Risguardi geopolitici, intervista al generale Bertolini

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Sig. Generale, lo scorso sabato 29 febbraio, a Doha in Qatar, gli Stati Uniti d’America ed i Talebani afghani hanno firmato un accordo di pace, dopo ben diciotto anni di guerra. Una guerra, quella dichiarata dagli USA al regime talebano che nel 2001 guidava l’Afghanistan, che ha coinvolto un gran numero di nazioni occidentali, tra le quali la nostra. Cosa pensa di questo accordo e quali conseguenze avrà a breve ed a lungo termine?

Intanto c’è da dire che non dovrebbe sorprendere che Trump abbia voluto sganciarsi dall’Afghanistan. Infatti non aveva mai fatto mistero, anche in campagna elettorale, di non accettare il ruolo di “poliziotto mondiale” che i suoi predecessori, soprattutto democratici, avevano riservato agli USA. Ciò detto, è però anche vero che da allora molta acqua è passata sotto i ponti e Trump ci ha abituato a molti cambi di rotta, come con l’assassinio del Generale Soleimani a Bagdad o all’imprevedibilità del suo comportamento in Siria, con ritiri annunciati, abbozzati e annullati nel giro di pochi giorni. Se questo cambio di rotta sia dovuto alla forza dell’alleanza degli Usa con Israele, tutt’altro che entusiasta di uno sganciamento della potenza americana dal Medio Oriente, dall’odio per l’Iran dovuto alla frustrazione mai sopita del sequestro del personale dell’ambasciata a Teheran di 40 anni fa, alla pressione certamente “convincente” dell’establishment Usa tradizionalmente guerrafondaio, o ad una combinazione di questi resta una questione aperta, a cui chiunque può dare risposta sulla base dei propri convincimenti.

Per quel che riguarda l’Afghanistan, il trattato siglato coi Talebani non arriva a sorpresa, ma dopo anni di contatti e dopo che un ulteriore protagonista della guerra al GIRoA (Government of Islamic Republic of Afghanistan), Gulbuddin Hekmatiar, aveva già accettato una pacificazione col governo di Kabul. Ma certamente, per il valore anche simbolico dei Talebani, una pace siglata con gli americani – che li avevano dipinti come la peggiore rappresentazione del male per due decenni – è molto significativo. Al riguardo, mi sembrano significativi dello sconcerto ingenuo di alcuni i commenti scandalizzati di chi lamenta il fatto che ora le “donne” afghane saranno abbandonate a se stesse, come se questo fosse il vero problema della coalizione che per quasi vent’anni ha operato nel paese. Invece, la guerra in Afghanistan, che è costata soprattutto in termini di vite di soldati e poliziotti afghani, è stata motivata dalla posizione strategica del paese, al sud delle repubbliche meridionali ex sovietiche, immediatamente ad est del “cattivissimo” (chissà perché?) Iran, lungo il confine occidentale di una potenza nucleare, il Pakistan, formalmente in guerra con un’altra potenza nucleare – ed emergente – come l’India. Insomma, nonostante i proclami non c’era alcuna velleità di imporre la democrazia a nessuno. E l’interesse per quel paese rimane ancora, anche se non sorprendentemente Trump ha capito che una guerra guerreggiata non può essere vinta contro un nemico molto radicato socialmente. Insomma, cambierà il rapporto tra Afghanistan e Usa, e l’attuale GIRoA dovrà accettare una ripartizione dei suoi poteri coi nuovi “alleati” talebani. Certamente, si tratta di una mossa che avrà un impatto importante anche in Pakistan, nella cui Area Tribale (il Waziristan) ci sono più Pashtun e quindi più Talebani che in tutto l’Afghanistan. Anche qui si combatte da sempre una guerra senza quartiere seppur senza che sulla stessa venga concentrata la medesima attenzione che c’è sull’Afghanistan.

Insomma, in Afghanistan cambieranno molte cose, ma resterà ancora un paese di interesse per gli Usa che cambieranno l’entità della propria componente militare nell’area, senza annullarla completamente con la scusa di combattere lo Stato Islamico che da qualche anno vi contende il potere ai Talebani. O comunque sostituendola con una forte presenza diplomatica, politica ed economica indispensabile per un paese che voglia ricostruire le proprie infrastrutture dopo 40 anni di guerra, considerando l’inizio dell’invasione sovietica nel 1979.

La situazione in Siria si è ulteriormente aggravata a seguito di un attacco, avvenuto lo scorso 27 febbraio, che ha causato la morte di una trentina di soldati turchi nella zona di Idlib, la quale si trova ancora sotto il controllo dei ribelli anti-Assad palesemente appoggiati dalla Turchia. Considerando il ruolo ricoperto dalla Russia nella crisi siriana, come evolverà, a suo giudizio, la situazione in quell’area e, più in generale, nel Vicino e Medio Oriente?

I 33 soldati turchi sono stati uccisi nel corso di scontri tra l’Esercito Arabo Siriano (SAA) e le unità di Hayat Tahrir Al Sham (in pratica il movimento qaedista in precedenza noto come Jabat Al Nusra) che operano frammischiate a truppe di Ankara.  E in quegli scontri erano morti moltissimi soldati siriani, uccisi dai turchi, cosa che però evidentemente non conta. Non fa notizia. Ma, per quanto possa sembrare cinico, non sono i morti il problema maggiore: ce ne sono stati centinaia di migliaia in Siria in questi anni. Il problema è che Erdogan evidentemente rivendica il possesso della provincia siriana di Idlib e quando ha visto che i siriani e i russi avevano liberato l’autostrada da Hama ad Aleppo, dalla cui periferia avevano scacciato i jihadisti, ha gettato la maschera evidenziando la sua alleanza strategica con i terroristi. Nessuno ne parla, ma nel momento in cui Ankara, dopo aver rinforzato la propria presenza mediante l’afflusso di molte forze nella provincia, lanciava un contrattacco con i suoi alleati di Tahrir Al Sham per riguadagnare un po’ del territorio perso, ad est delle alture del Golan occupate da Israele, lo stesso attaccava le unità siriane, provocando un certo numero di morti. Insomma, c’è evidentemente una convergenza di interessi tra Turchia e Israele che potrebbe portare ad altri sviluppi. Sviluppi tutt’altro che positivi per la Siria, per la sua popolazione, per la componente cristiana, unanimemente schierata con Assad, e per la pace in tutto il bacino del Mediterraneo, nel quale si sta intanto scaricando il ricatto migratorio di Erdogan che spinge migliaia di profughi verso la Grecia. La situazione non potrà che peggiorare, inoltre, se gli Usa spingessero la Nato ad un appoggio contronatura a favore dei turchi, permettendo il radicamento e lo sdoganamento delle peggiori formazioni terroristiche mediorientali.

Il 2020 è iniziato con la clamorosa azione condotta il 3 gennaio dagli Stati Uniti contro l’Iran, volta ad eliminare fisicamente il Generale Soleimani. Stati Uniti che hanno giustificato il loro atto con la necessità di eliminare un “pericoloso terrorista”. Come giudica tale azione e quali saranno, a suo avviso, le sue conseguenze sullo scacchiere geopolitico?

L’uccisione del Generale Soleimani rappresenta, a prescindere dalla valenza “militare” e anche morale del fatto, una svolta storica nell’approccio di Trump alle turbolenze mediorientali. Trump ha sempre cercato di barcamenarsi nell’area tra la volontà di mantenere un dialogo costruttivo con Mosca – al contrario di quanto avrebbe fatto la moglie di Clinton – e rassicurare i suoi alleati nell’area, prima di tutto Israele, sulla condivisione dei loro interessi strategici. Anche quando, probabilmente tirato per la giacchetta dai suoi “collaboratori”, interveniva in Siria con strike aerei per rappresaglia contro usi di gas da parte di Assad, ai quali non credeva neppure lui, badava sempre a non spingere l’azione oltre un certo livello, anche per non coinvolgere la Russia, schierata con le sue truppe a fianco di Damasco. Evidentemente, la pressione dell’impeachment agitata come una mannaia dai democratici e che – per quanto destinata ad affondare in Senato – creava qualche preoccupazione per la prossima campagna elettorale, la diuturna azione di influenza esercitata dall’establishment USA, sempre sensibile ai temi di uno scontro di civiltà fortemente voluto per giustificare una “missione” globale statunitense, la frustrazione mai sopita per l’affronto subito nel 1980, con il sequestro del personale dell’Ambasciata USA a Teheran, e la volontà di imporsi anche come Commander in Chief e non solo come acuto amministratore del patrimonio economico a stelle e strisce, gli hanno fatto rompere gli indugi con una dichiarazione di guerra all’Iran che si farà certamente sentire in futuro. Grazie a Dio, pare che le reazioni iraniane siano state contenute, a dimostrazione che il paese non è nelle mani di pazzi esagitati come qualcuno vorrebbe far pensare, ma non si può escludere – anzi – che in futuro la situazione non cambi. In peggio.

Insomma, l’uccisione di Soleimani ha causato uno sbilanciamento generale in tutta l’area ed è stato seguito, come testimoniato in queste pericolose giornate, da un acuirsi delle tensioni in Siria e da forti pretese territoriali turche ai danni di Damasco, foriere di scontri che non fanno bene al clima politico nel Mediterraneo. Il Medio Oriente si conferma teatro di uno scontro globale potenziale che ci deve preoccupare parecchio, vista l’esposizione dell’Italia al centro del bacino.

La storia ci insegna che per determinare le condizioni di intervento alcuni Stati si sono spesso serviti di una “manovalanza” esterna che fornisse con le sue azioni i presupposti per interventi che potessero essere accettati dalla Comunità Internazionale. Strategie di questo tipo, rientranti nella categoria degli attentati “false flag”, hanno lo scopo comune di celare il ruolo di chi poi interverrà, in nome della pace e della giustizia. All’indomani dell’uccisione del generale iraniano Soleimani, attraverso un’operazione chirurgica americana a cui è seguita l’ammissione ufficiale, pare chiaro il cambiamento di strategia da parte degli USA. Forse a lasciar intendere che la propria potenza sia arrivata ad un livello tale da consentirgli di eseguire azioni di questo tipo, senza temere grandi ritorsioni?

In politica internazionale la ricerca di “casus belli” con i quali giustificare interventi che abbiano il carattere di “bellum iustum” è una costante praticata da tutti. In questa ricerca tutti hanno beneficiato, chi più spregiudicatamente di altri, delle azioni condotte dai propri “nemici” contro di sé o contro i propri alleati e non è raro che tale cinismo sia arrivato al punto di provocare tali atti stessi. Che l’attentato di Via Rasella, ad esempio, fosse stato condotto da chi era consapevole delle reazioni tedesche che avrebbero coinvolto molti innocenti è cosa risaputa, ma in quel momento non si andava troppo per il sottile e una reazione scomposta e criminale come quella delle Fosse Ardeatine poteva fare comodo. A livello superiore, strategico, sono molte le guerre iniziate con la scusa di riparare un torto subito, anche se tale torto è stato ricercato o addirittura causato da chi ne sembrava “vittima” stessa. Niente di nuovo, quindi: la storia contemporanea è esattamente coerente con quella degli ultimi secoli, se non millenni.

Ma a parte questo, la domanda mi consente di affrontare un altro punto che credo interessante, vale a dire la trasformazione dell’idea di deterrenza che è intervenuta con quest’ultimo atto. L’attivissimo Segretario di Stato di Trump ha detto che con quest’azione viene rilanciata la deterrenza statunitense. Infatti, la parziale eclissi delle prospettive di un conflitto globale tra superpotenze, che veniva frenato dalla consapevolezza della capacità di mutua distruzione totale dovuta all’arsenale nucleare avversario, non funzionava più nei confronti di attori di livello inferiore, per i quali l’uso di un potenziale del genere non era più credibile. Per Mike Pompeo, invece, la disponibilità di tecnologie che consentono di colpire ovunque con precisione millimetrica, come nel caso in esame, restituisce a chi di queste tecnologie è padrone una primazia che gli consente di intimidire col proprio potere anche chi non varrebbe la “spesa” di un ordigno nucleare, con quello che ne seguirebbe. C’è una razionalità in questa osservazione, anche se si dimentica di dire che la deterrenza consiste, o almeno è sempre consistita fino ad ora, nell’esibizione di una minaccia contro chi poteva coltivare velleità ostili. Con quanto afferma Pompeo, invece, sulla base di quanto dimostrato con l’uccisione di Soleimani, si intende per deterrenza l’uso minacciato o addirittura preventivo contro chi, pur non sognandosi di minacciare direttamente una superpotenza come gli Usa, dimostra di voler resistere alle sue politiche globali. C’è una bella differenza, mi pare. Ma è con questa realtà che ci dovremo confrontare nel prossimo futuro.

Chiudiamo questa nostra intervista parlando della situazione in Libia, dove appare in tutta la sua tragica evidenza la marginalità dell’Italia rispetto alle dinamiche geopolitiche, soprattutto quelle che più riguardano la salvaguardia dei suoi interessi. Qual è il suo pensiero al riguardo?

L’Italia ha perso rilevanza in Libia per motivi di carattere interno ed esterno. Tra i primi, l’inconcludenza di tutti i governi che si sono succeduti da quel tragico 2011. Un’inconcludenza comprensibile per un paese che è abituato a definire i propri interessi come derivati di quelli delle varie comunità internazionali alle quali appartiene, siano esse l’ONU, la Nato o l’Ue. In quel frangente, invece, sarebbe stato necessario esercitare una funzione molto più propositiva, anche a costo di mettersi in rotta di collisione con qualche altro paese. Sarebbe stato necessario, e gli altri paesi erano pronti a concedercelo, non necessariamente obtorto collo, proprio perché si riconosceva all’Italia un ruolo privilegiato in un paese che avremmo dovuto conoscere meglio degli altri. E i motivi per i quali far valere le nostre posizioni li avevamo nella necessità di garantirci il rifornimento di gas attraverso il Green Stream e nel controllo del flusso migratorio che puntava, e punta, essenzialmente a noi. Ma non l’abbiamo fatto, a differenza, ad esempio, della Francia che si è ricavata un ruolo al fianco di Haftar pur mantenendo una credibilità presso Serraj che noi non abbiamo più. Per anni siamo stati leader di un’operazione importante come EUNAVFORMED, che ha tenuto in mare molte navi europee, con spese ingentissime, ma non abbiamo avuto la spregiudicatezza di spingere quell’operazione alle previste conseguenze, intervenendo nelle acque territoriali libiche e sulla costa. La responsabilità non è dei militari, che hanno fatto tutto il possibile e spesso anche l’impossibile, ma di una politica ondivaga che considerava la politica estera come una distrazione dalle nostre amatissime beghe interne. Vi sono poi le cause esterne, E queste sono la già citata assertività francese con la quale Parigi ha appoggiato dall’inizio Haftar e la recente iniziativa turca a favore di Serraj, che ha fatto apparire il nostro pluriannuale supporto allo stesso Serraj poco significativo. Insomma, nessuno ci darà un premio per avere rispettato le risoluzioni dell’ONU che impedivano il rifornimento di armi alle parti in causa, mentre la Turchia non si fa scrupoli di inviare armi e armati (tra cui miliziani jihadisti già impiegati in Siria). Detto questo, possiamo solo sperare, a questo punto, che la Turchia “trovi lungo” in Siria e si incrini il suo rapporto con la Nato, visto l’attacco che sta conducendo all’alleata Grecia e al resto d’Europa con l’espulsione di migliaia di profughi verso di noi. Un passo troppo spregiudicato, infatti, potrebbe costarle la possibilità di fare la voce grossa anche in Libia, lasciandoci uno spazio che è riuscita a toglierci. Ma per sfruttare una opportunità del genere, qualora si presentasse, sarebbe necessaria una spregiudicatezza che dobbiamo trovare.

Fonte: Ordine Futuro

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4 commenti su “Risguardi geopolitici, intervista al generale Bertolini”

  1. Molto interessante, come tutti gli interventi del generale Bertolini. Una bella indipendenza di pensiero che mi piacerebbe vedere in tanti politici di destra.

  2. Aldo Gentili

    Al di là del fatto che si possa condividere o no (io condivido) apprezzo questi articoli perché spiegano le questioni senza ricorrere a dietrologie o complottismi quando non ce n’è bisogno. Si vede che l’intervistato conosce l’argomento di prima mano. Vi invito a proseguire

  3. “E ADESSO IN EUROPA ARRIVA L’ESERCITO AMERICANO” – Byoblu.com (circa 30.000 SOLDATI che stanno sbarcando in Europa in queste ore)

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