ALL’ORIGINE DEL DISASTRO ITALIANO IL MITO DELLA SOVRANITA’ POPOLARE – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

 

cmUmanista di profonda ispirazione religiosa e politologo capace di vedere oltre la prassi ideologica, Costantino Marco appartiene alla nobile comunità degli esclusi/reietti dalla cialtroneria dominante nella luce crepuscolare/fallimentare delle rivoluzioni moderne.

Il recente, intrigante saggio di Marco, “Italia infelix L’autunno di una repubblica senza virtù” (Lungro di Cosenza 2012) è infatti suggerito dalla desolante visione del recinto politico italiano, circo nel quale, insieme con pittoresche Marozie e turgidi ostricai, si agitano faccendieri ipercinetici/altoparlanti, del tutto privi del qualunque conforto intellettuale.

Nella scena della politica faccendiera e mangiona si compie il rovinoso/disgustoso trionfo della pochezza: “La congiura dei mediocri politicizzati ha ostacolato la libera competizione civile e intellettuale, provocando una debolezza strutturale dell’economia nazionale assistita e una viziosa selezione della classe dirigente, secondo criteri politici e non meritocratici, con conseguente abbassamento complessivo del livello di civiltà”.

La diagnosi di Marco è purtroppo ineccepibile e fa quadro con la minacciata, incombente corruzione della società, la spaventosa sciagura discendente a folle velocità dall’annunciato (dai piissimi eredi degli stalinisti Togliatti, Moranino, Longo, Vidali, Moscatelli, Scoccimarro e Pajetta) riconoscimento dei c. d. diritti civili, abominazioni oscillanti tra anarchia, oppressione fiscale, carestia, pedofilia e thanatofilia.

La via della corruzione è fatalmente indirizzata alla barbarie e alla schiavitù. Il rammollimento dei popoli e il vano furore delle minoranze anarcoidi offre un ghiotto spettacolo allo sguardo impietoso dei mercati e unge le corde degli strozzini rampanti.

La corruzione dei costumi è la causa perpetua delle crisi economiche e della debolezza politica, e dei suoi strascichi rovinosi.

Vico ha formulato la legge che impone la tirannia degli stranieri nelle patrie del bengodi: “poiché tali popoli di tanto corrotti erano già innanzi divenuti schiavi per natura delle sfrenate lor passioni (del lusso, della delicatezza, dell’avarizia, dell’invidia, della superbia e del fasto) e per gli piaceri della dissoluta lor vita si rovesciavano in tutti i vizi propri di vilissimi schiavi (come d’esser bugiardi, furbi,colonniatori, ladri codardi e finti divengano schiavi per diritto  … e vadano a esser soggetti a nazioni migliori”  (Giambattista Vico, Scienza Nuova, Conchiusione).

In luogo di educatori si fanno avanti, sotto le disoneste bandiere della banca mangia uomini, sciacalli tedeschi e truffatori americani, i beneficiari ultimi della disgraziata modernizzazione italiana.

Fascinosa ma non del tutto convincente è la correzione, la marcia indietro, proposta da Marco, persuaso che il pensiero liberale sia l’opposto del dominio ideologico: “l’incontro tra le due religioni, quella della libertà e quella della carità, espressioni della Verità del pensiero (ratio) e della Verità della fede trascendente (fides) che non sono due ma l’unica Verità, le cui articolazioni dialettiche hanno caratterizzato la storia ideale e pratica della nostra civiltà”.

Il dubbio si affaccia quando l’Autore quasi riformulando il perché non possiamo non dirci cristiani di Benedetto Croce, sostiene che “la funzione del liberalismo morale è quella stessa della filosofia, del pensiero che si pone come la coscienza critica, la ragione, dell’Essere del mondo e della vita umana”.

L’idea che la ratio liberale, nell’opera crociana non del tutto indenne da umbratili reminiscenze hegeliane, possa incontrare la fides cattolica, è suggestiva e costituisce, indubbiamente, un passo indietro rispetto al baratro dell’ideologismo vendoliano.

Se non che la ratio cattolica ha fondamento nella riflessione sull’essere degli enti, mentre la ratio liberale, additivata dallo hegelismo, è pensiero che pensa se stesso, assoluta tautologia, in ultima analisi.

Senza dubbio, la filosofia dell’ultimo Croce ha una dignità sconosciuta ai monatti acefali che affollano i due rami secchi del parlamento.

Se non che la via d’uscita dalla barbarie libertina non è una filosofia imparentata con la ratio illuministica, che ha ispirato il conflitto tra legge naturale e sovrana volontà dei costituenti.
Un autorevole filosofo del diritto, Miguel Ayuso, ha ricordato recentemente che la legge naturale si afferma “como la decantacion y concreciòn de principios politicos naturales,universales, a través de la historia” (Cfr.: “El problema del poder costituyente”, Madrid 2012).

Dal suo canto l’autorevole Danilo Castellano rammenta (e al proposito cita una celebre definizione di Vittorio Emanuele Orlando) che le costituzioni non si creano negli uffici della burocrazia perché non possono prescindere dalle condizioni storico-culturali e socio-economiche delle nazioni.

Una carta costituzione non collegata con la tradizione e con il sentire comune del popolo non è altro che un aborto giuridico.

Purtroppo i padri della costituzione italiana del 1948 hanno disatteso e contraddetto i princìpi di una nazione profondamente religiosa e refrattaria allo scisma familiare, all’infanticidio e alla pederastia, attribuendo al popolo (in realtà ai suoi rappresentanti) la sovranità ossia il mostruoso diritto di contraddire la legge di Dio e di calpestare la tradizione nazionale.

Di qui le antistoriche alterazioni delle leggi italiane, a cominciare dalla disgraziata legge Fortuna-Baslini, l’allegro lassismo, la corruzione dei costumi ope legis, la stage degli innocenti, e, in parallelo, il corteggiamento degli elettori da parte di politicanti elargitori/corruttori, il degrado del sistema economico e, finalmente, la sottomissione del paese agli interessi di implacabili banchieri.

Il qualunque provvedimento inteso a risanare l’economia, a sciogliere il cappio stretto dai finanzieri apolidi e a ristabilire la tranquillità nell’ordine è destinato a fallire senza una riforma della costituzione, riforma che deve essere intesa, prima di tutto, a riconoscere la sovranità di Dio e l’impronta della sua santa volontà nella tradizione e nei nobili costumi della gente italiana.

Se il legislatore italiano non fa un passo indietro, se non fa ritorno al cuore della storia nazionale infischiandosene delle stupide grida di Bruxelles, il qualunque tentativo di uscire dalla crisi è destinato a fallire miseramente.

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