Agricoltura “verde”, disastro assicurato. Qualcuno comincia a capirlo

E così, anche Bergoglio si è convertito al dogma vegano ferocemente avverso alle braciole, alle grigliate, alle costolette e così via. In un messaggio ai giovani, il residente di Santa Marta ha intimato loro: “mangiate meno carne, fermate l’autodistruzione”. Probabilmente a causa di qualche lacuna nelle sue conoscenze teologiche, il piumato veneratore di Pachamama ignora che l’ideologia vegana è profondamente anticristiana, perché presuppone un’assoluta uguaglianza tra tutte le creature, uomini e bestie, e nega la gerarchia dell’essere in aperta contraddizione con il dettato della Genesi sulla terra data da Dio al dominio dell’uomo.

La condanna vegana dei mangiatori di carne è complementare, direi complice, con quella degli ecologisti verso gli allevamenti bovini. Secondo costoro, le mucche sono infatti colpevoli, con i loro peti, di aggravare il presunto “cambiamento climatico di origine antropica” e l’azoto delle loro urine e dei fertilizzanti necessari a un cibo sufficiente a sfamare il mondo rappresenterebbe una tragica fonte di inquinamento. Bizzarra e indimostrata convinzione, al cui confronto quella dei terrapiattisti è una rispettabile teoria scientifica.

Purtroppo questi sciagurati diktat anti-carnei sono promossi anche dei Padroni del Mondo che ci governano: una commissione dell’ONU, la Eat Lancet Commission, ha raccomandato ai governi di fare in modo “che i consumatori non abbiano più la libertà di scelta su cosa mangiare, mettendo a punto una strategia per obbligare i consumatori a mangiare cibi più sostenibili”, mettere al bando la carne: “rimuovere le opzioni di scelta inappropriate”, “restringere le scelte”, “finanziare campagne per mettere al bando alcuni prodotti”. L’Unione Europea ha ovviamente fatto propria questa guerra santa contro gli allevamenti e la carne, emettendo feroci direttive che, se applicate, porterebbero alla rovina degli agricoltori del continente e anche della nostra buona tavola.

Abbiamo sottocchio un esempio concreto: l’Olanda, paese il cui governo unisce un europeismo fanatico a una altrettanto fanatica e irrazionale credenza nelle bufale eco-gretine. In nome dell’ambiente, il limite di velocità nelle autostrade è stato portato a 100 chilometri orari. Applicando con trinariciuta obbedienza le disposizioni europoidi contenute nel famigerato programma EU Farm to Fork, l’Olanda ha deciso di ridurre del 50% le emissioni di azoto dovuto alle urine bovine entro il 2030 e abbattere l’emissione di CO2 chiudendo le stalle.

Lo ha stabilito un nuovo ministero denominato “per la Natura e l’Azoto” (si chiama proprio così, superandoci, per perversa fantasia, rispetto al nostro “Ministero della Transizione ecologica”). Occorre tener presente che l’Olanda ha circa 53.000 aziende agricole ed è il maggiore esportatore di carne bovina, avicola e suina dell’Unione Europea. Se il diktat ecologista venisse applicato, più del 30% delle aziende agricole fallirebbe e la maggioranza di esse si troverebbe comunque ad affrontare una sensibile riduzione degli introiti. Inoltre le esportazioni olandesi ne soffrirebbero fortemente e il prezzo della carne schizzerebbe in alto. Insomma, il consumo di carne diverrebbe un consumo solo per famiglie abbienti. E’ quello che vogliono gli ecologisti che ormai spadroneggiano nell’Unione Europea e il governo olandese è disposto a tutto pur di portare a termine questo sciagurato piano.

Ma gli agricoltori olandesi non intendono farsi massacrare senza ribellarsi: 60.000 agricoltori sono scesi in piazza, bloccando con migliaia di trattori strade, autostrade, snodi stradali, aeroporti. Balle di fieno incendiate per bloccare l’autostrada tra L’Aia e Utrecht. Le proteste hanno avuto anche l’appoggio di forze politiche d’opposizione e moltissimi cittadini si sono uniti alla protesta. Agricoltori tedeschi e belgi hanno solidarizzato con i colleghi olandesi e sono scesi in piazza con loro. La strada dove abita il ministro della Natura e dell’Azoto è stata cosparsa di letame.

La repressione del regime eco-europoide olandese è stata durissima: arresti di massa di dimostranti, sequestro dei trattori, addirittura la promessa di espropriare le aziende dei “ribelli”. La polizia ha persino sparato ad altezza d’uomo contro i dimostranti, cosa mai avvenuta nella pacifica Olanda. Il consenso del governo secondo i sondaggi è crollato al 15%. I colloqui tra le associazioni degli allevatori sono in corso, ma non sembrano dare risultati degni di nota. Il governo olandese non vuole rinunciare ai suoi funesti diktat ecologisti e le associazioni degli agricoltori e allevatori si preparano a nuove, durissime e durature proteste, mentre anche gli agricoltori tedeschi hanno annunciato mobilitazioni contro le imposizioni ambientaliste dell’Unione Europea. Trump ha inviato un messaggio di supporto agli allevatori olandesi.

Questa distruttiva e suicida decisione delle autorità dei Paesi di colpire l’agricoltura su ordine di Bruxelles non è accettata da una parte significativa della comunità scientifica. Ad esempio, il professor Guus Berkhout, docente di geofisica, membro della Reale Accademia delle scienze olandese e di altre accademie ha dichiarato a proposito dei fertilizzanti contenenti azoto: “I derivati azotati sono indispensabili per garantire cibo a sufficienza per il futuro”; “qui nei Paesi Bassi i cittadini si rendono ben conto che le politiche verdi li spingono verso la povertà”.

Ma le presunte nobili ragioni “etiche” dei vegani e degli ecologisti nascondono anche interessi molto concreti: il nascente business della carne sintetica, che “piace alla gente che piace”. Bill Gates, ad esempio, ha fondato la sua start up per la produzione di succedanei della carne e ha dichiarato che i paesi avanzati devono convertirsi al 100% al manzo sintetico. Anche Leonardo Di Caprio si è lanciato nel business della carne in provetta e la Nestlé ha ammesso di stare studiando tecnologie innovative per produrre carne coltivata.

Il nostro dimissionario Ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha minacciosamente dichiarato che il consumo di carne “dovrebbe essere diminuito sostituendo le proteine animali con quelle vegetali, perché la proteina animale richiede 6 volte l’acqua di quella vegetale.”

L’Olanda non è il solo paese ad essere posto sotto minaccia dalla “agricoltura verde”, cioè l’anti-agricoltura voluta dagli ambientalisti. C’è un caso ancora più eclatante e persino ben più drammatico: è quello dello Sri Lanka, l’isola di Ceylon dei colonizzatori inglesi. Il paese era dominato da una famiglia corrotta e mafiosa, quella dei Rajapaksa: Gotabaya Rajapaksa il presidente della repubblica, il fratello Mahinda primo ministro, il figlio Lakshman ministro dello sport, l’altro figlio Basil ministro delle Finanze e il parentado tutto ad occupare i posti chiave dell’amministrazione civile e della struttura militare.

Oltre alla corruzione, all’autoritarismo e al nepotismo, il presidente aveva un’altra pessima caratteristica: la credenza fanatica nell’ecologismo. Affiancato da “consiglieri” ultra-ambientalisti occidentali, il presidente Gotabaya Rajapaksa aveva deciso, senza alcun preavviso, di vietare, il 27 aprile 2021, tutte le importazioni di fertilizzanti chimici, di pesticidi, degli ausili chimici di qualsiasi tipo dell’agricoltura. L’utopia di costui e dei suoi suggeritori occidentali era di fare dello Sri Lanka il primo stato al mondo in cui le coltivazioni sarebbero state solo biologiche.

Ovviamente, fu un disastro totale. Questa decisione provocò un drammatico calo nella produzione del tè, principale prodotto dell’esportazione, e del riso, l’alimento base della popolazione. Infatti il tè “biologico” produce da 2 a 3 volte meno di quello coltivato con i fertilizzanti. Ancora minori sono le rese del riso non trattato. Occorre tener presente che l’agricoltura biologica, ammesso, ma non sempre concesso, che i suoi prodotti presentino dei vantaggi in termini di gusto, è un lusso di nicchia dei paesi ricchi. In Italia solo il 15% dei terreni coltivati è “biologico”. In Francia, è l’8%.

La crisi dello Sri Lanka divenne inevitabile. Migliaia di contadini smisero di coltivare la terra, che non rendeva più niente, ed affollarono le città alla ricerca di lavori che non c’erano più, causa la crisi. Una parte consistente della popolazione era alla fame per la penuria del riso. Scoppiarono disordini di piazza, repressi violentemente dall’esercito. I flussi turistici, importantissimi per l’economia, crollarono a causa dei disordini. Il paese era alla fame. Molti agricoltori sospettarono che, tra le cause di questa crisi, c’era anche il desiderio del governo di scacciare i contadini dai loro terreni per poterli commercializzare.

L’attenuazione delle feroci e irrazionali disposizioni anti-fertilizzanti non portò a risultati concreti: la crisi si alimentava da sola. Dopo mesi e mesi di manifestazioni, rivolte e durissima repressione, agli inizi di luglio 2022 migliaia di persone assaltarono, occuparono e saccheggiarono il palazzo presidenziale. Ancora protetto dall’esercito, il presidente Rajapaksa riuscì a fuggire, ma poi venne costretto alle dimissioni. Il parlamento ha poi eletto un nuovo presidente, Ranil Wickremesinghe, che parrebbe deciso a mettere fine ai distopici vaneggiamenti eco-dittatoriali del suo predecessore. Le proteste tuttavia continuano, nonostante il pugno di ferro dell’esercito.

Quanto stiamo raccontando non è un’invenzione anti-ecologista dei malvagi “negazionisti”. Ancorché i media mainstream abbiano parlato molto poco della crisi dello Sri Lanka e soprattutto della sua causa, cioè la credenza irrazionale nella “agricoltura verde”, questi sono stati i fatti. Sulla crisi di questa isola e sulla sua causa ne ha scritto, nei medesimi termini, anche un autore e un giornalista inequivocabilmente di sinistra, Federico Rampini: “Un piccolo, sporco segreto, quasi invisibile nei resoconti internazionali, è all’origine della crisi agroalimentare che affama la popolazione. I fratelli Rajapaksa, ascoltando consiglieri occidentali dalle credenziali ultra-ambientaliste, cercarono di convertire l’intera agricoltura dell’isola ai metodi agro-biologici. Nell’impeto riformatore, agognando alla purezza degli ambientalisti dei paesi ricchi, vietarono l’importazione di fertilizzanti chimici sull’isola. Il risultato è stato una catastrofe agricola di proporzioni inaudite, il crollo dei raccolti, la penuria.”

Non si pensi che l’Europa sia lontana da simili rischi. Il Farm to fork, che è la declinazione agricola dello sciagurato Green Deal imposto dai eco-burocrati dell’Unione Europea, ordina alle nostre agricolture di ridurre, entro il 2030, del 20% i fertilizzanti, del 50% i pesticidi e degli antimicrobici e l’aumento del 25% della superficie agricola biologica. Da notare che l’agricoltura europea usa già con molta parsimonia i pesticidi: 1,6 chili per ettaro, contro valori dieci volte superiori per i paesi dell’Est asiatico.

Un terzo dei pesticidi autorizzati in Brasile e un quarto di quelli autorizzati in America sono da noi vietati. La conseguenza? Sarà la distruzione dell’agricoltura, soprattutto quella di qualità di paesi come l’Italia e la Francia. Lo ha certificato uno studio della stessa Unione, condotto dal Jrc, il centro di ricerca della Commissione Europea, che ha valutato gli impatti del Farm to fork. Analoghe analisi erano state condotte da altri due centri studi, uno statunitense e uno olandese. Il rapporto finale dell’analisi dell’istituto di ricerca dell’UE era stato secretato dalla Commissione per non allarmare i cittadini, ma il centro studi Divulga dei Consorzi agrari d’Italia ne è entrato in possesso.

In un articolo su La Verità, il giornalista Carlo Cambi fornisce qualche cifra di sintesi estrapolate da Divulga sui dati forniti da questi tre diversi rapporti. Si tratta quindi di conclusioni del tutto affidabili. Se il Farm to fork verrà applicato, la produzione europea calerà dal 10 al 30%. I prezzi della carne bovina cresceranno del 24%, quelli della carne suina del 43%. Importeremo il 30% di cerali in più con punte del 98% per la colza. Le produzioni più colpite saranno olio di oliva e vino: ne esporteremo il 50% in meno con prezzi in aumento tra il 24 e il 46%.

A ciò si aggiunge il rischio dell’introduzione del Nutriscore, la “valutazione” obbligatoria sull’etichetta dei prodotti. Ci informa ancora Carlo Cambi: “Il Nutriscore se la prende proprio con vino, olio extravergine, salumi e formaggi. Probabilmente perché sono molto inquinanti per i bilanci delle multinazionali: mal sopportano che l’Italia esporti per oltre 52 miliardi di euro e abbia il primato della qualità”.

Multinazionali ed ecologisti ideologicamente e politicamente alleati contro la civiltà della buona tavola e del buon vino: ci vogliono togliere il profumo degli arrosti e il piacere di una grigliata con gli amici. Con la scusa indimostrata del “cambiamento climatico antropico” e in nome dell’odio tipicamente gnostico e socialista per una vita ricca e gradevole, vogliono invece imporci un triste regime penitenziale fatto di insetti edibili e di carne sintetica in una società regredita sulla strada di una decrescita tutt’altro che felice. Ce lo ordina l’Unione Europea, ce lo ordina Ursula von der Leyen, ce lo ordina Greta Thunberg. Noi ubbidiremo?

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