A TRENT’ANNI DI DISTANZA, CINQUE APPUNTI SUL CASO TORTORA – di Luciano Garibaldi

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di Luciano Garibaldi

 

 

tmSono trascorsi esattamente trent’anni dall’arresto di Enzo Tortora, il famoso anchorman televisivo che venne ammanettato a seguito di calunniose accuse sul suo conto (essere un trafficante di droga) lanciate da un gruppo di pregiudicati. Com’è noto, si trattò di una vergognosa montatura, in quanto il presentatore e giornalista risultò assolutamente estraneo a quelle accuse e venne assolto, in appello, con formula piena. Ma, nel frattempo, aveva dovuto subire umiliazioni tali da causargli il devastante assalto di una serie di tumori maligni che lo avrebbero condotto alla morte non ancora sessantenne. Qualcuno si è ricordato di lui. La Provincia di Milano ha intitolato al suo nome un auditorium e il canale televisivo La7 ha ritrasmesso il film interpretato da Michele Placido e Mariangela Melato che ricostruisce la sua tragedia. Poiché ho vissuto in prima persona quella vicenda (fui tra i pochi giornalisti che si schierarono fin dal primo momento dalla sua parte, con ricadute immaginabili sulla mia – allora – brillante carriera), vorrei fare cinque considerazioni.


BERLUSCONI

Silvio Berlusconi, con la sua uscita nel corso del raduno anti-magistrati di Brescia (si è paragonato a Enzo Tortora, vittima a suo tempo di una enorme ingiustizia), ha riportato d’attualità il caso esemplare di ciò che non va, di ciò che non funziona nel nostro Paese. Lo ha fatto a trent’anni da quel 1983 che vide il famoso giornalista gettato nel fango da una persecuzione giudiziaria ancora oggi mai chiarita. Peccato che, all’epoca, ben poco avessero fatto, le televisioni controllate dal futuro uomo politico e premier (e precisamente Rete 4 e Canale 5; su Italia Uno non aveva ancora messo le mani), per difendere Tortora, che, al suo fianco, trovò soltanto i radicali di Marco Pannella (e pochissimi giornalisti, tra i quali il sottoscritto). Ed è forse per questo che le due figlie di Tortora, entrambe giornaliste, Silvia e Gaia, hanno preso le distanze dal paragone formulato dal leader del PDL.


L’ENIGMA DELLA CAMORRA

Occorre premettere che Tortora, genovese ma di origini napoletane, detestava fortemente la camorra e in genere la malavita, e più volte ne aveva fatto oggetto di duri attacchi televisivi. Non si capisce dunque il perché di tanto odio nei suoi confronti da parte di un gruppo di malavitosi che pure si erano posti a disposizione della magistratura in qualità di “pentiti”. In effetti, ancora oggi qualcosa non quadra, e nessuno ha mai indagato a fondo sulle vere ragioni che determinarono il complotto contro Tortora. Chi c’era alle spalle dei calunniatori di Tortora? Chi li aveva “insufflati”? Non c’è dubbio, infatti, che il coinvolgimento di Tortora nella grande retata fu il risultato di un complotto nato non si sa bene dove, e realizzatosi nelle carceri ad opera di incalliti delinquenti come il pluriassassino Giovanni Pandico (da anni ormai libero) e il killer Pasquale Barra (aveva strangolato il boss Francis Turatello, squarciandogli poi il petto e mangiandogli il cuore).


LE INFAMIE DEGLI INQUIRENTI

La cosa più incredibile è che le accuse lanciate contro Tortora (essere uno spacciatore di droga) e raccolte a verbale prima dai carabinieri e poi dalla Procura di Napoli, iniziarono nel marzo 1983, sicché la magistratura ebbe tutto il tempo per verificarle. Ma nessuna indagine bancaria fu fatta sui conti di Enzo, né il suo telefono fu posto sotto controllo, né egli venne mai pedinato. Al comandante della caserma dei carabinieri e al procuratore capo di Napoli bastarono quelle accuse basate sul nulla, che chiunque poteva inventare, per rovinare un galantuomo come Tortora.

Dal momento dell’arresto, reso clamoroso dalla triste immagine televisiva di Tortora trascinato via dai carabinieri in manette, mandata in onda ben dieci volte dai telegiornali di quella TV di Stato al successo della quale Enzo aveva pure collaborato in maniera tanto determinante, l’operato degli inquirenti fu mirato, anziché a cercare prove e riscontri alle accuse, a raccogliere le più inverosimili chiamate di correo, inventate da paranoici, mitomani, criminali, calunniatori di professione e fanatici ricercatori di occasioni autopubblicitarie.

Bastava che uno di tali individui, dall’interno di un carcere, o dall’anonimato della sua squallida vita quotidiana, si presentasse ai carabinieri o agli uffici dei PM, perché le sue parole venissero prese come oro colato, pur prive del benché minimo straccio di prova, e il personaggio in questione ottenesse immediatamente un trattamento di favore. Ormai quei PM erano accecati dallo spasmodico sforzo di tenere in piedi la loro inchiesta, che sarebbe miseramente franata qualora si fosse scoperto il marchiano errore compiuto con Tortora.


LA COMPLICITA’ DEI GIORNALISTI

Uno scempio simile della giustizia e del diritto non sarebbe potuto avvenire senza la complicità di quasi tutti i giornalisti italiani, colpevolisti fin dall’inizio o per beceraggine, o semplicemente perché, in un’epoca in cui trionfava il sovversivismo di sinistra di marca snob, Tortora, vecchio liberale, rigido conservatore di destra, stava antipatico a quei miserabili. I quali, alla notizia della condanna a 10 anni, arriveranno all’onta di brindare a champagne.


LA VILTA’ DEI POLITICI

Né si può dimenticare la responsabilità morale dei liberali «ufficiali», da Zanone (l’affossatore del PLI: sua la frase suicida «Il PLI è un partito che si colloca a sinistra della DC») fino a Malagodi, suoi compagni di partito (Tortora era iscritto al PLI dall’immediato dopoguerra), che non mossero un dito per difenderlo, non meno che quella, gravissima e inqualificabile, dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, ch’ebbe a dichiarare: «Tortora si è difeso male», forse non dimentico di una trasmissione su Antenna Tre in cui Enzo, assieme al sottoscritto, gli aveva rinfacciato una sua proverbiale battuta: «Le Brigate rosse sono nere». Miserie ch’ebbero il risultato di far risaltare il grande merito di Francesco Cossiga, il quale, salito al Quirinale nel 1985, convocò Enzo Tortora, nella sua veste di presidente del Partito Radicale, indifferente alla sua condizione di detenuto agli arresti domiciliari, trattandolo con un tale calore umano e una tale simpatia da non lasciare dubbi sul messaggio che aveva inteso lanciare a tutta l’opinione pubblica.

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