Memorie di un’epoca – Che cosa dobbiamo a Cavour – di Luciano Garibaldi

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Memorie di un’epoca – rubrica mensile a cura di Luciano Garibaldi

biografie, eventi, grandi fatti, di quel periodo in cui storia e cronaca si toccano

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18 – martedì 1° settembre 2015

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CHE COSA DOBBIAMO A CAVOUR

Fu lui a volere l’unificazione della penisola sotto il regno dei Savoia, allineando così l’Italia agli altri Stati europei, e vanificando i sogni rivoluzionari e repubblicani dei “quarantottini”. Anche se, sullo sfondo, agirono gli interessi concorrenziali di Francia e Gran Bretagna

di Luciano Garibaldi

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zzzzcvrChe  cosa deve, l’Italia, al conte Camillo Benso di Cavour ? Gli deve tutto. Fu infatti lui a concepire per primo il progetto di unificare il Paese sotto l’insegna dei Savoia: una soluzione che avrebbe salvato la penisola dal rischio di una rivoluzione della quale il «Quarantotto» era stato un eloquente preannuncio. Non dimentichiamo che, fino al 1910, tutti gli Stati europei, fatta eccezione per la Svizzera, furono retti da monarchie. Solo in quell’anno, in Portogallo, si verificò il primo caso di passaggio alla forma repubblicana. Tutti i nuovi Stati d’Europa sorti dopo la Restaurazione post-napoleonica del 1814 avevano infatti adottato l’istituto monarchico. Poi, nel ’48, il primo scossone, con la nascita delle cosiddette «repubbliche democratiche»: caso classico, la «Seconda repubblica» francese, che, però, durò poco, poiché, anche a Parigi, si tornò presto alla forma monarchica, anzi imperiale.

Cavour, primo ministro del Regno di Sardegna, ebbe dunque buon gioco nel convincere le potenze europee che era meglio, per l’Italia ma anche per l’intera Europa, una soluzione «moderata» (appunto, i Savoia), piuttosto che una rivoluzionaria come quella sognata e guidata da Giuseppe Mazzini: che, qualora avesse conquistato il potere, avrebbe potuto diventare una sorta di transizione tra i giacobini di Robespierre e i sovietici di Lenin.

Da quel momento, grazie alla creazione, nel 1957, della «Società Nazionale Italiana», ebbe inizio, per volontà di Cavour, la «cattura» dei repubblicani più famosi e più popolari, a cominciare da Giuseppe Garibaldi, subito allettato con la nomina a vicepresidente della Società.

La Gran Bretagna, che da sempre mirava al controllo di tutta l’Europa, diede asilo a Mazzini, ma riconobbe il nuovo Regno d’Italia formatosi dopo i plebisciti del 1860, ben lieta di sminuire l’influenza della concorrente Francia che, essendosi schierata dalla parte del Papa Pio IX, era vista con simpatia da un gran numero di italiani, da sempre fedeli alla religione cattolica e pronti a battersi per essa fin dai tempi delle Crociate.

Anche in quella circostanza, il fiuto e l’abilità di Cavour riuscirono a frenare i risentimenti di Napoleone III, grazie soprattutto al ricorso a sistemi magari estranei alle scuole di alta diplomazia, ma che, nella storia, avevano sempre funzionato. Il primo ministro piemontese convinse infatti re Vittorio Emanuele II a concedere in sposa la giovanissima figlia Maria Clotilde al cugino preferito dell’imperatore dei francesi, Giuseppe Bonaparte, libertino e massone, e inviò «in missione» a Parigi l’affascinante contessa di Castiglione. Ricordo questo per tacitare coloro che tendono ad escludere il sesso dalla grande politica.

Cavour resta un’icona unica nella nostra storia. Il 17 marzo 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, portò a compimento il grande sogno della sua vita. Meno di tre mesi dopo, il 6 giugno, all’età di 51 anni, moriva stroncato da un’improvvisa malattia. Aveva iniziato la sua carriera politica nel 1850, come ministro dell’Agricoltura e dell’Economia nel governo D’Azeglio. Nominato presidente del Consiglio il 4 novembre 1852, appena quarantaduenne, lo rimarrà per i successivi nove anni, mostrando fin dal primo momento la sua intenzione di portare il Regno di Sardegna (e domani l’Italia) al livello delle grandi potenze europee. E lo fece partecipando alla guerra di Crimea del 1852 con ben 15 mila soldati piemontesi, ponendo così le basi dell’alleanza con Napoleone III, che gli permetteranno di vincere la seconda Guerra d’Indipendenza nel 1859 e di annettersi la Lombardia.

Dopo la conquista del Regno delle Due Sicilie, il 27 gennaio 1861 si ha la prima chiamata alle urne del «popolo» (in realtà, votò soltanto una minima rappresentanza dei cittadini, visto che nullatenenti, analfabeti e donne non avevano diritto al voto). Molti gli astenuti: votò infatti soltanto il 57% degli aventi diritto. Cavour riuscì comunque ad assicurarsi la maggioranza in Parlamento: 300 seggi sul totale di 450. Chi non andò a votare? Soprattutto i cattolici, o comunque gli italiani influenzati dalle pressioni di mamme e spose.

Morto Cavour, nessuno dei suoi successori si mostrerà altrettanto abile. Esempio classico, Mario Minghetti, che cederà alla pretesa di Napoleone III di togliere a Torino il ruolo di capitale del nuovo Stato per trasferirlo a Firenze (con la conseguenza del bagno di sangue che si verificherà nelle piazze di Torino il 21 e il 22 settembre del ’64).

A Minghetti seguì poi Alfonso Lamarmora, che, per lo meno, ottenne il Veneto, al termine della terza Guerra d’Indipendenza: una «finta guerra», quella del ’66, vinta soprattutto grazie all’inattesa alleanza italo-prussiana che convinse Francesco Giuseppe a cedere alle pretese italiane per non rischiare uno scontro tra tedeschi. All’Austria restarono il Trentino e la Venezia Giulia, che sarebbero poi diventate l’obiettivo della Grande Guerra. Ma siamo già nel Novecento, e questa è un’altra storia.

7 commenti su “Memorie di un’epoca – Che cosa dobbiamo a Cavour – di Luciano Garibaldi”

  1. Grazie sig. conte, l’Italia di oggi le deve tutto…bhè, con tutti i debiti che abbiamo si metta in fila! 🙂
    Scherzi a parte non mi aspettavo di leggere qui su Riscossa Cristiana un articolo così elogiativo nei confronti di Cavour.
    Sarà certamente stato un grande politico e un abile stratega ma (forse, col senno di poi…) avrei preferito un’Italia cattolica sotto il potere del Papa…(uhm… sì magari non con quello attuale…) :-/

  2. Accidenti !!
    Chi ha letto qualcuno dei miei interventi sull’argomento, e sulle conseguenze di quanto avvenuto allora nel XX secolo e oggi, sa cosa intendo dire con questa esclamazione

  3. Cesaremaria Glori

    Caro Garibaldi, come hai lasciato ben intendere la regia dell’operazione Italia fu del governo di Henry John Temple, lord Palmerston e del suo ministro Gladstone. Cavour si adoperò per secondare gli intenti del governo di Londra comprendendo che era a suo esclusivo beneficio- Egli si barcamenò fra Parigi e Londrae non e non ebbe alcun riguardo per l’alleato francese. Con molta probabilità fu Napoleone III a causare la repentina morte dello statista. A Londra poco o nulla poteva interessare se Napoleone si fosse vendicato del furbo italiano. Lo scopo era stato raggiunto. Un’eventuale vendetta era tollerabile nell’ambito massonico che era la casa comune di tutti i protagonisti del caso Italia. Del popolo italiano e dei suoi reali bisogni poteva interessare al Papa Pio IX e a pochi altri, non certo a quella élite liberale ( di destra e di sinistra) che voleva la scomparsa dello Stato pontifcio e del suo maggior difensore, Ferdinando II. La sorte degli altri Stati italiani era stata già segnata nel…

    1. Molto interessante e calzante l’espressione “casa comune” usata per indicare la Massoneria, caro signor Glori.
      Ricordiamo che essa era usata continuamente da Gorbaciov versione “A che servono i Muri?” (cioè “No Limits”)… quando fu “beatificato” e gli fu data la Cattedra de “La Stampa”, gazzetta della Massoneria torinese

  4. luciano pranzetti

    Un solo commento: inopportuno l’articolo perché stridente con l’idealità cattolica che anima Riscossa Cristiana. Non si possono beatificare personaggi che furono, in parole e in fatti, acerrimi nemici della Chiesa. Come il massone Cavour.

  5. Cavour è stato il gestore visibile dell’operazione con cui le Forze Segrete della Rivoluzione hanno adeguato l’Italia agli “immortali principi” della Rivoluzione Francese, cioè a un ordinamento politico che, come fondamento, rifiuta la Legge Morale Naturale (Divina) e a parole assume la volontà della maggioranza (se non è la volontà “giusta”, i giacobini di turno provvedono): questo è ciò che «dobbiamo a Cavour».

  6. Marina Alberghini

    Francamente, sono stupita delle conclusioni di Luciano Garibaldi, in particolare di quella che dobbiamo essere grati a Cavour perché ha consegnato l’Italia ai Savoia: una famiglia della quale nessuno potrebbe vantarsi e ,questo, inoltre, e come sappiamo, distruggendo la metà del Paese, quella più prospera e rigogliosa, ammirata e invidiata in tutta Europa, in una guerra di colonizzazione selvaggia che non fu nemmeno dichiarata, e consegnando poi i tesori del Regno delle Due Sicilie a siffatta stirpe che annegava nei debiti! Bel salvataggio, non c’è che dire…meglio la Repubblica e lasciare in pace le Due Sicilie, mi pare.
    Ma non mi meraviglia, ho dato una scorsa alle opere di Garibaldi, certo esimio storico ma che non si è mai occupato né a fondo né superficialmente ,del Risorgimento. E dunque non ha la qualifica per parlarne se non, come nell’articolo, in modo troppo generico.
    Oltre al fatto che non vedo proprio come un simile articolo possa rientrare nelle tematiche di Riscossa Cristiana.

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