24 MAGGIO 2012. VENTICINQUESIMO ANNIVERSARIO DEL PELLEGRINAGGIO PAPALE ALLA GROTTA GARGANICA DI SAN MICHELE – di Don Marcello Stanzione

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di Don Marcello Stanzione

 

Papa

 

Era una domenica splendida di sole quel 24 maggio 1987. La primavera garganica si manifestava in tutta la sul policroma bellezza e certamente allietò la visita del Santo Padre Giovanni Paolo II, che partito molto presto da San Giovanni Rotondo insieme all’allora arcivescovo mons. Valentino Vailati, dovette senz’altro godere di quell’aria profumata di viole e della stessa distesa verdeggiante dei prati di Pantano e della valle di Carbonara. Mons. Vailati,  confidò che Papa Giovanni Paolo II, appena la nera macchina si mosse, gli disse: “Sto fremendo d’impazienza. Non vedo l’ora di pregare in quel Santuario così suggestivo”. La visita papale, differentemente da quello che si sapeva e si diceva, inizialmente ristretta ai soli San Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo, si era allargata a dismisura, spandendosi per tutte le diocesi della Capitanata e  a Foggia  il Papa avrebbe celebrato la Messa della Domenica  mattina, mentre inizialmente si sapeva che questo momento così importante del suo viaggio apostolico l’avrebbe vissuto davanti all’altare di San Michele a Monte Sant’Angelo.

Ma papa Woytyla, era, dunque, già stato a Monte Sant’Angelo? Si e, a quanto pare, non una sola volta. La prima dovrebbe essere stata da giovanissimo sacerdote: una vicenda avvolta in un’aria di mistero ormai non più dipanabile. Il giovane Karol si era recato a “conoscere” il frate Cappuccino stigmatizzato di San Giovanni Rotondo. Come accadeva alla gran parte dei pellegrini di Padre Pio, che egli stesso poi si premurava di inviare a “salutare San Michele”, probabilmente venne anche a Monte Sant’Angelo. Colpito dal fascino insolito dell’eccezionale luogo sacro, quando alla fine di ottobre del 1974,  divenuto Cardinale, tornò alla tomba di padre Pio per ringraziarlo di una particolare grazia ottenuta per sua intercessione (sono fatti ormai noti), volle ritornare anche nella Grotta degli Angeli, dove attorniato dai suoi collaboratori, presiedette una solenne liturgia alla quale pochi ebbero la ventura di partecipare: era la mattina del 2 novembre e quasi tutti si erano recati nei Cimiteri sulle tombe dei loro cari. Chi avrebbe potuto immaginare che quell’ignoto cardinale straniero di lì a poco sarebbe divenuto Papa?

Dunque ritornava per la terza volta a Monte Sant’Angelo e sin dall’inizio della salita di Carbonara, dal finestrino semiaperto dell’auto (sono ancora confidenze di mons. Vailati) lo raggiunse l’allegro scampanio delle grandi campane della torre angioina. Sollevò dal breviario il bianco capo e sorridendo mormorò contento: “Sto arrivando”. Le antiche campane salutavano il Sommo Pontefice vescovo di Roma e successore di Pietro, che dopo sette secoli tornava a prostrarsi nella Grotta dell’Arcangelo. L’ultimo era stato Gregorio X nel 1271 il quale, essendo stato eletto Papa e trovandosi in Palestina, nel corso del viaggio di ritorno verso Roma, dove avrebbe ricevuto l’ufficiale investitura, si fermò a Siponto e salì sul Gargano scortato da re Carlo d’Angiò, devotissimo di san Michele, che reggeva le briglie come paggio d’onore al cavallo bianco montando il quale il nuovo papa era arrivato.

Lì, quel 24 maggio 1987, sul palco infiorato, accolto da una marea impressionante di persone, il Papa comunicò di essere venuto a pregare San Michele nella sua casa terrena sulle orme degli antichi predecessori: “Sono venuto anch’io per godere un istante dell’atmosfera propria di questo Santuario, fatta di silenzio, di preghiera e di penitenza. Sono venuto per venerare ed invocare l’Arcangelo San Michele perché protegga la Santa Chiesa in un momento in cui è difficile rendere un’autentica testimonianza cristiana senza compromessi e senza accomodamenti”. Il Santo Padre continuò affermando che, pur nell’incrollabile fiducia verso l’eterna verità del vangelo: “Le porte degli inferi non prevarranno” (Mt 16,18), egli era venuto nel Santuario Arcangelico più noto d’Occidente per supplicare San Michele affinché non facesse mai mancare il suo aiuto ai credenti che resistono al demonio, il quale è ancora ben vivo ed operante nel  mondo. Qualche giornale laicista fece dell’ironia su questa inquietante esistenza perentoriamente confermata dal Papa. Sceso nella Grotta, il Papa recitò davanti alla statua di San Michele l’antica preghiera di papa Leone XIII che un tempo era obbligatoria dopo ogni Santa Messa: “Incatena nell’inferno Satana…”. Una supplica, un grido, una commossa invocazione. Il diavolo, come un leone ruggente, si aggira nel mondo per ghermire le anime, ma rimettendo Dio alla base delle proprie scelte di vita ed in cima ad ogni nostra aspirazione, la vittoria si di lui, con l’aiuto di San Michele, è sicura. Quis ut Deus? Che è poi lo stesso nome con il quale viene indicato nei libri sacri l’Arcangelo vincitore: Mi-ka-El. Ora il Papa accendeva la lampada di bronzo appositamente collocata per l’occasione nei pressi dell’ara arcangelica, opera dell’artista montanaro Michele Tiquino. Ripartendo, a conclusione di quella  visita, sussurrò ancora a mons. Vailati: “E’ proprio un Luogo incomparabile! Lo porterò con me come uno dei ricordi più belli di questo viaggio”.


PAPA  GIOVANNI  PAOLO  II

DISCORSO A MONTE SANT’ANGELO


Carissimi fratelli e sorelle!

Sono lieto di trovarmi in mezzo a voi all’ombra di questo Santuario di San Michele Arcangelo, che da 15 secoli è meta di pellegrinaggi e punto di riferimento per quanti cercano Dio e desiderano mettersi alla sequela di Cristo, per mezzo del quale “sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati, Potestà” (Col. 1, 16). Saluto cordialmente tutti voi, pellegrini, qui venuti dai paesi che circondano questo magnifico promontorio del Gargano, che offre allo sguardo del visitatore scorci deliziosi col suo paesaggio dolce, fiorito e con caratteristici gruppi di ulivi contorti sopra la roccia. Saluto in particolare le Autorità civili e religiose, che hanno contribuito a rendere possibile questo incontro pastorale; saluto l’Arcivescovo di Manfredonia Mons. Valentino Vailati, a cui va il mio ringraziamento per le parole con le quali ha voluto introdurre questa manifestazione di fede. Saluto anche e soprattutto i Padri Benedettini dell’Abbazia di Montevergine che hanno la cura spirituale di questo Santuario. Ad essi, ed in special modo al loro Abate, Dom Tommaso Gubitosa, esprimo la mia gratitudine per l’animazione cristiana e per il clima spirituale che assicurano a quanti vengono qui per ritemprare lo spirito alle sorgenti della fede.

A questo luogo, come già fecero in passato tanti miei Predecessori nella cattedra di Pietro, sono venuto anch’io per godere un istante dell’atmosfera propria di questo Santuario, fatta di silenzio, di preghiera e di penitenza; sono venuto per venerare ed invocare l’Arcangelo Michele perché protegga e difenda la Santa Chiesa, in un momento in cui è difficile rendere un’autentica testimonianza cristiana senza compromessi e senza accomodamenti.

Fin da quando Papa Gelasio I concesse, nel 493, il suo assenso alla dedicazione della Grotta delle Apparizioni dell’Arcangelo San Michele, una serie di Romani Pontefici si mise sulle sue orme per venerare questo luogo sacro. Tra essi si ricordano Agapito I, Leone IX, Urbano II, Innocenzo II, Celestino III, Urbano IV, Gregorio IX, San Pietro Celestino e Benedetto IX.

Anche numerosi Santi sono venuti qui per attingere forza e conforto. Ricordo San Bernardo, San Guglielmo da Vercelli, Fondatore dell’Abbazia di Montevergine, San Tommaso d’Aquino, Santa Caterina da Siena. Tra queste visite è rimasta giustamente celebre ed è tuttora viva quella compiuta da San Francesco d’Assisi, che venne qui in preparazione alla Quaresima del 1221. La tradizione dice che egli, ritenendosi indegno di entrare nella Grotta sacra, si sarebbe fermato all’ingresso, incidendo un segno di croce su una pietra.

Questa viva e mai interrotta frequentazione di pellegrini illustri ed umili che dall’alto Medioevo fino ai giorni nostri ha fatto di questo Santuario un luogo di incontro di preghiera e di riaffermazione della fede cristiana, dice quanto la figura dell’Arcangelo Michele, che è protagonista in tante pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento, sia sentita ed invocata dal popolo e quanto la Chiesa abbia bisogno della sua celeste protezione: di lui, che viene presentato nella Bibbia come il grande lottatore contro il Dragone, il capo dei Demoni.

Leggiamo nell’Apocalisse: “Allora avvenne una grande guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il Dragone. Il Dragone combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi nel cielo. Il grande Dragone, il Serpente antico, colui che chiamiamo Diavolo e Satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli” (Ap. 12, 7-9).

L’autore sacro ci presenta in questa drammatica descrizione la vicenda della caduta del primo angelo che fu sedotto dall’ambizione di diventare “come Dio”. Di qui la reazione dell’Arcangelo Michele, il cui nome ebraico “Chi come Dio?”, rivendica l’unicità di Dio e la sua inviolabilità.

Per quanto frammentarie, le notizie della Rivelazione sulla personalità ed il ruolo di San Michele sono molto eloquenti. Egli è l’Arcangelo (cfr Gd 1, 9) che rivendica i diritti inalienabili di Dio. E’ uno dei principi del Cielo (cfr Dn 12, 1), che vigila sui figli del suo popolo da cui uscirà il Salvatore. Ora il nuovo popolo di Dio è la Chiesa. Ecco la ragione per cui Essa lo considera come proprio protettore e sostenitore in tutte le sue lotte per la difesa e la diffusione del regno di Dio sulla terra. E’ vero che “le porte degli inferi non prevarranno”, secondo l’assicurazione del Signore (Mt 16, 18), ma questo non significa che siamo esenti dalle prove e dalle battaglie contro le insidie del maligno. In questa lotta, l’Arcangelo Michele è a fianco della Chiesa per difenderla contro tutte le nequizie del secolo, per aiutare i credenti a resistere al Demonio che “come leone va in giro cercando chi divorare” (1 Pt 5, 8).

Questa lotta contro il Demonio, che contraddistingue la figura dell’Arcangelo Michele, è attuale anche oggi, perché il Demonio è tuttora vivo ed operante nel mondo. Infatti il male che è in esso, il disordine che si riscontra nella società, l’incoerenza dell’uomo, la frattura interiore della quale è vittima non sono solo le conseguenze del peccato originale, ma anche l’effetto dell’azione infestatrice ed oscura di Satana, di questo insidiatore dell’equilibrio morale dell’uomo, che San Paolo non esita a chiamare “il dio di questo mondo” (2 Cor 4, 4), in quanto si manifesta come astuto incantatore, che sa insinuarsi nel gioco del nostro operare per introdurvi deviazioni tanto nocive, quanto all’apparenza conformi alle nostre istintive aspirazioni. Per questo l’Apostolo delle Genti mette i cristiani in guardia dalle insidie del demonio e dai suoi innumerevoli satelliti, quando esorta gli abitanti di Efeso a rivestirsi dell’armatura di Dio per poter affrontare le insidie del Diavolo, poiché la nostra lotta non è soltanto col sangue e con la carne, ma contro i Dominatori delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell’aria” (Ef 6, 11-12).

A questa lotta ci richiama la figura dell’Arcangelo San Michele, a cui la Chiesa, sia in Oriente che in Occidente, non ha mai cessato di tributare un culto speciale. Come è noto il primo Santuario a lui dedicato sorse a Costantinopoli per opera di Costantino: è il celebre Michaelion, a cui fecero seguito in quella nuova Capitale dell’Impero altre numerose Chiese dedicate all’Arcangelo.

In Occidente il culto di San Michele, fin dal V secolo, si era diffuso in molte città come Roma, Milano, Piacenza, Genova, Venezia; e, tra tanti luoghi di culto, certamente il più famoso è questo del monte Gargano. L’Arcangelo è rappresentato sulla porta bronzea, fusa a Costantinopoli nel 1076, nell’atto di abbattere l’infernale Dragone. E’ questo il simbolo col quale l’arte ce lo rappresenta e la liturgia ce lo fa invocare. Tutti ricordano la preghiera che anni fa si recitava al termine della Santa Messa: “Sancte Michael Archangele, defende nos in proelio”. Tra poco la ripeterò a nome di tutta la Chiesa.

E, prima di elevare tale preghiera, imparto a tutti voi qui presenti, ai vostri familiari ed a tutte le persone care la mia Benedizione, che estendo anche a quanti soffrono nel corpo e nello spirito.

(Discorso di Giovanni Paolo II nella sua visita al Gargano, 24 maggio 1987)

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