A LAMPEDUSA IL PAPA E’ SCIVOLATO NELL’ERRORE DOTTRINALE? – un lettore ci scrive

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Pubblichiamo questa lettera pervenuta in Redazione, con l’auspicio che possa nascere un confronto e un approfondimento su temi tanto delicati quanto essenziali per la vita della Chiesa e siamo disponibili ad ospitare altri costruttivi contributi, avendo sempre come scopo il bene delle Santa Chiesa e delle anime.

PD

 

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Cara ‘Riscossa Cristiana’,

Ti chiedo di voler gentilmente ospitare l’opinione mia personale espressa in questa lettera, intitolata:  “A Lampedusa, il Papa è scivolato nell’errore dottrinale?”.  Essa  mira a sollevare in tutta franchezza e semplicità un problema sentito ormai da molti cattolici, acuitosi dopo l’improvvisa e sconvolgente visita del Papa a Lampedusa:  è giunto alfine il tempo per noi fedeli di reagire pubblicamente al degrado pastorale e dottrinale sempre più accentuato della Chiesa?


A Lampedusa, il Papa è scivolato nell’errore dottrinale?

plLa domanda può apparire provocatoria o scandalosa.  Ma è più che legittima di fronte al tenore di certe dichiarazioni.  Mi riferisco a quello che Papa Bergoglio ha detto a Lampedusa sull’Islam, i cui seguaci costituiscono notoriamente la gran parte degli immigrati clandestini.  Si è rivolto “ai cari immigrati musulmani che stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali” garantendo loro che “la Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie.  A voi, O’ scià [sorta di saluto locale]!”(CdS, 9.7.2013 p. 2).  Il Papa è passato sopra al fatto che non si trattava di “immigrati” ma di “clandestini”, visto che erano arrivati da nessuno invitati, senza carte né documenti.  Da qualche tempo le autorità e i media hanno deciso di chiamarli “migranti” o “immigrati” tout court, occultando il fatto della natura irregolare e preoccupante del loro arrivo.  Il Papa si è dunque adeguato ai media?  In verità, bisognerebbe dire il contrario: che sono stati i media ad adottare la terminologia in uso nella Chiesa cattolica a partire dal Vaticano II.  L’ecumenica “pastorale dei migranti” è attiva ed operante da decenni e non si è mai preoccupata di quisquilie come i gravi problemi sociali provocati da masse incontrollabili di clandestini o l’effettiva capacità di assorbimento di un Paese.  Problemi che diventano particolarmente gravi quando si ha a che fare con i musulmani, i quali (lo sanno tutti, tranne i preti, a quanto sembra) vengono per conquistare non per integrarsi:  è il mondo che deve integrarsi (ossia sottomettersi) all’Islam, non l’Islam al mondo.  Questo viene loro inculcato sin da piccoli, questo credono fermamente.

[Un Papa non può elogiare un’altra religione senza cadere nell’errore dottrinale] Ma vengo al tema specifico.  Dove siamo costretti a rilevare un errore dottrinale (e non da poco) nel discorso del Papa?  Nel passo nel quale ha fatto l’elogio dell’Islam in quanto religione.  Tale elogio si deduce dalle parole con le quali Bergoglio augurava ai musulmani “abbondanti frutti spirituali” dalla pratica del digiuno del mese di Ramadan, che allora si iniziava.  Il digiuno si sa, è una prassi di quella religione:  per un mese si digiuna o quasi di giorno e si mangia di notte, cibi preparati in un certo modo dopo il tramonto.  La pratica ha un significato teologico profondo per i musulmani perché celebra il mese durante il quale “fu fatto scendere il Corano” su Maometto (sura 2 : 181, ed. Bonelli, Hoepli), vale a dire il mese nel quale Maometto cominciò ad avere le sue “rivelazioni”.  Il Papa conosce questo significato?  Ora,  se un Papa augura ai musulmani “abbondanti frutti spirituali” da siffatto “digiuno”, ciò significa che egli lo valuta positivamente, come prassi buona e degna di lode.  E se egli lo valuta positivamente, ciò non costituisce di per sé un elogio della religione alla quale il Ramadan appartiene?  Ma il Papa può forse elogiare una religione diversa da quella cattolica, presentandone un istituto come se offrisse “abbondanti frutti spirituali”?  Dal punto di vista di un Papa, i “frutti spirituali” di una pratica religiosa non possono che concernere sempre e comunque la salvezza dell’anima.  Bergoglio attribuisce allora all’Islam la qualità di essere una religione utile alla salvezza, grazie ai “frutti spirituali” che si possono ricavare da certe sue pratiche, quali il digiuno (diurno) durante il Ramadan?  Ma l’Islam non nega tutti i dogmi del Cristianesimo, a cominciare dalla natura divina di Cristo e dalla Santissima Trinità; verità di fede che, solo a nominarle, provocano nei suoi adepti un furore belluino?  E che morale insegna?  Si tratta forse di una morale compatibile con l’etica cristiana?  Basti pensare a come concepisce il matrimonio: ammette divorzio, ripudio, matrimonio temporaneo, poligamia, concubinaggio.

[L’errore di Lampedusa viola oggettivamente il 1˚ Comandamento e il dogma dell’unicità della Chiesa per la salvezza] Quale che sia la religione non cattolica in questione, un Papa non potrebbe comunque farne pubblicamente l’elogio senza entrare in contraddizione con sé stesso e cadere nell’errore dottrinale.  Il significato di quest’errore appare dupliceA. Elogiando pubblicamente un’altra religione in quanto religione, religione non rivelata perché non proveniente da Nostro Signore, il Papa ha violato oggettivamente il primo Comandamento, che recita:  “Non avrai altro Dio al di fuori di Me”.  Infatti, per il cattolico, il Dio del primo comandamento non è un Dio qualsiasi, un indeterminato “signore dell’universo”:  è Uno e Trino, è la Santissima Monotriade.  È il Dio fattosi uomo, incarnatosi in Gesù di Nazareth, Nostro Signore, seconda Persona della Santissima Trinità, appunto.  Mostrando vivo apprezzamento per il digiuno musulmano in quanto istituto religioso, Bergoglio ha implicitamente lodato il Corano, libro dal quale deriva la pratica del mese di Ramadan; libro nel quale la “rivelazione” è attribuita ad una entità (in arabo chiamata “Allah” – “il Dio”) che noi cattolici non conosciamo, dal momento che non ha nulla a che vedere con il vero Dio, la Santissima Trinità.  B. Per logica conseguenza, Bergoglio ha oggettivamente violato il dogma secondo il quale al di fuori della Chiesa non c’è salvezza.  Infatti, il suo elogio porta a legittimare l’Islam come religione che, in quanto tale, conduca alla salvezza, grazie ai “frutti spirituali” di certe sue pratiche, quali ad esempio il suddetto “digiuno”.  Il dogma dell’unicità della Chiesa cattolica per la salvezza di ciascuno è stato quasi completamente oscurato a partire dal Vaticano II, per l’appunto dall’ecumenismo del tutto atipico messo in cantiere da quel Concilio.  La spiegazione di questo dogma è semplice e lineare, per capirlo non occorre esser teologi.

Pietro, in quanto Vicario di Cristo in terra, ha il mandato divino di vegliare sul deposito della fede cristiana, difendendone in primo luogo tutte le verità, che sono appunto rivelate da Dio.  Egli deve “confermare nella fede i fratelli” (Lc 22, 32). Quest’ufficio è parte essenziale del compito del buon Pastore, al quale Cristo risorto ha consegnato il governo della Chiesa (“Pasci le mie pecore”, detto al solo Pietro, non al “collegio” degli Apostoli, Gv 21, 15 ss.).  Ora, uno degli articoli fondamentali della nostra fede è sempre stato quello secondo il quale al di fuori della Chiesa non c’è salvezza.  Perché?  Perché la Chiesa cattolica, avendo mantenuto intatto il deposito della fede (sino al pastorale Concilio ecumenico Vaticano II escluso) grazie all’ ininterrotta successione apostolica e all’esercizio nei secoli del Magistero ortodosso, rappresenta l’unica Arca della Salvezza.  Ciò significa che basta esser cattolici per aver garantita la salvezza dell’anima?  No.  Occorrono sempre le buone opere, non basta la fede di per sé o la semplice appartenenza formale alla Chiesa.  Bisogna avere la fede in tutto ciò che la Chiesa insegna e metterlo in pratica ogni giorno, con l’aiuto della Grazia, sino all’ultimo istante della nostra vita.  E come si risponde all’altra domanda: chi non è nella Chiesa è forse escluso a priori dalla salvezza? I Papi hanno sempre risposto così:  chi non è nella Chiesa si salva se gode del Battesimo “di desiderio”, esplicito o implicito.  Il primo caso è quello di un convertendo che già viva consapevolmente da buon cattolico e muoia prima di esser battezzato.  Il secondo, quello (destinato a restare ignoto in questo mondo) dell’acattolico che sia fuori della Chiesa senza sua colpa, che non conosca il cattolicesimo “per ignoranza invincibile”, creda fermamente in Dio,  viva facendo in tutto la volontà di Dio, non muoia in peccato mortale.  In costui opera lo Spirito Santo, che conosce i cuori:  se avesse conosciuto il vero Cattolicesimo si sarebbe convertito.  Chi gode del battesimo di desiderio implicito, impartito dallo Spirito Santo, si salva nonostante l’appartenenza ad una religione non rivelata e quindi non vera (nella sua pretesa di esser rivelata).  Non si salva a causa di questa sua appartenenza.  Pertanto:  le religioni o sette al di fuori della Chiesa portano tutti i loro membri all’Inferno, salvo coloro che saranno riusciti a vivere da donne e uomini giusti e pii, nel senso sopra spiegato.  Il giorno del Giudizio si saprà il loro numero.  E il giorno del Giudizio si vedrà anche quanti saranno i falsi cattolici che se ne andranno all’eterna dannazione.  Erra grandemente, perciò, chi ancor oggi accusa la Chiesa cattolica di crudele “rigorismo” ossia di professare una religione disumana perché predicherebbe la dannazione per tutti coloro che non ne fanno parte, in quanto tali.  L’accusa è del tutto falsa, frutto di ignoranza o malafede.  Il “rigorismo”  è sempre stato condannato dai Papi, anche formalmente, e costituisce un’eresia.  Nessuna religione ammette come la nostra la salvezza anche per i seguaci delle altre religioni, naturalmente alle condizioni sopra richiamate.  Per i musulmani l’inferno esiste ma credono che per loro sia temporaneo, eterno per tutti gli altri.  Del pari, l’Ebraismo postcristiano ritiene che solo gli ebrei evitino la dannazione eterna.  Alcune sue componenti ritengono, tuttavia, che “i giusti tra le nazioni” possano salvarsi.

[Oggi domina un lassismo provocato dalle false dottrine penetrate nella pastorale della Chiesa]  Ma oggi si è diffuso  nel Cattolicesimo l’errore lassista, grazie al quale si ritiene che tutte le religioni apportino la salvezza:  ognuna a suo modo sarebbe “strumento di salvezza” del quale lo Spirito Santo si servirebbe: lo sarebbe in quanto tale.  L’errore è gravissimo:  rende praticamente superflua l’Incarnazione e l’esistenza stessa della Chiesa (che difatti – vedi la punizione divina – sta scomparendo fisicamente in Europa e nelle Americhe).  Il recente elogio di Papa Bergoglio all’Islam si spiega appunto nella cornice dell’ambigua e torbida “pastorale” sviluppatasi sulla base del Vaticano II, un Concilio ecumenico che non ha voluto definire dogma alcuno, ingarbugliando invece diversi ed essenziali concetti della sana dottrina:  si vedano in proposito i recenti e fondamentali studi di mons. Brunero Gherardini, Emerito della Lateranense, Decano dei teologi italiani.  E questo perché nelle commissioni conciliari si è fatta sentire l’influenza delle sconclusionate teorie dei vari de Lubac, Rahner, Teilhard de Chardin, Congar (tutti cattivi teologi in odor di eresia, censurati da Pio XII e immessi a sorpresa nelle commissioni conciliari come “consultori” da Giovanni XXIII).  Anche se l’evento di Lampedusa ha destato clamore per le modalità con le quali ha avuto luogo, esso non rappresenta un fatto isolato, nell’atteggiamento dei Papi nei confronti delle altre religioni, in quest’epoca detta della “Crisi del Postconcilio”.  E Giovanni Paolo II ha fatto anche di peggio, quanto a gesti simbolici:  in un’udienza privata ha addirittura baciato in segno di rispetto la copia rilegata del Corano che una delegazione di notabili musulmani gli aveva portato in omaggio, gesto in sostanza ignorato dai media occidentali e largamente propagandato da quelli medioorientali, che vi vedevano il riconoscimento della superiorità dell’Islam da parte del “Papa di Roma” (così i musulmani chiamano il Sommo Pontefice).  Certo ne è passata di acqua sotto i ponti dal tempo in cui i Papi si impegnavano ardentemente ad organizzare le Crociate, al fine di contenere e controbattere l’espansione musulmana e proteggere i Luoghi Santi minacciati di distruzione!  Nello spirito cosiddetto umanitario, pacifista, solidale, aperto al mondo del Vaticano II,  i Papi di oggi hanno rinnegato le Crociate e tutto ciò che esse hanno rappresentato e ancora rappresentano.  Hanno in pratica rinnegato tutta la storia della Chiesa, nel temporale e nello spirituale, facendola iniziare ex novo con il Vaticano II, Nuova Pentecoste! Le dichiarazioni di Benedetto XVI sul carattere intrinsecamente violento dell’Islam, nel celebre “discorso di Ratisbona”, avevano fatto per un momento sperare in un mutamento di rotta.  Ma poi quel Pontefice si è intimorito di fronte alle acrimoniose e vaste reazioni dei musulmani e dei loro amici laici e ha fatto macchina indietro, andando persino a pregare (in visita ecumenica con il Gran Muftì) nella Grande Moschea di Istanbul, l’ex Basilica di Santa Sofia profanata e trasformata in moschea dai conquistatori turchi, che vi trucidarono non pochi cristiani, nell’AD 1543, il 29 di maggio!

[Noi italiani non siamo certo responsabili dell’immigrazione clandestina né delle sue tragedie] All’inizio del pontificato di Papa Bergoglio non vediamo dunque nulla di nuovo sotto il sole.  Di nuovo speriamo ci sia l’atteggiamento dei fedeli, per lo meno di quella parte che si è stancata di subire (da cinquant’anni) la distruzione della nostra religione ad opera dei suoi stessi Pastori.  Il limite della sopportazione è stato raggiunto ed ampiamente superato.  Tra le altre cose, Papa Bergoglio a Lampedusa ci ha accusato di un’insensibilità che sarebbe quasi immorale complicità, per la morte delle migliaia di disgraziati che negli anni sono accidentalmente periti nella traversata dall’Africa all’Italia.  Ma valga il vero:  nessuna nazione accoglie i clandestini così bene come la nostra:  non abbiamo nulla di cui doverci vergognare.  I maltesi li respingono:  non hanno scelta, sono quattro gatti su di uno scoglio, verrebbero rapidamente travolti se li accettassero, come facciamo noi.  Ma anche noi verremo travolti, alla fine, se non dovesse arrestarsi la fiumana di questo torrente che mira a sommergere tutta l’Europa, alimentato dalle Confraternite musulmane e foraggiato dietro le quinte dai petrodollari degli sceicchi (è un segreto di Pulcinella) che pagano le spese del complesso e costoso “traffico”.   Ma come fermare un esodo così vasto, così ben organizzato e protetto?  Non siamo politici, non sta a noi trovare soluzioni.  Bisognerebbe, per cominciare, che qualche autorità, sia politica che religiosa, avesse il coraggio di fare un discorso finalmente onesto:  di dire finalmente che l’Europa e l’Italia sono sature, che lavoro ce n’è poco o niente, che le donne italiane devono ritornare a far figli (e nel matrimonio regolare) poiché questo è il modo normale di mantenere la popolazione di una nazione, non con l’immigrazione indiscriminata di stranieri inassimilabili e destinati a restare in gran parte disoccupati (gravando così in eterno sulle strutture caritative della Chiesa e dello  Stato).  Come se fosse possibile compensare con l’immigrazione, e di questo tipo, i vuoti demografici prodotti da uno stile di vita lascivo e corrotto che governi in preda al laicismo più demente non solo tollerano ma vezzeggiano e proteggono in ogni modo.  Secondo ben note dichiarazioni ufficiali, fondate su cifre inoppugnabili, una parte consistente dei clandestini sparisce rapidamente, sparpagliandosi per l’Italia e l’Europa, andando anche ad ingrossare il sottobosco della malavita. La maggioranza va, però, ad ingrossare le città e le zone già musulmane del nostro continente, che stanno diventando sempre più delle vere e proprie zone franche.  In Inghilterra gli stranieri (entrati clandestinamente soprattutto via tunnel sotto la Manica) resisi autori di reati ma circolanti a piede libero sono ormai più di quattromila.  Non si riesce ad espellerli (la cosa si rivela praticamente impossibile) mentre l’arretrato per decidere sulle domande di accettazione del rimanente degli “immigrati” è di circa cinquecentomila fascicoli.  Si è calcolato che ci vorrebbero 37 anni per esaurirlo (Times, 13.7.13, p. 10).   È evidente che la situazione è ormai fuori controllo.  Il resto d’Europa non sta meglio dell’Inghilterra.  Ma il Papa li conosce i dati reali del problema? In ogni caso, ci si sarebbe aspettati che un Papa, a Lampedusa, ci sarebbe andato per incitare i clandestini musulmani a convertirsi a Cristo, a diventare cristiani perché solo la fede in Cristo e una vita secondo i suoi precetti possono aiutarci a sopportare le miserie di questo mondo e aprirci le porte della vita eterna!  Che ci sarebbe andato per parlar loro della vera vita eterna e dell’unico modo per conseguirla, non per fare un atto d’accusa nel miglior stile del politicamente corretto nei confronti di mezzo mondo e dell’Italia, che non ha nessuna colpa.  E non per fare addirittura l’elogio della religione di Maometto!

[I fedeli devono reagire alla deriva della presente Gerarchia, senza falsi timori o assurde paure] Non è giunto il tempo di reagire pubblicamente a questa deriva dei nostri Pastori?  E se non ora, quando?  Quando la mezzaluna sarà infissa sulla Cupola di S. Pietro?  Ma reagire come, con gesti clamorosi?  No, ovviamente.  Mettendo a fuoco, con pazienza e rigore, gli elementi dottrinalmente spuri che si sono introdotti nella loro pastorale e cominciando a discuterne pubblicamente.  Ma…e l’infallibilità, si chiederà qualcuno?  Il Papa non può insegnare errori, per definizione.  Rispondo:  non può, quando parla ex cathedra, da solo o in un Concilio ecumenico, definendo formalmente verità che riguardano la fede o i costumi, mediante un linguaggio che permetta di cogliere tale definizione in modo certo.  Quando parla ex cathedra il Papa è sempre assistito dallo Spirito Santo.  Quando parla come dottore privato o in una veste ufficiale minore rispetto allo ex cathedra, può essere o non essere assistito dallo Spirito Santo:  lo si deve capire da quello che dice.  I documenti approvati dal Papa e da quasi tutti i vescovi durante il  Vaticano II, dato il fine espressamente pastorale del Concilio, manifesto anche dai documenti stessi, non hanno valore dogmatico e quindi non possono considerarsi alla stregua di pronunce ex cathedra, implicanti l’infallibilità del Magistero.

[Speriamo in un nuovo S. Atanasio] Dobbiamo pregare affinché Nostro Signore si degni di far sorgere un nuovo S. Atanasio per salvare la sua Chiesa disastrata.   Chi era S. Atanasio?  Patriarca di Alessandria, si oppose con forza indomita all’eresia ariana diffusasi dappertutto nel IV secolo.  Quest’eresia negava la natura divina del Verbo, distruggendo il Cristianesimo alla radice.  Anche per le pressioni dell’imperatore, che non voleva conflitti religiosi, l’errore giunse ad un certo punto a lambire il Papato.  S. Atanasio fu scomunicato due volte ed esiliato a più riprese.  Teologo di vaglia e polemista formidabile, non cedette mai e l’errore fu alla fine sconfitto. Sua la famosa frase, mentre era perseguitato:  “Loro [gli ariani] hanno le chiese, noi la fede”.  Ho ricordato S. Atanasio, coadiuvato nella lotta in Occidente da difensori della fede del calibro di Eusebio di Vercelli, S. Ilario di Poitiers, S. Ambrogio, per far vedere che non è la prima volta, nella storia della Chiesa, che i vertici si mostrano scarsi in dottrina e negligenti, venendo a compromessi di tipo pastorale con errori ed eresie, sconfitte alla fine dopo una reazione salutare della base, guidata dal sensus fidei e dalla parte sana dei Pastori.    Nel IV secolo la “base” fu rappresentata al meglio da un vescovo su tutti.  Nel VII, al tempo della crisi monotelita (eresia che voleva vedere in Nostro Signore una sola volontà e non due, umana e divina, come prescrive il dogma, dato che il Verbo incarnato ha due nature, umana e divina, in una sola persona), Papa Onorio si fece abbindolare dall’eresiarca Sergio, Patriarca di Costantinopoli, concedendo un’adesione di carattere generale alla falsa dottrina, abilmente presentatagli.  Fu il successore, Martino I, a rimettere le cose a posto, in un sinodo lateranense dell’anno 649, cosa che provocò l’ira dell’imperatore, che intanto aveva imposto il monotelismo come dottrina ufficiale:  il Papa fu esiliato in Crimea sotto l’accusa di alto tradimento, dove morì tra gli stenti, nel 655 AD.  Martino I è stato un vero Romano Pontefice, un vero martire (testimone) della fede!   Ed infine, nel XIV secolo, fu la Sorbona a distinguersi nel caso del celebre errore professato dal Papa Giovanni XXII, che regnò dal 1316 al 1334.  Negli ultimi anni del suo pontificato egli cominciò ad affermare, come dottore privato ma pubblicamente, che le anime dei Beati avrebbero contemplato la visione beatifica solo dopo il Giudizio Universale, alla fine dei tempi.  Ciò lo esponeva all’accusa di eresia perché la dottrina della Chiesa ha sempre affermato come dogma di fede che l’anima individuale, giudicata immediatamente da Nostro Signore non appena ognuno di noi muore, va subito dove Lui l’ha destinata.  Alla Resurrezione finale, con il Giudizio Universale, sarà riunita per sempre al corpo che aveva in vita.  La contemplazione della visione beatifica per le anime degli Eletti non poteva perciò esser fatta slittare al Giudizio Universale.  La facoltà teologica della Sorbona insorse contro il Papa, che in punto di morte, avvenuta poco dopo, ritrattò la sua erronea, nefasta opinione.  Manco a farlo apposta, de Lubac tentò di assolvere l’eresia di Giovanni XXII con argomenti risibili e in sostanza eretici, quali la supposta “essenza sociale della salvezza” (Cattolicesimo. Gli aspetti sociali del dogma, tr. it. U. Massi, Studium, Roma, 1948, pp. 99-102).

Dove sono oggi le nuove Sorbone che si ergano a difendere la purezza della fede, anche contro i Pastori, se necessario?  Dove gli indomiti difensori della fede tra i vescovi?  Siamo circondati dal deserto.  Però se noi fedeli, nonostante le nostre limitate forze e conoscenze, cominciassimo finalmente a contestare pubblicamente le dottrine sbagliate diffuse ormai da cinquant’anni nella Chiesa, smettendo una buona volta di accettarle passivamente per paura di offendere il Papa o di cadere nell’eresia o nel sedevacantismo, tutti timori che non hanno ragione di essere, forse il Signore premierebbe il nostro coraggio, inviandoci la guida spirituale di cui abbiamo bisogno nella persona di un nuovo S. Atanasio, che naturalmente potrebbe anche essere il Papa stesso, perché tutto è possibile a Nostro Signore, che siede in eterno alla Destra del Padre.


Lettera firmata

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