Zita di Borbone-Parma: il lutto si addice all’Europa

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“Quique a me morte revelli heu sola poteras, poteris nec morte revelli“ (Ov. Met. IV, 152-3). Nel Kanton Aargau (a trenta chilometri circa da Zurigo) sorge  l’ex monastero benedettino di Muri, il più antico luogo di sepoltura degli Asburgo.  Per chi scenda nella cripta della cappella dedicata alla Madonna di Loreto, sono visibili, attraverso le grate in ferro battuto in una stele di mattoni a ridosso di una delle pareti, due urne d’argento.  Contengono i cuori dell’ultima coppia regnante sul trono dell’impero d’Austria-Ungheria: Carlo I d’Asburgo e Zita di Borbone-Parma.  

Solo i due cuori sono rimasti vicini l’uno all’altro. I resti mortali di Carlo infatti riposano nella chiesa di “Nossa Sehnora do Monte”, sull’isola atlantica di Madera dove la famiglia imperiale ha vissuto in esilio fino alla morte dell’imperatore, nel 1922 all’età di 34 anni, mentre quelli di Zita, spentasi nel 1989  a 96 anni, dopo 67 di vedovanza, sono tumulati nella Cripta dei  Cappuccini a Vienna, storica tomba della casata imperiale dal 1633. 

Il 21 novembre 1916, nel castello dello Schönbrunn dove era nato nel 1830, si spegne silenziosamente, “come una lampada che abbia consumato tutto l’olio” (Angelo Nataloni), Francesco Giuseppe I, dopo 68 anni di regno. Carlo, pronipote dell’imperatore, divenuto erede diretto dopo l’efferata uccisione a Sarajevo dello zio Francesco Ferdinando, è al suo capezzale insieme alla moglie Zita. Quando il medico di corte conferma il decesso,  i presenti si fanno il segno della Croce. “Nessuno voleva essere il primo a parlare – racconterà Zita – e così per alcuni istanti regnò il silenzio. Poi il principe Zdenko Lobkowitz… si avvicinò a Carlo e con le lacrime agli occhi gli fece sulla fronte il segno della Croce, dicendo: ‘Dio benedica la vostra Maestà’ (Tamara Griesser Pečar, Zita, l’ultima imperatrice d’Austria-Ungheria). 

Salendo al trono insieme al marito, Zita sarà l’ultima imperatrice d’Austria. La penultima era stata la prozia acquisita Elisabetta di Baviera Wittelsbach, la celeberrima Sissi, assassinata diciotto anni prima a Ginevra dall’anarchico italiano Luccheni  e immortalata, negli anni ’50, dall’interpretazione dell’attrice viennese Romy Schneider nella melensa trilogia del regista Ernst Marischka. 

Anche a distanza di moltissimi anni, Zita non dimenticherà mai l’udienza privata concessale nel 1911, subito dopo il fidanzamento, da Pio X, nella quale il pontefice, pur essendo ancora l’erede al trono Francesco Ferdinando relativamente giovane e in ottima salute, aveva affermato che Carlo (“lapsus” o  premonizione?) sarebbe stato il prossimo imperatore: “Mi rallegro per la persona del suo futuro sposo. Sarà il prossimo imperatore d’Austria”. Così come conserverà sempre il ricordo di “una serata nell’ultimo inverno al castello del Belvedere quando Francesco Ferdinando sussurrò a lei e a Carlo in un presagio di morte: ‘ io…sarò ucciso tra poco’. E ancora: ‘Come sapete ad Artstetten è tutto pronto, la cripta attende. Tra non molto sarò portato lì. Poi comunicò a Carlo di aver elaborato un programma di governo i cui documenti si trovavano in una scrivania nel suo castello boemo di Konopitsch. Erano destinati a essere visti solo da Carlo” (T. Pečar). 

La coppia imperiale regnerà fino al 12 novembre 1918, quando viene costituito, sulle macerie fumanti della sconfitta, il nuovo governo della repubblica austriaca che, subito dopo aver deposto Carlo, decreta la confisca dei beni e l’esilio perpetuo per la famiglia imperiale. Per la giovane coppia si inizia un calvario di sofferenze che verrà accettato e offerto da entrambi nel più autentico spirito cristiano: “Non quod ego volo, sed quod tu”.

Nella sua introduzione alla Marcia di Radetzky di Joseph Roth (ed.Tea, 1974) lo scrittore triestino Claudio Magris dimostra di aver colto la problematica metapolitica adombrata dal romanzo: “Se l’ingresso nella storia costituisce il peccato originale, l’impero ne è il ‘remedium’, una sorta di sacramento difensivo contro la violenza della storia. Per Roth quest’ultima infatti è involuzione e regresso, specie quella moderna che rappresenta l’inesorabile trionfo dell’’esprit bourgeois’, tristemente immortale e riemergente… perfino nella Russia sovietica”. Il trionfo della borghesia implica inesorabilmente una nuova “categoria dell’Essere”, vale a dire “la supremazia delle strutture economiche sulle gerarchie di valori; borghese appare anche la mistica progressista la quale, falsificando con un interessato ottimismo la realtà dello ‘status naturae lapsae’, ha scatenato con la secolarizzazione un’aggressiva pseudo-libertà superomistica che nasconde la totale spersonalizzazione dell’uomo”. Con la “Finis Austriae” viene meno uno degli ultimi  “katechontes” che ancora tengono incatenata la bestia della Modernità. 

In un dipinto a carboncino del 1914 il pittore viennese Hermann Clemens Kosel ci ha lasciato forse il più bel ritratto di Zita di Borbone-Parma: un viso espressivo, dai lineamenti delicati con i profondi e maliosi occhi scuri che irradiano una dolcezza appena velata di nostalgia, una massa di folti capelli neri e il collo da cigno impreziosito da un filo di perle, con il busto appena accennato che lascia intuire la figura slanciata.  

Italo-francese per parte di padre e portoghese per parte di madre, la futura imperatrice nasce in Italia nella villa di Capezzano Pianore, vicino a Viareggio (oggi provincia di Lucca) il 9 maggio 1892.  Dopo la Restaurazione i Borbone-Parma avevano riottenuto sia il Ducato di Lucca (annesso poi nel 1847 al Granducato di Toscana) che quello di Parma, Piacenza e Guastalla. Zita è figlia dell’ultimo duca Roberto I (undicenne quando nel 1859 il ducato viene invaso e annesso dai Savoia) e di Maria Antonia di Braganza, figlia del re Michele I di Portogallo, sua seconda moglie. Alla piccola principessa viene imposto come primo nome quello dell’umile santa lucchese serva della famiglia dei Fatinelli,  venerata come la protettrice delle domestiche ed evocata da Dante (Inf. XXI) ancora prima della sua canonizzazione.

“Chiunque ha ricevuto dalla munificenza di Dio copia maggiore di beni sia esteriori e corporali che spirituali, a questo fine li ha ricevuti, di servire al perfezionamento proprio e nel medesimo tempo, come ministro della Provvidenza, a vantaggio altrui” (Rerum Novarum, La vera utilità delle ricchezze). La famiglia cattolica in cui nasce  Zita possiede uno dei più grandi patrimoni dell’epoca, tra cui numerosi castelli sparsi per l’Europa, come quello fiabesco di Chambord, nella valle della Loira, di Wartegg, sulla sponda svizzera del lago di Costanza e quello barocco di Schwarzau, nel Nieder Österreich, dove i duchi risiedono nella maggior parte dell’anno, mentre al sopraggiungere dell’inverno si trasferiscono  con un treno privato in Versilia, nella villa di Pianore. 

La vita non ha risparmiato al duca prove dolorose. Aveva perso il padre, assassinato da un mazziniano, a soli 6 anni, il suo piccolo Stato invaso dai Savoia a 11, e dei dodici figli nati dal primo matrimonio con Maria Pia di Borbone-Due Sicilie (cugina di secondo grado e deceduta di parto insieme all’ultimo nato), tre erano morti in tenera età e sei erano mentalmente menomati. Rimasto vedovo, si è risposato con Maria Antonia, unione dalla quale nascono altri dodici figli.  

Zita, quinta della seconda nidiata, diciassettesima figlia del Duca, pur nel contesto dorato in cui vive, viene presto a contatto con la realtà della sofferenza umana, rappresentata dai fratellastri disabili che necessitano di assistenza continua. “Il duca Roberto si prendeva cura in modo commovente dei suoi figli ritardati e spesso li teneva attorno a sé in pubblico, non temendo le chiacchiere della gente. Si sforzava comunque di garantire agli ammalati la stessa vita che assicurava ai sani, anche dal punto di vista materiale. E proprio questa attenzione verso i deboli, di cui suo padre le era stato di esempio, avrebbe lasciato in Zita un’impronta decisiva” (T. Pečar). 

In questa famiglia l’educazione religiosa, lungi dall’essere concepita come arido apprendimento del catechismo, deve tradursi in opere di carità fattuale e attiva (“Quanto farete ad uno dei minimi di questi fratelli, a me lo farete” Mat. XXV, 40).  “Il duca di Parma, intelligente, colto, appassionato di storia e arte, proprietario di una  biblioteca immensa e grande lettore, ma anche un cattolico fervente  trasmette ai figli questa sua fede senza dubbi e tentennamenti, fatta di preghiere e azioni” (Montecatini News, “La bella storia di Zita di Borbone-Parma”).  

Per questo Zita fin da piccola partecipa alle funzioni religiose raccolta in fervida preghiera, ma va spesso a visitare, insieme ai fratelli, anche i bambini malati dei quartieri più poveri portando cibo, vestiario e medicine, e la duchessa, a chi le faceva notare il pericolo di contagi, rispondeva che “l’amore per il prossimo è il miglior disinfettante”. Anche a Schwarzau, le ragazze dovevano –  ricorderà l’imperatrice – cucire e rammendare non solo la biancheria di famiglia, ma anche quella di persone in difficoltà, anziane e malate. 

La formazione scolastica di Zita avviene nell’istituto delle Suore della Visitazione a Zangberg, in Alta Baviera. Lo scopo che si prefigge questa severa scuola cattolica è quello di formare non monache, ma future mogli di uomini destinati ad assumere funzioni guida in ambito politico, economico, culturale. “E ciò voleva dire… severità e adempimento del proprio dovere come parte di un compito divino, una profonda religiosità e una grande venerazione di Maria senza alcuna forma di bigottismo o isolamento di tipo eremitico” ( T. Pečar). La principessa rientrerà da Zangberg solo dopo la morte improvvisa del padre nel 1907 e completerà gli studi nell’abbazia benedettina di Santa Cecilia, sull’isola inglese di Wight, dove è priora Madre Adelaide, la nonna materna monacatasi dopo la morte del marito.  

Zita, che in famiglia parla francese (“siamo principi francesi che hanno regnato in Italia”) si esprime perfettamente anche in tedesco, inglese, italiano, spagnolo, portoghese e, più tardi, imparerà l’ungherese e il ceco. Alla cultura (filosofia, teologia, storia, letteratura, musica, canto corale) si aggiungono grazia e bellezza, e la riservatezza che contraddistingue la sua personalità “non aveva certo a che fare con un carattere né altero né solitario. Piuttosto, era come se già allora presagisse qualcosa dell’importante destino che l’attendeva” (T. Pečar).

Il destino attende Zita non lontano da Schwarzau, a Villa Wartholz residenza dell’arciduchessa Maria Teresa, zia materna di Zita e nonnastra di Carlo. I piani di Maria Teresa, che mira al matrimonio della nipote con il giovane Arciduca, coincidono con quelli di Maria Antonia. Adelaide, sorella maggiore di Zita, già destinata, nelle intenzioni della madre, a Carlo, aveva preso inaspettatamente il velo. 

Un segno del Cielo? È forse Zita la predestinata per Carlo? “L’incontro… fu messo in scena con tale perfezione che Zita e Carlo non ebbero a lungo alcun sentore della regia” (T. Pečar). Per fare in modo che si possano frequentare viene organizzata una battuta di caccia di alcuni giorni e i due giovani, che avevano giocato insieme da bambini e poi non si erano più rivisti, scoprono ora di essere l’uno il completamento dell’altro. 

Nel giugno 1911 avviene il fidanzamento ufficiale e in ottobre il matrimonio nel castello di Schwarzau,  “principesco come nei libri di fiabe” (T. Pečar). Non è stato un colpo di fulmine, come quello di Francesco Giuseppe per Elisabetta, sorella minore di Elena già sua promessa. Ad unirli è la profonda fede cattolica nella quale sono cresciuti. “Da adesso – aveva detto Carlo alla sposa la vigilia delle nozze – dovremo aiutarci a vicenda per raggiungere il cielo”. Prima tappa del loro viaggio di nozze è il Santuario di Mariazell, per chiedere la protezione della Madonna che benedirà la loro breve unione terrena con la nascita di otto figli. 

Certamente Carlo e Zita non immaginano quel 21 ottobre 1911, giorno delle nozze, quali tempeste stanno per abbattersi sulla loro vita. Ancora nel fatidico giugno 1914 così descriveva la futura imperatrice un brillante cronista italiano della “Tribuna”: “Vidi l’anno scorso la giovane coppia arciducale a Viareggio mischiata alla folla dei bagnanti… Esile, delicata l’arciduchessa Zita dal gentile viso fine e illuminato da grandi occhi neri, figurina sottilissima: la principessa sorrideva di una gioia che pareva infantile, tenendo stretto il suo giovane sposo”.  

Il 28 di giugno 1914 l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono, in visita a Sarajevo, dove “c’era un attentatore dietro ogni albero” ( Carlo Belihar), viene brutalmente assassinato a colpi di pistola insieme alla moglie Sophie da Gavrilo Principp, un giovane cospiratore affiliato all’organizzazione terroristica serba “Mano Nera” (morirà nell’ospedale del carcere, dopo aver tentato di impiccarsi, il 28 aprile 1918, pochi mesi prima del crollo dell’Impero Asburgico). 

Si è voluto colpire l’Arciduca perché il suo progetto politico “trialista” che prevede il passaggio dalla duplice alla triplice monarchia venendo incontro alle aspirazioni degli slavi, avrebbe posto fine alle loro rivendicazioni indipendentistiche e la Serbia, “longa manus” dell’espansionismo russo nei Balcani, avrebbe cessato di costituire un polo di attrazione per le popolazioni slave dell’impero, come era stato il Piemonte per i fautori del Risorgimento in Italia. “Il delitto riempie ancora una volta di lutto e di orrore le gravi dimore degli Asburgo. Intorno al vecchio imperatore nuovo sangue gronda; nuove tombe si aprono ai piedi dell’antichissimo trono… La morte non si stanca di colpire. Allarga sempre di più il giro della sua falce… Sii solo, sembra la legge implacabile formulata per l’imperatore” (Corriere della Sera, 29 giugno del 1914). Carlo (ha solo 27 anni) apprende della  tragedia di Sarajevo da un telegramma. Adesso è lui l’erede al trono. “Anche se era una bella giornata – dirà Zita – ho visto la sua faccia impallidire sotto il sole”.

Dopo l’ultimatum alla Serbia, la guerra è inevitabile e quello che potrebbe restare un conflitto locale assume nel giro di pochi giorni una dimensione europea. Nessuno immagina quali saranno le conseguenze. La logic” dominante è quella applicata da Sansone ai Filistei… La famiglia di Zita è divisa: i fratelli Saverio e Sisto si arruolano nell’esercito belga, mentre altri tre in quello austro-ungarico. Dopo tanti lutti, Dio risparmia al vecchio imperatore il dolore di assistere alla fine del  “sacrum  imperium”.  Il 21 novembre 1916 una bronchite degenerata in polmonite – nonostante la febbre è ancora allo scrittoio poche ore prima del crollo – pone fine alla sua lunga vita terrena.

Alla fine del 1916, nonostante i successi parziali ottenuti dalle armate degli Imperi Centrali, la situazione è favorevole alle potenze dell’Intesa che dispongono di una netta superiorità numerica  e delle risorse dei loro immensi imperi coloniali, mentre è imminente, a loro favore, l’intervento americano.  “La guerra di trincea paralizzava gigantesche armate che non riuscivano ad avanzare più di qualche centinaio di metri… La lotta per conquistare una trincea, un’altura, un bosco, una macchia sembrava una replica infinita della stessa scena: petti nudi offerti alle pallottole” ( Martin Gilbert, Storia della prima guerra mondiale). Oltre al blocco economico attuato dagli Alleati, i rigori di un inverno eccezionalmente aspro e un’annata di raccolto scarso rendono sempre più grave la penuria alimentare per le popolazioni della Monarchia. Al fronte si succedono spaventose quanto inutili carneficine e la prospettiva è di dover combattere per una vittoria ormai irraggiungibile. 

“Non cercare il potere e la dominazione; se sei chiamato al potere e alla dominazione, guarda l’uno e l’altra come un servizio da rendere” ( Vladimir Soloviev, I fondamenti della vita spirituale). In un momento così tragico, la coppia imperiale considera la Corona come “una chiamata di Dio”. Carlo ha grande stima delle capacità di giudizio di Zita, ed ella, dotata di maggior cultura e forza di carattere, esercita su di lui un’influenza decisiva, sostenendolo nei momenti di incertezza e scoraggiamento . “Da sempre le sofferenze degli altri l’avevano toccata nel profondo del cuore e si sentiva ovunque chiamata ad aiutare” ( T.  Pečar).  

Il castello di Schwarzau si trasforma ben presto in un ospedale militare e Il giorno stesso dell’incoronazione a Budapest (30 dicembre 1916) le vivande del banchetto, dopo essere state quasi solo mostrate ai convitati, vengono fatte immediatamente distribuire ai bisognosi. Zita accompagna il marito al fronte, visita gli ospedali militari, istituisce fondi per gli orfani e i ciechi di guerra, dispone che le carrozze della Corte vengano utilizzate per fornire carbone ai viennesi, “si dedica alla popolazione, ai feriti, alle famiglie più in difficoltà, come una sorella, una madre. Ed è così giovane!…Per la sua fede ardente e la sua carità instancabile sarà qualificata come  l’angelo custode di tutti coloro che soffrono  dal cardinale arcivescovo di Vienna” ( Paolo Risso). 

Carlo, in campo militare, proibisce l’impiego dei gas, dispone che i prigionieri siano trattati in modo umano, commuta le condanne a morte per i reati sia civili che militari, impedisce la guerra sottomarina e i bombardamenti terroristici su civili e luoghi d’arte, rifiuta di mangiare pane bianco che viene distribuito ai malati e ai feriti. La famiglia imperiale si nutre con le stesse razioni di guerra dei civili e dei soldati.

Zita e Carlo hanno come prima aspirazione quella di conoscere il più chiaramente possibile – sono parole che Carlo ripeterà sul letto di morte – la volontà di Dio e di eseguirla.  In un mondo di belve antropomorfe entrambi avvertono che è loro sacro dovere di  sovrani cattolici fare tutto il possibile per porre fine a quella che Papa Benedetto XV ha definito “l’inutile strage” “Aborrivano la guerra anche in caso di una conclusione vittoriosa” ( T. Pečar). L’obiettivo di Carlo “non erano le condizioni dell’armistizio: conservare questo o quel territorio. Egli voleva semplicemente cessare la guerra, arrestare quel suicidio dell’Europa civile” (Luca Costa, su “Totalità”). 

Si cerca pertanto di convincere l’alleato tedesco ad avviare trattative con gli occidentali, ma il Kaiser e il suo Stato Maggiore sono convinti di riuscire ad ottenere la “vittoria finale” grazie alla guerra sottomarina e all’imminente collasso della Russia, gettata nel caos dalla rivoluzione bolscevica. Di fronte alla cecità dell’alleato, la coppia decide di agire autonomamente. Zita si adopera tramite il fratello Sisto per stabilire contatti con gli occidentali e arrivare almeno ad una pace separata per l’Austria, ormai allo stremo delle forze.  

Nella primavera del 1917 delle lettere di Carlo vengono fatte pervenire di nascosto ai leader dell’Intesa. È quello che passerà alla storia come “l’affare Sisto”. Le trattative, nonostante un avvio promettente, non vanno a buon fine e l’immagine di Carlo e di Zita (definita con disprezzo l’”italiana”) ne uscirà offuscata presso l’alleato tedesco quando nel 1918 il contenuto delle lettere viene fatto trapelare da Clemenceau. “Per sciagura – scriverà Stefan Zweig (Il mondo di ieri)- l’imperatore Carlo non ebbe poi il coraggio di sostenere in pubblico la propria convinzione, sia che… la Germania abbia minacciato l’invasione dell’Austria, sia che egli, un Asburgo, non abbia osato rompere nel momento decisivo un’alleanza conclusa da Francesco Giuseppe e sigillata da tanto sangue”

Se ci pare peregrina la prima ipotesi, riteniamo invece assolutamente fondata la seconda.   Il senso dell’onore degli Asburgo non è mai stato quello di un Savoia qualunque…  In realtà la manovra era nota ai tedeschi e Il cancelliere Bethmann Hollweg, ammetterà di esserne stato al corrente: “Il conte Czernin (ministro degli esteri austriaco, nda) chiese di parlarmi per comunicarmi qualcosa di importante. C’era un’offerta di pace dei nemici… una pace del genere non ci avrebbe danneggiato, perché le truppe che si rendevano libere sul fronte italiano potevano assumersi la difesa del nostro fronte orientale, così da poter trasferire le nostre truppe dal fronte orientale a quello occidentale”

Se Zita e Carlo non fossero rimasti Cassandre inascoltate e si fosse giunti ad una pace di compromesso, onorevole per tutti, sarebbe stata scongiurata l’ottusa ingerenza americana che, con i  14 punti di Wilson  e il trattato di Versailles, sarà la causa principale del secondo conflitto mondiale. Ciò avrebbe risparmiato fiumi di sangue e immani rovine per tutti. Purtroppo, ancora più a favore della guerra ad oltranza si dimostrano sia gli inglesi che i francesi dietro i quali ci sono gli interessi dei banchieri USA che devono recuperare i prestiti fatti all’Intesa. 

Le due plutocrazie colonialiste nutrono la certezza, grazie all’intervento americano, di poter umiliare la Germania, cancellandola come concorrente militare ed economica, e hanno già programmato la distruzione dell’Impero asburgico, vittima designata della Massoneria internazionale, austrofoba e anti-cattolica. “Di fatto… poche persone… avevano previsto che la Grande guerra scatenata dai militaristi dei campi avversi avrebbe realizzato l’idea di Mazzini: Austria delenda est”. Così François Fejtö, in Requiem per un impero defunto.  

Il Requiem sarà per l’Europa intera, che nel 1945 perderà sia l’egemonia mondiale che l’indipendenza politica. Da non sottovalutare, al riguardo, il ruolo giocato dall’Italia, per alcuni addirittura la principale sabotatrice della pace. “Il governo italiano, intriso di ideologia massonica, vedeva nel sangue dei suoi soldati… l’occasione di una nuova genesi patriottica, fondata sul sacrificio comune e l’annientamento del nemico. Sonnino e soci (nei loro caldi salotti a bere champagne e caviale) avrebbero preferito far massacrare sul Carso fino all’ultimo italiano arruolabile, piuttosto che concludere un armistizio. Avrebbero preferito veder scomparire l’Italia piuttosto che rinunciare ai loro disegni di potere. Ci penseranno gli americani a Versailles a mutilare le loro folli e disumane ambizioni” ( Luca Costa). 

Con la distruzione a tavolino dell’impero austro-ungarico e la balcanizzazione dell’Europa centrale, in Austria è proclamata la repubblica. Carlo, nonostante le pressioni subite, rifiuta di abdicare sostenuto da Zita: “Un sovrano non può mai abdicare. Può essere deposto… Questa è la forza. Ma abdicare mai, mai, mai…! Preferirei cadere qui al tuo fianco. Poi ci sarebbe Otto. E anche se tutti fossimo uccisi, ci sarebbero ancora altri Asburgo”. Carlo non poteva rinunciare alla corona perché gli era stata data da Dio e solo Lui “poteva decidere se e quando togliergliela, non una dubbia assemblea nazionale, non le potenze vincitrici , non la plebaglia sulla piazza” (T. Pečar). 

Intanto a Vienna, col passare delle ore, la situazione si fa minacciosa. Costretti a lasciare lo Schönbrunn, Zita e Carlo si ritirano con i figli nel castello di caccia di Eckartsau , nella Bassa Austria. Si vivono momenti di apprensione estrema al pensiero di quanto avvenuto alla famiglia dei Romanov.  Sotto la “protezione” degli inglesi decisi ad impedire almeno un’altra strage come quella di Ekaterinburg, la famiglia imperiale ripara in Svizzera dove troverà rifugio nel castello di Wartegg, proprietà di Maria Antonia, madre di Zita. 

Carlo è ancora re d’Ungheria (a favore dell’istituto monarchico si è espresso il Parlamento ungherese dopo la caduta dell’effimero e sanguinario regime comunista di Béla Kún) e dalla Svizzera mette in atto due tentativi di tornare sul trono destinati a fallire per il tradimento del reggente Horthy ( ex ammiraglio della flotta imperiale), politico infido e maestro del doppio gioco. 

Insieme alla moglie incinta è imprigionato per alcuni giorni nell’abbazia benedettina della penisola di Tihany, sul lago Balaton, e i governi dell’Intesa, che non lo riconoscono più come legittimo sovrano, decidono il trasferimento della coppia imperiale fuori dall’Europa. Condotti in treno a Baja, piccolo porto fluviale sulla riva sinistra del Danubio,  i sovrani sono imbarcati su un monitore inglese e dopo aver disceso il fiume fino alle coste del Mar Nero vengono presi in consegna da un incrociatore che, attraversando il Mediterraneo, li conduce nel luogo stabilito per il loro esilio: l’isola portoghese di Madera nell’oceano Atlantico, dove sbarcano il 19 novembre 1921. Verranno raggiunti dai 7 figli, rimasti in un primo momento in Svizzera, solo nel febbraio del 1922.

“Multi sequuntur Jesum usque ad fractionem panis, sed pauci ad bibendum calicem Passionis” (De Imitatione Christi,  II, 11,1). Villa “Quinta do Monte” messa a loro disposizione si trova in montagna ed è un ambiente malsano, gelido d’inverno e senza luce elettrica. Non è possibile scendere a piedi verso Funchal, in riva all’oceano, perché per risalire occorrerebbe un giorno intero.  C’è una ferrovia a cremagliera che però non funziona regolarmente e la famiglia imperiale, che vive in condizioni di povertà estrema ( i ragazzi sono denutriti), non può acquistare un’auto.  

Dal console britannico era stato fatto sapere a Carlo che, se avesse abdicato, gli sarebbero stati rimborsati i beni confiscati dai nuovi stati sorti dallo smembramento dell’Impero. Scontata la risposta : “La mia corona non è in vendita”.  

Dopo soli cinque mesi di soggiorno sull’isola, Carlo si ammala di polmonite; il medico viene chiamato tardi perché costa troppo e la situazione si aggrava rapidamente. Zita prega con lo sposo vegliando al suo capezzale e l’imperatore offre le proprie sofferenze per la salvezza dei suoi popoli, finché il  primo di aprile del 1922 spira tra le braccia della moglie dopo aver ricevuto la Comunione e il viatico. “Gesù sia fatta la tua Santa volontà” sono le ultime parole. Insieme a Zita aveva abbracciato la croce di Cristo, dopo aver messo in gioco tutto, “la sua corona, il suo impero, i suoi averi, la sua immagine, tutto pur di fermare l’orrore. E perse tutto. Morì in esilio… povero, senza nemmeno la legna per accendere il camino della casa che abitava a Madera con la moglie e gli otto figli” ( Luca Costa).

Zita è vedova a 29 anni, con 8 figli di cui uno ancora in grembo, l’ultima genita Elisabetta che nascerà a maggio.  In lei c’è il dolore di una sposa rimasta priva dell’amato consorte, ma non c’è  l’ egoistica sofferenza che porterà Sissi, dopo il suicidio di Rodolfo, verso lo spiritismo e l’esoterismo, chiudendola in quel cupo, voluttuoso isolamento solipsistico che segnerà la sua vita errabonda fino alla tragica morte. 

Per Zita “era terminata, certo troppo presto, una minima parte della vita di Carlo, la parte terrena, quella temporale. L’anima di Carlo viveva per sempre. Come poteva perdersi d’animo una cristiana con una fede priva di dubbi come la sua?”  (T. Pečar). Zita, che non è una vedova da operetta, nei 67 anni di vedovanza vestirà sempre solo di nero, in memoria del marito; ma la morte non interrompe la loro perfetta unione coniugale, e lo scambio di tenerezze e ricchezze spirituali continua nella certezza assoluta di ritrovarsi in futuro, dopo la momentanea separazione terrena, nella dimensione dell’eterno. 

Nei tantissimi anni che ha ancora davanti a sè, Zita sarà nonna trentatrè volte e bisnonna sedici, e gli spostamenti da una nazione all’altra non si conteranno più. Riceve aiuti da alcuni sostenitori e, alla morte di Carlo, ottiene il permesso di trasferirsi con i bambini in Spagna. Prima di imbarcarsi sulla nave che la condurrà a Cadiz,  Il 13 maggio 1922, nel quinto anniversario dell’Apparizione di Fatima, consacra la sua famiglia al Cuore Immacolato di Maria. 

Nella precoce vedovanza sente crescere quell’attrattiva che da giovane aveva nutrito per la vita contemplativa (tre sorelle avevano preso il velo) e dal 1926 è oblata benedettina dell’abbazia di San Pietro di Solesmes. Tuttavia è proprio l’abate a dissuaderla “dal lasciare il mondo per la sua posizione sociale che le consente di operare per un’Europa la cui identità non si comprende senza le sue profonde radici cristiane. Sarà ‘monaca nel mondo’ con diversi soggiorni tra le Benedettine, concessi a lei da un indulto del Santo Padre Pio XII” ( P. Risso).  

Un giorno, alla nipote Caterina che vedendola dietro la grata aveva esclamato: “Nonna, sei in prigione?”  l’imperatrice – ricorda ancora Paolo Risso – aveva risposto:  “Figlia mia, sono io che sono in prigione o forse tu?”.  Frequenti i pellegrinaggi a Lourdes che raggiunge dalla dimora di Palacio Uribarren a Lequeitio, nelle province basche, messale a disposizione dal re Alfonso XIII di Borbone-Spagna. D’ora in avanti ogni sua energia è dedicata all’educazione cristiana dei figli e ai compiti di Reggente, fino alla maggiore età del primogenito Otto. 

Dal 1929  la famiglia, accolta dal re Alberto I, si stabilisce in Belgio, nei pressi di Lovanio, dove Otto  può terminare i suoi studi. Le difficoltà finanziarie sono in parte superate con la nascita dello stato fascista corporativo dell’Austria, quando nel 1934 il cancelliere cattolico Dollfuss, poco prima di essere assassinato dai nazisti, dispone che venga restituito alla famiglia di Zita parte del patrimonio confiscato agli Asburgo.  Alla sua tragica morte Zita farà dire per lui una Messa da Requiem e invierà alla moglie un telegramma di cordoglio e ringraziamento: “La mia più profonda partecipazione al dolore che ha colpito Lei e i suoi figli. Supplico Dio di dare a Lei forza e sostegno ed eterna ricompensa all’eroico difensore dell’indipendenza austriaca”.

L’Europa è presto di nuovo in fiamme. Nel 1940 Zita e i figli devono fuggire anche dal Belgio invaso dalla Wehrmacht. Dai tedeschi era stato emesso un mandato di cattura nei confronti di Otto, accusato di “alto tradimento” per non aver riconosciuto i risultati del referendum che aveva convalidato l’Anschlus e, soltanto poche ore dopo la loro partenza, le bombe degli Stukas  centrano il tetto e le torri del castello di Steenockerzeel  che li ha ospitati per oltre dieci anni.  Sopravvissuti miracolosamente, sono adesso dei profughi di guerra. È una fuga senza fine (“per noi fuggire è un’abitudine di famiglia”), prima in Francia, poi in Portogallo, negli Stati Uniti e in Canada (a Quebec ci sono scuole cattoliche in lingua francese per i figli più giovani).

“L’America avrebbe offerto a Zita per alcuni anni un rifugio accogliente, anche se non diventò mai una seconda patria” (T. Pečar). Gli americani, per natura immuni dal fascino di valori che trascendano il “to make money”, guardano con stupore, a volte con superficiale simpatia e curiosità, a questa aristocratica in nero, esponente di un mondo così estraneo al loro limitato orizzonte esistenziale. 

Ricevuti cordialmente nei circoli politici e da un Roosvelt in evidente declino fisico e succube di Stalin,  Zita e Otto cercano di perorare la causa dell’indipendenza austriaca e di difendere gli interessi dei popoli dell’area carpatico-danubiana. Secondo Tamara Pečar, lo scopo era  “di salvare dalle grinfie di Stalin i Paesi dell’ex impero, soprattutto l’Austria, assicurare la loro indipendenza e aprirli anche ad una possibile restaurazione monarchica”

Uno dei figli si aggrega all’esercito americano e altri si impegnano sul piano diplomatico a favore degli Alleati.  Riguardo a questa fallace illusione si impone da parte nostra più di una riserva, soprattutto quando, nella sua buona fede, Zita dichiara in un comunicato di essere  “convinta della vittoria della libertà e del cristianesimo sul barbaro totalitarismo” e favorevole a “una confederazione centrale europea  fondata su principi democratici che deve essere creata nei territori danubiani dopo la sconfitta del nazismo. Una tale confederazione potrebbe essere un baluardo contro i futuri aggressori pangermanisti e bolscevichi”.  

Per l’identità cristiana europea la vittoria dell’America e dei “principi democratici” (gli stessi in nome dei quali era stato distrutto l’impero degli Asburgo) è destinata a rappresentare – come Zita stessa, nella sua longevità, avrà modo di constatare – un salvagente di piombo.  Zita e Otto non avvertono la pericolosità del “male americano” (Alain de Benoist) e soccombono al mito, alimentato anche dalla “guerra fredda”, della falsa contrapposizione fra comunismo e americanismo.  

Quest’ultimo collabora necessariamente con l’apparente suo nemico e, in virtù di una più subdola e sinuosa modalità d’azione, rappresenta, per il Cristianesimo, un veleno ancora più mortifero del comunismo ateo e del nazismo neo-pagano. “Quando l’attacco contro i valori residui della tradizione europea si effettua nella forma diretta e nuda propria all’ideologia bolscevica… delle reazioni ancora si ridestano, certe linee di resistenza, seppure labili, possono essere mantenute. Diversamente stanno le cose quando… le trasformazioni avvengono insensibilmente sul piano del costume e della visione generale della vita, come nel caso dell’americanismo” ( Julius Evola). 

“Più alto è il tuo rango, più dovrai essere umile e restare con Cristo” (dalle parole del rito di incoronamento a Budapest). Nonostante le riserve che abbiamo espresso, Zita rimane, nella tetraggine di una società devastata dalla peste progressista – dove la bestialità contro natura,  il delitto al posto del diritto e il tradimento sono la norma – una figura singolare e affascinante  per la capacità di vivere integralmente la fede cattolica romana, nella vita privata e in quella pubblica, con dignità e fierezza, e di non cessare mai, in settant’anni di esilio, anche nelle circostanze più avverse, di preoccuparsi, per missione divina, del bene spirituale e materiale del suo popolo.  Il lutto portato ininterrottamente per Carlo è lo stesso di un’Europa cacotopica, ridotta ad “un simulacro economico senza identità culturale, senza reale consapevolezza della sua tradizione”  (Stefano Zecchi), e nelle mani  degli orchi usciti  dalla Terra Oscura di Mordor.

“L’amore per il popolo è vocazione aristocratica, il democratico lo esercita solo in periodo elettorale (Nicolás Gómez Dávila). Dopo Yalta la “Signora in nero”  continua a tenere numerose conferenze in varie  città americane e canadesi allo scopo di ripianare i debiti accumulati per aiutare i profughi e di incrementare i fondi necessari alle sue incessanti opere di carità, soprattutto  la raccolta di generi alimentari da inviare in Europa (scarpe, cibo, medicine, vestiario, perfino pellicce). “La donna che un tempo era stata imperatrice d’Austria-Ungheria, viaggiava in treno in terza classe e non pernottava in lussuosi alberghi ma in conventi, scuole e case di riposo” (T. Pečar).  

In questo periodo Zita inizia anche la raccolta di documenti utili al processo di beatificazione di Carlo aperto nel 1948. La causa si concluderà il 3 ottobre 2004 con la solenne beatificazione a opera di Papa Giovanni Paolo II, il Pontefice che si chiama Karol in onore di suo marito perché così aveva voluto il padre (Karol anche lui), cattolico fervente ed ex ufficiale dell’esercito austro-ungarico.  Anche lei, nel 2009, sarà proclamata “serva di Dio”.

Tornata in Europa nel 1952, l’imperatrice si stabilisce in Lussemburgo per accudire la madre che muore nel 1959 a 97 anni. L’interminabile odissea sta per finire.  Nel 1962, su invito del vescovo di Coira, avviene il trasferimento definitivo in Svizzera, a Zizers (canton Grigioni); la sua ultima dimora è il castello dei conti Salis, adibito a casa di riposo per religiosi e suore. Nel 1982, novantenne, riceve “ l’immensa grazia del buon Dio”, attesa per  63 anni. 

Le viene concesso finalmente il visto per l’ingresso in Austria, anche se si era sempre rifiutata di rilasciare una dichiarazione di rinuncia al trono. La trionfale accoglienza ricevuta a Vienna e a Mariazell, dove parteciperà spesso alla Messa Tridentina di sempre e si recherà a pregare per i “suoi popoli” ancora sotto il comunismo, è  ”il sole al tramonto” (T. Pečar). Tante speranze nutrite per l’Europa sono andate deluse, ma Zita al figlio Otto, già nel 1941, aveva scritto: “Se non si sapesse che nostro Signore, per amore del quale si fa il proprio dovere, ce ne renderà merito, spesso verrebbe la voglia di gettare la spugna… Non resta che una cosa: fare il proprio dovere per Dio, santificarsi e non lasciarsi deprimere, che per di più fa male alla salute…”   

La fine del “bonum certamen” arriva quasi alla stessa età della madre. Zita Maria della Neve Adelgunda Micaela Gabriella Giuseppina Antonia Luisa Agnese di Borbone-Parma, imperatrice d’Austria, regina di Boemia, regina apostolica d’Ungheria, moglie di Carlo d’Asburgo, si spegne, per i postumi di una polmonite e quasi cieca, nelle prime ore del 14 marzo 1989, pochi mesi prima della caduta del muro di Berlino. 

I funerali sono celebrati a Vienna l’1 di aprile, anniversario della morte di Carlo. Secondo il rituale di sempre, davanti alla chiesa dei Cappuccini il frate che precede il feretro bussa alla porta per due volte.  Per due volte, nonostante l’elenco di tutti i titoli della defunta, la risposta è la stessa: “non ti conosco”. Solo quando, la terza volta, alla domanda: “chi sei?”, il frate risponde: “Una povera peccatrice”, l’abate apre la porta:  “Adesso ti conosco, entra pure”.

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7 commenti su “Zita di Borbone-Parma: il lutto si addice all’Europa”

  1. Mauro Mazzoldi

    Grazie. Veramente toccante. Una persona conscia del suo ruolo. Donna , sposa,madre coraggiosa e fedele in tutti i sensi. Una splendida coppia regale . Come tutti i veri re saliti al calvario per Cristo.
    ……altro che democrazia!
    Mauro Mazzoldi

  2. antonio corso

    articolo bellissimo, congratulazioni all’autore non solo per il contenuto espresso ma anche per la capacita’ di comunicarlo con un eloquio nobile e di alto sentire

  3. Giosuè Berbenni

    Complimenti vivissimi, caro professore Andrea.
    Il seme della santità germoglia in continuazione.
    Grazie per la profonda ed esaustiva narrazione.
    Per crucem ad lucem!

  4. grazie. un bellissimo articolo, Zita e Carlo da sempre sono nel mio cuore. Un esempio da seguire. sarebbe possibile pubblicare una bibliografia su di loro?

  5. Emanuel Tribbia

    Sempre all’altezza del compito il nostro grande professor Teli: grande ritratto, e altrettanto immensa e grande imperatrice, al fianco eterno del grandissimo Carlo, ultimo vero imperatore.
    emanuel

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