SORTE D’UN TESTIMONE GALANTUOMO. PIERO OPERTI – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

 

A pochi scrittori di razza è toccato in sorte l’oblio, nelle storie della letteratura e nel campo dei lettori, come avvenne per Piero Operti. A oscurarlo, contribuirono i suoi lavori di storico, premiati nell’immediato secondo dopoguerra con l’adozione di suoi testi nelle scuole; ragioni politiche nel ventennio, essendo stato un professore contrario alla dittatura, quindi, nonostante la sua militanza nella Resistenza, essendo diventato un disilluso del popolo e dei suoi cinici sfruttatori politicanti. Infine, la sua ammirazione per la dedizione patriottica di molti combattenti sotto le insegne della Repubblica sociale, sollevò l’avversione che conta e che relega nell’ombra.operti

La sua prima opera poderosa, dopo Sacchetti a terra (1923), vide la luce l’anno successivo, intitolata Il convito della speranza. Largamente autobiografica, è costruita mediante gli episodi successivi della vita militare al fronte, negli accantonamenti, all’ospedale, per terminare con il congedo di mutilato e la pace, in cui egli torna a rivedere l’Accademia di Modena, ove ricevette la sua rapida istruzione, torna sui luoghi dell’infanzia e della formazione giovanile, precedente l’arruolamento volontario.

Giorgio Dellanave, imbevuto di studi e miti classici acquisiti al liceo, raggiunge le linee alpine con un entusiasmo tuttavia sostanzioso. “La guerra aveva risposto a tutte le sue domande; aveva risposto a quel bisogno di dedizione intera che formava il fondo della sua anima”. Ancor fresco di arrivo nelle immediate retrovie, incontra il fratello maggiore, capitano di carriera, che conduce il suo reparto verso le trincee. E subito, riceve il colpo tremendo della bellica fatalità: quello splendido modello, quel giovane ufficiale dal carattere olimpico, uscito dalla sua famiglia, muore in una strage dovuta a un proiettile beffardamente caduto in un angolo morto, nel riparo d’una sosta. Egli deve farsene una ragione, dove fronteggiare il primo di altri sgomenti, che gli rivelano la propria natura meno che eroica. Ciò non gli impedirà di mantenere la fiducia e di progredire. Giunge la volta, per la sua compagnia, di avanzare verso i reticolati. Il suo spirito di comprensione osserva i comportamenti durante le successive operazioni, le espressioni degli uomini che si portano all’assalto. L’incombere della morte svela gli esseri oltre l’accettazione, oltre l’abitudine a sostenere fatiche e privazioni, oltre le quasi cieche manifestazioni di coraggio, svela l’autentica abnegazione di chi è sempre pronto, cosciente, lucido nella modestia taciturna e serena.

Trovandosi con un gruppo di fanti, separato dal comandante, in un ridotto conquistato, il giovane subalterno sperimenta il dovere di prendere decisioni che metterebbero a repentaglio la propria vita. “È troppo difficile comandarsi da soli”, per una manovra in cui probabilmente morirà. Gli attimi hanno una lunghezza, una capacità, nella quale, incredibilmente, si sussegue una filza di chiare riflessioni. E la prova sarà superata. Ma, di seguito, sbatte nella varietà delle agonie, degli strazi. Alla vista d’un nemico morto sfigurato da un urlo estremo, sente “risorgere un’indistinta ribellione contro l’infinita atrocità della guerra”. Poi, trova che “l’artiglieria ha umiliato il combattente attribuendo un gioco enorme al caso, che non aveva campo quando si combatteva uomini contro uomini”. Sono momenti riassorbiti dal servizio complessivo, che ha il maggior pregio nell’umiltà, nel sacrificio comune. Egli ci crede, crede che tale occasione di riscatto valga per l’Italia tutta.

Dal cimento del Podgora, si passa ad una marcia per raggiungere l’altopiano di Asiago. Ora Giorgio comanda una compagnia. Arrivati a sera dopo essere partiti all’alba coi muli, dopo aver superato 900 metri di dislivello, carichi di armi e di pesanti fardelli: una laboriosa ricerca di ricovero sotto la nevicata. “Il tenente fidava nel santo protettore dei soldati, perché in quei trambusti notturni sembrava inevitabile che qualcuno si lasciasse prendere un piede sotto una zampa, e invece non capitava quasi mai. Vedeva quelle mani robuste sciogliere a forza i nodi induriti dalla neve, piegare le cinghie spesse, farle scorrere nei passanti, liberarle con uno strappo dei ganci, afferrare alle due estremità i treppiedi o le mitragliatrici e sollevarli di peso dai loro supporti; immaginava lo sforzo di quelle braccia e di quei torsi insaccati nei cappotti, sentiva la fatica di quei muscoli, sorvegliava ogni uomo, vigilava ogni gesto (…) un lungo sforzo a testa bassa, il selvaggio anelito della fatica, le vene turgide sui polsi, la gota contratta, grondante sudore mescolato all’acqua della neve. La forza degli uomini, la forza delle bestie, l’inerzia delle cose materiali in contrasto, in lotta: la volontà ostinata che vince”. Ed è nulla, accanto alla vita miserabile e bersagliata della trincea, che screma il pregio umano.

Niente di nuovo, s’intende. Le solite traversie delle campagne militari, ben descritte. Se ne esce a testa alta, o ci si disonora: individualmente e complessivamente, ufficiali e soldati. Perché la guerra? Al di là del saggio che offre, che forgia gli animi migliori, neppure gli imperi sciolsero i contrasti tra le loro nazioni, neppure l’ONU può farlo, e la nazione che rinuncia a combattere, subirà il sopruso e l’onta. Guardando a fondo e coraggiosamente nei giorni nostri, ce ne possiamo sincerare.

“L’azione è rimandata. Probabilmente un malato il quale debba subire un’operazione grave e forse mortale (…) prova ciò che noi proviamo in questi casi, che si verificano abbastanza spesso. I nostri nervi sono assoggettati a un duro tirocinio. Fra poche settimane comincerà il nostro terzo anno di guerra, e talvolta mi domando se ciò che ci viene chiesto non oltrepassi le normali forze di un uomo. Intanto piove. Grigiore, freddo, sonnolenza, muffa sul corpo e sull’anima (…) Le rocce e le piante non sono mai state tanto estranee all’uomo. Sembra dicano: ‘la colpa è vostra, che volete star qui’”.

“Invero, al confronto di ciò che si prepara, il primo combattimento, perduto ormai nella notte dei tempi, appare nel ricordo a noi vecchi, come difficoltà morale, un gioco di ragazzi. Allora avevamo le nostre energie nervose intatte, ora ci sentiamo consumati fino all’osso; allora il nostro coraggio s’illuminava d’un sorriso sovrumano (…) allora entrando nel cerchio del fuoco credevamo che vincere una battaglia fosse vincere la guerra (…) Conosciamo l’alternativa che ci aspetta: la morte o la ferita in pieno che ci metta fuori uso (…) definitivamente (…) Nondimeno la nostra prontezza al sacrificio sarebbe ancora facile se non vi fossero cuori che ci seguono a ogni passo come la nostra ombra. Io so come vivono a casa (…) So cosa pensa la mamma: pensa che un figlio morto (…) e il suo ‘piccolo’ ferito due volte, potrebbe bastare; ma non osa dirmi nulla, e con me finge di non sapere che, se volessi, potrei venir via”.

Tornano le considerazioni sull’eroismo e sugli eroi avuti sotto gli occhi. “L’eroe non ha mai la corporatura e le attitudini erculee che la fantasia popolare gli attribuisce e che gli scultori consacrano nei loro monumenti. Gli ercoli di solito tengono molto alla incolumità delle loro magnifiche membra, e l’eroe ha anima gigante, ma persona modesta. Quando è soldato, tu, ufficiale, sino al giorno dell’azione non lo distingui dagli altri (…) Dopo l’azione, ripensando, ti accorgi che anche prima era diverso dagli altri: non brontolava mai, non si lagnava se il rancio arrivava freddo o non arrivava, non se la prendeva con gli imboscati, non almanaccava sopra un ritardo del cambio, non sospirava la fine della guerra, era sempre pronto per le corvées, per le guardie, per il servizio in linea (…) tiene in ordine il suo zaino e il suo fucile, accetta in tutte le ore la sua parte di fatica e di rischio (…) Viene il giorno dell’azione: mentre il comandante dà gli ultimi avvertimenti egli ascolta attento, senza ansia, come si trattasse di una corvée, solo più importante delle altre. Qualche ora dopo, sotto il reticolato, mentre il reparto è incollato al terreno da sventagliate di cantarana, si vede uno alzarsi, afferrare un paletto, scuoterlo, svellerlo, abbatterlo: è colpito, ma le braccia gli servono ancora e, sempre in piedi, rinnova l’operazione su un secondo, su un terzo paletto – come uno che in un suo campo, incontrando una staccionata (…) – finché è possibile passare attraverso il reticolato. Qualche minuto dopo, occupata la prima linea, quel soldato trasporta al sicuro il suo comandante ferito, poi torna al combattimento. Viene a trovarsi in una posizione con pochi uomini i quali lo seguono naturalmente, come fosse il loro capo: egli li guida all’assalto (…) e per tutto il corso della battaglia lo si vede apparire vicino e lontano (…) Egli è serissimo, ma l’abilità dei suoi movimenti e la precisione dei suoi colpi desta nei compagni uno stupore ilare, e il suo ardire è comunicativo; sotto il bombardamento la sua fermezza rassicura i superstiti. All’ospedale riceve la medaglia; e dopo qualche mese ritorna al Battaglione (…) Quando il colonnello gli rivolge un elogio, egli ascolta rispettosamente, senza un sorriso, come se si parlasse di un altro”.

Invece, i nostri ragazzi del consumismo, giovani e maturi, pensando all’eroe, si figurano un Rambo.

Viene il turno di riposo nella campagna vicentina. Il nostro tenente si prende cura soprattutto dei novellini facendoli esercitare con le mitragliatrici.

E di nuovo ai preparativi dello scontro. “Nell’attesa della battaglia ho sempre dentro me l’impressione di andare contro un gran vento, e di fare sforzi per camminare (…) e di trovarmi sempre allo stesso punto: a volte mi sembra che Cesare [suo fratello caduto] e gli amici morti mi siano vicino, quasi a rinfrancarmi con la loro presenza, a infondermi fiducia; e da questi misteriosi contatti traggo una confidenza che non so se sia rivolta al nostro mondo o al loro. La causa per cui siamo qui è giusta oggi come due anni or sono, e non siamo impegnati in una partita di dare e avere: bisogna astenersi dai confronti, bisogna cercare soltanto in noi stessi la misura del Dovere (…) una delle fonti più grandi di serenità e di energia è una calma preparazione al distacco dalla vita stessa”.

Ha da comunicare alla famiglia la dipartita di un soldato spirato bene, mirabilmente. Nella lettera “il pensiero dell’Italia deve sovrastare come una luce ogni affetto umano, perché devono sentire che questa non è una sventura comune, e che non bisogna soffrirla col dolore comune (…) deve anche contenere il richiamo a Dio, perché la madre è una devota e perché soltanto il pensiero di Dio è supremo estuario della pace. E come potremmo noi compiere un atto così grande se non richiamassimo una fede disperata nel valore indistruttibile del sacrificio? Possa in nessuna ora mai cadere un dubbio su quella fede!”.

Il femore spezzato trattiene il protagonista tra i feriti. Varie operazioni chirurgiche. Ritornano le sofferenze inenarrabili, quando già si profilava la guarigione. Giorgio Dellanave non sfugge all’angoscia per il timore di perdere l’arto, che in seguito gli viene amputato. Già all’ospedaletto da campo il dolore aveva preso il sopravvento sulla coscienza, egli aveva dubitato d’essere in grado di restare un uomo morale. Però “l’insopportabile, dal momento in cui accade diviene sopportabile”. Allo stesso modo che al fronte: nelle corsie, enormi differenze tra i “generosi e forti” e gli altri camerati.

“‘Noi formeremo un convito della Speranza’ disse sorridendo Giorgio nel salutare i due amici nell’atrio dell’Ospedale ‘perché fuori di qui non si pensa quanto sangue costa / Seminarla nel mondo, e quanto piace / Chi umilmente con essa s’accosta: Dante: invettiva contro i falsi predicatori”.

La Vittoria resta in sordina, mentre succede un ricovero per l’adattamento alla protesi. Né compare il momento – altrove ricordato – in cui alcuni estremisti esagitati lo aggrediscono in strada, gli strappano le medaglie e le calpestano, trattenendosi a stento da maggiori violenze.

Egli si dà alle rimembranze. Compie un pellegrinaggio all’Accademia, in cui aleggia una sorta di smobilitazione. Vive la nostalgia della camerata gioiosa e delle esercitazioni. Si reca a rivedere la casa paterna nel lembo d’una cittadina piemontese, e ripopola i luoghi della sua crescita tra i suoi cari. Nel belvedere pubblico, donde spazia sulle campagne collinose e sulla piana del Tanaro: “Udì un suono di passi sulla ghiaia e vide venire dalla sinistra una donna abbrunata a braccetto d’una fanciulla vestita d’un abito bianco, semplice, che nel calmo incedere modellava con grazia la persona alta e ben fatta. Al petto della donna riconobbe lo scudetto dell’Associazione Madri e Vedove di Guerra. Lo sguardo della fanciulla, che trascorreva distratto, si fermò sui due bastoni appoggiati alla panca e d’improvviso si fece più vivo, passò alla scarpa, fissò in volto il giovane; un’interrogazione attraversò quei limpidi occhi bruni; e subito ella distolse la vista, come riprendendosi da un’indiscrezione. Tra sé egli sorrise a quell’ingenuità gentile, notò che, passandogli dinanzi, l’andatura di lei non aveva più la naturalezza di prima (…) e mentre la donna e la fanciulla si allontanavano (…) un pensiero inatteso e pieno di letizia, come una gemmazione improvvisa, gli nacque nella mente: ‘Noi non siamo così importanti da dover pensare sempre ai nostri mali, e bisogna perpetuare la vita’”.

Il Condottiero, Vita eroica di Bartolomeo Colleoni (1937). – Questa biografia, romanzata, in quanto l’autore riempie e anima gli antichi fatti di vita verosimile, ripresenta il tema del nobile eroismo, cui l’ineluttabilità delle contese guerresche offre un’occasione ineguagliabile. Piero Operti, lungi dall’essere un guerraiolo, ben edotto di ciò che significhino i lutti e le rovine provocate dai conflitti armati, è attratto dal puro valore che traluce e talvolta si sprigiona dalle gesta sui campi di battaglia; ce le mostra col rigore di studioso della storia.

Lungo la pregevolissima narrazione, dagli inevitabili passaggi riassuntivi di succoso effetto, le condotte mercenarie dei capitani di ventura, pur soggette alle attrattive dell’orgoglio e a una logica dell’utile, manifestano il codice cavalleresco, sostenuto dall’ineludibile giudizio morale. Il bergamasco Colleoni, nato per la guerra, con l’ardimento e il genio delle battaglie campali o delle espugnazioni di rocche e castelli, non ebbe carriera facile. Seppe essere fedele subalterno, ma la sua ambizione di pervenire al comando di un esercito dovette attendere a lungo la sua ora. Invidie e mene di colleghi, arida prudenza di governanti, insofferenti della sua schietta irruenza, della sua generosità, gli fecero anche prendere decisioni poco lungimiranti, che ebbero il sapore dell’egoismo e persino del tradimento. Invero egli, tutto d’un pezzo, non transigeva con le ingiustizie. Le sue campagne principali, durate un trentennio, si svolsero nell’annosa rivalità tra Venezia e Milano, con alterna fortuna delle armi e delle conquiste da una parte e dall’altra, con vario intervento di alleati in entrambi i campi, incluse alcune calate di francesi.

L’animo del Colleoni andava alla Serenissima. La diffidenza e i calcoli dei Dogi e dei Procuratori lo indussero al colpo di testa, ed egli passò con Filippo Maria Visconti. Se ne pentì, pur continuando a servire lealmente il Ducato. Sovente i capitani generali erano inferiori a lui come condottieri, e la sua scarsa diplomazia lo fece cadere in disgrazia, tanto che subì quasi un anno di oscuro carcere a Monza, in una torre dei Forni. Anche la sua sposa esemplare scontò la prigionia. Un suo vecchio e amato caporale gli preparò una fuga rocambolesca.

In ultimo, Venezia gli diede l’ambito comando del suo esercito di terra, ed egli ebbe una propria signoria nel Bergamasco, avente per centro il castello di Malpaga, che face ingrandire e abbellire. L’architettura era l’arte del Rinascimento che gli era più congeniale. Il mantenere le truppe efficienti, la sua occupazione costante. Dopo l’avvento dell’artiglieria, da lui adottata anche in campo aperto, i tempi mutavano oltre; le arti, le lettere fiorivano, nel sollievo della pace sospirata: quasi un tempo di Atene al fastigio, dei Roma all’apice delle sue fortune. E quei culmini volgono al declino. L’Operti fa dire al condottiero: “Io onoro le arti perché sono una testimonianza dello spirito, ma anche la nostra arte procede dallo spirito, e senza di essa tutte le altre sono malsicure. Oggi l’Italia si riempie di pitture di marmi di poemi, ma s’impoverisce di ferro, e quando verrà l’ora del ferro, perché ritornerà certamente, sarà tardi per rimediare”.

L’autore nota che era andata perduta l’occasione d’una netta vittoria e conquista, attuata da un solo Stato della Penisola, e che la mancata unificazione dell’Italia, al contrario di quanto era avvenuto in Spagna, Francia e Inghilterra, preparava la nostra soggezione allo straniero. Bartolomeo Colleoni, se non aveva intuito un simile disegno di regno italico, aveva sconfitto da grande stratega i francesi, superiori di forze, a Bosco Marengo, a Romagnano, a Borgomanero, con spirito nazionale.

Da Donna Tisbe, la fedele consorte, gli erano nate molte figlie, andando delusa la sua aspettativa per un erede maschio. Una di esse però, Medea, aveva espresso, sin da piccola, una straordinaria affinità e confidenza con lui. Ella si appassionava all’equitazione, alle armi, alle sue imprese; sebbene egli le impedisse di parteciparvi, come ella avrebbe desiderato. “Anche in queste opere [“studiare i livelli di un fondo, scavar rogge e aprir prese d’acqua, alzar mulini seghe torchi, crear piccole industrie utili alla vita dei suoi contadini”] egli aveva accanto a sé la figlia con la sua calma giustezza di vedute e il suo alacre spirito d’iniziativa, e quando uscivano insieme a cavallo, provavano entrambi una felicità che non osavano neppure confessare a se stessi per una segreta paura che non potesse durare”.

Una della pagine che muovono un cuor gentile a versare almeno una lacrima è dedicata alla fine prematura della fanciulla, colta da un morbo esiziale. “Una mattina non poté levarsi: Medea non era mai stata ammalata, e sgomentò tutti lo sguardo intenso e lontano di quegli occhi divenuti più grandi e che rimanevano gravi anche quando la bocca sorrideva, come se non potessero celare la verità che le parole si sforzavano di nascondere”. “Era il principio di marzo; i cieli incominciavano a schiarire e l’aria intiepidiva tra occhiate di sole e piogge fugaci. Alla luce Medea volgeva il viso esangue mentre la sua bella persona si consumava e le mani si assottigliavano diafane. Un pomeriggio essa mise la mano nella palma del padre e abbassò le palpebre pesanti: così si appisolava spesso, ed egli affranto soleva chinare la fronte sulla mano, e gli sembrava che lo stesso riposo circolasse in entrambi (…) Gli fece cenno di accostarsi e sussurrò lentamente: ‘Giamnelo, Iacopo, Sassa da Citerna…, tu sai che Zitolo mi ha parlato di tutti i tuoi uomini d’arme che ti sono stati più vicini, ma li conosco da me, ora, e sono anch’io come loro: non ho paura’. Il vecchio mandò un singhiozzo e s’aggrappò con gli occhi agli occhi di lei. ‘Non soffrire tanto’ riprese con fatica la fanciulla. ‘Chi fa questo non vuole il nostro male. Io ho vissuto abbastanza perché sono stata in te sempre (…) fra poco saremo di nuovo insieme…”

A Bergamo, nella Cappella Colleoni, accanto al mausoleo del padre verrà poi collocata la tomba della figlia con la stessa iscrizione iniziale: Hic jacet Medea virgo.

Nel 1475, il condottiero fece ancora un pellegrinaggio alla Santa Casa della Madonna a Loreto, per adempiere un voto. L’anno seguente, vicino al suo letto di morte, volle fosse eretto l’altare da campo.

Di Piero Operti vanno menzionate una Lettera aperta a Benedetto Croce, scritta nel maggio del 1946, aumentata nelle successive edizioni; altre lettere aperte indirizzate al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, al Principe Valerio Borghese, al Maresciallo Giovanni Messe, al conte Gaetano Marzotto, ecc.; la cura di un Dizionario storico della letteratura italiana, una sua Storia d’Italia; uno scritto in cui, in prima persona, dà voce a un militare della R.S.I., per difendere il diritto di quei reduci. Anche in esso, traspare l’idea che il sentimento della Patria e il sacrificio per lei, sono irrinunciabile fondamento di ogni virtù civile.

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1 commento su “SORTE D’UN TESTIMONE GALANTUOMO. PIERO OPERTI – di Piero Nicola”

  1. luigi capozzi

    Un contributo documentato e bene articolato che contribuisce a ricordare e rivalutare un grande scrittore galantuomo ingiustamente discriminato

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