Scriptorium – Recensioni – rubrica del sabato di Cristina Siccardi

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Recensioni  –  rubrica del sabato di Cristina Siccardi

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Il trattato sulla Santa Messa di Giuliotti è un canto, un inno poetico alla Maestà del Santo Sacrificio, opera dello Spirito Santo, di Cristo, della Chiesa. La Santa Messa è il «ponte», in terra, da cui si può spiccare il volo verso la Patria celeste. L’autore di questo saggio comprese il vero significato della Santa Messa, ma non solo, egli la respirava, la amava, la viveva.

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zzzzglttDomenico Giuliotti era un laico, non era un sacerdote. Tuttavia il suo libro Il Ponte sul Mondo (Edizioni «Amicizia Cristiana») è un commento alla Santa Messa che sarebbe stato possibile scrivere, per esempio, dal Santo Curato d’Ars per la Fede ivi contenuta, per la dottrina ivi esposta, per la poesia ivi comunicata.

La vita di Domenico Giuliotti (1877-1956) non fu semplice. Questo fiorentino, che ebbe enormi problemi nello studio (tre tentativi prima di riuscire a prendere la licenza liceale e gli studi in Giurisprudenza furono interrotti) aveva un animo  profondamente pessimista e ciò non lo aiutò nella sua battaglia intellettuale di convinto cattolico.

Sugli anni di studi Giuliotti ha lasciato pagine autobiografiche molto amare, sia perché questi furono gli anni della perdita della Fede («Da cattolico diventai mazziniano, da mazziniano socialista, da socialista anarchico»[1]), sia perché il mondo chiuso della scuola prima e quello un po’disordinato dell’ università poi mal si conciliavano con le sue ancora confuse aspirazioni al rigore morale.

Conobbe l’Editore Vallecchi, divenne amico di Tozzi e di Papini.

Il legame con Tozzi fu letterario, etico e religioso e andò dallo scambio di giudizi sulle rispettive opere alla partecipazione alla vita di riviste quali «L’Eroica», «Il San Giorgio», «La Torre», nel periodo compreso fra il 1911 e il 1914.

Fra il 1910 e il 1913 portò a compimento il suo ritorno alla religione cattolica nelle forme intransigenti ispirate dagli scrittori francesi del XIX secolo. «Ritornai, lentamente, a tappe, trattenuto da dubbi, sospinto da speranze, rischiarato da luci improvvise, attirato da richiami angelici, ma ritornai, infine, pentito e redento, tra le braccia di mia madre che m’aspettava da anni, senza aver mai disperato. Ritornai a Dio»[2].

«La Torre», organo di stampa della reazione spirituale italiana, uscì il 6 novembre 1913 a Siena, dove furono stampati gli altri tre numeri di quell’anno e i primi tre del 1914, mentre gli ultimi due videro la luce a Firenze, nel maggio 1914. Ricordiamo che sono gli anni del Pontificato di San Pio X e la Pascendi Dominici Gregis, contro i mali dell’eresia del Modernismo, era uscita nel 1907.

Il giornale si presenta come strumento di battaglia contro razionalismo, modernismo, futurismo e contro la modernità in genere: contro, quindi, l’industria e la città e per un ritorno alla religione e ai valori e costumi tradizionali; ritorno simboleggiato nella spiritualità medievale, nell’idea politica di Dante e anche nell’apprezzamento per gli scrittori toscani del Due e Trecento, in particolare quelli religiosi. Su questa testata collaborarono scrittori che si proclamavano poeti, italiani e cattolici.

A Roma rinsaldò l’amicizia con Tozzi, mantenne la corrispondenza con Papini e conobbe Padre Rosa, Direttore de La Civiltà cattolica, al quale, il 2 dicembre 1920, scrisse una lunga ed importante lettera autobiografica. Il rapporto con Papini crebbe di intensità fino a divenire vincolo saldissimo, soprattutto dopo la conversione di quest’ultimo. Della rinnovata amicizia con lui e delle possibilità aperte dalle sue grandi capacità di organizzatore della cultura si videro ben presto gli effetti sull’attività di Giuliotti, in particolare con l’uscita, presso Carabba (Lanciano 1920, ma il lavoro risale agli anni 1917-18) della Antologia di cattolici francesi del XIX secolo (De Maistre, Bonald, Lamennais, Balzac, D’Aurevilly, Hello, Veuillot, Bloy), e poi, sempre nel 1920, ma a Firenze presso Vallecchi, de L’ora di Barabba, il libro che rivelò Giuliotti non solo ai cattolici, ma anche a uomini come Gobetti e Tilgher. Gli anni dal 1920 al 1923, con i volumi appena ricordati, nonché la Storia di Cristo di Papini (Firenze 1921) e il suo Dizionario dell’omo salvatico (Firenze 1923) – il cui primo e unico volume fu scritto insieme dai due scrittori – appaiono cruciali per il consolidarsi definitivo dell’amicizia tra Giuliotti e Papini (nonostante le loro diverse personalità), per la loro vita interiore e per il loro essere un costante punto di riferimento di una parte della cultura cattolica, almeno fino alla metà degli Anni Trenta.

Giuliotti nutriva un’avversione per le forme di vita organizzate che fossero al di fuori del Corpo mistico della Chiesa, come egli considerava, in sostanza, tutti i partiti, compresa l’Azione Cattolica o la Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI) e ciò spiega come, in genere, fossero gli altri a cercare la sua collaborazione e come questa non implicasse mai una piena adesione ai programmi delle riviste o dei giornali a cui inviava i suoi scritti.

Alla figura del sacerdote avrebbe desiderato dedicare un libro: il valore della cui funzione gli sembrava non compreso e non vissuto pienamente da troppi ministri di Dio. Proprio su questo argomento nel 1930 ebbe una celebre polemica sulle pagine de «L’Avvenire d’Italia» con don Giuseppe De Luca.

Realizzò invece il desiderio di scrivere un libro sulla Santa Messa. Il Ponte sul mondo venne pubblicato a Torino nel 1932 ed ebbe l’imprimatur del Beato Francesco Paleari, sacerdote cottolenghino. Nel 2014 il testo è stato rieditato dalle Edizioni «Amicizia Cristiana» del Gruppo Editoriale Tabula Fati di Chieti.

Il libro si apre con una citazione di Santa Caterina da Siena:

«E corse, disubbito che (l’uomo) ebbe peccato, uno fiume tempestoso che sempre el percuote con l’onde sue, portando fatighe e molestie da sé, e molestie dal dimonio e dal mondo. Tucti annegavate, perché veruno, con tucte le sue giustizie non poteva giognere a vita etterna. E però Io, volendo rimediare a tanti vostri mali, v’ho dato il ponte del mio Figliuolo, acciò che, passando il fiume non annegaste. El qual fiume è il mare tempestoso di questa tenebrosa vita»[3].

La causa del male: il peccato originale, dal quale discende l’infelicità sulla terra e l’allontanamento delle anime dalla beatitudine eterna. Ma ecco subentrare il Verbo Incarnato, quale «ponte» per giungere all’altra sponda. Per la Salvezza è stato necessario il Sacrificio di Nostro Signore. Ma non solo, per la Salvezza di ciascuno sono necessari i Sacramenti elargiti dalla Chiesa. Ma non solo, per la Salvezza è necessario che Cristo continui a rinnovare il proprio Sacrificio sugli altari del mondo, ogni giorno.

La definizione del termine Messa che offre il Dizionario della Crusca è il seguente: «Il Sacrificio, che offeriscono i sacerdoti Cristiani a Dio. Lat. missa, sacrum, sacrificium. Gr. μειτουργία λειτουργία».

Il trattato sulla Santa Messa di Giuliotti è un canto, un inno poetico alla Maestà del Santo Sacrificio, opera dello Spirito Santo, di Cristo, della Chiesa.

«L’uomo [il sacerdote] e l’Uomo-Dio [Cristo], la Trinità e tutti gli Angeli ne formano l’argomento. La Consacrazione, che rinnova l’Incarnazione, è il punto culminante di questo immenso mistero. E il Prete n’è, al tempo stesso, il taumaturgo e il poeta»[4].

A un tratto, in modo soprannaturale, per mezzo della parola e della Fede del sacerdote, che ripete la parola divina, il pane e il vino mutano natura e diventano Carne e Sangue: Cristo vittima, Cristo cibo. «Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo», è la Vittima che uccide peccato e morte. «E il Paradiso è sulla terra», afferma Giuliotti, «intorno a un piccolo disco bianco, offerto dalle mani di un uomo che, in quel momento, è più grande della Regina degli Angeli […] La Messa, per moltissimi, immersi nell’ignoranza religiosa, è come un affresco che altri afferma prezioso, ma che, agli occhi annebbiati di chi lo guarda, appare tutto coperto da un fitto strato di polvere»[5].

Queste parole ci rimandano a tre importanti considerazioni: la prima, che San Pio X considerò una piaga drammatica, l’ignoranza religiosa e per porvi rimedio pubblicò il Catechismo, che nel 1912 fu diffuso in tutte le diocesi italiane. La seconda che Domenico Giuliotti parlò di affresco ricoperto di polvere, riferendosi alla Santa Messa. Una questione che lo stesso San Pio X affrontò, tanto che diede vita ad una Riforma liturgica per ravvivare i colori del Rito romano e far riscoprire così tutta la sacralità (grazie anche alla reintroduzione del canto gregoriano) del Rito stesso. La terza considerazione riguarda proprio l’anno in cui Giuliotti pubblicò il suo saggio: 1932. Questa data deve far riflettere. Siamo sotto il Pontificato di Pio XI e mentre il libro Storia d’Europa nel secolo decimonono del filosofo laicista Benedetto Croce è condannato e messo all’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa, l’ignoranza religiosa prosegue il suo cammino, visto che Giuliotti la denuncia. Eppure siamo distanti sia dal Concilio Vaticano II che dalla rivoluzione culturale e giovanile del Sessantotto; ma distanti anche dalla riforma liturgica portata avanti da Monsignor Annibale Bugnini e che sarà firmata da Paolo VI.

All’epoca, Domenico Giuliotti, aveva dunque un solo punto di osservazione: il Vetus Ordo e l’obiettivo del suo trattato era quello di porre l’attenzione sulla grandiosità dell’evento del Calvario, celebrato dai sacerdoti.

Il libro La Santa Messa di Dom Prosper Guéranger, Abate del priorato benedettino di Solesmes e fondatore della Congregazione di Francia dell’Ordine di San Benedetto, è un vero e proprio capolavoro dottrinale, didattico e spirituale sul Santo Sacrificio. È un vademecum perfetto per i Ministri di Cristo; quello di Giuliotti, invece, pur non raggiungendo questa perfezione, offre un validissimo sussidio, a disposizione di tutti i fedeli.

Giuliotti è ben cosciente delle divisioni, delle passioni, dell’ignoranza, del falso zelo che esistono dentro la Chiesa, affievolendone l’amore e turbando la pace, come accade dal principio della sua fondazione ad opera di Cristo.  Il tesoro della Fede, il corpo della dottrina, la luce indefettibile di Cristo, l’efficacia dei Sacramenti restano intatti, affermava Giuliotti. Oggi purtroppo, dopo il Concilio Vaticano II, dopo l’infelice e tragica scelta di non più condannare l’errore, nel tentativo di dialogare con i peccati e con il mondo dobbiamo constatare che la Verità, custodita nel Corpo mistico di Cristo, non è più protetta e difesa come lo era ai tempi dell’autore. Tuttavia occorre constatare che continua ad esistere un esercito silente, operante e militante, quello dei santi, coloro che vincono il mondo e vincono le divisioni e le passioni e il falso zelo. Così è ancora possibile fare nostre le parole di Giuliotti: «C’è infatti, dentro la Chiesa, la fiamma della fede e dell’amore sempre accesa, perché sempre è alimentata da una minoranza di eletti, che sono come i gangli vitali del suo gran Corpo. E questi eletti, questi membri vivi, questi veri santi, fanno sì che i membri ammalati non infettino l’intero organismo e che la Sposa di Cristo si mantenga sempre degna del suo Dio»[6].

Non toglierò certo il gusto alla lettura di questo libro che farà riscoprire, ma credo a molti di far scoprire per la prima volta le bellezze sublimi della Santa Messa: ogni sillaba, ogni parola, ogni gesto di questo Rito è il “succo” della Creazione e del Piano della Salvezza. Oggi la Santa Messa, con il Novus Ordo, ha perso i connotati del Sacrificio incruento, è divenuto un semplice memoriale dell’ultima Cena. Il sacerdote rivolge le spalle a Dio e nel guardare il popolo, pone l’attenzione all’assemblea. Il fedele non è più aiutato a concentrarsi, ad estraniarsi dal mondo per entrare in comunione con il Signore, attraverso il silenzio, le genuflessioni, il raccoglimento. Ogni atto è fatto per e dentro l’assemblea, mentre l’anima, continuamente distratta da ciò che ode e si muove (compresa la presenza dei laici nel presbiterio o l’utilizzo delle chitarre), non riesce più a contemplare l’inesplicabile: il Mistero di Dio che rinnova il Suo sacrificio sull’Altare.

Eppure Giuliotti dal suo 1932 comunicava  che: «Una volta, quando la fede era davvero profondamente radicata in tutte le anime ]…] A Cristo, alla vera Vite, s’innestavano tenacemente, sia nel sacrificio, sia nell’agape santa, tutti i tralci. Ogni cristiano non ignorando il significato della Messa e la sua importanza essenziale, non solo nella vita cristiana, ma in quella di tutta l’umanità, viva e morta, ne seguiva e intendeva, parte per parte, il luminoso e grandioso svolgimento; Cristo era, allora, al centro di tutto, e le anime intorno a Lui, unite con le anime dei fratelli vivi e morti, sempre più si avvicinavano a Lui e infine lo possedevano ed erano possedute da Lui»[7]. Si comprendeva molto più l’intelligenza dei Misteri della Fede, mentre, dal Modernismo in poi, si è fatta sempre più fatica a far comprendere che la Fede è sì secondo ragione, ma non tutto di essa è umanamente spiegabile perché la Fede riguarda non solo il finito, ma anche e soprattutto l’Infinito, l’Incommensurabile e proprio perché «non misurabile» non tutto conoscibile. Solo Dio, Creatore di tutto, anche della scienza, è la sola Somma Sapienza.

La Santa Messa è il «ponte», in terra, da cui si può spiccare il volo verso la Patria celeste. Ma, afferma Giuliotti:

«Oggi non è più così. Vi sono dei preti che non spigano o spiegano male e con incredibile freddezza, i punti fondamentali della dottrina cattolica. In generale il popolo cristiano moderno, più cristiano di nome che di fatti, ignora quasi tutto della propria Fede; i più restano, per abitudine, dentro la Chiesa, senza parteciparvi, senza aderirvi, senza amarla; quelli che ne conoscono, a frammenti, la lettera, ne ignorano poi totalmente lo spirito; essi assistono alla Messa col corpo, e l’anima loro rimane attaccata a tutti gli uncini del mondo; la liturgia che si svolge sotto il loro occhi e risuona nei loro orecchi  è per essi come uno spettacolo e un linguaggio che più non intendono; e così la vita di Cristo nella Chiesa, non potendo penetrare in queste anime di stoppa, ne deriva che ciascuno resta isolato e come chiuso in se stesso, senza accorgersi che la luce divina, gli splende e circola intorno»[8].

L’autore di questo saggio comprese il vero significato della Santa Messa, ma non solo, egli la respirava, la amava, la viveva. Chissà quale reazione spirituale, intellettuale e letteraria avrebbe avuto se avesse assistito alle tante Messe profane che oggi si compiono nel mondo…

Tuttavia la Santa Messa a cui facevano riferimento sia Dom Guéranger, sia Giuliotti esiste ancora. La Messa Tridentina ancora viene celebrata in tutto il suo splendore. Anche se la prima domenica di Avvento del 1969 si diede avvio al moderno rito eucaristico, il Vetus Ordo, anche se ostacolato, anche se perseguitato, è rimasto, presente e intatto, e non possiamo, non possiamo a questo riguardo (sarebbe un oltraggio alla Giustizia), tacere il nome del paladino del Rito romano antico: Monsignor Marcel Lefebvre, il quale, con grande determinazione e altrettanto coraggio, ha continuato a difenderlo, a celebrarlo, a insegnarlo, in tutto il mondo, a seminaristi e sacerdoti. Domenico Giuliotti, ne siamo più che certi, avesse conosciuto il Vescovo francese non l’avrebbe più lasciato e avrebbe giovato moltissimo al suo cronico pessimismo.

La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha continuato in questa missione precisa, ovvero a portare al mondo la Santa Messa di sempre e, come insegnò il Padre fondatore, a formare sacerdoti secondo la Tradizione della Chiesa.

Nel 2007 Benedetto XVI ha liberalizzato il Rito tridentino, che tuttavia continua ad essere osteggiato, addirittura da molti Vescovi. La Santa Messa di sempre è, dunque, pietra di inciampo.

Il libro di Giuliotti si chiude con un ventaglio di straordinari richiami alla maestosità della Santa Messa e l’autore quasi si sgomenta nell’osservare la tiepidezza dei più. «Un’anima dunque veramente cristiana, nel momento dell’Eucaristia, non dovrebbe avvertire la presenza del corpo né sentirsi attaccata alla terra, ma trasportata nel centro del Paradiso, e vivente nel triplice fuoco d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo»[9].

La Santa Messa è una rappresentazione sacra sublime, un vero e proprio DIALOGO non certo con il mondo, ma fra Dio e l’uomo, l’uomo e Dio. Un DIALOGO universale, con attori visibili e invisibili, umani e divini. È il poema dei poemi, nel quale tutto si svolge: invocazioni, gemiti, speranze, ricadute, slanci, sgomenti, estasi, tripudi e mistiche nozze, intorno e dentro la Seconda Persona Divina. «Cor ad Cor loquitur» direbbe il Beato Cardinale John Henry Newman.

Secondo la nota definizione del Catechismo di San Pio X, la Santa Messa è il «Sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo, che, sotto le specie del pane e del vino, si offre dal Sacerdote a Dio sull’Altare, in memoria e ripresentazione del Sacrificio della Croce» ( n. 348 ). La Messa occupa quindi, nella vita della Chiesa, lo stesso posto centrale del Calvario nell’opera della nostra redenzione e nella Messa è contenuto tutto il mistero della nostra salvezza.

Affermava San Francesco di Sales: «La Messa è come il sole tra gli astri; essa è il centro a cui si riferiscono tutti i misteri della religione cristiana. È il mistero ineffabile della carità divina, per mezzo del quale Gesù Cristo si dà realmente a noi e ci colma delle sue grazie in modo amabile e magnifico».

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[1] Lettera a Padre E. Rosa, 2 dic. 1920, in Lettere agli amici, a cura di M. Baldini – P. Permoli – E. Tirinnanzi, Vicenza 1980, p. 38.

[2] Ivi, p. 39.

[3] Dialogo, Cap. XXI.

[4] D. Giuliotti, Il ponte sul mondo. Commento alla Messa, Edizioni Amicizia Cristiana, Chieti 2014, p. 7.

[5] Ivi, pp. 7-8.

[6] Ivi, p. 85.

[7] Ivi, pp. 92-93.

[8] Ivi, p. 93.

[9] Ivi, p. 100.

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1 commento su “Scriptorium – Recensioni – rubrica del sabato di Cristina Siccardi”

  1. Non ricordo chi fu il Santo che ebbe questa visione: “..al momento della Consacrazione tutto
    il Cielo è trasportato sulla terra.”
    Questa visione a me viene in mente spesso anche quando non sono alla Messa .
    Una cosa che mi addolora tantissimo è che molti Sacerdoti o Ministri straordinari quando danno
    l’Ostia non innalzano il Signore e non dicono a voce alta il “CORPO DI CRISTO” !!!!
    E devo dire che sono più gli anziani dei giovani che insultano così Gesù.
    Io ho cercato di fare da tanto tempo una piccola riparazione: chino la testa e dico a voce alta
    Amen prima di prendere il mio Amatissimo con la bocca e non con le mani.
    Inoltre l’ho fatto presente quando possibile.
    Qualche risultato, grazie a Lui, l’ho ottenuto.
    Sia lodato Gesù Cristo!

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