ANCHE I MIGLIORI NON NE VENGONO A CAPO? – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

 

Pensando ai migliori operai nelle officine delle arti giunti da lontano fino ai nostri giorni, mi si fa incontro, grandeggiando, Turi Vasile: volto largo e intenso di chi ha molto vissuto, sguardo diritto e distaccato, corona di canizie e folte ciglia bianche. Prosatore ragguardevole, cineasta prolifico, commediografo, i lettori de Il Giornale ricordano i suoi articoli brevi, quasi trafiletti, di critico dei costumi, cui fu dato l’estremo addio nel settembre 2009 quando aveva ottantasette anni.turi vasile

Egli è stato un artista poliedrico e libero, essendosi sottratto al monopolio via via più  ferreo della grande editoria e degli spettacoli importanti, detenuto dalla cultura di sinistra. Sicché dovette occupare posti secondari, franco da compromessi, salvo forse avendo acconsentito a qualche accomodamento occupandosi della produzione, per la quale era ricercato e poteva trovarsi in posizione abbastanza disimpegnata.

Nello scorcio del Ventennio, esordì giovanissimo con drammi (La procura del 1941, Arsura, ecc.), alcuni premiati e rappresentati. Ugo Betti, come sceneggiatore, lo segnalò al regista Genina, onde divenne suo assistente per girare nel 1942 Bengasi, film in giusta misura patriottico. La sua carriera di produttore, dopo aver lavorato a soggetti e sceneggiature, comincia nel 1952 con Processo alla città, di Luigi Zampa.

In Paura del vento, uno dei suoi stringati volumetti di memorie, Vasile tratteggia il bambino ipersensibile che fu, in una famiglia di cinque persone quasi povera, e l’adolescente timido, diligente, e il giovanotto che restò catturato dal fascino di Mussolini. Si sarebbe arruolato volontario alla nostra entrata in guerra, se non fosse stata sua madre a dissuaderlo, commiserandolo per il suo slancio. Il padre era imbarcato su un incrociatore, e la famigliola si era trasferita a Roma da Messina. Nel Guf dell’Urbe egli cominciò la sua attività letteraria. Venuta l’occupazione tedesca, nascosero in casa due cugini scesi dal Nord e un loro commilitone. Come molti altri, il giovanotto era precipitato nella delusione, si era scontrato con la scoperta della libertà negata e della retorica fascista. Probabilmente era stato avvinto dalla passione esigente, quantunque dissimulata, di perfezione sulla terra. Il trauma e le prime reazioni decisive non l’avrebbero più indotto a rivedere “l’esaltazione” che “preclude la realtà” e  “l’impressione di un delirio poi bruscamente interrotto”, che egli dice restargli “nella vaga memoria” “del fascismo” (Paura del vento, 1987). Di lì, la visione dei soldati “portati” dai canti gonfi d’intenti eroici “nelle steppe ghiacciate o nei deserti africani a morire lontani e dimenticati”.

Fu tra i primi a partecipare al concepimento di un film sulla resistenza cittadina (1944). Ma quando il mondo desiderato sopravviene, e sembra messo nelle mani comuni, e la scelta della classe politica appare insufficiente, occorre intervenire, ognuno con gli strumenti suoi. Insieme all’antifascista Zampa (vedi Anni difficili, 1948 e altri) adesso egli appunta l’attenzione preoccupata sulla camorra. Il fatto da rappresentare è collocato all’inizio del secolo, sembra riferirsi a un omicidio di coniugi che avevano fatto uno sgarro alla società onorata.

Sarebbe stato gratuito aver riesumato il caso giudiziario e l’infezione camorrista penetrata tempo addietro nei gangli di Napoli, se non avesse riguardato il presente. S’intende che l’attenzione è rivolta a una setta malavitosa tuttora capace di soggiogare i borghesi altolocati, coi suoi sistemi di corruzione e ricatto, diversamente, affatto violenti. Il giudice integro, lasciato solo anche in famiglia, riesce a smascherare l’agente dell’organizzazione delittuosa, ma dura fatica a coinvolgere il commissario di polizia. La scritta fine è accompagnata dai soli bei propositi di tagliare la testa del mostro, senza soverchi riguardi procedurali, e dalla speranza che la vigilanza sia efficiente e perduri.

La battaglia intrapresa per raddrizzare e vivificare il consorzio civile continuerà. A proposito di De Sica, che diede la sua partecipazione di attore, ho già citato I colpevoli (1957), tratto da un dramma portato sulle scene l’anno precedente. L’apatia della gioventù, il suo spirito appiattito, tormentato, rivolto a sfoghi teppistici o insensati, fin dal 1952 aveva colpito il nostro messinese e Michelangelo Antonioni, che avevano fatto I vinti. Tuttavia il nemico da battere era ancora il comunismo, e gli allarmi di genere differente cadevano quasi nel vuoto, essendo bensì privi di proposte ideali con cui rimontare gli animi.

Lo stesso accade quando Vasile stringe un sodalizio con De Robertis producendo Mizar – sabotaggio in mare (1953) e Uomini ombra (1954): storie di spionaggio in patria e in uno stato neutrale del vicino Oriente; dove, per altro, sorgono delle incongruenze: gli inglesi sono diventati ex nemici pressappoco cavallereschi, uomini con cui scambiare notizie ed esperienze in incontri amichevoli, quantunque si mostri che furono anche freddamente disposti a uccidere sommozzatori colpevoli soltanto di sabotaggio. Molti spettatori gradirono quelle vicende avventurose e mirabili dei nostri, ma non era lezione che potesse penetrare nei cuori destandoli dal torpore, convincendoli alle elevate messe in pratica. Né poteva essere diversamente, giacché l’atmosfera che innalza un popolo e la sua civile identità si crea dall’alto e con potenza straordinaria.

Come ho detto, i film prodotti da Turi Vasile sono molti, terminano con Per odio e per amore (1991), e sono quasi tutti di buona fattura. Intanto il mondo era cambiato; rilevare i vari disordini, la rarefazione delle bellezze, aveva cessato di essere una missione e una fede, anche velleitarie. I probi si limitavano a denudare i vizi, a far balenare virtù morali, con poca fiducia che questa sorta di moralismo risollevasse le sorti della nazione e della democrazia.

Negli anni Ottanta, sulla soglia della terza età, Turi Vasile ritorna al teatro con qualche soddisfazione e comincia a raccontare le sue memorie, con una modestia per cui si stenta a credere che da quel ragazzo fragile e sognatore sia derivato l’uomo attivo e poliedrico, che diresse personalmente almeno sei film, capace di dare lavoro a Rossellini (I sette peccati capitali), a Pietrangeli (Il sole negli occhi, Lo scapolo), a Germi (Sedotta e abbandonata), a Dino Risi (Operazione San Gennaro), a De Sica (Il viaggio), e a diversi altri importanti registi e attori, nonché al complesso di gente che fornisce i testi, prepara le riprese e viene sul set.

Articolista schietto e misurato, egli continua a riprendere i vizi peculiari del mondo italiano e mondiale. Ma se vogliamo scoprire la sua fede riservata a questo basso mondo, dobbiamo seguirlo nella sua terra e nell’affetto verso la moglie divenuta inferma. I valori rimastigli quaggiù hanno un tono mitologico, sono sostanziati di natura splendida, siciliana, e d’un distillato o deposito della Magna Grecia, su cui sorge Dio e l’Aldilà cristiano. Il tutto animato dalla personale memoria, che forma il suo essere, altrimenti privo di sostanza, privo d’ombra (L’ombra, 2009). Ricordare, gustare ora, immaginare: ecco la verità cui vale la pena di accedere. Ma non è una soluzione sociale e, individualmente, serve agli uomini-isola che abbiano ricordi valevoli, affetti familiari sostanziosi, speranza robusta, radici sul suolo che calpestano e una terra magica ad ispirarli.

Un capitolo di Paura del vento s’intitola L’oziosità perduta. Vi sono descritti i passatempi, le discussioni accese di studenti intorno alla musica classica, fischiettata, cantata, le dispute sulle correnti filosofiche, durante le passeggiate, negli intervelli delle sedute davanti ai libri scolastici. “Così, rimpiango la perduta oziosità di un tempo – quella loquace estenuante oziosità che tuttavia ci teneva desti e vivi. E cerco un sia pure insufficiente correttivo parlando a vanvera con i miei numerosi nipoti, anche se mi accorgo di essere apprezzato solo dai più piccoli (…) L’altra sera sono passato davanti a un liceo occupato; dalle aule illuminate, insieme con un vocio indistinto, giungeva il suono di chitarre e di voci che cantavano. E mi è venuta la curiosità di sapere che cosa si dicono oggi, a Roma, i ragazzi del liceo. Vorrei poter raccogliere nella mano l’edificio scolastico e portarlo all’orecchio (…) Ma esito, quando ripenso a come sono questi ragazzi visti alla televisione, uditi alla radio. Parlano bene, ma tutti con lo stesso stampo, come ‘replicanti’ nei quali siano state inserite schede della memoria simili tra loro. E un inquietante sospetto mi prende: che essi siano ‘pupi a filo’, burattini nelle mani di qualcuno che organizza la loro protesta approfittando della irresponsabile situazione che attraversiamo. Le nostre farneticazioni verbali erano invece un modo – inconsapevole, non voglio dire eroico – di sfuggire alla retorica corrente, un bisogno di sconfinata libertà”.

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