all’Università di Oxford, propone addirittura un principio, la “procreative beneficence” per motivare la ragionevolezza di dare alla luce il miglior figlio possibile.

I motivi demografici. Questa categoria ha rilevanza soprattutto sul piano delle politiche internazionali elaborate dall’ONU che, sotto la bandiera femminista dei “diritti riproduttivi”, porta avanti politiche di controllo delle nascite sul territorio. Il “family planning” venne introdotto ufficialmente dall’ONU come nuovo diritto umano nella dichiarazione di Teheran del 1968. L’obiettivo era quello di arginare la “bomba demografica” di malthusiana memoria, in quanto la sovrappopolazione era, secondo la dichiarazione, il principale freno allo sviluppo del Terzo Mondo. Per questo nacque nel 1952 a Bombay – città che costituiva il caso più evidente di sovrappopolazione urbana – l’IPPF, un’Organizzazione Non Governativa (ONG) molto potente legata alle società eugenetiche originatesi dopo Galton. Personaggio di spicco nello sviluppo della politica demografica degli USA è John Rockfeller, fondatore del “Population Council”. Un’occhio non troppo fine è in grado di trovare perfetta coerenza tra queste posizioni e quelle ambientaliste attuali, spiegate anch’esse quasi profeticamente dal testo di Palmaro[viii].

Sempre di stampo malthusiano è il cosiddetto “abortismo totalitario”: la limitazione forzata delle nascite e anche la soppressione dei figli ogni qual volta il presunto bene dello Stato lo renda necessario. Nel 1979, la Repubblica popolare cinese impose duri regolamenti che andavano dall’inserimento di uno IUD, o spirale, dopo il primo figlio, a restrizioni che comprendevano certificati matrimoniali. Il tutto fatto rispettare con estrema rigidità, pena distruzione della casa, prigione e, incredibile a dirsi, uccisione del neonato. L’UNFPA (United Nations Fund for Population Activities), agenzia delle Nazioni Unite per la questione demografica, lungi dal denunciare una tanto grande violazione dei diritti umani, firmò nel 1978 un memorandum d’intesa con la Cina, affermando che quella cinese era una politica non coercitiva, ma basata sull’assenso.

 

E qual è la reazione oggi di fronte a questo? Si immagina rabbia, sconcerto, sorrisi amari di fronte all’assurdità delle posizioni enunciate, da me solo a mo’ di schema e da Palmaro con una tale ricchezza di particolari storici, culturali, giuridici, filosofici che solo la grandezza della sua fede e del suo zelo apostolico potevano motivare. Invece no, non è questa la reazione più diffusa. Si respira piuttosto aria di assuefazione. È evidentemente quella che il prof. riporta come “sindorme di Panurgo”[ix], quel furfante capace di tutto che spinge in mare la sua pecora che belava e gridava. E subito tutte le altre pecore, strepitando e belando nello stesso tono, cominciarono a gettarsi in mare una dopo l’altra, facendo a gara a chi saltasse per prima dietro la compagna. Non era possibile trattenerle: in fondo, è proprio della pecora seguire sempre quella che precede, da qualunque parte vada! «Non è difficile – scrive Palmaro –  osservare, nel viraggio permissivo di massa verificatosi in questi anni per l’aborto, la presenza di questa preoccupante tendenza all’omologazione»[x]: forse uno dei nemici più grandi che incontriamo nella battaglia quotidiana su questi temi e che dobbiamo vincere con pazienza, fermezza e carità, ma anche con la stessa forza degli argomenti che possedeva Mario Palmaro, a partire dagli aspetti più elementari della questione, fino via via ai passaggi più profondi e complessi, un po’ come quando si pulisce una cipolla, pure se capita a volte di versare, come con le cipolle, qualche lacrima di fronte agli abomini di questa generazione.

 


[i] M.Palmaro, Ma questo è un uomo. Indagine storica, politica, etica, giuridica sul concepito, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1996. p.152.

[ii] Leggiamo sul Catechismo Maggiore di san Pio X:

n.966. Quali sono i peccati che si dicono gridare vendetta nel cospetto di Dio? I peccati che diconsi gridar vendetta nel cospetto di Dio sono quattro: omicidio volontario; peccato impuro contro l’ordine della natura; oppressione dei poveri;

fraudare la mercede agli operai.

n.967. Perché si dice che questi peccati gridano vendetta al cospetto di Dio? Questi peccati diconsi gridare vendetta al cospetto di Dio, perché lo dice lo Spirito Santo e perché la loro iniquità è così grave e manifesta che provoca Dio a punirli con i più severi castighi.

[iii] Cfr. M.Palmaro, op.cit., pp.58-71.

[iv] Boezio, De duabus naturis, c.3, P.L., 64, col. 1343. La persona è una sostanza individuale di natura razionale.

[v] Tommaso D’Aquino, Summa Theologica, III, q.29 a.3. Persona indica ciò che in natura è più perfetto, ossia un essere sussistente di natura razionale

[vi] Cfr. Legge 22 maggio 1978 n.194 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.140 del 22 maggio 1978), “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione di gravidanza”, art.6.

[vii] J.Harris, Wonderwoman e Superman, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 1997, p.136.

[viii] Cfr. M.Palmaro, op.cit., pp.210-212.

[ix] Ibidem, pp.69-71.

[x] Idem, p.70.

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3 commenti su ““Ripassiamo” l’ideologia abortista con l’aiuto di un celebre testo del prof.Palmaro – di Giorgia Brambilla*”

  1. L’esempio di Mario Palmaro è stato fulgido e quasi irraggiungibile: se penso che alcuni degli attuali “difensori della vita umana” arrivano ad approvare l’uso della pillola del giorno dopo (che ha un elevato potenziale abortivo, così come ce lo ha la pillola dei 5 giorni dopo) e che altri definiscono le donne che scelgono di abortire “VITTIME DEGLI ABORTI” (ma allora perché non definire i mafiosi “VITTIME DELLA MAFIA”)?
    Il compianto Mario lo diceva che quando si combatte l’aborto dicendo di farlo per salvaguardare le donne le battaglia è persa.
    E’ così difficile capire che TUTTE le vite umane hanno la stessa identica dignità dal concepimento alla morte naturale (dignità che può essere persa solo con il peccato)?
    Se io avessi come vicine di casa una donna che ha abortito per motivi socio-economici ed una che ha ucciso la figlioletta di 7 anni per intascarne l’assicurazione sulla vita, preferirei invitare a bere un caffè quest’ultima, perché è già stata processata ed ha già subito la giusta stigma sociale per il suo ignobile gesto.

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