Un po’ il Covid, un po’ l’estate… Non si salva neanche il calcio

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Lo confesso. Ero emozionato per il ritorno del football, un calcio d’estate diverso dal solito, non quella mezza buffonata cui si assiste ogni anno, fatta di mezze squadre di giocatori imballati, con l’ultimo supercampione presentato come acquisto dell’anno in agosto, che si rivelerà poi un bidone al 3 di ottobre. Finalmente si sarebbe potuto vedere il calcio vero davanti a una birra gelata, magari in spiaggia, con l’aggiunta che stavolta il risultato non sarebbe stato un optional. E per una volta chi se ne frega della retorica degli stadi vuoti, prendono milioni, avrebbero benissimo potuto lavorare come han lavorato tantissimi altri con paghe ridicole.

Quindi, presa d’un fiato l’emozione e una birra gelata, ho visto molte delle partite giocate finora in questa strana estate calda da commissario di polizia chiuso in ufficio. Devo dire però che l’effetto è rimasto quello del calcio estivo: giocatori bolliti (tranne quelli dell’Atalanta che corrono il triplo), partitacce ricche di passaggi sbagliati e povere di gioco, interruzioni tecniche per dissetare giocatori a causa del caldo afoso del meriggio italico. Ma la cosa peggiore e più kitch in assoluto sono le soluzioni più o meno tecnologiche atte a simulare la presenza di pubblico, dal cartonato alle bandierine ologrammate, da risoluzione Usa ’96, all’audio virtuale, messe lì dall’informatico in turno. Il fatto è un aspetto di un fenomeno più grave e generalizzato, cioè che, anche a causa del virus, in ogni ambito della vita la tecnologia è passata da utile supporto all’elemento umano a prepotente surrogato della realtà, fagocitando ogni centimetro di libertà che abbia potuto raggiungere.

Per carità, amo il calcio (quello vero, non quello femminile che, dopo tanto trambusto e tanto chiasso, interessava a tal punto che nessuno si è peritato di farlo ripartire) e continuerò a guardare queste partitacce estive in cui la mia Roma perde sempre e l’Atalanta del mio barista Ezio vince sempre, forse unicamente grazie all’aiuto della birra.

Ma veramente questo campionato ha poco da dire. Dopo il crollo della Lazio, ovvero l’ultima speranza che non vincessero sempre i soliti noiosi della Juventus, ci rimaneva solo l’epica balcanica del Verona (e quando dico Verona dico Hellas, gli altri non li considero nemmeno). Ma niente. Pare che nemmeno gli scaligeri riusciranno a smuovere la situazione conquistando una storica qualificazione alla Champions di serie B, l’Europa League.

Ormai l’unico fatto veramente divertente che può accadere è che la AsRoma crolli del tutto e finisca ottava. Io non ho mai contestato Pallotta, gli americani hanno il merito inoppugnabile di aver salvato da fallimento certo questa società, che era in mano alle banche. Però è veramente il caso di vendere in fretta prima che il dramma calcistico si trasformi in tragedia sportiva. Per salvare la stagione ai capitolini non resta altro da fare che vincere l’Europa League, cosa francamente quasi impossibile, ma hanno il dovere di crederci ancora, a patto di non continuare a correre veloci come i milioni del governo Conte.

A proposito di drammi: e se l’Atalanta di “turboGasp” vincesse la Champions League? Non è un’ipotesi tanto peregrina. Qui a Bergamo, covid permettendo, praticamente non si pensa ad altro. Non lo si dice, o meglio, lo si dice scherzando, ma se lo si dice lo si è pensato, lo si è sognato, e quasi quasi ci si crede. Sognare è un sacrosanto diritto del tifoso, il quale, aggrappato al suo sogno, ci grida ancora in faccia di non essere uno squallido cartonato, ma di essere un cuore pulsante e parte integrante di questo fantastico sport. Magari a pezzi, magari in affanno, ma espressione di una passione che non muore mai. Chi molto ama, molto sbaglia e molto soffre, ma questa è la vita.

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