Sudafrica: quello che i media non hanno il coraggio di raccontare – di Matteo Donadoni

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Scomparsa di fondi governativi, corruzione diffusa e il sentore che i colpevoli non vengano mai consegnati alla giustizia. No, non è l’Italia, stiamo parlando del Sudafrica. La cosiddetta Rainbow Nation, l’esempio di multiculturalismo e giustizia sociale, che ci hanno propalato dai tempi del terrorista rosso Mandela, è più che altro un racconto arcobaleno che finisce nella pentola d’oro degli altri.

IL DOCUMENTARIO E LA STORIA “Farmlands” è il documentario della giornalista canadese Lauren Southern la quale, venuta a sapere che stava accadendo qualcosa di inquietante in Sudafrica – il famoso genocidio bianco “di cui tutti parlano” e qualcuno nega -, ha deciso di andare a vedere di persona, perché la Southern ha imparato a non credere a tutto, ma a verificare le notizie che si accavallano in un’enorme colata di informazioni contrastanti.

Il quadro che ne risulta dipinge una polveriera pronta a esplodere in una guerra etnica senza quartiere, nella quale chi sta dalla parte della ragione ha le maggiori probabilità di uscirne prima sconfitto mediaticamente e alla fine annientato fisicamente.

La classe dirigente di sinistra bolla semplicemente alcuni degli omicidi più macabri che si possano immaginare come un non-problema: non può esistere nel paradiso della nazione arcobaleno un problema endemico di omicidi etnici. Il Sudafrica è oggi una nazione talmente bella e libera – non come ai tempi di Verwoerd (1901-1966) – che la gente ha paura di parlare, come i coniugi De Jager (vedi più sotto le Blood Sisters). Ma d’altra parte la nazione boera nacque nel sangue bianco versato per mano dei Bantu, le bellicose tribù nere che migrarono del nord a seguito delle solite guerre intestine fra neri: la guerra non gliel’abbiamo insegnata noi, come certe signorine vorrebbero farci credere, ma la conoscevano benissimo da sé.

Gli Europei si stabilirono nella zona del Capo dal 1652 con la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, il territorio era abitato solo dai popoli Khoi-San. Ricordiamo la storia di Piet Retief (1780-1838) il leader di un gruppo di Voortrekker, a cui poi se ne aggiunsero altri, che decise di lasciare la Colonia del Capo per raggiungere terre migliori fuori dal controllo britannico e che venne trucidato a tradimento con i suoi, compresi donne e bambini, dal re zulu Dingane. Questo è un fatto necessario per capire il Sudafrica ed essere intellettualmente onesti, altrimenti si fa fantapolitica.

Il problema, oggi come allora, è sempre quello della terra, la stessa terra che i bianchi hanno fatto fruttare dopo averla comprata con regolare contratto nel 1838 e che i neri si vogliono riprendere senza compensazioni economiche. Vecchia idea, questa, del vecchio comunista Mandela, rimasticata dai vecchi progressisti che l’avevano chiamata “pacificazione etnica”, ottenendo, tra l’altro, che in alcune zone orientali del Paese i bianchi non potessero abitare. La giovane democrazia – è nata nel 1991 – si arrovella così con la decennale vexata quaestio, ovvero “the land issue”, su chi debba decidere a chi debbano andare le terre di cui è proprietaria la minoranza Afrikaner. Ragionamento peculiare. Come succede sempre in questi casi, e cioè quando si vuol comandare sulla roba degli altri, a furia di dialogo si passa ai fatti. La questione della terra è direttamente correlata agli attacchi agli agricoltori.

SCHADENFREUDE Questo è il quadro di un Paese diviso. In questo quadro si snoda l’indagine della coraggiosa Lauren Southern, la quale ha trovato strade chiuse e violente proteste quasi ogni giorno. E questo per minimizzare: solo nell’arco di tempo del transfer dall’aeroporto alla location delle riprese, alcuni rivoltosi (tutti di colore) avevano bruciato il municipio della città (edificato dai bianchi) e una riserva naturale (ovviamente istituita dai bianchi perché i neri non si sono mai posti il problema ecologico, ma ça va sans dire). Possiamo chiederci quale sia il motivo di tanta rabbia, anzi, peggio, di questo desiderio di distruzione, del cupio dissolvi. Insomma, la cultura del far danno tanto per farlo. Se avessero una filosofia, questi giovanotti, potrebbero venirci incontro e argomentare che si tratta magari solamente di una volgare Schadenfreude, il “piacere provocato dalla sfortuna (altrui)”, ma, dato che non ne hanno mezza, dobbiamo arrangiarci col tedesco.

Il tassista racconta della giocosa abitudine di bruciare le scuole (costruite dai bianchi) durante l’apartheid, che dura ancora oggi: se non piace il dirigente scolastico, si brucia la scuola e via, non come noi che scriviamo inutili, inascoltate e beffeggiate lettere di protesta. Nel 2018 ne hanno bruciate 13 solo nel distretto di Limpopo, con qualche migliaio di edifici comunali negli ultimi trent’anni nel resto del Sudafrica. Del resto, la Rainbow Nation è il Paese dove anche problemi sono prolifici: si contano 32 manifestazioni al giorno riguardanti questi problemi descritti. Ogni singolo giorno. Potete immaginare i costi altissimi: i 45 milioni di dollari americani spesi per i soli edifici universitari (anche quelli furono costruiti dai bianchi) farebbero impallidire Mario Monti e, forse, piangere la Fornero. Questi numeri sono noti, difficile invece è trovare i dati sugli omicidi degli agricoltori, perché a riguardo vige un’incredibile mancanza di informazioni.

LE BLOOD SISTERS SANNO Per capire la straordinaria discrepanza fra i dati governativi e quelli forniti dalla cosiddetta “destra” (così definita dai meglio informati in Europa) in merito ai delitti nei confronti della minoranza rurale bianca, la giornalista si è rivolta all’associazione “Blood Sisters Crime Scene Cleanup” (le “Sorelle del sangue”), che lavora con contratti governativi per ripulire le scene del crimine in tutto il Sud Africa. Hanno iniziato a fare il lavoro che nessuno vorrebbe fare diciotto anni fa, quando gli assalti avevano frequenza settimanale, oggi le chiamate sono giornaliere. I dati forniti dall’associazione parlano di un incremento del 72,9 %.  Ma per il governo continua ad essere un non-problema.

I coniugi De Jager sanno che le statistiche del Governo sono stranamente più basse, possono dire che sanno il perché, ma non possono dire perché in un Paese che ha già un alto tasso di omicidi, questo tipo di omicidi sia in grande aumento, non possono dire apertamente che c’è un motivo razziale, non vogliono approfondire l’argomento di fronte alle telecamere. Hanno paura. Gli omicidi nelle fattorie non hanno scopo di rapina, sono assassinii intenzionali del tipo più macabro. Non esiste nessun film dell’orrore in grado di avvicinarsi a quanto Eileen De Jager deve ripulire ogni santo giorno che il Signore manda sulla terra.

Risulta difficile pensare che una donna, anche qualora avesse scarse capacità intellettuali, e non è questo il caso, possa fare confusioni statistiche su quanti corpi torturati, unghie strappate, mani mozzate o quanti brandelli di pelle attaccati ai pentoloni dove hanno bollito bambini abbia dovuto staccare o raccogliere. Sono le tracce lasciate sulle scene del crimine da uomini bruti dalla mente paleolitica e i mezzi del XXI secolo.

I numeri autentici sono ben più alti di quanto la stampa occidentale colorata e zuccherosa vorrà mai ammettere. Meglio derubricarli, insieme alla propria coscienza, a furti con scasso.

LE TESTIMONIANZE Ma questo derubricare non si concilia con la testimonianza di Jeanine Hilenfeldt, la cui famiglia coltiva la propria terra dal 1800, prima che arrivassero i Bantu. Lei appartiene alla terza generazione. Suo padre, un contadino, un uomo normale come tutti noi, una brava persona, è stato ammazzato a sangue freddo con otto colpi d’arma da fuoco da un certo Sonny, cui aveva gentilmente aperto la porta, per l’unico motivo di essere un contadino bianco. L’assassino, catturato dopo giorni insieme a un complice dagli stessi farmer boeri e consegnato alla polizia che a quel punto ne ha preso atto, è stato condannato a quindici anni di reclusione. Jeanine sa che, scontati sei anni, Sonny uscirà, e tornerà per uccidere anche lei. Sa che è facile farla franca.

Altrove, certo, alcuni se la sono cavata con una fucilata di striscio in faccia. Ma immaginate di dover vivere nelle vostre case senza potervi mai sentire sicuri. Le inferriate alle finestre in Sud Africa non sono frutto di nevrosi come spesso accade in Italia, sono il minimo delle precauzioni e spesso non sono nemmeno sufficienti. E non è per niente bello mettere a letto i figli, ogni sera, dietro le sbarre.

Fuori dal mondo incantato dei ricchi influencer che vogliono dipingerci una vita farlocca di beatitudine godereccia, di lenzuola fresche e sicurezza, di impiegatini e finanza pettinata in completo elegante, la gente vera muore. La prosperità è effimera se non viene protetta, anche se proteggerla significa costruire muri e comprare armi.

La suocera di un agricoltore della regione Northern Cape è stata assassinata nel gennaio del 2008. Lo racconta l’uomo dalla barba ingrigita davanti alle telecamere che stringono sull’antica argenteria di famiglia, lo racconta con l’atteggiamento compassato e gli occhi piccoli di chi ne ha sopportate tante: “È stata strangolata con una cintura attorno al collo e le hanno cavato gli occhi con una forchetta… hanno bucato tutto il corpo con la forchetta”.

Alcuni farmers se ne sono andati e non vogliono saperne di tornare alle fattorie, perché il costo per la propria incolumità è troppo alto. Un contadino in pensione è convinto che il governo chiuda un occhio: “C’era un sistema tempo fa, detto il ‘sistema del comandante’ ed era un sistema molto utile per gli agricoltori, ma lo hanno smobilitato e hanno lasciato tutto in mano alla polizia, ma penso che i contadini ora si stiano organizzando fra loro per la cattura dei colpevoli”. Questi contadini hanno inserito la Southern in alcuni gruppi WhatsApp, tramite i quali la stessa giornalista ha potuto seguire per mesi le vicende criminali della zona. I soliti sport sotto l’arcobaleno: bruciare pneumatici, distruggere pompe di benzina, sparatorie per strada, stragi di bestiame e, ovviamente, omicidi nelle fattorie.

E IL GOVERNO, PIÙ CHE ALTRO, RIFLETTE Sono semplici storie, queste, che narrano del fallimento del Governo democratico sudafricano. Un Governo che impedisce all’Unità Anticrimine di indagare sugli omicidi nelle fattorie. Storie semplicemente strazianti, soprattutto se ci mettiamo nei panni di questi agricoltori, in genere anziani, che sono stati lasciati totalmente soli, anzi, in compagnia della propria impotenza.

C’è il caso di Louis Lateghan, un giovane contadino che ha perso tutto a causa della siccità, questa volta il governo dopo aver dichiarato lo stato di calamità naturale, ha assegnato volentieri 375mila rand (circa 22mila euro) per il distretto colpito, peccato che i soldi non siano mai arrivati. Ora Louis non è più in grado di pompare acqua e ha accumulato un debito enorme. La sua fattoria era un’oasi verde, ora è polvere con mucchi di ossa delle pecore di un tempo. Morte di sete.

Il governo sudafricano ha applicato la politica di “economic empowerment” delle persone nere per costringere le società di servizio pubblico a ridurre il personale bianco e assumere persone di colore, con la motivazione ideologica di “riflettere la composizione etnica del Paese”, evidentemente non hanno riflettuto abbastanza.

In questo modo i cervelloni arcobaleno hanno obbligato, de facto, le aziende a non avere più dell’8% di personale bianco. Il risultato di questa follia sono i licenziamenti di massa dei lavoratori bianchi (perché bianchi) e che qualsiasi azienda voglia avere contratti governativi è obbligata a privarsi di personale qualificato, e per il personale qualificato (incidentalmente bianco?), ingegneri, docenti et cetera, diventa veramente dura trovare lavoro. Chi ha perso il lavoro non è più stato economicamente in grado di mantenere la casa avita, o quella che ha costruito da zero con il sudore della fronte, che ora marcisce abbandonata e saccheggiata, mentre lui, con moglie e figli marcisce vivo in una baracca sul ciglio della strada. Così, con un banale tratto di penna, un governo che riflette può rendere fatiscente tutto ciò che ami. Dovremmo tenerlo presente anche noi Italiani.

La cosa più simpaticamente demenziale di tutta la faccenda è che il Sudafrica è una nazione che dipende totalmente da queste fattorie, che il governo, con impegno, rende fatiscenti, per la sopravvivenza alimentare e per le esportazioni di certi articoli di qualità, come il mohair di capra d’angora. L’obiettivo non dichiarato è di rendere tutto economicamente complicato – questo, dobbiamo aggiungere noi, è il metodo privilegiato di qualsiasi governo di sinistra, ne sappiamo qualcosa in Italia – tramite l’imposizione di tasse altissime su carburante e proprietà. Dice con tono rassegnato Louis: “Come tutto in Sudafrica, le nostre vite stanno andando in rovina e loro lo stanno facendo di proposito. Il governo di qui non prova nulla per noi. Ci vuole affamati o morti. È una strategia su cui stanno lavorando da anni. È difficile lavorare qui ogni giorno, sapendo che ti cacceranno fra sei mesi. Il governo ha anche detto che ci esproprieranno i terreni. (…) Non mi riprenderò mai da tutto ciò, spero soltanto che i miei figli potranno avere una vita migliore, un giorno”. Come potranno avere una vita migliore vivendo nel costante possibilità di subire effrazioni o finire vittime di alcuni dei crimini più raccapriccianti che possano mai immaginare?

La situazione è talmente surreale da essere vera. Non si tratta di cercare di individuare una via di mezzo ragionevole fra le propagande di destra e di sinistra, o di dichiarare infantilmente la faccenda come fake news. Bisogna avere il coraggio di dire la verità per potersi alzare la mattina, guardare negli occhi i nostri figli ed essere sicuri che non stiamo preparando nell’ignavia anche per loro un futuro di agonia e disperazione tale e quale il presente in Sudafrica.

Pochi giorni dopo la realizzazione del Documentario “Farmlands”, gli incubi di Louis sono diventati realtà parlamentare: il partito ANC (African National Congress, sempre quello del pacifista Mandela, per intenderci n.d.r.) ha dichiarato pubblicamente che avrebbe preso i terreni con la forza – e questa mi sembra, fuor di dubbio, che non sia propaganda di suprematisti bianchi. Il motto di questi ragazzotti neri inclusivi e costruttori di ponti è “Espropriazione senza compensazione”. Nemmeno il noto comunista Nelson Mandela era mai giunto a tanto.

Ma il Sudafrica moderno esprime anche livelli culturali di assoluto lignaggio. I membri del partito EFF (Combattenti per la Libertà, i comunisti più comunisti, per intenderci) di Julius Malema, sono noti per cantare abitualmente ai loro raduni saltellanti una canzoncina che invoca la morte dei contadini bianchi: kill the farmer, kill the Boer.

PLAASMORD. Mentre paesi come Russia e Australia sono pronti ad accogliere come rifugiati gli agricoltori bianchi, e in Italia raccattiamo risorse in bicicletta e cuffiette, in SudAfrica si organizzano manifestazioni di massa prima che la situazione raggiunga il punto di non ritorno, definite Plaasmord . Ovvero la parola afrikaans che indica proprio il fenomeno delle aggressioni in fattoria. Il Paese ospita anche altri bianchi non discendenti dai coloni olandesi, per esempio gli Inglesi. Cosa dicono gli altri bianchi in generale, i non contadini, insomma? Anche Lauren Southern si è posta la stessa domanda.

COME IL SELVAGGIO WEST. ANZI PEGGIO L’intervistata, Elizabeth Silli, è un’imprenditrice bianca di Port Elizabeth e una donna d’affari apprezzata nel campo del paintball. “Ho avuto probabilmente più di 100 effrazioni nel mio negozio negli ultimi dieci anni. Sono stata vittima di due rapine a mano armata durante il mio lavoro. Mentre stavamo chiudendo, si sono presentati dei ragazzi che hanno estratto la pistola e hanno preso tutto quanto. Uno dei due mi ha colpita con un tubo metallico sulla testa…”. Elizabeth vende molte pistole con pallini di plastica dura o al peperoncino, perché rappresentano una forma di difesa non letale. In Sudafrica avere il porto d’armi è diventato quasi impossibile per tre motivi di non secondaria importanza: richiede molto tempo, è molto costoso e alla fine non hai comunque la certezza di ottenere la licenza. Pallini o no, la situazione è diventata talmente difficile che Liz ha dovuto assumere una vigilanza armata, perché “è come il selvaggio West a volte”. Non è bastato, dopo l’ennesima aggressione ha deciso di chiudere e ora vuole lasciare la futuristica Rainbow Nation.

I POLITICI La popolazione bianca del SudAfrica è calata di 23.000 unità nel 2018. Perciò per approfondire la questione la Southern ha deciso di incontrare alcuni politici. Il primo è Tabho Mokwena, potente uomo d’affari e parte del comitato esecutivo del Governo. L’onorevole davanti alle telecamere si esprime così: “Dobbiamo accelerare e la questione non è se il governo abbia o meno i soldi per la compensazione, credo che una parte del problema sia il fatto che la burocrazia sia troppo lenta e ostacola gli obiettivi del governo. Quindi dobbiamo avere dei dipartimenti spietati che capiscano l’agire e le difficoltà del popolo (…). La scelta presa è quella di non dare compensazione. Non c’è nulla che il Governo può fare, che sia illegale nei confronti degli agricoltori e non c’è legge che gli agricoltori possano rifiutare. Quindi loro non hanno molte opzioni”.

Sia chiaro che questi statisti non hanno intenzione di prendere terreni illegalmente, ma tutto secondo le leggi del Paese. Il discorso procede secondo una logica ferrea quanto surreale che, riassunta, funziona grosso modo così: le leggi non sono a oggi adeguate a rubare la terra a chi ce l’ha, dunque voteremo nuove leggi che lo renderanno legale (sic!). Ergo “Se una persona verrà a dirci che lo facciamo illegalmente, lo farà a suo rischio e pericolo”. Praticamente l’arbitrio, o, se volete, la legge della jungla. Questa la linea ufficiale del partito esposta da un politico di spicco dotato di una mente totalmente apolitica, per cui persino il codice di Hammurabi sarebbe, se non una soluzione d’avanguardia, una questione perlomeno troppo complicata.

Un altro politico, Simon Roche, si esprime con altri termini e soprattutto con qualche dato: “La nostra economia sta implodendo, il valore della nostra valuta è calato drasticamente, quasi incredibilmente siamo stati declassati a titolo spazzatura. Abbiamo un tasso di disoccupazione ufficiale di circa il 38%, appena al di sopra del 38%, ma ufficiosamente le fonti non governative dicono che sia sicuramente al 50%. Abbiamo circa 16.300.000 persone che ricevono sussidi sociali e una base imponibile di 3.100.000 persone”. Messe insieme, tutte queste ragioni sono sufficienti a farci credere che la possibilità di una guerra civile in Sudafrica sia tutt’altro che remota.

Recentemente c’è stata una grossa manifestazione contro gli omicidi nelle fattorie, ed è stata chiamata “Lunedì nero”, a seguito della quale il ministro della difesa arcobaleno ha dichiarato che, se i bianchi organizzeranno un’altra manifestazione simile, causeranno una guerra civile e provocheranno un genocidio (suppongo intendesse di loro stessi).

L’ULTIMO FENOMENO: SQUATTER CAMPS Gli accampamenti abusivi dei bianchi sono una realtà molto probabilmente causata dall’empowerment economico dei neri. Ad esempio, il campo alla periferia della capitale, costruito sopra una vecchia discarica, è abitato circa 60 persone, in gran parte bambini. Cosa fanno i bianchi in discarica? Aiutano le persone che non sanno dove andare, ripuliscono drogati e accolgono donne abusate con figli. In quanto bianchi, non ricevono alcun aiuto dal Governo, che d’altra parte non ha politiche sociali. Tutti gli uomini si danno da fare, senza elettricità, e una persona, Kobus Cremer, ancora proprietario della propria terra, paga di tasca sua tutta l’acqua. Un residente dell’accampamento è stato rifiutato dall’ospedale a causa del colore della sua pelle. Anche ai bellissimi bambini biondi del campo è stata rifiutata l’iscrizione alla scuola locale. A causa del colore della pelle. Le molte mense denominate Jesus’ Disciples danno certamente da mangiare ai poveri neri, ma cacciano via i bianchi, eppure i bianchi del mondo civilizzato, in tutti i Paesi bianchi, fanno questa cosa bizzarra di raccogliere quattrini per i poveri negri dell’Africa. E non risulta ancora che Nostro Signore fosse nero.

Una povera donna con la maglietta dalla sardonica scritta “dont’ worry” dice di avere due figli di 5 e 2 anni, che non sa come mantenere, che ogni giorno vive nella paura di essere picchiata o violentata: “Ti sputano addosso. Sanno che non conosci la lingua, ma si avvicinano e ti provocano… ti colpiscono e vogliono abbatterti. Non ti senti più umano qui. Si stanno assicurando che la nostra gente non abbia più una vita, se ne assicureranno”. Poiché il bianco medio non può permettersi economicamente di lasciare il Sudafrica, gli accampamenti come questo dello “Zio Kobus” sono dozzine in tutto il Paese.

ODIO&PROFITTO Ma per saperne di più sul razzismo anti-bianco la giornalista ha addirittura pensato di parlare con Zanele Lwana, il vicepresidente di “Black first-Land first” uno dei partiti più radicali del paese, per le dichiarazioni dei cui esponenti nessuna Botteri e nessun Saviano si sono mai stracciati le vesti. Il suo piano è molto semplice: confiscare tutta la terra e tutti mezzi di produzione ai bianchi per ridistribuirli ai neri. “Il tutto tramite lo scontro, perché la gente ha aspettato troppo tempo, giusto?”.

Il resto del programma politico di questi peripatetici neri si basa su una filosofia semplice: incitamento all’odio razziale e all’omicidio dei bianchi. D’altra parte, parole testuali della signora, stanno venendo a prenderci per portarci via tutto perché è roba loro. Questi ragionamenti intollerabili in un qualsiasi Paese civile, vengono accettati come discorsi normali, quando non celebrati in tv, nel Paese più bello del mondo. E da noi ci raccontano che il genocidio non esiste…

 

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8 commenti su “Sudafrica: quello che i media non hanno il coraggio di raccontare – di Matteo Donadoni”

  1. chi è causa del suo mal pianga se’ stesso.
    questi erano convinti che i neri fossero una commodity invece che un problema.
    e i problemi si risolvono o si soccombe a essi.

    1. Il Sud Africa ha abolito un sistema (l’apartheid, che non era perfetto sicuramente, ma che ha garantito un benessere diffuso a molti, in un paese molto complicato per via anche della sua storia coloniale), in seguito alla pressione politica internazionale e soprattutto le sanzioni economiche del Fondo Monetario Internazionale.

  2. E ci vogliono far credere che non esistono culture superiori.Sempre colpa dell’uomo bianco.Del colonialismo.Dell’Occidente.Di quell’Occidente che ha creato.Costoro sanno solo distruggere.

    1. Il confine tra Haiti (autogovernata da neri e meticci da molto tempo) e Santo Domingo (stato neo-coloniale) è plastica e grafica rappresentazione dell’incapacità di autodeterminazione dei popoli “abbronzati”: https://goo.gl/jdiKg7

    2. È opportuno aggiungere un dato che lessi molti anni fa in un articolo sul Sud Africa scritto da Massimo Introvigne (prima che… divenisse OGM).
      «[Le] popolazioni “native” conoscono una sorte simile a quella degli indiani dell’America Settentrionale: decimate dalle malattie infettive, dalle prime guerre
      con i bianchi, dal meticciaggio, vedono il loro numero ridursi fino quasi all’estinzione. I neri […] del Sudafrica non sono quindi gli “antichi” abitatori […], ma si sono stabiliti sul territorio sudafricano dopo le prime popolazioni bianche:
      • […] discendenti di schiavi […];
      • […] popolazioni migrate […] dall’Africa Centrale, soprattutto all’inizio dell’Ottocento in seguito al grande ciclo di sanguinose guerre tribali […] in cui emerse fra l’altro la preminenza […] degli zulu […];
      [si è svolta …] – infine – [… un]’immigrazione volontaria, massiccia […] e che prosegue tuttora, di abitanti neri dei paesi vicini […] in cerca di lavoro, attirati anche dalle migliori condizioni di vita.» – http://alleanzacattolica.org/rapporto-sul-sudafrica/?pdf=4557

  3. Si son ripresi la terra data ai Bianchi, e si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Forse è questo che muove la loro ferocia belluina contro i Bianchi. Facciano facciano, non basterà questo per saziare la loro fame, dopo che avranno saziato ln loro stupidità bestiale.

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