40 ANNI FA MORIVA LUIGI CALABRESI: IL CALVARIO DI UN COMMISSARIO – di Luciano Garibaldi

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di Luciano Garibaldi

su Il Secolo d’Italia e Riscossa Cristiana

 

calabresi

Luigi Calabresi, commissario-capo di Pubblica Sicurezza, assassinato il 17 maggio 1972 da Ovidio Bompressi, con la complicità di Leonardo Marino, su mandato di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Tutti e quattro membri di un gruppo comunista denominato Lotta Continua.

 

Oggi, giovedì 17 maggio 2012, ricorre il quarantesimo anniversario dell’assassinio di Luigi Calabresi, il commissario di polizia protovittima degli «anni di piombo». Non sappiamo quali manifestazioni abbiano programmato le autorità statali, in primis il ministero dell’Interno, per commemorare la figura di uno dei più luminosi simboli della legalità e dell’ordine sacrificati alla follia estremista che periodicamente emerge dagli abissi della coscienza collettiva. Forse qualche piccola corona d’alloro deposta in qualche cortile di questura. A quanto ci risulta, soltanto Don Ennio Innocenti, che fu il suo padre spirituale, ha pensato in grande, organizzando, per la sera di sabato 19 maggio, alle ore 21, un concerto presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli, a Roma, «per onorare la memoria» – così recita l’invito – «del commissario romano Luigi Calabresi». L’ingresso è libero e le musiche, suonate e recitate dal coro polifonico «Per aspera ad astra», di Milano-Bresso, sono avvincenti: dai più celebri brani della fede, alle immortali sinfonie di Vivaldi, Bach e Mozart.

Per quanto io sappia, nel ricordo di Luigi Calabresi lo Stato latita, se si esclude quel maggio 2004 quando il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferì alla memoria del commissario la Medaglia d’Oro al Merito Civile. Quello Stato – ricordiamolo sempre – che lo abbandonò al linciaggio senza precedenti cui venne sottoposto per due anni non solo dagli ultrasinistri, ma da tutta la stampa radical-chic e dal fior fiore degli intellettuali. Costringendolo a querelarsi a titolo personale senza assegnargli neppure una scorta.

Cinque anni fa, in occasione del 35° anniversario del suo assassinio, l’establishment ritenne di mettersi la coscienza a posto dedicando al suo nome un vialetto all’interno di un parco pubblico di Roma e scoprendo due lapidi a Milano: una in via Cherubini, sul luogo dove fu assassinato, l’altra nell’atrio dell’auditorium della Provincia, sempre di Milano, in via Corridoni. Sulla prima si legge che il commissario di polizia «cadde vittima del terrorismo». Dizione che fa il paio con la lapide posta all’ingresso della caserma di polizia di piazza Sant’Ambrogio, situata a pochi passi dall’Università Cattolica di Milano e sulla quale si legge che il commissario fu «assassinato da mani eversive». Dizioni entrambe generiche e vaghe, perché di terroristi ed eversori ve ne sono di infinite specie (estremisti di sinistra, estremisti di destra, estremisti musulmani). Mentre Luigi Calabresi fu ucciso da Ovidio Bompressi, portato sul posto da un’auto rubata e guidata da Leonardo Marino, su mandato di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Tutti e quattro membri di un gruppo comunista denominato Lotta Continua.

La lapide di via Corridoni, se possibile, è ancora più generica. Calabresi viene definito «vittima della spirale di violenza politica che bagnò di sangue innocente le strade di Milano». L’eco mediatica che, soprattutto sui giornali controllati dai fautori della violenza di sinistra di quarant’anni or sono e dai loro eredi, ha accompagnato le esternazioni dell’ufficialità, avrebbe potuto essere l’occasione per un cambio di rotta nella considerazione in cui le forze dell’ordine vengono tenute dal potere politico. Non è stato così. Mentre, sia pure con un ritardo di 32 anni, si riconoscevano, con l’assegnazione della medaglia d’oro, l’onestà, la lealtà e il coraggio di un commissario di polizia, in un’aula del palazzo di Giustizia di Genova restava «dodici ore sotto il torchio» (per usare il titolo del principale quotidiano del capoluogo ligure) il questore Vincenzo Canterini, «uno degli imputati più importanti», sempre ricopiando il linguaggio del cronista locale, «nel processo sulla violenta irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 genovese di sei anni fa per cui sono alla sbarra 29 poliziotti».

Quanti sono, in Italia, i poliziotti, i carabinieri, le guardie carcerarie alla sbarra per aver difeso la legge e l’ordine? E quanti sono i caduti sotto i colpi della violenza politica negli anni di piombo? Hanno ottenuto tutti giustizia? Sono ricordati con memore gratitudine da tutto il popolo italiano? Le loro famiglie hanno ricevuto il sostegno che spettava loro? E lo stesso Luigi Calabresi, nonostante la generosità del figlio Mario che, con voce coraggiosa, scrivendo il libro «Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo», edito da Mondadori nel 2007, ha rivisitato in maniera umanissima e commovente la propria vita, ha davvero ottenuto giustizia? Difficile affermarlo se si pensa alle scritte «Calabresi assassino» comparse sui muri di Torino dopo la nomina di Mario Calabresi a direttore de «La Stampa». Al quale, Mario, va dato atto di un alto senso dell’etica, evidente nei suoi due saggi di grande successo «La fortuna non esiste. Storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi», e «Cosa tiene accese le stelle», pubblicati il primo nel 2010, il secondo nel 2011. Un invito – il suo – alla comprensione, alla moderazione, alla civiltà. Si capisce da chi ha preso. Dal padre.

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