Amarcord di un vecchio tra Romagna, Veneto… e dintorni

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Non amo i cliché, specie se si tratta di parlare di amici, perché si finisce irrimediabilmente per adattare gli uomini a forme prefabbricate. Ma, grazie a Dio e per nostra fortuna, esiste qualche eccezione: pochissime a mia vista, ma così belle e così forti da fare in modo che sia il cliché ad adattarsi alla persona. Per questo motivo non vedo controindicazioni nel definire Giovanni Lugaresi “un signore d’altri tempi”. Lo conosco da quasi trent’anni in virtù del nostro comune maestro Giovannino Guareschi e dei suoi figli Alberto e Carlotta. Ci siamo incontrati forse una ventina di volte, parlati per telefono ancor meno e scritti forse un po’ di più. Ma so da sempre che Giovanni è un amico vero, uno di quei rari uomini che non si sentono mai in credito, sempre pronti a trovare nel prossimo qualcosa che valga la lode, anche sul piano professionale, cosa che tra giornalisti e scrittori accade ancor meno che raramente.
Perciò mi sento onorato di pubblicare questi suoi ricordi di ottant’anni di vita. Si tratta di uno scritto più lungo di quelli già lunghi che siamo soliti pubblicare contro tutte le regole della cosiddetta buona creanza del web. Queste circa sessantamila battute sono sublimemente screanzate rispetto ai tabù di chi va in cerca di clic e quindi superbamente godibili. In particolare, io mi sono goduto gli sterminati elenchi in cui Lugaresi cita tutte le persone che hanno segnato la sua vita. Dentro ci si trovano personaggi famosi e gente sconosciuta, maestri di pensiero e di fede e compagni di lavoro, persone di famiglia e conoscenti. Penso che un uomo capace di ricordare così tante persone con così tanta attenzione sia veramente straordinario, “un signore d’altri tempi”. Un poeta, direbbe la mia amata Cristina Campo, che mi ha insegnato come la poesia non sia altro che capacità di dare la stessa quantità di attenzione alle cose del visibile e dell’invisibile. E che gli elenchi di nomi trascritti con amore sono poesia.
Alessandro Gnocchi

*** *** ***

Come in altre occasioni ritenute “importanti” della mia vita, alla soglia degli 80 anni, ho affastellato, per così dire, alla buona, ricordi che emergono di quanto in quando in questo cammino, pensieri, considerazioni, facendone partecipi gli amici (un po’ di amici) di ieri e di oggi.

Addio del passato

L’amarcord di un vecchio fra Romagna, Veneto… e dintorni

In necessariis, unitas,
in dubiis, libertas,
in omnibus, charitas
(attribuita a Sant’Agostino)

Dio perdona tante cose
per un’opera di misericordia
(Alessandro Manzoni)

A stare dalla parte dei perseguitati
non si sbaglia mai
(Leon Bloy)

La vita intera è preparazione
alla morte, e non c’è da fare
altro sino alla fine che continuarla,
attendendo con zelo e devozione
a tutti i doveri che spettano…
(Benedetto Croce)

I furbi hanno dei fini,
i fessi hanno dei principi
(Giuseppe Prezzolini)

Ho visto tanti morti
nella mia vita, ma
più morto di tutti
è il ragazzo che io fui
(George Bernanos)

Non credo nelle vitamine,
in compenso credo in Dio
(Giovannino Guareschi)

Quando mi siedo sul divano del mio studiolo di una casa quasi centenaria ai piedi del Montello, non lontano dal luogo dove venne abbattuto, il 19 giugno 1918 durante la Battaglia del Solstizio, Francesco Baracca, mi trovo davanti, appeso al muro, un quadro emblematico. Raffigura l’ingresso dei seminaristi (veste talare e cotta) nel duomo di Ravenna, visto dallo sbocco di via Port’Aurea sulla piazza. Non è un gran che, come si dice; un’opera di un pittorino di cui ignoro il nome, che mio padre teneva nella nostra abitazione di via Baccarini a Ravenna. Ma costituisce un richiamo quotidiano alle mie origini.

In un appartamento del complesso di case di proprietà del Seminario Arcivescovile di Ravenna, al civico 5 di via Port’Aurea, appunto, nascevo il 22 aprile 1941 – allora le donne partorivano fra le mura domestiche – e lì era nato, sette anni prima, il mio unico e amatissimo fratello Giuseppe – Beppe. (1)

Quel quadro, quella scena, sono il “memento” di quel che io sono: prima di tutto un uomo, poi un cristiano, quindi un giornalista – secondo vocazione. Un uomo: ravennate e romagnolo, benché la maggior parte della mia vita si sia svolta e continui a trascorrere nel Veneto: Belluno, Padova (ben 36 anni), quindi (e infine, penso) nella Marca Trevigiana, nella casa avita di mia moglie Lucia, a Giavera del Montello.

A chi mi chiede di dove io sia, rispondo: di Ravenna, Romagna, ancorché dal 1966 viva appunto nel Veneto, e in questa terra ci stia bene, e qui abbia trovato la compagna della mia vita, sposata il 6 maggio del 2006 nell’abbazia benedettina di Praglia, ai piedi dei Colli Euganei.

E se vado, ancora, a ritroso nel cammino della mia esistenza, trovo che la Romagna è sempre stata presente, anche con persone e fatti e memorie, nei luoghi dove ho dimorato. A Belluno, c’era la non più giovane Vanna Tattoni, la cui famiglia era amicissima di Marino Moretti; e a Belluno ritrovai il commissario d’esame di quinta ragioneria, che nel luglio del 1962, all’orale, si era dimostrato assai meravigliato per la scelta da me fatta, visto il tema che (unico in tutta la commissione) aveva meritato 8! Gli avevo detto che, comunque, non avrei fatto il ragioniere, bensì il giornalista, e che da tempo scrivevo sui giornali… Quel professore era, appunto, bellunese; si chiamava Giuseppe Paniz (padre del notissimo avvocato e uomo politico Maurizio).

A Padova, le presenze di Manara Valgimigli, uno dei maestri (filologo classico, grecista insigne, come ognun sa) dell’ateneo, e di Michele Vincieri, mio preside all’Istituto tecnico Ginanni, al Bo laureato con una tesi (la prima) sul teatro di Pirandello. E, sempre nella città del Santo, l’amicizia saldata con Giorgio Cicognani, faentino di origine, qui trasferitosi nel dopoguerra, e con Mario e Sonia Di Natale, ristoratori d’eccellenza, provenienti da Riolo Terme.

A richiamare, poi ancora, per così dire, i legami romagnoli, ecco una cesenate come Cristina Maraldi sposare Ivo, primogenito del mio grande amico Edoardo Pessi (sì, di quella famiglia di imprenditori legata agli inchiostri, prima, al marchio Guttalin, in seguito!) e di Rosita.

Non è finita: dopo il trasferimento da Padova a Giavera del Montello (2006), non avrei immaginato di incontrare un’altra famiglia romagnola, quella di Evi Cricca Babini in quel di Montebelluna. Evi è legatissima alla memoria di don Angelo Lolli-Opera Santa Teresa del Bambino Gesù, ed è cultrice della cucina dei suoi vecchi, cappelletti in primis…

Romagnolità, dovunque io mi sia trovato e mi trovi, e senza trascurare, allora, quell’esortazione di Alfredo Panzini (più volte richiamata anche da Sergio Zavoli): “Rimanete fedeli alla Romagna, è l’unica terra in cui si conserva quel poco di buono che è rimasto nel mondo”.

Romagna, dunque, presente oltre i natali e la prima giovinezza, in un sentimento che nel volgere delle stagioni della vita si è fatto sempre più profondo, intenso, e che alla vigilia dei miei 80 anni, è foriero di ricordi, di considerazioni, di riflessioni. Che vanno, poi ovviamente, oltre la mia “appartenenza” ravennate e romagnola, per fissare punti salienti, umani, professionali, spirituali. Ai quali mi riportano peraltro altre “presenze” nel mio studiolo, a incominciare dalla fotografia con dedica alla famiglia Lugaresi (debitamente incorniciata), datata 1947, di monsignor Angelo Rossini, alla vigilia della sua partenza per la sede arcivescovile di Amalfi. Il Presule era stato padrino del mio compianto fratello Beppe, quindi mi aveva battezzato (parrocchia di San Giovanni in Fonte – la chiesa cattedrale) e mi aveva conferito il sacramento della Cresima nella cappella del palazzo arcivescovile, prima di raggiungere la nuova destinazione.

Ancora: c’è un piccolo mosaico raffigurante un particolare del mausoleo di Galla Placidia (la croce d’oro al centro di un intenso cielo stellato), dono dell’amico Walter Della Monica per il mio matrimonio – in sala, invece, una Madonna in ceramica di Faenza, pure dono di nozze, di Franca Malagola e del marito Pino Alfieri.

E, considerato lo “spostamento” in sala, ecco il ritratto a olio di mio nonno Giuseppe (che non conobbi), cofondatore della cooperativa braccianti di Castiglione di Cervia, del quale vado fiero, copiato da una fotografia datagli da mio padre Arnaldo dal pittore Morandi (Renzo), al quale si deve pure una maternità, dono dell’indimenticabile Ala Pratella.

Ma torniamo nello studiolo, che racchiude tante memorie della mia vita. Due disegni di Guareschi (uno dei quali dono dei figli, carissimi amici, Alberto e Carlotta), due miei ritrattini a penna realizzati in pochi minuti, in occasioni distinte, dal pittore romeno esule in Italia Dragutescu, e le fotografie di personaggi e amici che hanno rappresentato tanto nella mia esistenza e nella mia attività professionale: Prezzolini, per il quale ero “l’ultimo degli amici fatti in Italia”, Marino Moretti, don Francesco Fuschini, Knud Ferlov, primo traduttore in Italia di Kierkegaard (“In vino veritas” – 1910 – Collana La cultura dell’anima diretta da Papini per l’editore Carabba di Lanciano), conosciuto tramite Prezzolini e intervistato a Roma nei primi anni Settanta del secolo scorso, Giuseppe Longo, il “direttore galantuomo”, nel senso che fra tanti chiacchieroni che promettono e non mantengono, incontrati nella vita, lui mi assunse praticante giornalista al Gazzettino, poi accettò la collaborazione alla sua prestigiosa rivista L’Osservatore Politico Letterario, e pubblicò il primo lavoro da me curato: “Lettere ruggenti di Marinetti a F. B. Pratella”.

Ancora: i ritratti di Manara Valgimigli, della carissima Lalla Franchi Malagola, dei miei genitori Arnaldo e Maria, di mio fratello Giuseppe e delle sue figlie Maria Teresa e Giovanna, due pastelli di Leo Longanesi, uno smalto del maestro padovano De Poli, un olio di Eduardo Vicente, ereditato dall’amico di famiglia professor Antonio Fantucci (il Tugnazzin di “Penne pennelli e scalpelli” di Domenico Giuliotti), nonché una parte della mia biblioteca, con tanti libri di amati autori romagnoli: da Pascoli a Oriani, da Panzini a Renato Serra, da Moretti a Valgimigli, da Olindo Guerrini ad Aldo Spallicci (con le sue poesie e la rivista La Piè), da Leo Longanesi a don Francesco Fuschini, da Francesco Serantini a Diego Fabbri, da Enzo Guerra (‘d i Piretta) a Tonino Guerra (ma non erano parenti), al grande dimenticato (ma ri-scoperto da Della Monica) Dante Arfelli ad Antonio Baldini, senza trascurare i testi enogastronomici dello storico e scrittore Graziano Pozzetto…

Ci sono cimeli alpini, fra i quali un busto scolpito in legno di un vecio col cappello con la penna nera, omaggio dell’indimenticabile amico rotaryano Antonio Righetti, e la fotografia scattata a Nikolajewka nel 2013 (secondo di tre viaggi compiuti nei luoghi della memoria di guerra in Russia) dove sono con i gemelli di Conegliano Gianfranco e Fortunato, alpini “doc”, nonché una minuscola macchina per scrivere mignon in argento, dono di Lino Toffolo, quando andai in pensione. Ultima, ma non ultima fra le testimonianze ravennati, la foto di mia madre, in carrozzella, che stringe una mano di Giovanni Paolo II (no, quel Papa non la strattonò!) in visita all’Opera Santa Teresa del Bambino Gesù nel 1986.

Poi, le riviste con miei scritti rilegate: dalla Piè a L’Alpino, da Rotary a L’Osservatore politico letterario, dal Messaggero di Sant’Antonio a Vita Minorum, da Libro Aperto a Opinioni Nuove, dall’Osservatore Romano della Domenica ad Alpes, e via elencando, nonché i libri (pochi) di cui sono autore, e quelli (numerosi) con le mie prefazioni. Sono circondato da questi oggetti, che non sono semplici oggetti, bensì storia e memoria, ricordo e sentimento. Che cosa, ricollegandomi anche a queste cose, ritrovo del mio passato in questi 80 anni di esistenza?

Partiamo da lontano. Avevo tre anni. Sfollati a San Potito di Lugo, in quanto era previsto il trasferimento della Banca Popolare (trasferimento poi non avvenuto), dove mio padre lavorava, e in un certo momento eravamo rimasti divisi (io, mia madre Maria, il fratello Beppe e la nonna materna Nilda) dal babbo fermo a Ravenna, appunto. Avvenne anche l’ingresso, nella casa presa in affitto, di soldati tedeschi, che occuparono uno stanzone, e al proposito è impresso nella memoria un evento drammatico, più volte rievocato da mia madre.

Nel gruppetto c’erano un militare “cattivo” e un altro, il signor Giovanni, “buono”. Un certo giorno, il “cattivo” minacciò mio fratello, accusandolo di avergli rubato i sigari dalla cassetta d’ordinanza. Beppe negava, ma quello non se ne voleva dar ragione. Accuse reiterate, benché la mamma assicurasse che il bambino (aveva dieci anni) non mentiva, diceva sempre la verità, ed era vero – venivamo educati a non dire mai bugie! La cosa si stava mettendo male, perché il tedesco aveva puntato la pistola alla testa di mio fratello. Fortuna volle (Provvidenza volle) che intervenisse il signor Giovanni e le minacce rientrarono. Ma quella pistola puntata alla tempia, tanti e tanti anni dopo, mi ha fatto riflettere su certe paure del mio amato fratello di fronte a difficoltà scolastiche e della vita… Quanto al furto dei sigari, qualche giorno dopo, mia madre mi prese in disparte, convinta che io ne conoscessi l’autore, e mi mise alle strette. Sì, lo sapevo: era stato un mio compagno di giochi che aveva portato i sigari a suo padre…

Un’altra rievocazione: durante i bombardamenti, andavamo nella stalla adibita a rifugio con tronchi d’albero sistemati sopra le poste dei bovini, e mentre io (incosciente) imitavo lo scoppio delle bombe, il povero Beppe terrorizzato piangeva ripetendo: “Non voglio morire senza vedere il mio babbo”…

A un certo punto, arrivarono a San Potito gli Alleati e i tedeschi varcarono il Senio. Militari inglesi piazzarono alcune mitragliatrici sul tetto della nostra casa e il fuoco incrociato avrebbe potuto esserci fatale. Nel frattempo Ravenna era stata liberata e in casa della mia zia materna Teresa, nelle “piazze”, in Borgo Porta Nuova, c’erano i canadesi. Un paio di questi militari vennero “corrotti” con un pasto a base di tagliatelle al ragù, apprezzate al punto che quei militari si convinsero a partire in camion, con mio cugino Ettore, alla volta di San Potito. Sotto il fuoco incrociato, mia madre, mia nonna e mio cugino caricarono quel che si poteva e poi, via: il ritorno a Ravenna, e l’esultanza del ritrovarci col babbo…

Di quei mesi di permanenza in quel di San Potito, mia madre raccontava inoltre della saggezza di un capo partigiano, Gianì, che raccomandava ai suoi di non colpire tedeschi isolati, per evitare rappresaglie… e del coraggio del cugino Ettore che aveva soccorso (a rischio dell’incolumità) un barrocciaio vicino di casa colpito a un braccio da una scheggia, sotto il fuoco dei combattenti e lo sguardo pressoché indifferente di altri: partigiani, civili, soldati inglesi.

Di mio, ricordo le famiglie dell’ingegner Zanotti, di Giulio e Gigia Gagliardi – ‘d Marenga, e l’avvocato Leonida Longhini col quale, nell’orto, staccavo pomodori dalla pianta e, una volta ripulitili col fazzoletto, gustavo così, senza condimento alcuno.

Poi, sono cresciuto… Fanciullezza, adolescenza, giovinezza. Scuola, sport, giornalismo. Di maestri di vita, a scuola, ne ricordo due: il professor Cesare Isola e il preside Michele Vincieri all’Istituto tecnico Ginanni; docenti bravissimi e simpatici quattro: Gianfranco Baldini, Carlo Gulminelli (mi fece amare la matematica!) alla Media Guido Novello, Piero Longanesi e Mario Binazzi Zattoni al Ginanni. Volendo però fare un passo indietro, all’infanzia, ecco la severa e materna a un tempo maestra Maria Fiorentini.

Dirigenti sportivi e atleti appassionati, generosi, competenti: Angelo Costa, Orfeo Montanari (pallavolo), Celso Minardi (ciclismo), Jader Bassi (ciclismo e pugilato), Renzo Zannoni (nuoto e pugilato), il professor Elio Marfoglia, animatore della società di atletica femminile, il dottor Domenico Bosi, Giorgio Bartolini, il massaggiatore Tonino Rondoni (per il calcio, allora Sarom Ravenna), Mario (al secolo, Carlo Alberto) Lelli, Meo Bagioli, Giordano Bentini, Cecco Mamini e l’accompagnatore Colombo Arfelli, nella pallacanestro, sport che praticai con discreti risultati nei campionati “minori” nelle file della Robur, allenatori Mario Ballardini e Giorgio Baldazzi, prima di lasciare per dedicarmi esclusivamente alle cronache giornalistiche.

Corrispondenti ravennati della stampa che presero a benvolermi, essendo io (anche) il ragazzino della “categoria”, e che ricordo con gratitudine, Umberto Campajola Ghirardini, Francesco Stinchi, Aleardo Migliorini, Gino Strocchi, Ferruccio Bassi, che avrebbe presto lasciato il giornalismo scritto per passare con l’amico Mario Cottignola alla televisione quale provetto operatore.

Fra le prime collaborazioni, ecco L’Argine, settimanale cattolico diretto da don Fuschini, Stadium, giornale del Centro Sportivo Italiano, Sport Romagnolo, Stadio, L’Avvenire d’Italia, il Resto del Carlino, Il Centro diretto da Guido Gonella, il giornale studentesco Il Picchio, nel quale mi ritrovai con un compagno di classe alle elementari, Giovanni Cavalcoli, bambino prodigio pittore e futuro illustre teologo domenicano, e dove conobbi due studiosi di valore, i cari e stimatissimi Alfredo Cottignoli (poi accademico all’Alma Mater Studiorum) e Franco Gabici, uomo di scienza e di lettere.

L’evento centrale, per così chiamarlo, in questa intensa e appassionata attività, nella quale ebbi maestri di giornalismo Vanni Ballestrazzi, Uber Dondini, Claudio Santini, Camillo Ghirardini, ecco la corrispondenza da Ravenna del Gazzettino, condizione che mi fece incontrare il direttore Giuseppe Longo, e l’assunzione quale praticante e poi giornalista professionista in terra veneta.

Che cosa ricordo di questa prima fase della mia vita a Ravenna?

L’educazione cattolica passata da don Luigi Quinche (pronuncia Chens), che mi insegnò a servire messa, al carissimo vecchio amico di famiglia don Giuseppe Brasini, a don Giovanni Buzzoni e a don Fuschini. Una forte educazione cattolica “rinforzata” nel tempo attraverso letture (Papini, Giuliotti, Tozzi, Lisi, Bargellini, Santucci, don De Luca, De Maistre, Veuillot, Bloy, Hello, Claudel, Bernanos, Mauriac, Miguel de Unamuno), la frequentazione di luoghi quali i santuari di Loreto e Lourdes, e in seguito, l’abbazia benedettina di Praglia, la basilica antoniana di Padova, il convento di padre Leopoldo, l’eremo dei Camaldolesi della Riforma di Monte Corona, sul Monte Rua – Colli Euganei.

Fra i preti e religiosi incontrati in terra veneta, dai quali ho avuto benefici spirituali e umani, padre Ireneo Sisti, morto improvvisamente, padre Giuseppe Tamburrino (canonista illustre e officiante il mio matrimonio), dom Wladimiro (appassionato organista, mio testimone di nozze), gli abati Bruno Marin e Norberto Villa, padre Igino Splendore, benedettini; padre Enzo Poiana, rettore del Santo, morto (come Ireneo) improvvisamente, padre Giuseppe Ungaro, scomparso una settimana prima di varcare il traguardo del secolo, padre Pio Capponi, prestigioso direttore della Cappella musicale antoniana, padre Olindo Baldassa, fra’ Luciano Forese, uomo di preghiera e meditazione, umile per quanto diligentissimo addetto alla sacrestia del santuario antoniano, padre Giovanni Luisetto – e, restando in basilica, Giovanni Turato, guardia pontificia dal fisico imponente; don Fernando Pilli, già cappellano militare, musicista, compositore di musica sacra, con la famosa organista Fiorella Benetti Brazzale (Brazzale: grande famiglia cattolica, di “imprenditori cattolici”, con Tino e i magnifici figli Gianni, Roberto, Piercristiano); don Alfredo Contran, don Claudio Bellinati, padre Battista Mondin (“trapiantato a Roma”); don Luigi Moncalero della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Nel mondo religioso femminile, diverse suore dell’Opera Santa Teresa del Bambino Gesù (fondata dal santo prete Angelo Lolli), a incominciare dalle zie di mia madre, Adele e Marianna (per tante belle figure di quella comunità rimando al mio “Con don Lolli nella vigna del Signore” edito da Shalom), nonché suor Virginia, suor Anna, poi suor Maria Pia del Carmelo cittadino, ricca di spiritualità e di finezza, alla quale la mia famiglia era profondamente legata, come forti legami di amicizia aveva con le suore di Quadalto (Palazzuolo sul Senio): madre Candida, suor Tommasina, suor Pia, suor Giuseppina.

Sul piano della scuola, la soddisfazione per il conseguimento del diploma di ragioniere, che peraltro non mi servì ai fini pratici, avendo già scelto la mia strada, nonostante le insistenti esortazioni del direttore della Banca Popolare Paolo Serra che avrebbe voluto assumermi nel momento in cui mio padre sarebbe andato in pensione. Arnaldo entrato nella Banca Popolare Cooperativa di Ravenna nel 1922, venne collocato in quiescenza nel giugno 1966. Due mesi dopo io partivo, con un magone così, alla volta di Belluno, prima redazione del Gazzettino dove avrei prestato servizio. Un magone così, perché percepii, in quella mattina del 31 agosto 1966, che a Ravenna non avrei più fatto ritorno, se non per ferie, o riposi settimanali. Un costo molto alto, quello di lasciare la mia città, la mia terra (e la mia famiglia beninteso), ma dovevo seguire la vocazione: il giornalismo… Sarei andato in campo al modo per fare questo mestiere!

Banca Popolare, ho detto. E anche qui ho ancora presenti figure caratteristiche e di viva umanità. Dallo “storico” direttore Giuseppe Mazzoni, agli ultimi presidenti, Gianni Dragoni, Claudio Martinelli, passando per impiegati quali i Petrignani Tito e Pietro-Piron (non erano parenti), la signorina Buzzi, Alcide Boni, Gustavo Bondi, e poi Minzoni, Allegri, Gaddoni, Amadei, Benedetti, Piretti, Darchini, Tesorieri (padre e figlio), Tabanelli, Branzanti, Zauli, e naturalmente i miei cugini carissimi Ido e Massimo, fino ai giovani Pinza e Rabboni – cito vivi e morti…

Nel frattempo, una volta conseguito il diploma di ragioniere, avevo prestato servizio militare nell’arma del Genio: addestramento a Siracusa, poi al V° Reggimento – caserma Spaccamela, a Udine, dove era stato anche mio padre, non ricordo più se di leva, o da richiamato.

E qui un episodio ho tenuto sempre nel cuore. Era un febbraio caldo, quello del 1963 a Siracusa, e si partì nottetempo, su di una lunga tradotta, per il Nord. Da Bologna in su, ci sarebbero state le fermate apposite per la discesa delle reclute destinate alle varie caserme: Ferrara, Rovigo, Padova, Mestre, Treviso, e poi i centri del Friuli – ultima fermata, Udine. A Villa San Giovanni, era prevista una sosta relativamente lunga del convoglio e ne approfittai per inviare un telegramma a casa: l’indomani mattina fra le 4 e le 5 il treno sarebbe arrivato a Bologna. Così fu. Abbassai il vetro del finestrino dello scompartimento condiviso con altri commilitoni e chiamai, nel silenzio profondo di quell’ora: Beppe! Beppe! Dal buio e dalla nebbia spuntò il mio amato fratello. Dopo un lungo abbraccio, mi consegnò cioccolato, salumi, e una busta con una piccola somma in denaro di provenienza paterna.

È una scena mai dimenticata. Beppe era partito da Ravenna la sera prima con l’ultimo treno per Bologna (poco dopo le 23, se ben ricordo). Era stato a sonnecchiare in sala d’attesa sino all’arrivo della tradotta, quindi, era ripartito col treno dell’alba per Ravenna, andando subito nella sede dell’Inam, dove lavorava… Quanto affetto fra di noi, come quello che ci legò sempre alle famiglie degli zii e cugini sia da parte del babbo, sia da quella della mamma – Dina, Pasqualòti, Ido, Ida, Rosina, Teresina, Natale, Giuliana, Ettore, Franco…

E una forte impressione provai, in quella sosta alla stazione di Bologna, fra la nebbia e il freddo. Ero di nuovo nel mio ambiente, avvertivo aria di casa, con le brume, gli alberi spogli, quasi scheletrici, nella campagna desolata. La calda, assolata, rigogliosa Sicilia era lontana… e non la rimpiangevo, ancorché vi avessi trovato paesaggi e monumenti splendidi.

A quell’incontro notturno alla stazione di Bologna del 1963, si sovrappone però il ricordo di un evento successivo e drammatico. Una notte del mese di marzo del 1977 (quando già da tempo vivevo a Padova), alle 2 venni svegliato dallo squillo del telefono, che avevo sul comodino. Allungai la mano afferrando il ricevitore e non feci a tempo a dire “pronto” che sentì la voce strozzata di mio padre: “Beppe è morto! Beppe è morto!”.

Ricevere nel cuore della notte, una notizia del genere, fu una mazzata tremenda. Fra incredulità, pianto e preghiera, mi vestii in fretta, chiamai un taxi per la stazione salendo sul primo treno per Ferrara; poi, di qui per Ravenna, dove arrivai verso le 7… – per lungo tempo, prima di andare a dormire, ho tenuto staccato l’apparecchio telefonico.

Il dolore per la scomparsa improvvisa (infarto della mesenterica) del mio amato fratello si sarebbe rinnovato due anni dopo, con la morte (attesa) di mio padre colpito da un terribile melanoma. Mentre la tanto provata mamma si sarebbe spenta, letteralmente, come una candela, nel 1997 a Santa Teresa, dove aveva vissuto gli ultimi quattordici anni, fra letto e carrozzella, ma serena, tornando in un certo qual modo alle origini, dal “suo” don Lolli, nel cui laboratorio aveva imparato il mestiere di magliaia, e al quale era rimasta sempre legatissima da un forte vincolo spirituale.

In occasione della morte di mio padre ebbi, pur nel grande dolore per il distacco, due grandi soddisfazioni: la prima, fu quella di poter tenere la mia mano nella sua nel momento del trapasso, una testimonianza di amore filiale che arrivai in tempo a dargli partendo in tutta fretta da Padova, una volta avvertito che era giunto alla fine.

L’altra, il racconto che mi fece mia madre, già a quel tempo malmessa, debolissima, che non usciva più di casa. Sorretta dalla sorella Teresa, con l’auto del vicino Garage Scaioli, una settimana prima della morte di Arnaldo, si fece portare alla casa di cura Domus Nova dove il babbo era ricoverato, per quello che sarebbe stato l’addio e l’a Dio. Vedendola, il babbo, commosso, in dialetto le disse: “Adesso che ho visto la mia Maria, posso anche morire”. Mi parve (e tuttora ne sono convinto) la più bella dichiarazione d’amore che avesse potuto farle…

Dal punto di vista professionale, non avevo grandi pretese. Non avevo mai pensato alla carriera, né, quando venni assunto al Gazzettino, quanto avrei guadagnato. Mi bastava scrivere, e questo è avvenuto: prima nei diversi settori della cronaca, poi, negli ultimi quattordici anni nella redazione Cultura-spettacoli, e quello che ho potuto fare, poco o molto che sia, fin dove sono potuto arrivare, è avvenuto senza bisogno di “sgomitare”, sempre memore dell’ammonimento dei miei genitori: bisogna stare al proprio posto!!!

Quella del guadagno non è mai stata peraltro una motivazione, una ragione, del mio agire, un traguardo da raggiungere, e non soltanto per quel che riguarda la professione, ma anche… in amore. Non ho mai corteggiato infatti una donna pensando alle condizioni economiche della sua famiglia, ergo, alla dote! Anche nel campo sentimentale, devo aggiungere, visto che ci siamo arrivati, gioie e dolori, ma alla fine, ancorché avanti con gli anni, ecco la persona giusta alla quale mi sono legato e con la quale sto serenamente condividendo quello che la vita può ancora offrire.

Ho tratto (anche riferendomi al giornalismo) una conclusione esistenziale: tutto si paga. Non soltanto il male che, magari anche inconsapevolmente, si commette, ma pure le gioie di cui si gode. Tutto ha un prezzo.

A un periodo bellissimo per la professione: collaborazioni all’Osservatore Romano, all’Osservatore della Domenica, alla Radio Vaticana, passaggio al gruppo Rizzoli (L’Eco di Padova, quindi L’Occhio, giornale “popolare” diretto da Maurizio Costanzo) negli anni Settanta, hanno infatti corrisposto quei dolori familiari dei quali ho detto, e che avevano avuto una sorta di anticipazione, per così dire, con la dolorosa malattia e la morte prematura dell’amato cugino Ettore.

Ho provato anche l’esperienza della cassa integrazione, quando alla fine del 1981, scoppiò la crisi del Gruppo Rizzoli per la vicenda dei personaggi compromessi nella Loggia massonica P2, prima di far ritorno al Gazzettino. Ho constatato, abbandonandomi ai ricordi, che da alcuni incontri sono derivate poi felici conseguenze, per così dire. Da don Fuschini, la conoscenza dei cattolici scrittori del Frontespizio: Giuliotti, Papini, Bargellini, Lisi, Betocchi, don De Luca, il grande xilografo Pietro Parigi. Le opere dei quali ho approfondito, e con taluni dei quali ho intrattenuto rapporti cordiali, se non di amicizia, come nel caso di Nicola Lisi e Pietro Parigi.

Attraverso Prezzolini, poi, ecco la frequentazione intellettuale e spirituale con gli autori della Voce: da Croce a Einaudi, da Soffici a Jahier, da Amendola a Slataper, da Rebora a Serra, e la conoscenza diretta di personalità della cultura quali Knud Ferlov, sister Margherita Marchione, dell’Ordine delle Pie Maestre Filippini, Luciano Rebay, Glauco Cambon. Prezzolini ha rappresentato inoltre un punto di riferimento importante, di amicizia e come esempio morale. Del resto, la mia formazione politica e spirituale deve riconoscimento e riconoscenza, oltre che a lui, a don Luigi Sturzo, a Luigi Einaudi e a Giovannino Guareschi. Alla lettura dei libri di quest’ultimo, devo fra l’altro la consolazione provata in momenti di dolore e desolazione della vita, e ai suoi figli Alberto e Carlotta, una delle amicizie più intense; per Carlotta, scomparsa nel 2015, duratura al di là della vita, perché, come diceva il padre Lacordaire, “l’amore è nell’anima e l’anima non muore”- un rapporto che si manifesta nella preghiera quotidiana che dedico ai miei morti, intendendo con questo “miei”, non soltanto familiari e parenti, ma pure amici, appunto, che, per dirla con una espressione tipica degli alpini, “sono andati avanti”.

Ecco, a questo punto, allora, come posso sintetizzare i miei rapporti di 80 anni di esistenza: affetti familiari, affetti amicali (fra gli altri, Giovanni Velicogna, Giuliana Tebaldi con la sorella Sandra, e poi Rosetta, Gianna, Fabio, Luigino, guareschiani doc, Giorgio Deotto), passione per la letteratura, passione per la storia, fedeltà e fede religiosa che tutto abbraccia, tutto comprende.

Alpini: un popolo (sì, mi piace chiamarlo popolo, perché tale è!) che ho conosciuto prima nella letteratura (Giulio Bedeschi, Egisto Corradi, Mario Rigoni Stern, don Carlo Gnocchi, Enrico Reginato, Piero Jahier, Paolo Monelli, padre Giovanni Brevi, eccetera), poi nella vita: sempre valorosi in guerra, e generosi in tempo di pace, laddove si manifesti il bisogno di un prossimo colpito da sventure. E anche qui, conoscenze di personalità e uomini stimatissimi, con amicizie forti: Franco Bertagnolli, Leonardo Caprioli, Bortolo Busnardo e il nipote Sebastiano Favero attuale presidente dell’Ana, Giuseppe Parazzini (dal quale ricevetti, nell’adunata nazionale di Genova 2001, il Premio Giornalista dell’anno dell’Ana, di cui era presidente), Peppino Prisco, Lino Chies e la sua Osteria La Vecchia nelle adunate nazionali dell’Ana (nonché con la sua compagnia nei viaggi-pellegrinaggio in Russia: Rossosch-Nikolajewka), Antonio Sarti, Arturo Vita, Corrado Perona, Angelo Greppi, Cesare Poncato, Ido Poloni, i “veci” Sante Dal Santo, Cristiano Dal Pozzo (morti ultracentenari), Diotalevio Leonelli; il missionario padre Lorenzo Caselin reduce di Russia, Luigi Cailotto, Piero Biral, Toni Battistella, Giovanni Camesasca, Pier Giorgio Pedretti, il famoso avvocato penalista (ex IMI) Odoardo Ascari, Ferdinando Bonetti, Vasco Senatore Gondola, Franco Dal Mas, Francesco Zanardo, Raffaele Panno, Ivano Gentili, Claudio Trampetti, Francesco Introvigne, Giovanni Salvador, Gino Vatri, Ettore Leali, Marco Piovesan, Nicola Stefani speaker principe delle adunate, Floriano Zambon, Gianni Todesco, Franco Maggioni, Roberto Scarpa, Giulio de Renoche, Paolo Vanzin, Giovanni Gasparet, Luciano Cherobin, Nino Geronazzo, Giovanni Perin, Giovanni Salvador coi muli di CappellaMaggiore, Claudio Provedel, Vinicio Cesana, Paolo Verdoliva, Franco Valisi “alpino di risaia” (Mede), Zvanì Vinci romagnolo, padre Tiziano Sartori dell’abbazia di Praglia, penna nera prima di prendere i voti, come del resto padre Federico Lauretta dell’abbazia padovana di Santa Giustina, Angelo Dal Borgo, Mario Dell’Eva, Romeo Bastianon, Bepi Campagnola, forte e coraggioso contro il tremendo male che lo ha colpito (attorniato peraltro da una famiglia stupenda), Isidoro Perin, Renzo Toffoli, Paolo Raccanelli, Gianpietro Longo, i generali Rasero, De Acutis, Rizzo, Carniel, Cauteruccio, Genovese, il colonnello Tardiani, e naturalmente Leonardo Migotto con le penne nere del Premio Parole attorno al fuoco di Arcade, che mi chiamarono alla presidenza della giuria; infine, Vitaliano Peduzzi, che mi invitò a collaborare al mensile L’Alpino, nonché il generale Cesare Di Dato, direttore gentiluomo del medesimo periodico, di cui ricordo anche i redattori-collaboratori Giuliana, Valeria, Matteo, Mariolina del Centro Studi Ana; e fra le persone al mondo delle penne nere legate, la meravigliosa ultranovantenne Imelda, vedova del generale medaglia d’oro al valor militare Enrico Reginato.

Non a caso, agli alpini (muli compresi!) e alla loro associazione ho dedicato tre libri “cartacei”, uno online e quasi un migliaio di articoli su varie testate giornalistiche: dal Gazzettino all’Osservatore Romano, dalla Radio Vaticana alla Gazzetta di Parma, dal Giornale di Brescia al Messaggero di Sant’Antonio, da Rotary al Piccolo illustrato, da Alpes diretta da Gianluigi Tremonti alla Provincia di Como, dalla Voce di Romagna a Opinioni Nuove, l’ultimo periodico, questo, in ordine di tempo, al quale collaboro, in ottima armonia coi suoi massimi esponenti a incominciare dal professor Sandro Gherro (condirettore e animatore), così come procedo nel rapporto cordialissimo col direttore di Libro Aperto, l’amico ravennate Antonio Patuelli.

Professori dell’Università di Padova (e oltre) conosciuti, stimati, e coi quali ho intessuto eccellenti rapporti, sia a livello professionale, sia a livello umano, nonché semplici persone amiche, artigiani, professionisti: Vittore Branca, Giuseppe Toffanin, Luciano Merigliano, Marcello Cresti, Ezio Riondato, Mario Bonsembiante, Piergiuseppe Cevese, Michele Arslan (e naturalmente la figlia Antonia, ben nota scrittrice, le cui prime prove narrative ebbi l’occasione di leggere in bozza), Giorgio Pullini, Emilio Pianezzola, Francesco Gentile, Sandro Agostini, Francesco Bassi, Beppe Cella, Luciano Schivazappa, Carlo Pietro Trevisan, Franco Mazzoleni, Giovanni Luisetto, Gianfranco Folena, Iginio De Luca, Carlo Giacomo Someda, Giuseppe Bettiol, Cesare De Michelis, Giovan Battista Pellegrini, Gianpaolo Romanato, Rolando Damiani, Giannantonio Paladini, Renzo De Felice, Augusto Del Noce, Gaetano Chiappini, Emilio Gentile, stimatissimo storico, un amico conosciuto attraverso Prezzolini, come, sempre grazie a Prezzolini, incontrai a New York il grande Paul Oskar Kristeller (personalità quest’ultima intervistata in un suo soggiorno veneto negli anni Novanta del secolo scorso). Ancora: Marino Nicolini, Mario Richter, Arturo Ruol, Adriano Morello, Dorino Stin, e lo storico Franco Sartori, amico del mio ex preside Vincieri, che mi raccontò un particolare del funerale di Aldo Ferrabino, già insigne antichista e rettore dell’ateneo patavino, presidente della Dante Alighieri e dell’Enciclopedia Treccani. “Michelino, come lo chiamavamo, facendosi avanti e offrendo la sua spalla, disse a me, Maddalena e Casarotto: non vorrete mica siano altri a portare il feretro del nostro maestro. E così facemmo!”.

Altri tempi, altra temperie, altri uomini…

Fra gli accademici, infine, un caso singolare, per così dire: la conoscenza, quando già ero in età avanzata, del famoso neurologo dell’Università di Bologna Elio Lugaresi, che scoprii essermi cugino in terzo grado. Il nostro cordialissimo rapporto fu epistolare e telefonico – non avemmo mai occasione di incontrarci personalmente.

Ho citato un po’ alla rinfusa, accademici di varie materie e specialità, ai quali vanno aggiunti intellettuali, scrittori, poeti, animatori culturali, e artisti coi quali ho avuto intensi contatti, sia professionali, sia umani: Giulio Bedeschi, Carlo Sgorlon, Fulvio Tomizza, Biagio Marin, Igino Giordani, Bino Rebellato, Cesare Marchi, Sergio Maldini, Antonio Castronuovo, Luigi Maria Personè, Nazareno Giusti, Giancarlo Guidotti, Nicolò Luxardo e la moglie poetessa Anna Maria Angelini, le poetesse Luisa Fiocco e Luisa Daniele Toffanin, Mario Stefani, Giano Accame, Primo Conti, Isabella Vezzani, Giovanni Barbisan, Luciano Guarnieri, Nino Tirinnanzi (col ricordo della vecchia mamma Rina e di Giuliotti in quel di Greve in Chianti), Lorenzo Viola, Stefano Baschierato, Nello Pacchietto, Pier Antonio Chiaradia, Giorgio Peri (al secolo, Perissinotto), Tono Zancanaro, Ennio Toniato, Aldo Andreolo, Gioacchino Bragato, Luciano Favorido, Silver (al secolo, Guido Silvestri, inventore di Lupo Alberto, compagno di cene memorabili, anche con Michelangelo Bellinetti a Milano), Enzo Di Martino, G. A. Cibotto, Vittorio Messori, poi, Guido Conti e Alessandro Gnocchi, autori di testi fondamentali su Guareschi, Mario Palmaro, Alberto Frasson, Nino Agostinetti, Dante Bovo, Pierluigi Fantelli, Aldo Maria Valli, Giorgio e Franco Gioco col Premio 12 Apostoli in quel di Verona, Sandro Zanotto, e ancora, Riccardo Ghidotti, Roberto Valandro, Alfio Caruso, Alteo Dolcini (o “della romagnolità”!), Tarcisio Bertoli, e Sante Rossetto – quest’ultimo, storico “prestato” (come dico io) al giornalismo, che mi porta all’ambiente nel quale vivo da oltre sessant’anni.

Ed ecco, allora, fra i morti, le figure che più volentieri ricordo: Michelangelo Bellinetti, Emanuele De Polo, Pierluigi Tagliaferro, Lauro Bergamo, Leone Comini, Gino Colombo, Gaetano Afeltra, Gustavo Selva, Giancarlo Granziero, Enrico Zuppi, Raimondo Manzini, Mario Agnes, padre Pasquale Borgomeo della Radio Vaticana, padre Domenico Mondrone critico letterario della Civiltà Cattolica, Baldassarre Molossi, Giancarlo Graziosi, Franco Escoffiér, Antonio Talamini, Vittorino Meloni, Giuseppe Mugnone, Giovanni Vicentini, Fiorello Zangrando, Roberto Joos, Franco Flamini, Delfo Utimpergher, Dino Conti, Giambattista Lanzani, Tino Dalla Valle, Luigi Mattei, Pino Amadori, Giorgio Bressan, Alberto Minazzi, Gastone Neri, Walter Tuzzato, Sergio Calore, Antonio Garzotto, Giuseppe Sartore, Giorgio Lago, Giuseppe Pugliese, Alessandro Ubertone, Mario Messinis, il mitico fotografo bellunese Bepi Zanfron, nonché, ovviamente, “il mio direttore” Giuseppe Longo, e fra i vivi: Sergio e Ario Gervasutti, Gabriele Cescutti, Stefano Lorenzetto, Giancarlo Campigotto, Leopoldo Pietragnoli, Carlo De Lucia, Vincenzo Maddaloni, Wladimiro Dan, Giorgio Torelli, Chiara Pavan, Roberto Pugliese, Maurizio Paglialunga, Flavio Olivo, Cristina Sartori, Vittorio Pierobon, Gianluca Amadori, Luca Gigli, Claudio Bertoncin, Gianni Novara, Fulvio Fenzo, Francesco Jori, Bruno De Donà, Edoardo Pittalis, Sergio Sommacal, Giovanni Stefani.

Legati al “piccolo grande mondo” del Gazzettino, nel quale ho avuto la fortuna di vivere, poi, ecco alcune figure caratteristiche: Luigina, segretaria di Augusto De Gasperi presidente dell’Editoriale San Marco, Fungher e Scarpa della Diffusione.

Infine, nel campo editoriale, ecco Edmondo Aroldi, Alberto Vacchi (che non sono più fra noi) e Franco Grassi della Rizzoli, Duccio Grimaldeschi della Mup, Angelo Colla già della Neri Pozza, Bepi Pellegrinon di Nuovi Sentieri, Luca Parisato del Prato.

Fra il Veneto, la Romagna, la Toscana (e oltre), non posso trascurare qualche altra persona stimatissima e/o amica: da Maria Vittoria Ghezzo, veneziana, grecista e latinista di valore, a Giuliano, figlio di Giuseppe Prezzolini, da padre Massimiliano Rosito di Santa Croce, direttore della rivista Città di Vita, al forlivese Marino Capacci, da Diana Rueesch, direttrice dell’Archivio Prezzolini nella Biblioteca Cantonale di Lugano, a Luciana Ciocchetti in quel di Firenze, da Bruno Contiero a Giovanna Paroli, Da Edda e Mario Cancellier ad Antonio Gomiero con la sua trattoria “dai Grandi” e l’omonimo premio giornalistico-letterario, da Enrico Cottignoli ad Alberto Quagliotto, da Rino Grandesso a Manuela Ricci, da Cesare Maioli e Rinaldo Fabbri, da Maurizio Busatta a Renato Lombardi.

Quanto ai luoghi frequentati e a me cari, per Ravenna e la Romagna, il Ricreatorio Arcivescovile dove trascorsi lunghi pomeriggi sul campo di pallacanestro o a giocare a ping-pong con preti assistenti quali don Guerrino Molesi, don Stefano Castagnoli, padre Roberto da Casola, cappuccino; le tipografie Artigiana, Ster e quella dei Fratelli Grotti (Elvio, Arnaldo, Vittorio), il “Nazionale”, caffè ritrovo della tifoseria calcistica, il Grand’Italia con Claudio Laghi ed Edoardo Godoli per le partite di biliardo, il mitico Bar Byron, con figure caratteristiche, se non “leggendarie”, a incominciare dall’ultimo “vitellone”, Cecè Fabbri (col ricordo del geniale padre Gege, odontotecnico sommo), e poi da Nanni Savorelli, Paolino Caletti, Lelio Fiorentini (Garsia), Bruno Carnoli, Giancarlo Donati, Raul Gardini, Orano Campagnoni, Ennio Ricci, Carlo Serena, Mario Salvagiani, Eugenio Vistoli, Gianni Abbondanza, Alfredo Cavezzali e la moglie Ivana Subini, Giorgio Tappi, il dottor Facchini, l’architetto Galassi; la barbieria Vannini; il ritrovo “al Camino”, nella Casa del popolo (repubblicana, nella mia città, altrove socialista o comunista) coi fratelli Eolo e Cesare Pezzi; Donati Sport; la Profumeria Cortesi; il vecchio mercato coperto; Casa Moretti sul famoso porto canale di Cesenatico con Marino, la sorella Ines, la fedelissima Tonina, don Fuschini, don Zanella; la Casa rossa, di là dalla ferrata di Alfredo Panzini a Bellaria; la chiesa di Polenta legata alla poesia del Carducci e alla musica di Francesco Balilla Pratella, nonché la Casa del Pascoli a San Mauro (ovviamente!); la Casa Matha, antica ravennate Schola Piscatorum; Casa Melandri con il grande “impresario di cultura” (il Trebbo Poetico, il Progetto Dante, il Centro relazioni culturali, il Premio Guidarello, e altro…) Walter Della Monica; la Ca’ de vèn; e per Padova, la dimora del Petrarca ad Arquà; le piazze col sottosalone, il Caffè Pedrocchi, che per anni frequentai quotidianamente dalle 2 alle 3 del pomeriggio (spesso anche dopo cena) con amici quali l’avvocato Giuseppe (Beppo) Toffanin, Giovanni Battista Baldan, Cristiano Zironi, Mario Calamati, Angelo Agostinis, Cesare Omodei, e il vecchio Vito Barbieri; quindi il Bar al Duomo con i fratelli Antonio (ahimè, scomparso troppo presto) e Armando Tadiotto; nonché la storica libreria Draghi e le sue presenze significative: Giuseppe Randi (con Adriano e la Lea), quindi il figlio Pietro, professionista di alto livello, persona di rara umanità e finezza, che, non avendo avuto tempo di farlo in gioventù, conseguì la laurea in Lettere a 90 anni suonati, con una tesi discussa col professor Guido Baldassarri, su due dei grandi maestri dell’ateneo, nonché frequentatori della libreria, Manara Valgimigli e Concetto Marchesi; altre due librerie: di Quirino Ghelfi “Al Duomo” e di Giuseppe Ruzante, la “Diego Valeri”. Da ultimo, il Gabinetto di Lettura col vecchio saggio Leonildo Mainardi.

Ma parlando di chi non c’è più, s’impone il ritorno a Ravenna e alla Romagna, per rivedere vecchie figure amiche e dalle quali ho ricevuto tanto in umanità e intelletto: il memorialista ingegner Guido Umberto Majoli, l’ingegner Edmondo Castellucci fra i primi cattolici impegnati in politica nel Partito Popolare, i medici Lucio Paolo Massaroli, Antonio Roversi, Renato Badiali, suor Argia Drudi e suor Maria Trota, e poi Stelio Trapani, Maria Antonietta Pasolini, l’avvocato Albertino Gualtieri, l’avvocato Massimo Stanghellini, Sandro Scaioli, Marcello Minghetti, Ernesta Croari e il figlio Pietro, i professori Alieto Benini e Mario Pierpaoli, don Mario Mazzotti, don Spartaco Mannucci, don Settimio Levorato, don Gino Minghetti, don Stefano Cozzi dei Salesiani, don Elvezio Tanasini, don Gino Bartolucci organista di valore e incaricato della Poa per la diocesi, don Giovanni Zalambani, don Matteo Solaroli, don Luigi Montanari, don Enzo Tramontani, don Aurelio Padovani, “trapiantato” ad Amalfi, lo studioso Umberto Foschi, Mario Lapucci, Angelo e “Cicci” Longo, genitori di Alfio, Carlo Simboli (produttore, fra l’altro, di un eccellente Sangiovese!), Giordano Mazzavillani e la sua cordialissima famiglia, Anna Ravaglia, Evelina Ranuzzi, Carlo Signorini e la sua famiglia di mosaicisti, Bruto Carioli, mitico direttore dei canterini del Gruppo Pratella-Martuzzi… e il ricordo di serate gioiose nel vecchio mulino Marini, là, fuori Porta San Mama – figure indelebili nella memoria… Ancora, fra i vivi: Domenico Berardi, il ragionier Franco Casadio e l’avvocato Daniele Bulgarelli, amici di mio padre (e miei), Vittorio Gambi, Augusto Benelli, Umberto Suprani, Giancarla Donati e il figlio Filippo, antichi compagni di scuola come Paolo Ravaldini, Roberto Bruschi, Bruno Casadio, Giovanna Biasoli, Laura Belacchi e il compianto Roberto Bettoli.

E in questo 2021, centenario dantesco, ripensando a quel 31 dicembre 1965, in cui salutammo Antonio Fusconi nell’ultimo giorno di servizio quale custode della tomba del Sommo Poeta, mi si stringe il cuore per la commozione, che ritorna, rivedendo lui, il mutilato della Grande Guerra, fedele “sentinella” (come lo aveva definito Manara Valgimigli) del tempietto, andarsene in bicicletta, senza voltarsi indietro… Con me, fra i pochi a salutarlo, Laura Malagola e Mingon (Domenico) Roncuzzi.

Quanto a musica, inoltre, mi rivedo bambino alla “messa cantata” delle 10,30 in duomo. Mi avvicino al cancelletto prospiciente il coro dalla parte dell’organo; alla consolle don Bartolucci, mentre don Renato Casadio dirige la Schola Cantorum del seminario rinforzata dai “canonici laici” Miani, i fratelli Ravaldini, Morini, Arfelli, Minghetti. Risale a quel tempo la passione per il canto gregoriano e la polifonia, passione rafforzatasi col passare degli anni anche per contrasto alle odierne “canzonette” (copyright Riccardo Muti) in voga nelle nostre chiese, che di sacro a volte hanno poco o punto! Quale chierichetto, poi, servendo la messa dei canonici delle ore 9 in duomo, nei mesi estivi, imparai la “Missa de Angelis”, che i nuovi preti probabilmente ignorano! E sempre come chierichetto, eccomi ogni venerdì di Quaresima alla Via Crucis vesperale in duomo, al seguito dell’umile e pio don Contoli…

Quando ritorno nella mia città, nella mia terra, godo infine della presenza di quelli che definisco punti di riferimento imprescindibili della mia vita: le famiglie dell’ex campione di pallavolo Palino (al secolo, Pasquale) Mazzucca; di Franca Malagola (e marito Pino Alfieri), una sorta di “continuità amicale” con la carissima mamma Lalla Franchi e la nonna Vincenzina; di Walter Della Monica con Lina e la loro famiglia di medici: la figlia Monica, il genero Rosario, la nipote Francesca.

Rivedo a Castiglione di Cervia la mia ultima cugina in primo grado, Rosina, novantaseienne, che resiste tra innumerevoli malanni, e la tomba dei “miei” in quell’appartato cimitero fra i pini. Così aveva voluto il babbo: benché avesse vissuto una vita a Ravenna, la sepoltura nel suo paese natale, fra quella che chiamava “la mì zent” (la mia gente), così unita, sempre, da valori condivisi, praticati, e che mi erano stati trasmessi, anche con l’esempio di Arnaldo e Maria: onestà, sincerità, solidarietà, bene del prossimo, e con una fede autentica nell’Unico Vero Dio, con, in aggiunta, insegnamenti pratici, di buonsenso: sapersi amministrare, non contrarre debiti, non fare il passo più lungo della gamba (secondo la vecchia saggezza popolare) – non ho mai invidiato chi possedeva più di me e non mi sono mai pianto addosso se non potevo permettermi certe spese.

E oggi?

Cerco di invecchiare con dignità, il che significa, in primis, che non mi vesto da ragazzino, da giovanotto, e non seguo le mode… che peraltro non ho mai seguito! Sopporto, con l’aiuto del Signore, i non pochi malanni che mi affliggono.

Poi, mi guardo intorno, per trovare principi morali, valori, ideali, punti di riferimento sicuri (soprattutto religiosamente), quella certezza, quel “po’ di certezza” di cui scriveva Papini nell’Uomo finito, e che raggiunse nell’approdo alla fede. Dove sono?

Vedo una sorta di “neochiesa” nella quale è scomparsa la risposta di Pietro a quell’eloquente

“Volete andarvene anche voi?”

Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna (Giovanni 6,68)!

Ecco, da queste parti, cioè nella “neochiesa”, di parole di vita eterna se ne sentono poche o punte, se ne leggono sempre di meno. Non si adora più Nostro Signore “realmente presente in corpo, sangue, anima e divinità nel Santissimo Sacramento dell’altare”; al suo posto nuovi (o vecchi?) idoli, e i nuovi esempi da portare non sono più i santi, ma i laicissimi sostenitori, promotori di tutte le “licenze” (chiamiamole così!), perché l’uomo del nostro tempo ha diritti, diritti, soltanto diritti, sostituendo il proprio Io a DIO. Dove sono finiti quei DOVERI dei quali parlava, peraltro, anche Giuseppe Mazzini? E se ci si riempie tanto la bocca con la parola “diritti”, quanti cattolici riconoscono i “diritti di Dio”, appunto?

È sconfortante essere arrivato all’età che ho, constatando questa realtà… Ma la mia fede, la mia (pur piccola) fede, mi rassicura: “non praevalebunt”, e la fiducia nell’efficacia della preghiera mi è di consolazione.

Nelle mie orazioni quotidiane, c’è, la sequela di Requiem che recito citando per nome i “miei” morti (non soltanto i familiari, ma pure tanti amici), uno ad uno, avvertendone quindi anche una presenza (quasi) fisica. E qui devo dire che non condivido un’opinione diffusa, secondo la quale, più si invecchia, meno si avverte il dolore per la dipartita di una persona cara, di un amico. Non è il mio caso. Mi addolorano anche le morti di persone con le quali non avevo rapporti da tempo, magari frequentazione e non amicizia, ma che in qualche modo ricordavo perché legate a una stagione della mia esistenza.

Pensando alla mamma, infine, mi sovvengono i versi pascoliani della “Voce”, laddove il poeta richiama le parole materne: “… Di’ le devozioni!/ Le dicevi con me piano piano,/ con sempre la voce più bassa:/ la tua mano nella mia mano…”.

Del pari, capita a me, di rammemorare le orazioni di mia madre la sera, prima di cena, in attesa del rientro del babbo dal lavoro – dopo il Rosario, l’invocazione “A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo…”. Avevo sette-otto anni, e oggi, che ne ho tanti e tanti di più, quella invocazione l’ho ri-fatta mia, riandando con la mente al Pascoli e alla sua mamma. Rivedo quel “quadretto”, dove pregano insieme, il poeta e lei; e quindi, il vecchio che sono diventato io, con la mia mamma…

Con la differenza che mia madre non mi chiamava Zvanì, ma Gianni.

P. S.

EUROPA – Di fronte ai più sperticati elogi all’Unione Europea, e a chi vuole addirittura + Europa, mi sovviene la famosa frase di Giovanni Amendola, ai tempi della prezzoliniana Voce, che riassumeva il comune sentire di quel gruppo di cervelli straordinari raccolti attorno alla rivista: “L’Italia, come oggi è, non ci piace”!

Ecco, l’Unione Europea come oggi è (senz’anima, senza ideali, soltanto materialista) perché dovrebbe piacere? C’è che vuole + Europa; meglio sarebbe: un’Europa (un’Unione Europea) diversa!!!

DONNE – Fermo restando il diritto del gentil sesso di volersi realizzare-affermare nei vari campi della vita, ci sono non poche (forse troppe?) donne che fanno di tutto, tranne che… fare figli.

PRETI – In non pochi (troppi?) fanno di tutto, tranne che fare… i preti. E si vestono con tutti gli abiti possibili-immaginabili, tranne che vestire da… prete! Li vedi come “fighetti”, oppure vestiti come metalmeccanici (con tutto il rispetto per questa categoria di lavoratori). La talare dov’è? Nemmeno in sacrestia, perché non la indossano nemmeno in chiesa!

Dicono: l’abito non fa il monaco! D’accordo, ma… può aiutare a farlo!!!

Ricordo don Mazzolari, quando sottolineava, che il sacerdote deve essere “testimone delle cose sperate”.

STATO – Si respira sempre più frequentemente aria di statalismo (troppo), anche in campo cattolico: uno statalismo ai confini con la statolatria. Ma manca il senso dello stato.

LIBERALI – Ricordo di fine anni Cinquanta del 1900 – Ravenna: conferenza alla “Benedetto Croce”, associazione “per la libertà della cultura”, presieduta dal laicista radicale professor Tommaso Di Salvo (“il papa laico”, secondo la definizione di un suo giovane amico, irridente). Si parla dell’annessione delle Romagne al Regno d’Italia e il relatore stigmatizza il rifiuto di un presule a che in una chiesa si tenga un solenne Te Deum, lodando le minacce fattegli dai “liberali”. Intervento dell’avvocato Luigi Montanari (laico, iscritto al PLI): “ma erano ben poco liberali, se volevano costringere un vescovo a un Te Deum contrario alla sua volontà!”. A distanza di anni, questa battuta ce l’ho sempre in mente – a proposito di “finti liberali”.

GIORNALISMO – Ho vissuto una lunga stagione, dal piombo alla fotocomposizione e quanto alla grafica ho constatato (horribile visu!) un’inversione di tendenza, non dappoco. Un tempo, la grafica era in funzione delle notizie. Ma oggi? Le notizie in funzione della grafica, con enormi fotografie che in un quotidiano non avevano (non hanno) senso, se non in casi eccezionali. Poi, ecco testi di difficile approccio “visivo”, interrotti a metà da un incorniciato, o da un sottotitolo privi di senso, in quella collocazione. Testi che da una pagina tracimano, per così dire, in quella accanto. Temporibus illis, se si volevano apportare mutamenti grafici in un giornale, c’erano direttore (i direttori erano degni della carica), caporedattore (ruolo che non veniva assegnato al primo venuto) e proto. Poi è subentrata una figura nuova, della quale è stato fatto quasi un mito: “il grafico”, appunto, spesso ignaro di quel che è il giornale e di quel che significa fare un giornale, che ha come primo e indispensabile destinatario il pubblico dei lettori… Pare che per gli editori questa figura sia indispensabile!!! E i direttori? Lasciano fare.

Tralascio altre considerazioni, tristi… Ma non posso trascurare l’eccesso (vera e propria orgia!) di parole, termini-espressioni in lingua inglese dei quali sono farciti tanti, troppi, articoli dei nostri quotidiani, nonché pure i comunicati dell’Ordine e del sindacato (e la lingua italiana?) dei Giornalisti… Nonché la diffusa abitudine di scrivere: “ha rassegnato le sue dimissioni” – e di chi altro, se non le sue? Io posso dimettermi, rassegnare quindi le dimissioni (senza bisogno di scrivere “le mie”!!!), ma non rassegnare quelle di un altro!!! Il fenomeno dell’uso di termini stranieri è diffuso anche (e ti pareva?!) in televisione, dove è altrettanto diffuso, da parte di conduttori, lettori, eccetera, l’intercalare “in qualche modo”. Infine, il gossip. In altri tempi, c’erano settimanali appositi, per così dire, mentre adesso? Anche il gossip, cioè il pettegolezzo, lo troviamo dovunque…

INTERVISTE – Nella mia lunga attività giornalistica ho intervistato tanti personaggi: letterati, politici, artisti, magistrati. Fra gli incontri, in modo particolare ricordo quelli con l’onorevole Luigi Gui alla vigilia della sentenza del processo per lo scandalo Lockeed (intervista in esclusiva per L’Eco di Padova), con Indro Montanelli e Gianni Brera sulla caccia, con Aldo Palazzeschi, coi pittori Primo Conti, Tono Zancanaro, Giovanni Barbisan, con Vittore Branca, con Giulio Bedeschi e Mario Rigoni Stern, con Riccardo Muti, con Igino Giordani, con Ignazio Silone, con padre Piero Gheddo, con Vittorio Messori, con Ardito Desio, con Andrea Zanzotto, con Gianrico Tedeschi, con Vittorio Gassman (sui suoi trascorsi di atleta di pallacanestro), con Alberto Sordi, nonché, ovviamente, con il grande maestro-amico Giuseppe Prezzolini, con Biagio Marin, con Marino Moretti e con Tonino Guerra; con Riccardo Muti e Cecilia Gasdia fresca di vittoria al concorso Maria Callas; con don Luigi Giussani e Vittorio Sermonti; inoltre, con Olga Gurevich, traduttrice di Guareschi in russo, con Renzo De Felice, con Andrea Zanzotto, e con Edgardo Sogno, sul suo gesto di uscire per le vie di Torino con una vistosa stella di David cucita sul soprabito all’atto della promulgazione delle leggi razziali… Infine, non posso dimenticare l’incontro con don Enelio Franzoni, reduce dai gulag sovietici, medaglia d’oro al valor militare, con l’altro reduce Giuseppe Bassi (ultracentenario tuttora in vita), con la centenaria Ida Reginato madre dell’ufficiale medico, alpino (12 anni di prigionia nell’Urss), pure medaglia d’oro, Enrico. Non poteva mancare, da parte di un guareschiano come me, una intervista alla studiosa dell’Università di Mosca Olga Gurevich, traduttrice di Guareschi in russo.

VOCABOLARIO – Mi rendo conto che nei dizionari di tanti italiani sono scomparse parole come DOVERE, DIGNITA’, DECORO, DECENZA, ONORE, ONESTA’, IMPEGNO, SACRIFICIO, GRATITUDINE, FEDELTA’ (Evviva Bombacci!), nonché espressioni come ETICA DELLA RESPONSABILITA’ PERSONALE, per cui si risponde delle proprie azioni, sempre! Mentre abbonda la parola DIRITTO, nelle varie declinazioni di DIRITTI. Ce ne sono per tutti, per tutti i gusti, per tutte le licenze…

ISLAM – Nei vocabolari dei musulmani invano si cercheranno i lemmi reciproco-reciprocità. Non esistono!!!

AFRICA – Ricordo il santo missionario Daniele Comboni. Disse: “L’Africa agli africani”. E ancora: “Salvare l’Africa con gli africani”. Non c’è bisogno di alcun commento.

INCONTRO INASPETTATO – Fra i tanti, dulcis in fundo, un ricordo bellissimo di una serata del 1977 nel Teatrodell’Istituto Astori di Mogliano Veneto. Presentavo, insieme all’autore, “La miglior vita” di Fulvio Tomizza. Alla fine, dal fondo dell’affollatissima sala, comparve Giuseppe Berto, uno dei narratori che più amo. Felicitandosi con Tomizza, mi salutò affabilmente e quando gli dissi di essere di Ravenna, amico di don Francesco Fuschini, esclamò entusiasta: “Quello sì, che è un cristiano! Quello sì, che è un cristiano!”. A suo tempo, Berto era rimasto profondamente colpito per la critica acuta, profonda, al “Male oscuro” che il prete-scrittore aveva pubblicato sull’Avvenire d’Italia, talmente colpito da aver desiderato di conoscerlo di persona… ed era andato a fargli visita a Porto Fuori, confermandosi nell’opinione che poi mi aveva espresso.

ROTARY – Molto interessante l’esperienza di trent’anni nel Rotary Club Padova, dove ho conosciuto persone diventate amiche. Ne cito qualcuna (fra i vivi e i morti): Antonio Righetti, l’avvocato Cesare Crescente, Guido e Alessandro Caporali, Dino Cottoni, Leopoldo Mazzarolli, Marcello Olivi, Franco Vasoin, Domenico Rizzo, Marina Tiso, Franco Carcereri, Millo Pavanello, decano del sodalizio, incamminato verso il secolo, poi Danieli, Enrico e Giuseppe Flores d’Arcais, nonché la mitica segretaria Santuzza Fattoretto!

CORONAVIRUS – Ho attraversato indenne (fino ad ora) la pandemia, affidandomi, fra l’altro a tante letture e significative ri-letture: “L’imitazione di Cristo”, le “Confessioni di Sant’Agostino”, i Vangeli nelle traduzioni di Nicola Lisi, Corrado Alvaro, Diego Valeri, Massimo Bontempelli. Ho ri-letto anche il Diario clandestino di Guareschi, documento di umanità e letteratura che induce a profonde riflessioni.

Le conseguenze della prima fase della pandemia (clausura, guanti e mascherine quando si andava a far la spesa, eccetera) le ho sopportate come penitenza, con qualche riflessione, non ultima, su quel passo del biblico Libro di Qoèlet in cui si legge: “… dov’è molta saggezza c’è molto affanno, e chi aumenta la sua conoscenza aumenta il dolore”.

SENTIMENTI – Non sono niente “di me”, perché figli del mio figliastro. Ma sento per Flaminia e Giordano un grande affetto, come se fossero, proprio, miei nipotini!

DIRITTO ALLA FELICITA’? Ma no! Piuttosto: desiderio di serenità…

1 – Quel complesso edilizio venne poi venduto dal Seminario; furono ricavati moderni appartamenti e in quello dove io nacqui adesso abita Vanni Ballestrazzi, mio primo capo servizio quando ero ragazzo di bottega nella redazione ravennate del Resto del Carlino

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