Robert Brasillach. Processo e morte di un poeta

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É il 6 febbraio 1945. Forte di Montrouge, non lontano da Parigi. É il luogo di esecuzione dei condannati a morte. Un uomo, tradotto dalle prigioni di Fresnes, si avvia tra i gendarmi alla collinetta ove verrà eseguita la condanna. É pallido, ma il passo è fermo ed è sereno. Preparandosi, in cella, aveva messo le foto della madre e dei nipotini sul cuore. Si dirige verso il palo dell’esecuzione. Gli legano le mani. Di fronte, il plotone: dodici uomini e un sottufficiale. Il cancelliere legge il decreto che respinge il ricorso. Il condannato grida al plotone: “coraggio!” Poi: “Viva la Francia!”. Esplode la scarica. La parte alta del corpo sembra inarcarsi verso l’alto, verso il cielo. Il maresciallo si precipita e gli dà il colpo di grazia. Il medico constata il decesso. Sono le 9 e 58. Il suo difensore, l’avvocato Isorni, si avvicina al corpo e raccoglie una goccia di sangue che cola dalla sua fronte. Dirà poi: “per portarla a quelli che l’amano.”

Robert Brasillach era nato a Perpignan, nel sud della Francia, il 31 marzo 1909, figlio di un ufficiale di carriera, poi caduto in Marocco in un’imboscata dei ribelli. A Parigi, Robert frequentò il Liceo Louis-le-Grand, il miglior liceo della capitale. Ha facilità nello studio, ama i classici, la letteratura, il teatro, il cinema. In questo liceo diventa amico fraterno di Maurice Bardéche, che sposerà sua sorella. Dopo la guerra, Maurice Bardéche sarà uno dei più noti intellettuali della destra francese ed europea, con decine di opere al suo attivo. 

Il periodo liceale è anche quello della sua iniziazione politica: si sente vicino all’Action Française, movimento di ispirazione monarchica, cattolica, nazionalista, guidato da Charles Maurras, il grande vecchio della destra francese che rappresentò un momento di raccordo tra la destra contro-rivoluzionaria dei Joseph de Maistre, Louis de Bonald, Donoso Cortes, con quella del cattolicesimo legittimista e corporativo di René de La Tour du Pin, quella nazionalista e antidreyfusarda di Édouard Drumont e Maurice Barrés e poi il Fascismo. Nella sua monumentale opera I tre volti del fascismo, lo storico Ernst Nolte pone l’Action Française tra le radici dei movimenti fascisti. Intellettuale e scrittore di razza, ammiratore della Cattolicità senza essere credente (ma alla fine della sua vita si convertirà), membro dell’Académie Française, Maurras fu estimatore del Fascismo: verrà condannato al carcere per aver attaccato Léon Blum, promotore delle sanzioni contro l’Italia. 

Nel 1927 Brasillach venne ammesso all’École normale supérieure e incominciò anche a collaborare come critico letterario alla Revue Française diretta da Henry Massis, di orientamento cattolico-conservatore e soprattutto al quotidiano Action Française, organo del movimento. 

Il suo primo libro è del 1931, Présence de Virgile, sul grande poeta latino. Scelta ispirata dalla sua profonda cultura classica e dall’amore per il mondo latino che impregnava l’ambiente maurassiano. Nello stesso anno, a 22 anni, divenne responsabile della pagina letteraria dell’Action Française.

Ma fu una memorabile giornata parigina, il 6 febbraio 1934, a rappresentare una svolta nella sua vita e quasi una data premonitrice. Contro un governo radical-socialista segnato dagli scandali migliaia di nazionalisti, fascisti, monarchici, ex combattenti scesero in piazza a protestare. A Place de la Concorde le guardie repubblicane spararono sulla folla. Fu una strage. I morti furono decine e più di 1.500 i feriti. Caddero i Camelots du Roi, giovani militanti dell’Action Française, caddero i fascisti della Croix-de-Feu, caddero gli ex combattenti. Il governo di sinistra si dimise. Ogni anno, Robert Brasillach portò dei fiori sul luogo della strage. Ma la data è anche quella della sua esecuzione. Quando, imprigionato a Fresnes, seppe che, pochi giorni dopo, il 6 febbraio 1945, sarebbe stato fucilato, scrisse nei suoi Poèmes de Fresnes un pensiero per quei caduti: “Con undici anni di ritardo sarò, dunque, fra voi?/Penso a voi, stasera, o morti di febbraio!”.

Gli eventi di febbraio contribuirono assai probabilmente a una evoluzione del pensiero politico dello scrittore e al suo avvicinamento al Fascismo, pur non abbandonando idealmente l’Action Française: qualche anno dopo si definiva ancora “un fascista dell’Action Française”. Inizia a collaborare a “Je suis partout”, settimanale diretto Pierre Gaxotte, storico e autore de La Rivoluzione Francese, forse la migliore storia della Rivoluzione mai scritta. Con l’avvento al governo del Fronte Popolare il giornale diventa, a tutti gli effetti, la pubblicazione di punta del fronte nazional-fascista di opposizione. Dalle 40.000 copie iniziali arriverà a una tiratura di 250.000.  Iniziano a collaborare anche intellettuali come Lucien Rebatet (“non ho mai avuto nelle vene un globulo di sangue democratico”, scriverà nel suo Les Décombres, il libro più venduto nel successivo periodo bellico) e Maurice Bardéche. Nel 1937 Brasillach diventa redattore capo. Je suis partout, per la sua aggressività, la qualità degli scritti, gli attacchi al Fronte Populaire diventa il bersaglio principale delle sinistre: “…per i nostri avversari divenimmo qualcosa come l’organo ufficiale del fascismo internazionale. Noi però sapevamo di essere soprattutto il giornale della nostra amicizia, del nostro cameratismo e del nostro amore per la vita.”   

Nel 1935 aveva scritto, assieme a Maurice Bardéche, una Histoire de cinéma. Opera notevole che ancora oggi viene utilizzata per la storia del cinema. Matura anche il suo impegno letterario: dopo Le voleur d’étincelle del 1932, L’enfant de la nuit del 1934 e Le marchand d’oiseaux del 1936, nel 1937 scrive Comme le temps passe, un bella storia d’amore non priva di qualche trattenuta scena erotica, tradotto in italiano con il titolo La ruota del tempo. Caratteristica principale del suo sentire letterario e personale è il tema della gioia, della giovinezza, della bellezza. Lo capì molto bene Giorgio Almirante che dedicò a Brasillach, nel 1979, un affettuoso saggio biografico e antologico. 

Nel frattempo viaggia. Due volte in Italia, dove lo colpiscono i “ragazzi che cantano” e cita “…quell’inno bellissimo che un Paese ha scelto quale simbolo della sue speranze e dei suoi ideali: Giovinezza.” Scrive: “Mussolini è un grande poeta, diretto discendente dei poeti della sua razza.” In Belgio conosce Léon Degrelle, capo del movimento fascista Rex, una delle più belle figure dell’universo fascista di quegli anni, poi combattente contro il bolscevismo in Russia. L’intervista all’esponente politico diventerà un libro, Léon Degrelle e l’avvenire del Rex, pubblicato anche in Italia nel 1997. Lo colpisce la gioia che ispira Degrelle e i giovani del Rex: “La straordinaria giovinezza di questo movimento”. Lo colpisce una delle poesie di Degrelle dal titolo Mon pays me fait mal. Lo riprenderà per una delle poesie dei Poèmes de Fresnes, che così termina: “Il mio paese mi fa male per la sua falsità da schiavi/Con i suoi carnefici di ieri e con quelli di oggi/Mi fa male col sangue che scorre/il mio paese mi fa male. Quando riuscirà a guarire?”. Visita quattro volte anche la Spagna. Onora la figura del fondatore della Falange, Josè Antonio Primo de Rivera, assassinato dai rossi nel 1936: “Principe della giovinezza, principe del sacrificio, principe della chiarezza.” Ancora una volta il tema della giovinezza, della gioia della militanza, del sacrificio sereno. Visita anche l’Alcazar, celebre per l’eroico assedio dei nazionalisti che resistettero a soverchianti forze rosse e ne ricava un libro, L’Assedio dell’Alcazar. Viaggia nella Germania nazional-socialista e partecipa al Congresso di Norimberga del 1937. Più tardi, nella sua Lettre à un soldat de la classe 60, scritta anch’essa durante la detenzione, userà un’espressione per descrivere il Fascismo europeo: “Fascismo immenso e rosso”: “… pensavamo che il fascismo fosse una poesia. E mi dico che ciò non può morire. Esaltazione di milioni di uomini, i campi della gioventù, la gloria del passato, le sfilate, le cattedrali di luce, gli eroi pronti alla lotta, l’amicizia tra le gioventù delle nazioni ridestate, Josè Antonio, il Fascismo immenso e rosso.” L’espressione diverrà anche il titolo di un bel libro del nostro Giano Accame, con un sentito capitolo dedicato a Brasillach. 

Nel 1939 pubblica un altro romanzo, Les sept couleurs, che ha avuto diverse edizioni in italiano, Non solo è un buon romanzo, (fu candidato al premio Goncourt) ma è anche un esperimento letterario con l’utilizzo di sette diverse tecniche di scrittura: un virtuosismo. 

Nel 1939, nonostante un’opinione pubblica fortemente contraria, Francia e Gran Bretagna dichiarano guerra alla Germania. Tutto il mondo delle destre francesi è ostile a questo conflitto. Brasillach viene richiamato, anche se la sua unità non venne mai impegnata al fronte. Come è ben noto, la sconfitta della Francia fu disastrosa: le truppe tedesche entrarono a Parigi, metà del territorio venne occupato. Circa due milioni di soldati francesi vennero fatti prigionieri, tra cui Brasillach, che trascorse dieci mesi in campi di prigionia. Qui scrisse Bérénice, un dramma teatrale che narra la storia d’amore tra la regina degli ebrei e l’imperatore Tito. 

Dopo l’armistizio tra Francia e il Terzo Reich, l’Assemblea Nazionale, legittimamente eletta, diede i pieni poteri all’anziano Maresciallo Pétain, grande eroe della I guerra mondiale. La capitale della Francia non occupata venne stabilita a Vichy e comprendeva la Francia centro-meridionale e le colonie. La definizione ufficiale venne cambiata da République française a État français e l’insanguinata triade rivoluzionaria Liberté Égalité Fraternité sostituita da Travail Famille Patrie. Il Governo di Vichy era quindi perfettamente legittimo, con la stessa personalità giuridica della Repubblica Francese, perché fu un parlamento eletto a dare i pieni poteri a Pétain come Capo dello Stato (Pierre Laval lo affiancò come Capo del Governo nel 1942). L’État français continuò a essere riconosciuto da tutti i Paesi che prima riconoscevano la Repubblica. Tra i primi atti del nuovo regime ci fu l’abolizione delle leggi anticlericali “repubblicane” e il clero e molti intellettuali cattolici, come Paul Claudel, autore di Annuncio a Maria, (scrisse: “La Francia è liberata dal giogo del partito radicale e anticlericale, vi è la speranza di essere liberati dal suffragio universale e dal parlamentarismo”), sostennero il governo del Maresciallo.   

Brasillach tornò a Parigi e riprese la sua attività a Je suis partout. Nel frattempo era stato pubblicato Notre avant guerre, un’autobiografia politica, diario, storia di una giovinezza, di un ideale, di molte amicizie, di viaggi. Probabilmente il suo libro più bello e più sentito, pubblicato anche in Italia. 

Iniziò il periodo della Collaborazione. Civile, politica, intellettuale, anche militare. La storia scritta dai vincitori poi coprì di odio i cosiddetti “collaborazionisti”. Eppure la collaborazione fu utile e necessaria e rese meno dura l’occupazione tedesca. Oltretutto fu ispirata da motivazioni ideologiche, principalmente l’antibolscevismo e non da servilismo verso l’occupante. Charles Maurras, antitedesco da sempre, parlò di una “collaborazione dignitosa”. Gran parte dell’intellettualità francese continuò la sua attività convivendo con l’occupazione. Alcuni senza coinvolgimenti ideologici, altri impegnandosi attivamente nella lotta antibolscevica: Louis Ferdinand Céline, Drieu la Rochelle, Lucien Rebatet, Henry de Montherlant, Jean Luchaire, Pierre Gaxotte, Abel Bonard, Alphonse de Châteaubriant, fondatore del giornale La Gerbe, a cui collaborarono Jean Giono, Paul Morand, Jean Cocteau, Sacha Guitry. Altri, come Marcel Aymé, Jean Anouilh, Paul Claudel rimasero sempre in bilico tra silenzio e adesione. 

Nel 1943, per dissidi interni, uscì da Je suis partout e iniziò a scrivere, assieme a Drieu la Rochelle, per Révolution Nationale di Lucien Combelle. Partecipò a un congresso di scrittori in Germania e visitò i soldati della Légion des volontaires français, che combatteva in Russia con l’Asse.

La guerra era a una svolta: dopo lo sbarco in Normandia le truppe alleate e i reparti della France Libre di De Gaulle, appoggiate dai partigiani che già da tempo operavano sul territorio con assassini di poliziotti, di militi della Milice Française di Pétain, sabotaggi, attacchi alle truppe tedesche che provocavano sanguinose rappresaglie, entrarono il 24 agosto 1944 a Parigi.

E iniziò la grande mattanza, la sanguinosissima vendetta dei “liberatori”. Veri o presunti “collaborazionisti”, militi, poliziotti, amministratori locali, vennero assassinati, spesso con tutte le loro famiglie, imprigionati nei penitenziari svuotati dai delinquenti comuni o in campi di concentramento. Lo stesso capiterà ai volontari antibolscevichi della LVF, confluiti nella divisione SS Charlemagne, che si battè eroicamente in Russia e poi nell’estrema difesa di Berlino. Secondo dati resi noti dal Ministero degli Interni, furono circa 110.000 i collabò, o presunti tali, assassinati durante la “liberazione”, ma è un calcolo in errore per difetto. Da altri dati forniti da François Mitterrand, all’epoca ministro, le vittime di queste esecuzioni sommarie da parte di gaullisti-comunisti furono non meno di 133.000. Céline scriverà di 400.000 vittime. Insomma un massacro simile a quello avvenuto in Italia prima e dopo il 25 aprile e ben descritto nei libri di Giorgio Pisanò e di Gianpaolo Pansa. Paul Sérant in un documentato volume, I vinti della liberazione, descrive questi massacri, i processi sommari, le vendette personali. De Gaulle modificò, con effetto retroattivo, la legge penale modificando il reato di “tradimento”. Furono istituiti centinaia di “tribunali speciali”. Le Figarò documentò che il numero degli arrestati superò il milione. Migliaia di donne, accusate di essere “collaborazioniste”, vennero rapate a zero, denudate, portate in giro per le strade e poi violentate dai “patrioti”. Molte le donne condannate a morte, come Marie-Louise Jeunet, fucilata assieme ai suoi due figli. Non pochi gli episodi di pura ferocia da parte dei “liberatori”: Lucien Rebatet, nel suo Non si fucila di domenica, pubblicato anche in italiano, cita: “le ecatombi di Limoges, nell’agosto del 1944, ove si fucilavano ragazzini di sedici anni perché il loro nonno leggeva l’Action Française.” In una lettera dal carcere così scrive Brasillach: “…ho visto troppi torturati, picchiati, con i denti spaccati, bruciati con delle sigarette, senza contare i casi delle donne…” Aveva sotto gli occhi il caso di Georges Albertini, uno dei politici “collaborazionisti” arrestato assieme alla moglie, entrambi torturati ma sopravvissuti. Chi non sopravvisse fu il loro bambino, morto di stenti e per mancanza di cure. La moglie di un giornalista, incarcerato, venne arrestata e torturata fino allo svenimento. Il figlioletto, sottratto alla famiglia, venne anche lui fatto morire di stenti. 

L’odio dei vincitori si scatenò con particolare odio contro gli intellettuali. Centinaia vennero arrestati e condannati. Decine i fucilati. Oltre a Brasillach, i giornalisti Paul Ferdonnet e Jean Hérold-Pasquis e poi Georges Suarez e molti altri, tra cui anche Jean Luchaire, catturato in Italia e fucilato nel 1946. Decine di altri vennero condannati a pesanti pene. Drieu La Rochelle si suicidò per evitare l’arresto, Céline venne arrestato in Danimarca e trascorse due anni in galera. Alphonse de Châteaubriant, condannato a morte, morì esule in Tirolo nel 1951, sotto falso nome. Vennero processati, tra gli altri, Jean Cocteau, Jean Giono, Bertrand de Jouvenel, Henry Massis, Henry de Montherland, Sacha Guitry. Charles Maurras, che pure non era mai stato filo-tedesco, condannato a vita e posto in durissima detenzione. Verrà graziato, malato, nel 1952, poco prima di morire.

Epurati anche gli scienziati. Georges Claude, fisico, inventore di un processo chimico che ancora porta il suo nome rischiò la pena di morte e verrà detenuto per anni. Alexis Carrel, medico, premio Nobel per la medicina, cattolico, che aveva aderito al filo-fascista Parti Populaire Français di Jaques Doriot, venne posto sotto accusa. La morte lo salvò da ulteriori persecuzioni.      

Pétain fu condannato a morte, in un processo inficiato da irregolarità e graziato per via dell’età: morirà in carcere. Eclatante per crudeltà dei “liberatori” il caso del Capo del Governo Pierre Laval: condannato a morte, tentò il suicidio per avvelenamento poco prima dell’esecuzione. Moribondo, lo sottoposero a ben 17 lavande gastriche. Lo volevano vivo per l’esecuzione. Venne fucilato semicosciente e legato in barella. Centinaia di migliaia le condanne a morte, al carcere, ai lavori forzati, alla perdita dei diritti civili, del lavoro. 

Nel 1951, 40.000 “collaborazionisti” erano ancora in carcere. I processi e le condanne a morte si susseguirono nei decenni: nel 1954 due appartenenti alla Milice vennero fucilati a Bordeaux. L’ultimo condannato a morte, nel 1966, fu graziato.   

Nell’agosto 1944, anche Brasillach era ricercato. Si nascose in casa di una carissima amica. Allora i “liberatori” per catturarlo ricorsero a uno mezzo abietto: arrestarono l’anziana madre, il patrigno e il cognato Maurice Bardéche minacciando anche di arrestare la sorella con i suoi due figlioletti. La madre fu reclusa in un’affollatissima prigione per detenuti comuni, in maggioranza prostitute. Brasillach si consegnò. Al suo processo denuncerà: “Mia madre era stata arrestata ed era rimasta tre settimane in una sudicia prigione: trenta persone in una cella di tre metri per quattro, con quattro pagliericci per trenta persone.” L’appartamento dove Brasillach abitava con i coniugi Bardéche venne occupato dai partigiani e preziose collezioni di libri rubate.

Brasillach venne rinchiuso prima a Noisy, poi nella prigione di Fresnes, che diede il nome alla sua ultima opera poetica, i Poèms de Fresnes, una delle più intense e commoventi opere poetiche del ‘900. In cella con lui altri intellettuali ed esponenti della Collaborazione: Claude Maubourguet, giovanissimo giornalista di Je suis partout, lo scrittore cattolico Paul Bazin e il fratello di Bardéche, Henri. In una lettera Brasillach osservò come le prigioni fossero state riempite dai vincitori di intellettuali e di scrittori, proprio come durante il periodo del Terrore della Rivoluzione Francese.

Per il processo, occorreva nominare il pubblico ministero e i giurati della “corte speciale”. Le autorità premevano per avere magistrati e giurati affidabili, devoti al nuovo ordine e pronti a chiedere e approvare pene severissime, meglio se di morte. Tutti i nomi dei magistrati e dei giurati dovevano essere approvati dai Comités de Libération. Come pubblico ministero venne nominato Marcel Reboul, un magistrato che durante l’occupazione si era barcamenato prudentemente, un opportunista che era sfuggito all’epurazione che aveva colpito anche la magistratura. Si era specializzato con il massimo impegno nei processi ai collaborazionisti. Svolse il suo ruolo non risparmiandosi insinuazioni meschine contro l’imputato. Lo scrittore Marcel Aymé scrisse della sua nomina: “Alla fine si trovò il procuratore ossequioso che accettò di pronunciarsi per la pena di morte. E poté così avere inizio la commedia del processo”. Così Brasillach in una sua lettera: “E’ un personaggio grottesco. Lo trovo ridicolo. Pieno di malafede e di ignoranza. Tutto quello che fa è leggere passi dei miei articoli dopo averli tagliati come gli pare.” Dopo l’epurazione fece una brillante carriera fino alla corte di cassazione e alla nomina di preside di una scuola di diritto.

Era invece coltissimo l’avvocato difensore di Brasillach, Jaques Isorni, una laurea in lettere oltre a quella in legge. Nel 1931 era il più giovane avvocato di tutta la Francia. Così come Reboul si era impegnato nel cercare di mandare a morte più collaborazionisti possibile, Isorni si specializzò nella loro difesa. Difese anche il Maresciallo Petain. Suo è un resoconto del processo: Hanno fucilato un poeta – Il processo Brasillach, pubblicato anche in Italia. 

I quattro giurati scelti erano tutti partigiani o comunque resistenti, socialisti o comunisti; di modesta cultura perché non fossero influenzati dalla statura letteraria dell’imputato. Il processo fu una tragica farsa. Durò sei ore: dalle 13 alle 19 del 19 gennaio. Il procuratore chiese la pena di morte. Il comportamento dell’imputato fu ispirato a orgoglio e dignità: a nessuno sfuggì il suo autocontrollo durante il duro interrogatorio da parte del Presidente della Corte. Il suo tono fu sempre garbato e gentile. Alla fine dell’interrogatorio, Brasillach dichiarò: “Non posso rinnegare nulla di ciò che sono stato.” Appassionata la difesa di Isorni, che lesse anche i messaggi di importanti scrittori che testimoniarono il valore letterario e civile dell’imputato: François Mauriac,  Paul Valéry, Paul Claudel. Si chiese retoricamente nella sua arringa: “forse che i popoli civili uccidono i loro poeti?”. Giunse il verdetto: pena di morte. Il pubblico, tutto a favore di Brasillach, insorse. Un giovane, poi arrestato, gridò: “Assassini, è una vergogna”. Brasillach rispose calmo: “No, è un onore”.

A fine gennaio, rispinto il ricorso alla corte di cassazione e in attesa di una risposta alla richiesta di grazia a De Gaulle, vi fu una imponente mobilitazione di intellettuali a favore della grazia: François Mauriac, Jean Anouilh, Marcel Aymé, Thierry Maulnier, Paul Claudel, Paul Valery, Gabriel Marcel, Colette. Persino Albert Camus, simpatizzante comunista, aderì all’appello. Trenta i membri dalla Académie Française che lo firmarono, altri dell’Académie Gouncourt e della Comédie Française. Complessivamente, furono più di sessante le firme prestigiose che chiesero la grazia. Ma anche la “società civile” si mobilitò: studenti dell’École normale, ex prigionieri di guerra che avevano condiviso con lui la prigionia, l’ex ufficiale comandante del poeta, pluridecorato, gente comune. Non si sa neppure se De Gaulle lesse gli appelli, ma la richiesta di grazia fu respinta.   

Venne rinchiuso di nuovo a Fresnes, vestito di una divisa di tela grezza e con sette chili di catene. Scrisse molto: la Lettre à un soldat de la classe 60, indirizzata a un ideale giovane che sarebbe stato chiamato alle armi nel 1960. Una lettera che così si chiude: “Ti chiedo solo di non disprezzare le verità che noi abbiamo cercato e di conservare le due sole virtù alle quali io credo: la fierezza e la speranza.” Adriano Romualdi ha prefato la versione italiana edita Volpe. Poi il saggio André Chénier, poeta antigiacobino di trentadue anni ghigliottinato dai giacobini nel 1794. Evidente la partecipazione di Brasillach al dramma del poeta. Scrive Franco Maestrelli nella prefazione all’edizione italiana: “Il valore di questa meditazione in prosa va ben oltre la critica letteraria. André Chénier esprime il dramma di un giovane intellettuale travolto dalla fine di un mondo.” 

Il testo più commovente e lirico della sua prigionia è la raccolta di poesie Les Poèmes des Fresnes, I poemi di Fresnes, pubblicata anche in Italia. Testimonianza di sentimenti, di fede e anche di affetto per gli altri condannati a morte (così inizia la poesia “Il camerata”: “Noi l’abbiamo visto varcare la soglia/Noi l’abbiamo visto volgere la fronte/Noi l’abbiamo visto, nella notte ormai morta/Andarsene attraverso i corridoi.”) Sette di queste poesie sono numerate come Salmi; celebri i versi: “Signore, ecco scorrere il sangue della patria/Odo il suo mormorio e il versarsi sulla terra”, testimonianza di quella che Jean Madiran definì: “la profonda risonanza cristiana della sua sensibilità”. Commovente la poesia, ispirata, come abbiamo già ricordato, da un verso di Degrelle, Il mio paese mi fa male. E’ del 22 gennaio Il testamento di un condannato: “Per prima cosa lascio l’anima mia/a Dio suo creatore/Né pura né santa, lo so/Soltanto l’anima di un peccatore”. Un attore di Radio Parigi, dalla voce ispirata e possente, anch’egli incarcerato dai vincitori, la reciterà nei corridoi della prigione, nel silenzio commosso degli altri detenuti. 

L’ultimo brano lo scrive il mattino del 6 febbraio. Le parole finali: “Le ultime tre sere ho riletto il dramma della Passione, ogni sera tutti e quattro gli evangelisti. Ho pregato molto e so bene che è stata la preghiera a portarmi un sonno calmo. Il mattino il prete è venuto con la comunione. Pensavo con dolcezza a tutti quelli che amavo e tutti quelli che avevo conosciuto nella mia vita, e pensavo con dolore al loro dolore. Ma mi sono sforzato il più possibile di accettare.” 

Soltanto nel 1957 l’amico Bardéche e la sorella Suzanne riusciranno ad ottenere il permesso di trasferire la sua tomba nel “piccolo cimitero di campagna” di Saint-Germain de Charonne, oggi banlieu di Parigi, che Brasillach aveva descritto ne Les sept couleurs. É sepolto con la madre. A fianco, Maurice Bardéche. La tomba, anche oggi, è sempre coperta di fiori. 

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3 commenti su “Robert Brasillach. Processo e morte di un poeta”

  1. Rosa Angela Maria Piccini

    Vi ringrazio del bello e commosso articolo in ricordo di Robert Brasillach, di cui al corso di francese all’Università avevano solo accennato al fatto che lo stesso De Gaulle, purtroppo, si era dichiarato per la pena di morte.

  2. Grazie a tutta la redazione per questi meravigliosi articoli. E Buon Anno!
    Pur sapendo che non sarà facile!
    Ma l’importante è vivere e viverlo come gli eroi di cui sopra…Codreanu , Benito e tanti altri. Auguri a tutti!

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