Americani & inglesi. Quei bravi ragazzi che grondano umanità da ogni artiglio

Non si è fatto mistero che, dopo le elezioni, il probabile ministro di un governo prossimo a insediarsi sia volato a Washington per avere direttive e dare garanzie. Cioè a ripetere quanto era stato necessario fare ragionevolmente per arrivare fino a quel punto. Tutto normale nella anormalità alla quale sembriamo condannati in perpetuo come in un girone dantesco.

In cambio di tanta abnegazione utilmente rinnovata, apprendiamo che ci saranno recapitate prima di Natale le nuove bombe atomiche da stipare in due delle polveriere a cielo aperto installate allegramente qua e là sull’intero suolo nazionale col beneficio della extraterritorialità. Insomma, come è concesso alle cinque basiliche pontificie e ai loro sagrati, dove appunto in virtù della extraterritorialità è inibito l’accesso alla polizia di Stato. 

La cosa tuttavia, che in un momento tanto delicato dovrebbe offrire qualche motivo di riflessione, non sembra avere attirato in modo particolare l’interesse dei beneficati. Eppure ci sarebbero buone ragioni per richiamare l’attenzione su quello che è forse il fenomeno più inquietante del mondo contemporaneo e che da un secolo a questa parte incombe sulla esistenza umana: il fenomeno della guerra aerea alla quale quelle basi, che piaccia o no, sono votate.

E converrebbe ricordare come essa rimanga tuttora la cosa mostruosa elargita dalla tecnica in compenso dei vantaggi quotidiani di cui godiamo. Infatti, è proprio la guerra aerea ad avere cambiato addirittura in modo immensamente peggiorativo la faccia di quella cosa mostruosa ma inscindibile dalla storia dell’uomo che è la guerra, con tutte le conseguenze epocali, sul piano culturale, morale, politico ecc. E converrebbe anche riportare alla memoria, a uso pedagogico, quella storia europea novecentesca che sembra essersi pericolosamente dissolta nella coscienza collettiva, e forse non è mai entrata nello spazio delle conoscenze riservate ai più giovani abituati a sostituire le immagini virtuali alla realtà delle cose.

La guerra portata dall’aria aveva cominciato ai suoi albori a modificare la fisionomia stessa della guerra, ma per il suo rovesciamento totale doveva intervenire il pragmatismo anglosassone che ne ha messo a punto la teoria definitiva. 

Correva l’anno 1923 quando il generale sir Hugh Trenchard, fondatore dell’air force britannica, spiegava ai suoi ufficiali come si sarebbero ottenuti risultati bellici di gran lunga migliori, anzi decisivi, attaccando con la nuova arma aerea non più gli obiettivi militari, ma la popolazione civile. Era la teoria del “moral bombing”. La guerra non è più affare di militari che si affrontano da posizioni contrapposte e la vittoria non la si guadagna più sul campo di battaglia, ma piegando il morale della popolazione civile inerme attraverso il bombardamento.

La teoria fu fatta propria qualche anno dopo da Churchill e applicata in Italia secondo il pensiero di Antony Eden, per il quale gli italiani andavano “ammorbiditi” a suon di bombardamenti. Se pure l’oppio aveva servito ottimamente allo scopo di distruggere milioni di cinesi, adesso bisognava affidarsi alla tecnica piuttosto che alla botanica.

La lezione fu subito imparata dai cugini d’oltreoceano, che insieme ai maestri la misero in pratica su larga scala con modalità diverse in Germania e in Italia dove, con l’ammorbidimento degli italiani, si poteva ottenere anche il risultato ghiottissimo di distruggere il patrimonio artistico e storico di cui quelli si facevano ancora belli. In Francia a distruggere chiese e conventi ci avevano già pensato in gran parte i giacobini, come in Spagna i repubblicani.

Così in Italia i piloti angloamericani poterono gettarsi voluttuosamente in picchiata sulle chiese dopo avere puntato i campanili. Per giorni fecero inutilmente a gara per colpire le torri bolognesi, vollero centrare San Petronio ma colpirono l’archiginnasio. Al posto della Cappella degli Scrovegni, fu devastata la chiesa degli Eremitani con il superbo ciclo di Mantegna. Anche a Pisa andò male con la Torre e la Cattedrale, ma presero con la bomba incendiaria il Camposanto, distruggendo gli affreschi di Taddeo Gaddi e Buffalmacco che un secolo prima avevano incantato Ruskin, che era però anche sempre afflitto per i cattivi restauri inflitti alle opere d’arte italiane. Non sapeva che si risparmiava la loro distruzione da parte dei britannici impegnati un secolo dopo in un inedito pellegrinaggio “artistico” dopo quelli praticati prima da tanti loro colti compatrioti. Quegli affreschi ora sono stati eroicamente riportati sulle pareti martoriate dopo la spasmodica ricomposizione di migliaia di frammenti durata decenni e resa possibile dalle vecchie fotografie dei fratelli Alinari.

Ma, a dispetto dei disastri bellici, proprio là vicino a Pisa è stata costruita Camp Derby, la più grande base militare americana dopo quelle patrie, così come Aviano è stata allestita a cento chilometri dalla Cappella degli Scrovegni e da Venezia, mentre quella di Ghedi è in vista di Milano e del Duomo che ancora la simboleggia.

Ma dobbiamo riconoscere che Montecassino in cemento armato ci sta a rassicurare come dopo la distruzione ci può essere sempre la ricostruzione, adeguatamente privata di cultura, di anima e di storia. Napoli ha ricoperto le proprie voragini belliche con ogni orrore edilizio, mentre i lacerti di Santa Chiara servono solo a stringere il cuore. Per non parlare di tutte le distruzioni adeguatamente dimenticate da Treviso a Palermo.

Eisenhower invocava anche sopra Roma tutti i bombardieri medi e pesanti in grado di volare. Qualcosa ottenne. Poi ci pensò il cinema ad arruolare i bellissimi di allora, il fascinoso Gregory Peck e la deliziosa Audrey Hepburn, per sbianchettare con le dolciastre “vacanze romane” il ricordo recente della bestialità aerea. Un po’ come l’epopea western ha continuato ad affossare, a distanza di tanto tempo, lo sterminio dei nativi.

Tuttavia qualcuno potrebbe osservare che, in fondo, a noi è andata anche bene in confronto con quello che è toccato ai tedeschi, con il martirio infame della popolazione civile incenerita dal bombardamento totale insieme alle sue città. Gli anglosassoni vent’anni dopo Trenchard applicarono integralmente la sua teoria in Germania. Infatti questa volta non si trattava di “ammorbidire” a suon di bombardamenti i tedeschi. Si trattava proprio di vincere la guerra attraverso la loro eliminazione fisica e l’annientamento simultaneo della loro storia. Un misfatto di bestialità mai vista, di cui troppo poco si è parlato e troppo poco si continua, pericolosamente, a parlare.

Né sarebbe possibile insinuare con malignità che, tutto sommato, quelli avevano cose indicibili da scontare e che dal cielo sia venuta simbolicamente la giusta punizione. Infatti il misfatto inaudito contro una popolazione inerme è stato consumato ben due anni prima che i soldati russi entrassero ad Auschwitz dopo avere vinto il nemico sul campo di battaglia e a prezzo di milioni di propri morti. La distruzione di cittadini inermi era solo il modo nuovo di vincere una guerra, la nuova fruttuosa tattica militare. Anche nei tempi antichi le popolazioni disarmate ebbero a soffrire i più terribili soprusi da parte dei vincitori, ma solo come conseguenza della vittoria sul campo, non in sostituzione di essa.

Si cominciò con la operazione Gomorra su Amburgo, sulla quale la Raf al comando di Harris, detto il macellaio, scatenò con le bombe e il fosforo liquido la tempesta di fuoco che uccise cinquantamila persone all’istante, in gran parte bruciate vive, e altrettante poco dopo per le conseguenze di gas e calore. Era l’estate del 1943: l’operazione cominciata il 27 agosto dagli inglesi che attaccavano di notte fu proseguita insieme agli americani, che arrivavano di giorno ad impedire anche i soccorsi e avevano l’abilità di volare anche a bassa quota per colpire chi cercava di fuggire, L’inferno durò fino al 2 settembre. E a quei morti, di gran parte dei quali non rimasero neppure le ossa, i carnefici non avevano avuto proprio nulla da rimproverare. D’altra parte, anch’essi potevano dire di obbedire ad ordini superiori. Un pilota che si rifiutò di obbedire fu deferito alla corte marziale.

Amburgo fu solo il primo capolavoro del macellaio che si vantava, alla fine della guerra, di avere eliminato più gente di quella ammazzata ad Hiroshima e Nagasaki. Ad Amburgo fecero seguito tutte le altre più popolose città tedesche, tutte incenerite dall’aria col fosforo. Fino al capolavoro finale, rimasto emblematico, di Harris, Dolittle e dei loro mandanti governativi: la impresa gloriosa di Dresda, condotta a guerra finita, quando il gioiello barocco sembrava ormai scampato al massacro e andava ospitando i quasi seicentomila profughi che fuggivano da est per l’avanzata dell’armata rossa.

Dopo le bugie del passato non più sostenibili, fu detto apertamente agli equipaggi che lo scopo era “uccidere il più gran numero di profughi rifugiati nella città per spargere il terrore dietro il fronte orientale tedesco”. Il giorno dopo la carneficina, quando erano state incenerite 138.000 persone almeno, l’ordine agli equipaggi fu di ripetere l’operazione a quaranta chilometri su Chemnitz dove i sopravvissuti cercavano di riparare: “Stasera attaccherete i profughi scampati all’attacco su Dresda”.

Il grande alleato di questa vergogna fu già da allora la menzogna sistematica. A chi provò a sollevare nel Parlamento inglese la questione se il governo avesse ordinato bombardamenti sulla popolazione civile tedesca, fu risposto dal ministro Cranbourne: “il nostro scopo è di bloccare la produzione bellica del nemico, e non spargere bombe sulla popolazione civile. La Raf non si dedicherebbe mai ad azioni terroristiche”. La Raf scaricò da sola sulla popolazione civile tedesca 136.000 tonnellate di bombe.

All’olocausto delle città tedesche seguì presto l’annichilimento della memoria che preparava quello delle coscienze. Nei primi anni Cinquanta fu firmato l’accordo per la base di Aviano, costruita in pretestuosa funzione difensiva contro il famoso nemico sovietico che in realtà aveva ben altro a cui pensare ed era stato decimato dalla guerra. Da quella base partiranno anche gli aerei per lo scempio di Belgrado.

Ma l’egemonia americana andava consolidata attraverso la stabilità del consenso ottenuto a qualunque costo. La menzogna sistematica e quindi la manipolazione della opinione pubblica doveva poi arrivare all’assoggettamento completo in via mediatica. Non bastava il cinema e il denaro. Il consenso lo si ottiene anche attraverso una credibilità capace di escludere la critica e la diffidenza. Ecco dunque la necessità di presentarsi come portatori di “valori” superiori. C’è già la garanzia inclusa nell’essere gli americani i fondatori della democrazia moderna.

E c’è l’intima convinzione protestante, puritana o calvinista a seconda dei casi, di essere interpreti e rappresentanti della volontà divina. Presupposto fatto proprio anche dal cattolicesimo alla Biden, che contempla la possibilità dell’aborto al nono mese, ovvero dell’infanticidio di Stato, e l’indistinzione sessuale obbligatoria. Mentre gli inglesi sembrano essersi specializzati nella soppressione di piccoli innocenti per ordine del giudice.

Insomma, se i nostri affari vanno bene, pensano gli eletti, significa che Dio ci ama e che siamo i suoi Giusti. Anche le guerre che facciamo sono giuste per definizione, come per definizione sono ingiuste quelle degli altri. Inoltre, secondo l’antico sentire romano è giusta la guerra “quibus necesse est”. Per questo è stato giusto lo sterminio dei pellerossa e l’impossessamento fraudolento delle Filippine da parte del primo Roosvelt. Come era necessario sacrificare un po’ di gente sotto il crollo delle torri gemelle per poter portare la democrazia in giro per il mondo a suon di bombardamenti. Il pragmatismo antico va pienamente d’accordo con quello moderno.

Un tempo intorno all’idea della guerra giusta si erano affannati tanti pensatori cattolici impegnati a dare una patente di rispettabilità alla sottomissione anche violenta degli abitatori delle Americhe dopo la guerra “santa” intrapresa con le crociate. Allora bisognava mettere d’accordo le coscienze con il dettato evangelico.

La guerra dei protestanti è naturalmente giusta. Però bisogna farlo capire anche a chi non è proprio in diretto contatto col proprio dio. Ed ecco che interviene l’idea della “moralità” delle scelte della politica internazionale a coprire anche l’interesse di una immane industria bellica. La sfrontatezza delle esportazioni di democrazia è ormai impresentabile. La veste “morale” serve invece a controllare le reazioni emotive e a tenere sotto scacco il dubbio e il buon senso, oltre la capacità di leggere lucidamente la realtà.

Ad un certo punto è stata inventata anche la “guerra umanitaria” che, manco a dirlo, si è fondata sull’“umanitary bombing”. Se il “moral bombing” esprimeva la finalità del piegamento morale, l’“umanitary bombing” vuole indicare la buona intenzione capace di assolvere moralmente i mezzi impiegati.

Per vero il lemma sembra poi essere stato messo in sordina quando, dopo tante altre stragi in nome del bene, l’allegra compagnia anglo franco americana, con il supporto del famoso utilizzatore finale nostrano, noto per sagacia affaristica, arrivò all’assassinio di Gheddafi e della sua famiglia. Un assassinio sulla cui oscenità umana e politica la ineffabile signora Clinton allestì da par suo la propria danza macabra.

L’ipocrisia è diventato dunque lo strumento principale che il potere egemone utilizza su scala internazionale. Gli ateniesi hanno parlato brutalmente ma schiettamente ai Melii: noi siamo egemoni, se non vi sottometterete ne subirete le conseguenze. Quelli resistettero e subirono consapevolmente le conseguenze della loro scelta di dignità. E furono annientati. 

I nuovi dominatori e i loro sudditi hanno bisogno di foglie di fico per coprire ogni indecenza. Così la manipolazione mediatica delle coscienze si avvale della menzogna programmata e istituzionalizzata, sul modello di quella del ministro Cranbourne.

La credibilità assicurata alla fonte rende qualunque affermazione ineccepibile. Perché la macchina della persuasione opera come macchina della verità che non tollera verifiche. E se si riesce persino ad insinuare l’idea che il gasdotto tedesco sia stato sabotato da chi lo ha costruito, nessuno deve trarre conclusioni insidiose dal fatto che venga impedita una indagine sui mandanti del sabotaggio.

La piovra americana non lascia la presa sull’Italia con buone ragioni dal suo punto di vista, ma lascia perplessi l’indifferenza e l’acquiescenza più o meno generalizzata con cui questo paradossale stato di cose viene subìto da quasi ottant’anni. Sappiamo che c’è una sproporzione di forze, ma lo spirito, come la goccia fatidica, potrebbe almeno logorare nel tempo a poco a poco questa pericolosissima camicia di forza con la consapevolezza che la posta in gioco non è soltanto culturale e morale, identitaria ed etica, ma tocca la stessa sopravvivenza fisica che viene consegnata ad una volontà naturalmente estranea che all’occorrenza potrebbe diventare anche ostile.

Ma, quale colonia sulla frontiera dell’impero, minata dal rovesciamento di ogni sistema di pensiero, politico, giuridico, economico ed estetico, che segna il tramonto di una identità e di una storia, l’Italia sembra una nave tenuta insabbiata dai suoi stessi svagati marinai.

Per ritrovare una qualche possibilità di autonomia, occorrerebbe che tutti acquistassimo la responsabile volontà di capire il presente secondo ragione e anche, anzi soprattutto, attraverso la conoscenza del passato. Soprattutto i più giovani che rischiano di essere le cavie perfette per ogni esperimento di potere. Non per nulla, a ostacolare una loro adeguata presa di coscienza sulla realtà, c’è la spinta a comprimere lo studio della storia, a proposito della quale spesso i giovanotti di telematica ignoranza si pongono la famosa domanda “a che serve?”… Forse a pensare, e non è poco.

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