“365 GIORNI CON GIOVANNI XXIII”, DI DON MARCELLO STANZIONE – recensione di Alfonso Maraffa

recensione di Alfonso Maraffa

 

 

 

lsgIl 3 giugno del 1963 moriva il papa Giovanni XXIII e don Marcello Stanzione per ricordare questo anniversario ha fatto molto bene a raccogliere in un agile volumetto edito dalla Segno di Udine ed intitolato “365 giorni con Giovanni XXIII”, i pensieri e  gli esempi di vita del beato Giovanni XXIII. Queste citazioni e questi episodi di vita del beato riportati da don Stanzione non riguardano però unicamente solo il periodo in cui Angelo Roncalli arrivò al sommo pontificato, ma abbracciano tutta la sua vita di seminarista, giovane sacerdote, nunzio in Bulgaria e poi in Turchia, cardinale di Venezia ed infine sommo pontefice della Chiesa Cattolica.

Di origine contadina, umile, con un’aria fin troppo dimessa che ispirava subito simpatia (lo trovarono fin dall’inizio soprattutto ”un buon parroco”), Angelo Giuseppe Roncalli, che divenne papa col nome di Giovanni XXIII, aveva grandi orecchie e un naso robusto. Piuttosto pingue, impartì la sua prima benedizione a una folla che applaudiva contenta ma incuriosita: nessuno capiva perché mai avesse preso il nome di Giovanni, visto che  di Giovanni XXIII ve n’era già stato uno, solo che era un antipapa. Poi, sin dai primi giorni, il nuovo eletto diede dapprima segni di insofferenza, come soffrisse di claustrofobia, poi mise in allarme i servizi vaticani uscendo dai suoi appartamenti per visitare un istituto, una chiesa, un collegio. Alla fine, tutti si abituarono a queste “passeggiate” che Papa Giovanni compiva adottando un sistema del tutto nuovo.

Apportò non poche modifiche nella vita interna del Vaticano, parlava con tutti, sorrideva a tutti, in specie ai bambini, e questo affabile modo di fare fu subito in stridente contrasto con  l’immagine, serafica sì ma spesso austera, di Pio XII, detto pure “ Pastor Angelicus”.  Sembrava che Giovanni XXIII non solo non ne volesse sapere affatto di fare il “papa provvisorio”, ma accentuasse ogni possibile differenza fra sé e il suo predecessore, tentando, furono non pochi a sospettarlo, di imitare piuttosto i gesti e gli atteggiamenti dell’altro Patriarca di Venezia poi diventato Papa, San Pio X. Bisognava , spiegava, “colpire l’errore ma non l’errante” e con questi principi riceveva tutti, compreso il genero di Kruscev, strizzava l’occhio ai socialisti, non s’accaniva eccessivamente contro i comunisti, non pareva troppo disposto a lasciare spazio in Vaticano alla vecchia aristocrazia pontifica; cominciò col dire che “amava tutti e serviva tutti”. Cominciò così la leggenda del “Papa buono”, gonfiata e sfruttata da chi aveva tutto l’interesse ad usare una immagine così serena e bonaria per scalare il monumento del predecessore Pio XII, per minarlo alla base, accusandolo di non aver difeso gli ebrei, di aver taciuto, di essere stato un autocrate, un Papa chiuso nel più vieto conservatorismo.

Di tutto ciò Giovanni XXIII non aveva colpa. Erano gli altri, intorno a lui, che soffiavano sul fuoco, lui sorrideva e benediceva e mandava dalla finestra tanti saluti a tutti i bambini , con una carezza speciale. Poi, un bel giorno, se ne venne fuori con l’idea del Concilio. Era tanto tempo, dal Concilio Vaticano I, interrotto a causa dell’unità d’Italia, che la Chiesa non teneva una grande assise ecumenica. Perché non farne una ed esaminare tutte le questioni che potevano dividere i cattolici e i fratelli delle altre confessioni? Perché non rivolgersi a tutti, credenti e non credenti? Di per sé l’idea non sembrò eccessivamente rivoluzionaria. Poi si scoprì che il Papa aveva dato fuoco alle polveri e si comprese perfettamente che Giovanni XXIII non solo non sarebbe mai stato “di transizione” ma che, con un piccolo, delicato colpo di pantofola, si preparava, sorridendo, a buttare per aria secoli di storia e di tradizioni. Tutto sarebbe stato posto in discussione, riformato, criticato. Il Concilio, voluto da Giovanni, sarebbe stato salutato dai progressisti come “una autentica primavera della Chiesa dopo un lungo inverno”. Sembrava che, prima di Giovanni, la Chiesa non solo non avesse mai fatto nulla ma avesse assunto la funzione di un museo, e le critiche a Pio XII si intensificarono: era il bersaglio degli anti – tradizionalisti, che trovavano in Giovanni l’espressione bonaria delle loro mire.  Ma vediamo le novità che abbiamo riscontrato nel pontificato pur breve di colui che fu definito il “Papa buono” e contrapposto, quasi con stridente opposizione, ai suoi pur santi e grandi predecessori.

Ruppe la tradizione dei nomi troppo grandi assunti dai Pontefici dei secoli scorsi prendendo quello di Giovanni.

Derogò dalle norme di Sisto V che poneva un limite al numero dei Cardinali, portandone il numero da 70 a 75, e più tardi si arrivò a 90.

Indisse il primo Sinodo Romano, il Concilio Ecumenico annunciando la riforma del Diritto Canonico.

Aumentò – e ciò contribuì ad accrescere non poco la sua popolarità – lo stipendio ai dipendenti laici della Città del Vaticano; gettò acqua sul fuoco della questione dei preti operai e concesse una indulgenza specialissima ai lavoratori, quasi per accattivarsi, in un regime ormai palesemente populistico, le simpatie di alcuni strati sociali, nel momento stesso in cui snobbava l’aristocrazia e il patriziato romano. Nessuno doveva stupirsi se il Papa, di origini contadine, andava verso il popolo.

Elevò agli onori degli altari il primo santo di colore, San Martino de’ Porres, mulatto dell’America del Sud, suscitando non poco imbarazzo in quei paesi ove era ancora in atto la segregazione razziale.

La sua fu, secondo alcuni, una politica di “santa provocazione”: nominò il primo Cardinale negro, il primo Cardinale giapponese e il primo Cardinale delle Filippine. Quasi preoccupato di essersi spinto troppo verso il “mondo nuovo”, trascurando in pieno l’Europa e i suoi delicati problemi, quell’Europa in cui era nato e fiorito il protestantesimo proprio per l’intransigenza della Chiesa di Roma, ricevette in Vaticano, con l’effusione che gli era abituale, l’Arcivescovo anglicano Primate di Canterbury, Vescovi ortodossi e pastori protestanti.

Per la prima volta nella storia inviò un telegramma ai dirigenti comunisti del Cremlino, mettendo in imbarazzo quei Cardinali, come Mindszenty, che languivano nelle carceri comuniste e tutti quei cattolici che soffrivano nella cosiddetta “Chiesa del silenzio”. Ma in tal modo, strizzando l’occhio a sinistra il “Papa buono” vedeva crescere i consensi intorno a sé, adoperandosi in discorsi, viaggi, apparizioni, sempre accompagnato dal segretario , quel mons. Loris Capovilla, che oggi ha ben 97 anni e che, alla morte del Papa, doveva diventarne il più convinto propagandista per affrettarne il processo di canonizzazione. Già erano molti infatti, soprattutto a sinistra, coloro che andavano dicendo che davvero la Chiesa aveva un “Pastore santo”. Tutti gli altri Pontefici precedenti erano posti in ombra e una massiccia opera venne messa in atto; bisognava che il Papa fosse il Papa di tutti, che superasse ogni divisione, che avvicinasse il popolo, i malati, i vecchi, gli infermi, occorreva che la gente sentisse che Lui era uno di loro. Tanto Pio XII era stato a volte inaccessibile, tanto Giovanni doveva divenire Capo supremo delle relazioni pubbliche  della Chiesa.

Istituì in Vaticano la cineteca per la raccolta e rassegna di film di tutto il mondo.

Per la prima volta nella storia tenne in San Pietro un pontificale in rito bizantino

Istituì il Segretario per i “Fratelli separati”, che doveva occuparsi dei contatti con il mondo protestante e anche con gli islamici.

Cominciò a visitare le parrocchie di Roma, con quella irrequietezza che ormai lo dominava e che gli rendeva impossibile starsene quieto in Vaticano, nel suo ufficio.

Riformò le rubriche del Messale e del breviario concedendo inoltre la possibilità di ricevere la comunione al pomeriggio, anche extra – Missam, ossia al di fuori del rito della messa.

Consacrò personalmente molti Vescovi fra cui un prete orientale e sacerdoti indigeni di Asia e Africa, per meglio sviluppare il programma che venne quasi subito definito “ecumenico” per una Chiesa aperta a tutti, senza confini.

Stabilì che tutti i Cardinali dovessero essere Vescovi e decise di nominare egli stesso i Vescovi suburbicari di Roma, con un gesto autoritario che passò però sotto silenzio nel clima di generale esaltazione del “Papa buono”, che aveva assunto accenti di un preoccupante trionfalismo. Invano la Curia romana cercava di intervenire, di porre un freno a innovazioni che servivano solo a sviluppare sempre di più il culto della personalità intorno a quel simpatico vegliardo che era stato eletto perché fosse “di transizione!”.

Autorizzò l’uso della lingua nazionale in varie parti dei riti sacramentali. In Polonia i fedeli potevano cantare il Kyrie, il Gloria, il Credo, il Sanctus e l’Agnus Dei in polacco. Era l’inizio del tramonto dei riti in latino, la fine, anzi, del latino, considerato poco comprensibile o non comprensibile affatto per il popolo; dunque, abolire il latino. E in Curia si guardarono sbigottiti.

Visitò le carceri, soffermandosi fra i detenuti; gli ospedali, alcuni singoli malati, il Cimitero, poi si recò a Subiaco e a Grottaferrata e andandosene fuori dal Vaticano portava spesso il “camauro”, quel cappuccio orlato di pelliccia che da decine e decine di anni i Papi avevano dimenticato nel guardaroba. Il camauro, in genere, veniva messo ai Papi solo sul letto di morte.

Non diede alcun titolo nobiliare ai fratelli e ai parenti, brava gente contadina che, del resto, se si fosse trovata dal mattino alla sera con il titolo di barone o di marchese ne sarebbe rimasta quanto mai imbarazzata. I fratelli erano ottimi agricoltori, simpatici, che restarono nell’ombra più che poterono fino al giorno in cui, morto il Papa, il suo paese natale – Sotto il Monte, in provincia di Bergamo – diventò quasi un centro turistico-religioso e i fratelli si videro trasformati in un altro motivo di interesse e di attrazione.

Introdusse la menzione di San Giuseppe nel Canone della messa, come se avesse meditato che questo Santo benemerito era stato un po’ troppo trascurato fino ad allora.

Si recò in treno a Loreto e ad Assisi.

Benedisse  per primo l’esplorazione dello spazio e i cosmonauti.

Visto come erano andate le cose per Pio XII, vietò tassativamente che si prendessero fotografie dei Papi morenti o che se ne registrasse la voce con le ultime parole.

Prese l’abitudine di recitare l’Angelus a mezzogiorno dalla finestra di piazza San Pietro, la stessa da cui i Papi si affacciano da sempre per benedire il popolo.

Fu il primo Papa a ricevere il direttore del quotidiano ufficiale sovietico “L’Izvestia”.

Si scelse un precettore inglese (mons. Thomas Ryan) perché gli insegnasse questa lingua.

Fu il primo Papa a visitare al Quirinale un presidente della Repubblica Italiana.

Il Cardinale Paul Emile Leger, Arcivescovo di Montreal, ad un tratto fece la sua tremenda rivelazione: “Il Papa soffre di un male che lo accompagnerà sino al termine della sua vita terrena. Non sono un medico e non posso dire di che si tratta. E’ difficile a dire. Sembra che anche i medici di Giovanni XXIII, indubbiamente a richiesta del Pontefice ,abbiano accettato di dichiarare di non essere in grado di specificare il nome della malattia. Preghiamo affinché il Papa possa vivere fino a vedere la fine del Concilio da lui ispirato. Preghiamo affinché egli possa resistere almeno fino alla fine del 1963”. Queste dichiarazioni furono fatte nel dicembre del 1962 e possiamo constatare che il Cardinale Leger era stato ottimista. Il male si accentuò, anche se Papa Giovanni, dolcemente , cercò sempre di nasconderlo,  e il Papa Buono se ne andò da questo mondo il 3 giugno 1963.

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