L’invenzione del vero, libri antichi e nuovi – Dino Buzzati: “Il segreto del Bosco vecchio”

Dino Buzzati è stato uno dei personaggi più significativi della cultura italiana del Novecento. Come un altro grande della narrativa, Giovannino Guareschi, faceva il mestiere di giornalista, in particolare il cronista. A partire dal 1928 – a ventidue anni – cominciò a collaborare con il “Corriere della sera”. Divenne presto famoso per i suoi elzeviri. Si occupò per il “Corriere” di argomenti disparati che andavano dalla cronaca nera allo sport, dalla critica d’arte – fu egli stesso un interessante pittore – a quella letteraria, da quella teatrale a quella musicale. Un tuttologo, diremmo oggi, ma estremamente documentato e preparato: un eclettico. L’eclettismo era una sua caratteristica. Ebbe a definirsi «un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista».

Nei suoi racconti brevi, raccolti in volumi quali I sessanta racconti del 1958, che gli varrà il Premio Strega, o La boutique del mistero, si avverte l’angoscia per una vita alienante quale è spesso quella dell’uomo contemporaneo, scisso da un rapporto con la natura e con il significato ultimo delle cose. I protagonisti di questi racconti sono spesso dei vinti, dei perdenti in cerca di riscatto attraverso una più profonda comprensione della realtà. In molte sue opere vediamo la vita passare in una lenta attesa, in una ripetizione noiosa, e in un conseguente desiderio di fuga in un imprecisato Altrove. Come impiegare degnamente l’unica vita che ci è concessa? Il borghese, se può, sceglie di non pensarci e di vivere nell’inquietudine, facendosi schermo della sua stessa ottusità.

Difficile dire quale scegliere tra i vari romanzi di Buzzati come il migliore, o quello da cui partire per conoscere questo autore. La mia scelta cade su Il segreto del Bosco Vecchio, pubblicato nel 1935, che faceva seguito alla sua opera prima, edita nel 1933, che era Barnabò delle Montagne. Entrambi questi due romanzi sono opere intrise di fantasia, anzi: di realismo fantastico.

Nella solitudine dei boschi e delle montagne, il grande protagonista è il mistero. Buzzati, cronista di nera, persino cronista sportivo, immerso nella Milano della buona borghesia, negli anni dell’Italia fascista, romana e imperiale, torna con la fantasia agli scenari alpini della sua infanzia, tra quelle Dolomiti dove era nato, per poi trasferirsi bambino a Milano, e a cui rimase legato tutta la vita.

Il segreto del Bosco Vecchio è ambientato in una valle alpina, la Valle di Fondo, il cui nome richiama una località della Val di Non, ma è una realtà trasfigurata, un mondo incantato e quasi magico. Il romanzo sembra quasi una fiaba. Se Buzzati non fosse vissuto in Italia ma in Inghilterra la sua opera sarebbe stata collocata accanto a quelle di Tolkien, Lewis, Mac Donald. Una fuga dalla realtà, quindi? Tutt’altro. Buzzati rimane un uomo con i piedi per terra, calato nel lavoro intenso della redazione del “Corriere”, ma il suo sguardo è attratto dal mistero. Per Buzzati sembrava quasi impossibile osservare la realtà senza trasfigurarla con la fantasia.

Buzzati si rende conto che la maggior parte delle persone vive senza indagare alcun mistero, forse perché esso spaventa portandoci nell’insondabile buio delle nostre insicurezze. Il segreto del Bosco Vecchio è il racconto di questa ricerca. I temi del romanzo vanno dalla sacralità della natura, rappresentata dal Bosco Vecchio popolato di geni, alberi viventi e animali parlanti, al passaggio dall’infanzia alla maturità, dalla fantasia alla realtà, che è il percorso compiuto da Benvenuto, un orfano di dodici anni che lascia il mondo delle creature fantastiche del bosco per entrare nel mondo degli uomini spesso fatto di crudeltà, e infine c’è il tema della caduta e della redenzione.  

Buzzati rifugge dalle certezze, anche quelle religiose. Lavorando nel quotidiano laico per antonomasia, si era allontanato dalla fede cristiana in cui era cresciuto. In realtà, aveva cominciato a intavolare un lungo dialogo a distanza con Dio. La sofferta religiosità di Buzzati è presente in quello che poi verrà considerato il suo capolavoro, Il Deserto dei tartari. Pubblicato nel 1940, il momento storico del Paese non era il migliore per apprezzare un libro come questo, ma negli anni a seguire questo romanzo intriso di profondo simbolismo diventerà una delle opere più significative del Novecento italiano. Non tutti hanno probabilmente compreso il rapporto che c’è tra Buzzati e il trascendente, che traspare da molte sue opere e in particolare da questa. Un trascendente che si riveste di mistero, come i luoghi dei primi libri, i boschi e le montagne, in cui la semplice ragione non può spiegare ogni cosa, in cui c’è ancora spazio per il meraviglioso, per il miracolo.

La letteratura di Buzzati è l’ultimo baluardo del fantastico, dell’immaginario, il luogo dove l’impossibile si fa possibile. Dietro l’apparente casualità o inspiegabilità di alcuni eventi, il mistero è tangibile e l’uomo ne ricerca il senso spesso uscendone sconfitto. Montagna e deserto sono le facce dell’unica metafora della solitudine e i due luoghi figurativi in cui si colloca l’immaginazione metafisica di Dino Buzzati.

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