7 SETTEMBRE: LA FIORITURA DEGLI OLIVI DELLA MADONNA DI ROVERANO – di Marco Bongi

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di Marco Bongi


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il Santuario della Madonna di Roverano

 

In Italia possiamo annoverare, ma sono sempre gradite eventuali ulteriori segnalazioni,  tre “fioriture miracolose” che si rinnovano ogni anno da secoli. Curiosamente si riferiscono tutte ad eventi straordinari iniziati nel XIV secolo. Sembra quasi, che, con questi fenomeni, il Cielo ci voglia ammonire a non liquidare troppo facilmente, come fanno purtroppo anche molti studiosi sedicenti “cattolici”, gli episodi e i racconti relativi a fatti remoti. Quante volte del resto ci siamo imbattuti in libri o pubblicazioni che classificano senza esitazione come “leggende” gli avvenimenti trasmessici esclusivamente per via orale?

Certo lo storico ha il dovere di indagare con rigore ed onestà intellettuale. Ciò non lo autorizza tuttavia a scartare aprioristicamente ogni fenomeno di tipo soprannaturale solo perchè mancano magari relazioni scritte od atti notarili.

La Chiesa, sul punto, si è sempre espressa con prudenza e circospezione. In molti casi però ha avallato, a volte esplicitamente, altre volte “de facto”, molti miracoli antichi e tali pronunciamenti rappresentano, in fin dei conti, la guida e la garanzia più sicura per il fedele.

Tornando dunque alle “fioriture miracolose” possiamo ricordare quella di Bra, di cui ci siamo già occupati in un altro articolo, e quella di Gualdo Tadino, in Umbria, legata alla straordinaria figura del Beato Angelo da Casale. Il 15 gennaio di ogni anno, dal 1324, tutti i cespugli di biancospino posti lungo il percorso compiuto dal corteo funebre che accompagnava alla sepoltura quell’uomo di Dio, continuano inspiegabilmente a fiorire abbondantemente mentre transita la processione con la statua del beato.

Oggi tratteremo però di un santuario mariano ligure meno noto, quello della Madonna di Roverano. Quì a fiorire misteriosamente, ogni 7 settembre alla sera, sono alcuni ulivi che si trovano esattamente di fronte all’ingresso dell’edificio sacro. Al termine della S. Messa votiva, quando la statua della Vergine esce in processione, molti di questi ulivi si coprono inspiegabilmente di fiori. Ricordiamo che tale pianta perviene normalmente alla fioritura, a seconda dei luoghi e delle altitudini, tra i mesi di maggio e giugno.

Il fenomeno si verifica dalla metà del ‘300 e testimonia l’autenticità di un’apparizione avvenuta in quel luogo.


LA STORIA

Il colle di Roverano si trova in provincia di La Spezia, vicino al confine fra i comuni di Borghetto Vara e Carrodano. L’ambiente è tutt’ora, e ovviamente ancor di più nel Medio Evo, verde, relativamente lontano dai centri abitati, votato prevalentemente alla coltura degli ulivi e alla pastorizia. Per raggiungere il Santuario si deve percorrere una breve strada in salita, contrassegnata da una piccola cappella,  che si diparte dalla via Aurelia in località detta Termine.

I fatti che hanno dato origine alla devozione popolare risalgono, come detto,  al XIV secolo. La tradizione locale narra di una apparizione di Maria a due pastorelle, di cui una sordomuta, della guarigione miracolosa di costei e del ritrovamento di un quadretto votivo, raffigurante la Madonna, su un ramo d’ulivo.

La giovane, su invito della bella Signora, si reca subito ad avvisare il parroco del vicino paese di L’Ago e il buon prete, convinto dall’evidente guarigione,  raduna tosto un gruppo di fedeli e giunge rapidamente sul colle in processione. Provvede quindi a condurre l’icona in chiesa.

Il dipinto però si volatilizza nottetempo dalla parrocchia per comparire, la mattina seguente,  appeso al medesimo ramo d’ulivo. La Sacra Effige, di stile bizantineggiante, raffigura, su una tavola di cm. 70 x 80 circa, la Madre di Dio che tiene in braccio il Bambino benedicente.  Erano i giorni 7 ed otto settembre, vigilia e festa della Natività di Maria, di un anno imprecisato che comunque le fonti più accreditate collocano fra il 1350 e il 1352.

“Trattasi di racconti che seguono un clichè consolidato e diffuso” – commentano compassati i soliti dotti che la sanno lunga – “Ci troviamo evidentemente di fronte alla ‘cristianizzazione’ di credenze ancestrali, di origine pagana: l’uso di decorare gli alberi…, di identificarli come manifestazioni della divinità…, il mese di settembre rappresenta un periodo di riti propiziatori per la fine dei raccolti…”, e via di questo passo.

Rispondiamo: E’ vero che lo schema narrativo del ritrovamento di immagini, e della loro traslazione miracolosa, è presente in numerose vicende legate alla nascita di santuari mariani, specialmente nel Medio Evo. Solo per rimanere nella zona pensiamo alla Madonna dell’Orto di Chiavari, a quella di Montallegro presso Rapallo, a Nostra Signora dell’Agostina a Riccò del Golfo, alla Madonna del Soccorso a Vezzano Ligure.

Detto ciò però, cosa autorizza a classificare sbrigativamente questi episodi come miti, leggende o favole? Esistono forse documenti storici che accreditano tali posizioni? No.

Esistono tradizioni orali che contraddicono la versione tramandataci? Tanto meno.

Esistono altre fonti autorevoli di segno opposto? Assolutamente no.

Ed allora? Di fatto esiste solo il pregiudizio anticristiano e materialista della cosiddetta cultura contemporanea. E dunque mi chiedo: questa è scienza od oscurantismo? Qualcuno forse vorrebbe insegnare a Dio il modo in cui dovrebbe manifestare la Sua potenza?

Venendo invece a considerazioni più serie, ci permettiamo di notare come questi episodi miracolosi di traslazione si siano verificati, in maggioranza, fra il basso Medio Evo e l’età rinascimentale. Siamo dunque nel periodo di maggiore espansione della potenza turca che certo distrusse moltissime chiese ed almeno altrettante ne trasformò in moschee.

I mussulmani inoltre hanno sempre fortemente combattuto le immagini sacre, tant’è che i loro edifici di culto ne risultano assolutamente privi. Ecco allora che, laddove non riuscirono gli uomini a salvare statue e dipinti, non di rado la Divina Provvidenza venne in soccorso dei cristiani spostando in Occidente taluni di questi oggetti. L’esempio più eclatante resta certamente quello della S. Casa di Loreto.


IL SANTUARIO

Anche le vicende relative all’edificazione del tempio sono assai simili a molti altri luoghi beneficati da una speciale presenza di Maria. Dapprima sorge una piccola cappella costruita, per moto spontaneo, dai fedeli borghigiani. Col passare del tempo però la devozione, invece di svanire, si amplia sempre più.

Ecco allora che si rendono necessari ampliamenti e la costruzione di un ricovero per i pellegrini. L’edificio attuale venne infine consacrato nel 1875 e la facciata completamente rinnovata negli anni ’30 del XX secolo. Il giorno 8 settembre 1901 si procedette, fra il giubilo di tutti gli abitanti della zona, alla solenne incoronazione del simulacro col titolo di “Regina di Roverano”.

La Madre di Dio comunque, a conferma della predilezione per questo luogo, non mancò, oltre che attraverso la fioritura costante degli ulivi, di manifestarsi con la concessione di grazie straordinarie.

Si racconta, ad esempio, che nell’inverno del 1748 il vicerè del Messico si trovasse a passare nelle vicinanze. Lui e la sua scorta vennero improvvisamente aggrediti da una banda di malfattori. Il nobile si rivolse dunque alla Vergine di Roverano che, secondo il suo racconto, lo trasportò immediatamente, assieme ai suoi accompagnatori, in un luogo sicuro piuttosto lontano.

Non vorremmo inoltre dimenticare il fatto attestato, nel 1780, dal maggiordomo dell’allora Arcivescovo di Genova mons. Giovanni Lercari. Egli ricevette, dal parroco di L’Ago, un ramoscello fiorito proveniente da Roverano. L’alto prelato aveva infatti espresso il desiderio di poterne avere uno nella sua residenza. L’arcivescovo si trovava però, in quei giorni lontano dalla città e, quando fece ritorno, il maggiordomo si dimenticò di consegnargli la scatola.

La medesima venne ritrovata, quasi per caso, soltanto dopo parecchi mesi e, una volta apertala, il servitore si rese conto, con stupore, che i fiori erano ancora aperti e freschi come se fossero stati appena colti.

Un ulteriore episodio è attestato in data 30 agosto 1823. Un gruppo di umili operai lavorava, sotto il sole cocente, alla costruzione della strada carrozzabile che conduce dall’Aurelia al Santuario. Al momento della pausa per il pranzo si accorsero che il vino era terminato. Ma, come nell’episodio evangelico delle Nozze di Cana, la loro Mamma Celeste si impietosì ed i cronisti ci raccontano che le pinte si riempirono repentinamente di ottimo vino. Gli operai poterono così ristorarsi e ringraziare la Beata Vergine per la grazia concessa.


RICONOSCIMENTI ECCLESIASTICI

Molte furono, come riferiscono i cronisti, anche le guarigioni ottenute per intercessione della Beata Vergine di Roverano. Alcune di esse, rimaste a lungo ignote per l’umiltà e la modestia dei beneficiati, sono raccontate nell’interessante  volumetto, dedicato al Santuario,  scritto da Gian Emanuele Cavallo nel 1990. L’autore, tra l’altro, ricorda anche due significativi episodi della Seconda Guerra Mondiale nei quali, secondo il popolo fedele, la celeste protezione di Maria avrebbe preservato i paesi di L’Ago e Carrodano da possibili feroci rappresaglie progettate dai tedeschi in ritirata.

Ciò che vorremmo comunque sottolineare, al termine di questo breve articolo, è la lunga serie di riconoscimenti e benefici concessi dalla Chiesa nel corso dei secoli. Sono, in fin dei conti, queste le garanzie più importanti che i cattolici debbono ricercare, non certo le “benedizioni” degli storici laicisti o degli studiosi agnostici.

Già Pio VI infatti, il 27 agosto 1781, concedeva 200 giorni di indulgenza a chi avesse devotamente recitato in questo luogo le Litanie della Beata Vergine. Papa Gregorio XVI, nel 1845, aggiunse altre indulgenze e il suo successore, Pio IX, nel maggio 1847, dichiarò privilegiato l’altare maggiore del tempio per quei sacerdoti che vi avessero celebrato la S.Messa e per i secolari che avessero assistito devotamente ad essa. Si giunse quindi, come già ricordato, alla solenne incoronazione del 1901.

Ma in questa lunga serie di riconoscimenti ufficiali uno mi sembra quanto mai adatto ai cristiani tiepidi e “conciliari” dei nostri giorni.

Pio VII, il  7 luglio 1815,  accordò infatti il Giubileo Perpetuo, cioè l’indulgenza plenaria a chi si fosse confessato e comunicato una volta nei giorni 7, 8 e 9 settembre e avesse pregato “per la concordia sempre più salda dei Principi Cristiani, per la soppressione e distruzione completa delle eresie, e per lo sviluppo maggiormente trionfante della S. Romana Chiesa”.

Mi chiedo: in epoca di ecumenismo, libertà religiosa e “dialogo” con il mondo…, questa indulgenza può essere ancora lucrata? La mia risposta è ovviamente positiva ma…, allora…, per citare Mons. Brunero Gherardini, forse c’è davvero un “discorso da fare”.

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