A PADRE SERAFINO LANZETTA – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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PREMESSA

 

Riscossa Cristiana ha l’onore di ospitare un dialogo a distanza tra due eminenti teologi. Padre Giovanni Cavalcoli e Padre Serafino Lanzetta si confrontano sull’argomento delicato e attuale del Concilio Vaticano II. Il primo intervento che abbiamo pubblicato è di P. Lanzetta, che ha recensito il Convegno sul Vaticano II, tenuto dai Francescani dell’Immacolata. E’ seguita la lettera di Padre Cavalcoli a Padre Lanzetta. Poi abbiamo pubblicato la replica di Padre Lanzetta a Padre Cavalcoli. Ora pubblichiamo questa lettera di Padre Cavalcoli. A entrambi vogliamo esprimere la nostra gratitudine, per la preziosa opera di ricerca e di approfondimento su un tema che coinvolge tutti i cattolici.

——————————————————————–concilio

 

Carissimo P.Serafino,

dopo la tua ultima mossa ricca di argomenti e caratterizzata, come è il tuo solito, da fraterna franchezza, come si conviene nella discussione tra un figlio di S.Francesco e un figlio di S.Domenico, adesso tocca a me. Nel rispondere seguo i punti da te trattati, riconoscibili, penso, da quanto verrò dicendo.

Non posso che disapprovare con te il tono col quale il P.Paolo Cortesi loda le innovazioni conciliari. Si vede la tipica interpretazione modernistica filoprotestante, anche se naturalmente, come in ogni errore, non manca la parte di verità.

Indubbiamente sono profondamente impressionato dalla vastità mondiale e dalla durata ormai più che quarantennale di questo fraintendimento degli insegnamenti conciliari, esteso a tutti i settori della Chiesa, dal popolo di Dio sino agli ambienti della gerarchia, nella mentalità corrente come negli ambienti della teologia. Mi confermo pertanto sempre più nella convinzione, suggeritami di recente dagli amici tradizionalisti, che effettivamente questo enorme ed impressionante fraintendimento, che i Pontefici del postconcilio si affannano inutilmente di correggere, dipenda da un certo modo di esprimersi proprio dello stesso Concilio.

Inoltre mi confermo sempre più nella convinzione – e questa me la son fatta io da tempo attraverso i miei studi – che il Papa deve decidersi ad un’operazione chirurgica dolorosa ma necessaria: correggere, sull’esempio dei grandi Papi della storia – perché siamo in un momento particolarmente drammatico, che richiede l’intervento del Papa in tutta la sua forza – gli errori di interpretazione dei modernisti, a cominciare da quelli di Rahner, che sono i più pericolosi, i più diffusi e i più fascinosi.

Il Papa non deve preoccuparsi delle reazioni tra i vescovi recalcitranti o tergiversanti, ma assumere con apostolica energia, sostenuto dalla grazia di Pietro, il bastone del comando (già in passato ha parlato di “bastone” facendo tremare i nemici); sono certo che l’episcopato, incoraggiato dal suo gesto di autorità, lo seguirà, perchè tanti – ne sono certo – soffrono in silenzio o tentennano, intimiditi dall’arroganza modernista; occorre, pertanto, come ha auspicato molto bene Mons. Atanasio Schneider al vostro congresso, un “nuovo sillabo” contro i suddetti errori, per quanto questa espressione suoni come orribile agli orecchi dei modernisti. Ma in fondo è per il loro bene, perché si pentano e si convertano e perché non si può andare avanti così. Anche oggi Francesco e Domenico devono sostenere e restaurare la casa di Dio.

Sempre valido è anche l’appello al Papa di Mons.Gherardini, speculare a quello di Mons.Schneider, che chiarisca definitivamente per articulos vel per canones, come è sempre usato nei Concili, quali sono le dottrine assolutamente vincolanti (“infallibili”, le chiamo io) del Concilio, mostrando ad un tempo la loro novità e la loro continuità con la Tradizione.

Ma con tutto ciò ed anzi in nome di tutto ciò – e qui forse inizia il nostro disaccordo – insisto nel difendere la validità assoluta della dottrina, che a mio modo di vedere e con le nuove ragioni che ti dirò, è veramente “infallibile”, nel senso che mi pare si debba dare a questa parola. Mi pare che il perno di tutta la nostra discussione giri attorno a questo aggettivo e pertanto anche in questa lettera mi fermerò molto su questo problema.

Io sostengo infatti che, quando un Concilio sviluppa o esplicita o spiega dottrine di fede precedentemente definite, è infallibile, cioè non può sbagliare. Questi sviluppi dottrinali, anche se non sono dogma definito, sono però dogmi definibili e comunque sono dottrina definitiva, stando almeno al linguaggio dell’Ad tuendam fidem.

Se poi si tratta di dogma reiterato, è evidente che si tratta di dottrina infallibile. Non ho mai detto che l’infallibilità risieda nel Concilio in quanto tale, ma solo in alcune dottrine ed inoltre sostengo che certi indirizzi pastorali siano addirittura errati o quanto meno discutibili. La Nota previa distingue le dottrine definite (“obbliganti per tutta la Chiesa”) dalle dottrine definitive (“dottrina del magistero supremo della Chiesa”): le une e le altre sono infallibili, benchè le prime abbiano una maggiore autorevolezza.

Il Magistero rivedibile certo non è infallibile. E non nego che alcune dottrine pastorali del Vaticano II siano di questo tipo. Ma questo è solo il terzo grado di autorevolezza secondo l’Ad tuendam fidem. Nel Concilio esistono anche dottrine di secondo grado (“definitive”), mentre non ce ne sono di primo grado (“definite”). In ciò concordo con Gherardini, anche perché è stato dichiarato esplicitamente da Paolo VI. Ma anche quelle di secondo grado sono infallibili, ossia perennemente vere e irreformabili.

Nessuno vuol dogmatizzare tutti gli insegnamenti del Vaticano II, come ho detto sopra. Sono d’accordo che si tratti di un Concilio sui generis, per molti motivi che non sto ad elencare. Ma ciò non impedisce che contenga dottrine nuove infallibili, in quanto corrispondenti ad uno stadio più avanzato della Tradizione e ad esplicitazione di dogmi precedentemente definiti o definibili.

Per quanto riguarda le novità del Concilio, io non le prendo indiscriminatamente come testimonianze avanzate della Tradizione, perché nel Concilio ci sono anche novità pastorali, alcune delle quali sono indubbiamente provvidenziali ed hanno dato ottimi frutti, ma di altre si può dubitare per non dire che a conti fatti, dopo quarant’anni di certe esperienze pastorali, bisognerà dire che si deve fare una correzione di rotta o tornare all’antico. Qui il Concilio ha rotto con certi atteggiamenti ed ha fatto bene. E se certe linee pastorali del Concilio si sono rivelate sbagliate, bisognerà rompere anche con queste. Del resto sul piano pastorale, neppure un Concilio ecumenico è infallibile.

Quello che intendo dire è semplicemente che invece le novità dottrinali, in quanto esplicitazioni del deposito rivelato o di precedenti dogmi, non possiamo non considerarle come avanzamento della Tradizione, se per Tradizione si intende appunto la trasmissione fedele ed infallibile della Parola di Dio, che rimane in eterno (Verbum Domini manet in aeternum).

Ed in quanto avanzamento della Tradizione, infallibile perché divinamente assistita, quelle novità non possono a loro volta non contenere una dottrina infallibile, ossia assolutamente vera e certa, immutabile, definitiva, irreformabile, e quindi, come dice l’Ad tuendam fidem, dogmatizzabile (de fide tenenda o di “fede ecclesiastica” o prossima alla fede), se la Chiesa lo riterrà opportuno o pastoralmente utile.

Secondo me, le proposizioni dottrinali infallibili del Concilio non sono molte. Per riconoscerle, non possiamo contare sul linguaggio tradizionale né su esplicite dichiarazioni in tal senso, ma dobbiamo badare piuttosto al contenuto, ossia vedere se, pur nella novità del linguaggio o al di là del tono sommesso dell’esposizione, si trovano enunciati riconducibili a dati della Tradizione o a dogmi già definiti o comunque a dottrine definitive.

Faccio qualche esempio. Il concetto di Rivelazione è chiaramente dottrina già definita. Ora il Concilio riprende questo concetto e lo sviluppa. Se in precedenza la Rivelazione era semplicemente vista come insegnamento verbale o magisteriale (Gesù Maestro), il Concilio aggiunge un aspetto della Rivelazione come evento o manifestazione o rivelazione di Gesù come persona. Tu qui vedi la novità nella continuità. L’antico non scompare, ma gli si aggiunge il nuovo. Augere vetera novis.

Altro esempio. Rapporto fra Tradizione e Scrittura. Il Concilio di Trento distingue nettamente e sottolinea la necessità della Tradizione. La Rivelazione risulta dall’apporto congiunto delle due fonti, entrambe scaturite dalle labbra del divino Maestro. Il Vaticano II, senza smentire affatto quanto ha detto Trento, è particolarmente preoccupato di congiungere le due fonti, fino ad avere quella forte espressione che convergono in unum, ma evidentemente ciò non va inteso – cosa inconcepibile -, come hanno creduto alcuni, che il Concilio, alla maniera luterana, voglia ridurre la Tradizione alla sola Scrittura!

Terzo esempio. La libertà religiosa. Già il Concilio di Trento aveva definito l’esistenza del libero arbitrio. Quindi il Vaticano II, entrando nel tema della libertà, entra in un argomento di fede definita. Per questo le conclusioni e gli sviluppi che trae da questo argomento, anche se non si dà un dogma definito, tuttavia sono dottrina infallibile e definitiva. E cosa si aggiunge? Si fa riferimento alla dignità della coscienza morale ed alla libertà con la quale si deve abbracciare la fede, cose del resto già presenti nel diritto canonico, esso pure qui fondato sul dogma.

Concluderei quindi con le tue stesse parole: “Certo, la libertà religiosa di cui parla il Vaticano II è uno sviluppo del concetto stesso di libertà, che tiene conto del dato della modernità, ma non esaurisce il contenuto della dottrina classica: è un di più, che però necessita della Tradizione per essere compreso, dato il suo fine volto al dialogo con gli uomini”.

In riferimento alla prossima Giornata di Assisi, riflesso della pastorale promossa dal Concilio, parli di una “tensione” nel Concilio, “tra dogmatica e pastorale”: da una parte il primato del cristianesimo, dall’altra la preghiera in comune con fedeli di altre religioni. Ho provato a conciliare le due cose in un mio recente articolo su Riscossa Cristiana.

Il Concilio non risolve la tensione? Non mi sembra. Basta leggerlo nella totalità dei suoi documenti. Per esempio Dignitatis humanae e Nostra Aetate vanno accompagnati da Ad Gentes o Lumen Gentium. E’ in questi ultimi documenti che maggiormente viene in luce il primato del cristianesimo, che tocca la religione rivelata. Invece il progetto di Assisi fa leva sulla religione naturale, per la quale tutti sappiamo, seppure in modi imperfetti o impliciti, che Dio esiste e va pregato.

Non ha sempre insegnato la Chiesa con S.Paolo (Rm 1,20) che la ragione può dimostrare l’esistenza di Dio? E Giovanni non dice che il Logos illumina ogni uomo? E non dovremo tutti un giorno render conto a Dio? E Dio non vuol tutti salvi? Dunque tutti sappiamo che Dio esiste, credenti e non credenti, monoteisti e politeisti, teisti e panteisti, atei ed agnostici, animisti e idolatri. Certo questo non toglie che alcuni non si salvino, però anche loro sapevano che Dio esiste.

E’ Dio al di là di ogni errore o ignoranza su di Lui che sarà pregato ad Assisi. Ma questo non toglie – e la Chiesa lo dice continuamente – che sia Cristo Dio il Salvatore del mondo. Ancor oggi, come S.Francesco, dobbiamo dirlo al Sultano, e come S.Tommaso dialogava con i saggi musulmani del suo tempo, anche noi dobbiamo saperlo fare oggi.

Fraternamente, nei SS.Francesco e Domenico

P.Giovanni Cavalcoli

 

 

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