ALLA GUERRA COL CALENDARIO – di Piero Laporta

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di Piero Laporta

fonte: ItaliaOggi – gruppo Class

 

guerra

 

L’Arabia Saudita ha acquistato dalla Germania carri Leopard, in versione controguerriglia urbana per una spesa totale di due miliardi di dollari

 

Le fiamme si alzano. L’Arabia Saudita acquista dalla Germania 200 carri Leopard in versione controguerriglia urbana. È stata l’ultima spesuccia militare, una bazzecola di 2miliardi di dollari, del il principe Sultan bin Abdulaziz al Saud, erede mancato del regno dell’Arabia Saudita perché scomparso il 22 ottobre.

Da un regno all’altro, alle prime avvisaglie di rapina in Libia, gli investimenti a lungo termine del Vaticano andarono da Londra a Francoforte. Riprese la litania sulla pedofilia, utilizzando i volenterosi intorno al colonnato del Bernini, prezzolati dai tempi di Margaret Thatcher.

Il governo cinese intanto incarica due grossi trader agricoli di progettare il rifornimento alimentare dai paesi esterni alla Nato, al Giappone e all’Oceania. Pechino inoltre pianifica una produzione quinquennale autarchica di cerealicoli. Usa e Ue rispondono coi brevetti sui pomodori. Pechino se ne sbatte e prosegue con esercitazioni militari che presumono un conflitto mondiale quinquennale e si riarma a ritmi travolgenti per quantità e innovazione.

Benedetto XVI, il 22 settembre, al Bundenstag: «Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?»». I tarantolismi tedeschi sul prestito alla Grecia s’attenuarono, venendo incontro alle chiese ortodosse russa e greca, i cui accenti il papa di Roma trasmise alla cancelliera Angela Merkel.

Come per caso, in Grecia tentavano di ripartire le frange più estreme dei movimenti antagonisti più stravaganti, con solidi riferimenti a Londra e Parigi. È uno strascico della dottrina Mitterand?

Chi si domandi qual è il pensiero del Vaticano sulla crisi economica in corso, divori gli articoli di Maurizio d’Orlando su Asia-News, agenzia ufficiale del Pime, Pontificio istituto missioni estere.

La Libia, un braccio di mare a dividerci, scivola verso un destino somalo. Piuttosto che trattare col colonnello Gheddafi, è più facile corrompere i signori della guerra e poi fare man bassa delle materie prime.

Gheddafi assicurava sanità e istruzione gratis; aveva completamente detassato la produzione agricola, potenziandone le strutture: esattamente l’opposto di quanto esige il Fondo monetario internazionale. Inevitabili i conflitti tribali, alimentati da povertà e fame, come desiderano quelli che stanno predando.

Per destabilizzare il Mediterraneo, il premio nobel per la pace Hussein Barak Obama dà il meglio di sé, grazie alle escort francesi e britanniche.

C’è tuttavia un osso duro. La Siria? Ancor più dura è l’Algeria, che non ci sta al giochino della piazza sitibonda di democrazia. Truppe speciali statunitensi sono ai confini nord orientali del Mali con Algeria. Turismo?

La Cina colma arsenali e granai, in paziente attesa. Non ha la frenesia di chi deve affrontare le elezioni presidenziali.

Il nuovo piazzale Loreto, inaugurato a Sirte, sorprende i nostri pacifisti voltati dall’altra parte; una questione di sensibilità, apprezzata dai padroni sulla Senna. E pensare che l’istituto Hyperion non c’è più, o fu ribattezzato?

Un solo generale italiano, Leonardo Tricarico, restituisce la Legione del (dis)onore: è stupefacente che ce ne sia uno.

Noi siamo, come ricordò Benedetto XVI, nelle mani di Dio; speriamo non applauda.

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