Anche per oggi, niente happy end – di Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro

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“tenendosi per mano al mondo, senza assegnarsi più il compito di insegnare ma solo quello di accompagnare, la Chiesa prosegue senza freni nel processo di liquefazione”

di  Alessandro GnocchiMario Palmaro

fonte: Il Foglio

prttlrSe l’urticante “Questo Papa non ci piace” fosse stato l’incipit di un feuilleton per amanti di talari e vecchi merletti con un tocco mondano che piace anche al cattolico che piace, ora potrebbe trovare epilogo in un gagliardissimo “vissero a lungo felici e contenti”. Dopo tanto vociare, giungerebbe puntuale un travolgente happy end per protagonisti, antagonisti, comprimari e comparse, perché il mondo cattolico d’oggi è fatto così: non ama nulla tanto follemente quanto l’unità. Erede, e se non fosse per la fede incrollabile nel divino “non praevalebunt” verrebbe da dire capolinea, di una storia cresciuta rigogliosa nel sangue dei martiri, non vuole percepire neanche l’eco del conflitto. Brama l’unità, non importa in che cosa e per far cosa, purché nessuno turbi l’acqua cheta in riva alla quale stanno tutti a godersi il pallido sole della pentecoste secolare.

Anche i villani malcreati si vorrebbe tenerli nel recinto, persino quelli che, invece di sdraiarsi sul salvettione in riva allo stagno, non riescono a trattenersi dal tirarci il sasso. Così, nel bel mezzo della polemica, quelle canaglie a prescindere che criticavano Papa Francesco, si son sentite suggerire di accomodare la questione con uno scritto su tutto il bello del pontificato in corso. Per non cadere in tentazioni scismatiche, sarebbe bastato incontrarsi a metà strada come al mercato del bestiame, dove ogni sensale stringe sorridendo la mano all’altro, convinto di averlo fregato. Oppure, a dar retta ad altri, sarebbe stata una gran cosa seguire la massima eterna e perbenino del si fa ma non si dice, opportunamente declinata nel clerical-intellettuale si pensa ma non si scrive. E per altri ancora, secondo cui fino a ieri bisognava adottare lo stile razionale e accademico di Ratzinger, oggi sarebbe meglio essere un po’ gesuiti e un po’ tangueri e domani chissà. Tutto, naturaliter, a maggior gloria di quella benedetta unità.

Come se si trattasse di una questione politica: e invece si tratta di una questione di fede. Come se si trattasse di ritirare una mozione al congresso del partito: e invece si tratta di chiarirsi in famiglia. Qui non si fa la conta delle tessere, si mettono a nudo le anime per amore di Nostro Signore, della sua croce, della Chiesa che è il suo Corpo mistico e del suo Vicario che ora si chiama Francesco. Mettere pubblicamente in questione parole e gesti dell’autorità, specie se è tuo padre, è un atto che scuote fin nelle radici dell’anima, anche quando lo si fa in nome di una verità e di una casa di cui lui è il servus servorum.

 A un padre si può dire sì per amore, per obbedienza, per riverenza, per convinzione, per convenienza e anche per debolezza o per codardia. Ma gli si dice un no cristiano e virile solo per amore. Dire sì, a volte, può essere doloroso, dire no lo è sempre. Dire sì può costare l’incomprensione si chi sta fuori dalla casa, dire di no costa sempre l’incomprensione anche di chi sta dentro. Dire di no al padre in nome del tesoro di cui è custode non è un atto di ribellione orgogliosa, ma premessa a momenti di solitudine e di dubbio in cui consola soltanto il sentirsi comunque dentro casa.

Onorare l’impegno di viri christiani assunto con il battesimo non è privo di spine. E se le spine sono sempre le stesse, invece che creare abitudine e assuefazione, producono un dolore sempre più penetrante e acuto perché sempre più consapevole e gradito. Può darsi che sia questa la prova affidata oggigiorno ai piccoli di casa che si baloccano con le storie di famiglia fatte di insegnamenti tramandati nei secoli, di riti, di preghiere e di ammonimenti. A questi bambini fa male ma non fa scandalo che il padre non si curi delle loro piccole pene e li chiami, ancora una volta, “profeti di sventura”. Continuano a mostrare le loro spine, anche se sanno di infastidire i grandi, perché questo è tutto ciò che sono capaci di fare.

I bambini sono fatti così, non fa niente se si torna ogni volta da capo e ricomincia la solita storia: “Il Concilio Vaticano II” dice Papa Francesco nella sua Esortazione apostolica “ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le conferenze episcopali possono ‘portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente’. Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria”.

Qui giunti, riesce difficile non correre con la mente a certi passi della “Sacrosanctum Concilium”, la Costituzione del Vaticano II in cui l’autorità liturgica di Roma è stata minata con maliziose infiltrazioni di desistenza a beneficio delle esigenze locali. Si ribadiva l’uso del latino, per esempio, e subito dopo si concedeva mano libera all’introduzione del vernacolo e degli usi regionali. Ma, in tal modo, si ponevano le basi teoriche di una creatività che risponde alle esigenze della latitudine e dell’estro personale invece che alle leggi di Dio. La conseguente deriva subita in questi ultimi cinquant’anni dalla lex orandi non sembra un buon viatico per la lex credendi data in pasto alle Conferenze episcopali.

Le assemblee nazionali e regionali dei vescovi si sono trasformate in veri e propri centri di potere ecclesiale che sottraggono autorità e peso a Roma dopo aver annichilito il ruolo del singolo pastore. Aumentarne il peso in campo dottrinale implicherebbe un vulnus irreparabile per la tradizionale trasmissione della fede dal Papa al vescovo nella sua diocesi fino ai parroci e ai fedeli. Interrotta questa catena, che è a servizio della verità e quindi di ogni uomo, si sta assistendo a una sorta di nazionalizzazione del cattolicesimo: un vero e proprio ossimoro religioso, se si pensa che nazionale significa particolare e cattolico significa universale. Ogni Paese, sui temi più disparati, esprime una sua dottrina: talvolta opposta a quella di altri Paesi, non di rado diversa.

Dietro il paravento dell’inculturazione e della legittima attenzione a stili e culture, prende corpo una sorta di federalismo dottrinale. E’ difficile pensare a un progetto diverso quando si legge: “Sebbene sia vero che alcune culture sono state strettamente legate alla predicazione del Vangelo e allo sviluppo di un pensiero cristiano, il messaggio rivelato non si identifica con nessuna di esse e possiede un contenuto transculturale”. Ma sul legame inscindibile tra cultura biblica e pensiero greco non la pensavano allo stesso modo Giovanni Paolo II nella “Fides et ratio” e Benedetto XVI nel discorso di Ratisbona.

Il virtuoso adagio che vuole la lex credendi accompagnarsi alla lex orandi, di questi tempi ne fa due spine che non possono stare separate. Se nella dottrina sono stati oscurati il rigore della ragione e l’asprezza del dogma, nella liturgia sono stati censurati l’esigenza del sacrificio e lo scandalo brutale della croce. Nel pregare, come nel credere, il protagonista è diventato l’uomo, che è andato a sostituire la centralità di Dio.

Così, mentre nella Messa preconciliare centrata sulla rinnovazione incruenta del Sacrificio del Calvario, l’uomo è chiamato a partecipare alla passione di Cristo per meritare, anche se indegno, di essere glorificato con Lui, in quella postconciliare diviene commensale di Dio al banchetto in cui celebra la propria gloria fondata sulla libertà. Nel primo caso il cristiano è chiamato a compatire con Gesù, nel secondo è invitato a collaborare con Dio. Se prima adorava, chiedeva perdono e offriva il proprio nulla davanti al Figlio di Dio sacrificato, ora si limita a rendere grazie della libertà che lo rende somigliante a Dio.

Non è un caso se, tra le molte parti della Messa antica eliminate nel nuovo messale, c’è quella in cui prima di salire all’altare il sacerdote si inchina a chiedere perdono come il pubblicano della parabola del Vangelo di San Luca. Lui, che presta il suo corpo a Cristo, confessa a Dio Onnipotente, alla Beata Maria sempre Vergine, al beato Miche Arcangelo, al beato Giovanni Battista, ai Santi apostoli Pietro e Paolo, a tutti i Santi, al chierichetto inginocchiato al suo fianco, al sacrestano che ha preparato l’altare e a tutti i fedeli compresi i più barabba che ha molto peccato in pensieri, parole e opere “mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”. E ha l’umiltà di farsi confortare anche  dall’ultimo dei barabba che gli risponde: “Il Signore abbia misericordia di te e, rimessi i tuoi peccati, ti conduca alla vita eterna”. Se questi, secondo i nuovi canoni, sono farisei che “dicono preghiere”, viene da chiedersi cosa sia il cristiano d’oggi, privo del senso del peccato e indotto dal nuovo rito a considerare compiaciuto: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano”.

Poi, una volta uscito di chiesa, il fariseo felice di non essere come gli altri peccatori si avvia a patteggiare con lo spirito  mondano: sufficiente e orgoglioso al punto giusto. Questa spina, che i cattolici infanti hanno colto sulla pianta del Vaticano II, ha ridefinito l’antico rapporto Chiesa-mondo. Fino al Concilio, la Chiesa sapeva di dover insegnare una dottrina ostica al vasto campo dell’umanità, che una scrittrice cattolica come Flannery O’Connor chiamava significativamente il territorio del diavolo. Era il mondo come spazio da evangelizzare, ma anche come nemico dichiarato della Chiesa, pericoloso perché impegnato da sempre a combatterla. Lo schema evocava naturalmente la militanza come categoria feriale e ineluttabile del cattolico fervente. Era un modello semplice e lineare, durato quasi duemila anni: la Chiesa insegna, il mondo in parte accoglie, in parte respinge, e così fino alla fine dei tempi. Oggi le posizioni si sono capovolte. La Chiesa si dichiara “in ascolto” del mondo, benigna al cospetto delle sue istanze, bisognosa di imparare, di capire, di comprendere, di cambiare pelle pur di seguire la mondanità in tutte le sue evoluzioni. Scopre di possedere lo stesso sguardo, di avere lo stesso sangue e, fatalmente, si accontenta di fare un po’ di strada insieme.

Così, tenendosi per mano al mondo, senza assegnarsi più il compito di insegnare ma solo quello di accompagnare, la Chiesa prosegue senza freni nel processo di liquefazione. Intimidita da ciò che sta fuori le mura, risulta completamente inerme anche al cospetto dei tradimenti interni. Una vittima perfetta per la collaudata strategia modernista descritta da San Pio X, che non aggredisce frontalmente la dottrina, ma la erode attraverso la tecnica della diluizione. Le verità morali o dogmatiche vengono lasciate decadere e sottaciute, svuotate di significato oggettivo, svaniscono sullo sfondo in dissolvenza, mentre pastori e teologi parlano, parlano, parlano: parlano d’altro e parlano in altro modo. Diffondono il niente sostenuto da un linguaggio approssimativo, evocativo, emozionale che ha esautorato il tradizionale e faticoso linguaggio definitorio, didattico, assertivo. Nulla è dimenticato, ma in realtà tutto è tradito in un limbo un po’ pelagiano e un po’ luterano senza essere mai veramente cattolico.

Spine come questa non sono spuntate improvvisamente con il pontificato di Papa Francesco, ma sarebbe ingenuo tacere che troppi oggi le colgono come fossero i primi fiori di un’altra primavera promessa. In un libro di quarant’anni fa, Jean Madiran definiva fin dal titolo questo fenomeno come “L’eresia del XX secolo”. Una debacle teologica che “si basa sull’immaginario. E’ una mitologia. Non parte da una concezione falsa di natura e grazia ma da un disconoscimento radicale dell’ordine naturale, il quale porta con sé anche un disconoscimento dell’ordine sovrannaturale. Non si fonda su un aspetto della realtà svalorizzandone o sfigurandone altri aspetti: essa si trova tutta intera fuori da ogni realtà, sta in un limbo ideologico verbale. Non disconosce la realtà naturale e non si inganna: la respinge, distoglie da essa le anime per indirizzarle altrove, verso il nulla”.

Il modernismo e i suoi derivati, pur dichiarando l’obiettivo prossimo di una nuova teologia, in realtà, come ha mostrato Karl Rahner, mirano all’impossibilità della teologia. Se attaccano il termine “consustanziale” del simbolo di Nicea non lo fanno per affermare un’altra teologia della Trinità, ma per negarla e sprofondare di conseguenza in un vortice nichilista negando l’intelligibilità del reale. Se i concetti di natura, sostanza e persona cambiano a seconda delle mode filosofiche, la legge naturale finirà per non avere alcuna consistenza immutabile, diventerà espressione della coscienza collettiva. E il cerchio anticristico si sarà chiuso: niente più discorso su Dio e, di conseguenza, niente più discorso sull’uomo e niente più ordine nel mondo. Il programma della rivoluzione.

“La filosofia moderna” dice Madiran “non è in essenza una filosofia, è un atteggiamento religioso al livello della religione naturale, una contro-religione naturale, l’opposto dei primi quattro comandamenti del Decalogo. Essa contesta ogni dipendenza del soggetto pensante e lo stabilisce in una aseità e in una autarchia. E se la filosofia moderna si è sempre più sviluppata nel senso di una prassi, è che non si trattava soltanto di credere o di pretendere, ma, mostruosamente, di ‘far sì’ che il soggetto pensante si facesse autonomo e indipendente. (…) la praxis moderna equivale a dire che le cose dovrebbero essere solo ciò che il soggetto pensante vuole che siano”.

Prima ancora dei fedeli, le vittime di una tale deriva della coscienza nelle lande dell’autonomia sono stati i sacerdoti. Gettati in pasto al mondo senza poterlo abbracciare del tutto per quel “Tu es sacerdos in aeternum”, quel carattere sacramentale impresso una volta per sempre, si sono trovati improvvisamente fuori posto. Fuori sincrono finanche nell’abbigliamento che è andato scimmiottando quello secolare mantenendo un che di clericale che si percepisce anche a occhio laico. Da qui discende la crisi drammatica, fatta di copiosi abbandoni, di gravi e diffusi problemi morali, di crollo verticale delle vocazioni, di smarrimento di identità e di passione.

Non sarà certo impregnandosi dello stesso odore delle pecore che i pastori riprenderanno a guidare il gregge e a difenderlo dai lupi. Il pastore che sa di pecora, al più, può essere un onest’uomo. Ma i fedeli non possono accontentarsi di parroci che siano solo onest’uomini. L’abate Giovanni Battista Chautard in aureo libretto intitolato “L’anima di ogni apostolato” diceva impietosamente: “A sacerdote santo, si dice, corrisponde un popolo fervente; a sacerdote fervente un popolo pio; a sacerdote pio un popolo onesto; a sacerdote onesto un popolo empio”.

Anche per oggi, niente happy end. Ma non fa niente, i bambini ci riprovano, sono fatti così.

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15 commenti su “Anche per oggi, niente happy end – di Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro”

  1. Ottima analisi dei sempre ottimi dott. Palmaro e Gnocchi.

    Tutto vero …purtroppo la ricreazione modernista, i banchetti sembrano non finire mai…. eppure …se qualche don abbondio facesse attenzione a ciò che sta scritto nella Sacra Scrittura,…… accorcerebbe il tempo e suonerebbe la campanella; coloro ai quali è stata data la Missione di seguire il gregge, ricomincerebbero a fare ciò che sono stati chiamati a fare ….

    E pare di rivedere le gesta dei Cavalieri Gaudenti, un antichissimo ordine cavalleresco del XIII sec. ” Milites Beatae Mariae Virginis Gloriosae o Cavalieri di Maria Gloriosa” …che perso il loro carisma iniziale di combattere eresie, usure e violenze, ” grazie a infiltrazioni di persone stolte, persero ogni contatto con la realtà….. apposta il popolo li soprannomino Gaudenti…Capponi di Cristo ….. le donne al loro interno ( mogli dei laici coniugati ) vennero chiamate le pollastrelle….. chissà perchè….. ah! bei tempi quando il popolo analfabeta non si faceva menar per il naso…….nemmeno da ordini religiosi che per un certo periodo furono di tutto rispetto …

  2. don Giovanni Ferrara

    Grazie perché ancora trovo conforto dalle vostre riflessioni coraggiose e sincere, che mi aiutano a tenere desta la speranza nella preghiera.

  3. “Il sacerdote santo, rende santo il suo popolo, ma il sacerdote che santo non è, lo rende indifferente”.
    Lessi quesi frase tanti anni or sono in un giornaletto distribuito dall’associazione Una Voce. Non so chi l’abbia detta: forse è una abbreviazione della frase di Padre Chautard, riportata nell’articolo, forse è di un altro … Non so,
    So soltanto che quanto questa frase sia vera, lo si tocca con mano ogni giorno.

  4. Mia famiglia ed io troviamo sempre consolazione nelle vostre riflessioni, che condividiamo in pieno. Sono anni che studiamo la rivoluzione avvenuta nella chiesa dopo la morte di Pio Xll. L’elezione di GXXlll e i papi conciliari, il CV ll ed il post concilio, i novatori che hanno manovrato il concilio e al suo termine imposto e la nuova religione del Novus Ordo. In questi ultimi tempi la distruzione della Chiesa si è talmente velocizzata che nessuno lo può più negare. Il caos è sotto gli occhi di tutti. Unico nostro bene è il Santo Sacrificio della Messa e i Sacramenti impartiti da sacerdoti tradizionalisti. Non è poco in questi giorni di confusione sia ecclesiale sia sociale. Poi ci sono i tanti fedeli che con la loro Fede e professionalità ci fanno sentire davvero toccati dalla grazia.

  5. Carissimi Gnocchi e Palmaro, voi dite sapientemente, da laici e con il linguaggio dei media, quello che io vado dicendo da sacerdote e con il linguaggio accademico. Ma tutti con la medesima sincera fede nella Chiesa di Cristo e con la medesima sofferenza nel vedere il dogma deprezzato e disprezzato sistematicamente, come se non fosse “la verità che salva”.

  6. Nella Chiesa non v’è posto per la democrazia perché l’assolutezza della parola di Dio la elimina automaticamente. Sulla Verità non si discute, si deve soltanto far conoscere, con coraggio, certo, ma con determinazione e se “uno il coraggio non se lo può dare” è inutile che decida di farsi sacerdote. Perché quell’ “andate e predicate” non è cosa da poco, ma è offrire la propria vita per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime, è presentarsi come punto di riferimento certo , sicuro luogo di consiglio e di consolazione. Come fece il santo Curato d’Ars, come fece Padre Pio, come facevano i santi sacerdoti d’un tempo che chi è più anziano ancora ricorda, devoti e sempre in trincea, sempre a braccia spalancate, felici di recitare o veder recitare il rosario e mai a mezzo servizio, introvabili o solo contattabili quando il loro cellulare è acceso.

  7. Fatto sta che a Dio, non sono mai piaciuti gli idolatri, lo ha detto e straridetto nell’ A.T. l….o ha dimostrato più volte in fatti concreti e reali….

    Poi ha deciso di inviare Suo Figlio affinchè gli uomini potessero vederlo e toccarlo con le proprie mani….. non lo hanno accettato …è stato ucciso….

    dopo 2000 anni siamo tornati peggio che ai tempi dell’A.T…… molto peggio….i suoi sacerdoti ( un gran numero) grazie al concilione vat.II, stanno attirando la Sua Santa Ira, su tutti noi.

    http://www.olbianova.it/notizies/item/al-costa-smeralda-apre-le-porte-la-cappella-ecumenica

    ….. guarda caso e forse sarà solo un caso…. ma la città colpita più duramente dalla “bomba d’acqua” è proprio Olbia. È solo un coincidenza?

    Eppure, molti sono i segni per cui meditare……

    http://www.videolina.it/video/servizi/54166/il-miracolo-di-arzachena-la-madonnina-sfugge-all-acqua.html

    Ben vengano i fedeli che non accettano passivamente questa nuova chiesa conciliare e la sua nuova dottrina.

  8. Ariel S. Levi di Gualdo

    Carissimi Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro.

    Sono molto felice che il mio confratello sacerdote e stimato maestro teologo mi abbia preceduto: Antonio Livi.
    Peraltro, oltre a essere entrambi toscani audaci e mordaci (insomma “gente cattiva”), siamo entrambi impegnati nel mondo dell’editoria, lui con le Edizioni Leonardo da Vinci, io con la collana teologica “fides quaerens intellectum” delle Edizioni Bonanno, a portare avanti e a pubblicare non solo i nostri lavori ma anche e soprattutto quelli di autori principalmente giovani. Entrambi, come sacerdoti e teologi, lungi dal vivere sulle nuvole dei massimi sistemi teologico-modernisti del Novecento e lungi dal vivere tra il the e i pasticcini dei salotti di curia, viviamo nel concreto pronto soccorso della “Chiesa ospedale da campo”, dove giorno dietro giorno, come chirurghi in prima linea (per inciso il George Cloney della situazione è naturalmente il bellissimo pratese Antonio Livi) raccogliamo non pochi autentici e fedeli cattolici che in numero sempre maggiore vivono situazioni di grande crisi e di grande disagio.
    A volte, parlando tra di noi, ci manifestiamo reciproca amarezza perché come ha scritto poco fa Antonio Livi nel suo messaggio per esprimervi la sua vicinanza, noi tutti siamo uniti “… con la medesima sofferenza nel vedere il dogma deprezzato e disprezzato sistematicamente, come se non fosse la verità che salva”.
    E con lui ed attraverso il suo stesso sentimento umano, sacerdotale e teologico vi sono vicino anch’io.

  9. Federico Fontanini

    “Le verità morali o dogmatiche vengono lasciate decadere e sottaciute, svuotate di significato oggettivo, svaniscono sullo sfondo in dissolvenza, mentre pastori e teologi parlano, parlano, parlano: parlano d’altro e parlano in altro modo. Diffondono il niente sostenuto da un linguaggio approssimativo, evocativo, emozionale che ha esautorato il tradizionale e faticoso linguaggio definitorio, didattico, assertivo. Nulla è dimenticato, ma in realtà tutto è tradito in un limbo un po’ pelagiano e un po’ luterano senza essere mai veramente cattolico” – Quando scende la sera e il cammino si fa più difficile e insidioso abbiamo bisogno di un faro, di una luce che ci dica con chiarezza dove andare. E’ vero che lo Spirito parla ai nostri cuori, ma se la guida della Chiesa vacilla è anche vero che molti saranno perduti. E’ verissimo quel che dite, cari G&P, si diffonde il niente, si son persi il sapore e la forza della chiara dottrina. Grazie infinite per il vs costante contributo alla Verità.

  10. tutto bello e giusto. Ma perché non si va mai al nocciolo della questione? Quando ho sentito che il “Vescovo di Roma”, il Papa, ha detto che “Dio non è cattolico”, ebbene, di fronte a cosa ci troviamo? la domanda non è retorica, perché una risposta precisa non ce l’ho. Ho solo il ricordo, da bambino, quando il Parroco mi insegnò che la Religione vera è SOLO la Cattolica, poiché ha come Fondatore N.S. Gesù Cristo, ovvero Dio in Persona…

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