ANGELINA LANZA DAMIANI, UNA LEZIONE DI LINGUA E DI STILE – di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

 


Nel panorama della letteratura italiana contemporanea  più a noi vicina non è facile rinvenire – eccezion fatta per gli scrittori cosiddetti classici del Novecento – voci di narratori e di poeti di eccelso livello mentre alcuni accenti, pur presentando i caratteri dell’originalità e, come tali, di prim’ordine, non sono riusciti ad imporsi del tutto, come meritavano, all’attenzione della critica e dell’opinione pubblica in generale. E’ il caso di Angelina Lanza Damiani (1879-1936) .

Il suo affresco, ‘La casa della montagna’ –(Fondazione Capograssi, Roma – Edizioni Spes , Milazzo – Edizioni Sodalitas, Stresa, 2010) – ha come sfondo “tutta una lunga estate trascorsa in vari tempi a Gibilmanna, in una casa di montagna siciliana, dallo scorcio di una primavera al cominciar di un inverno”, secondo il giudizio di Emilio Bodrero, prefatore della prima apparizione del volume, risalente al 1941, pubblicato dalla Casa Editrice ‘Sodalitas’ di Domodossola.

La menzionata stampa, apparsa nella cittadina piemontese, costituiva già di per sé una garanzia nel senso che essa collocava, ormai, il libro della scrittrice siciliana, in una dimensione non meramente provinciale, visto e considerato che altre pubblicazioni gratificarono l’opera fino alla presente ottava edizione. La quale ci auguriamo voglia consacrare, in maniera definitiva, un’Autrice che ha legato il proprio nome non solo al libro citato, bensì pure ad altri esiti di ordine teologico-spirituale come, ad esempio, ‘La completa offerta di sé a Dio’, ‘Le virtù nascoste’, ‘Diario spirituale’ (1924-1936) nonché altri componimenti in versi quali ‘Le rime dell’innocenza’ (1903), ‘Liriche e poemetti’ (1913-1918), per limitarci solo ad alcuni.

Tornando un istante alla prima edizione licenziata a Domodossola, è giocoforza rilevare che la Lanza Damiani possedeva, da una parte, un’intensa ‘pietas’ e disponeva, dall’altra, di una notevole conoscenza del pensiero di Antonio Rosmini. I riferimenti al filosofo – segnatamente l’opera ‘Teodicea’ – presenti ne ‘La casa della montagna’ rappresentano solo una piccola riprova della devozione della scrittrice per il Roveretano.

La prima impressione che si percepisce al cospetto del testo in questione è l’estrema semplicità e chiarezza con le quali l’Autrice tesse la tela del suo lavoro; volume ambientato in una Sicilia, quasi mitica, negli anni a cavallo fra due secoli; un territorio, essa chiarisce, che nei secoli trascorsi, “doveva avere pascoli immensi” per il semplice motivo che, “proprietari di fortune colossali o discendenti di feudatari, o giunti alla ricchezza mediante l’esercizio faticoso dell’agricoltura e della pastorizia, impiegavano la maggior parte del loro danaro nell’acquisto di migliaia di capi di bestiame”.

Diviso in trenta capitoli, dai titoli sempre pregnanti, il libro ritrae un angolo dell’isola – Gibilmanna a ridosso di Cefalù – nel cui seno gli interpreti principali sono la famiglia Lanza, proprietaria della tenuta di campagna, i contadini, i pastori e gli abitatori dei rilievi dei Nèbrodi e delle Madonìe, etc. Eventi che si distendono in una temperie fra lo scorcio del XIX secolo e i primi decenni del successivo; non solo avvenimenti, ma anche tutto ciò che si muove entro tale ‘habitat’ costituito, quest’ultimo, da amicizie, da conoscenze e da gente impegnata nel duro e diuturno lavoro.

Le descrizioni fluenti come un fiume nella pianura, si alternano con una semplicità – il che non significa facilità – sorprendenti viste le attitudini della narratrice di cogliere ogni aspetto della natura e di delineare le situazioni, le figure dei personaggi e le circostanze della vita nella sua interezza. Ad un certo punto, l’Autrice pone in bocca al curàtolo la seguente considerazione:” La vita è lotta, signora. Vince sempre il più forte (…). La vita, sissignora, anche nella natura è lotta”.

Ma la natura e la vita sono sì lotta e morte, ma, talvolta, anche serenità e pace come quando esse vengono così descritte dalla stessa :”Le radure sono tutte sparse di ginestre d’oro; l’ultima fiorita, oramai! Ma già le margherite e i cardi stendono larghi tappeti di bianco e di violacco, fra praterie d’un verde smeraldino (…): C’è fin troppo verde, oggi, sulla terra. E questa esuberanza comunica ai sensi non so che sazietà, che ebrietà di giovinezza e di vita”. E così, di seguito, in pagine di mirabile bellezza letteraria e stilistica.

Ma gli istanti della quiete e della pace si alternano a momenti tristi come quando, per fare un altro esempio, la Lanza rammenta la morte di due figlie – Maria Filippina ed Antonietta – rispettivamente rapite alla vita a ventuno e a quindici anni e mezzo. In un altro passo del volume, in un attimo di intima commozione, essa, richiamandole alla mente, le nomina una per una, ma l’eco rimanda indietro la propria voce in un clima di cocente delusione.

I tratti del curàtolo e del campiere – così come di altri protagonisti delle vicende – sono dipinti nella loro semplicità di uomini ligi al dovere. Il primo, essa argomenta, “ubbidisce, veramente, per un sentimento profondo del dovere e della disciplina; e anche per un bisogno, infantile e candido, di sentirsi lodare. L’approvazione dei padroni è il suo pane spirituale, il suo miglior compenso”, mentre il secondo, se ne torna, “a sera, verso il paese cavalcando, con l’aria di un principe che torni dalla visita dei suoi possedimenti; figura magnifica, nel suo costume di velluto nero, cui, gli stivaloni, il cappello a larghe tese e l’immancabile fucile, davano quel particolare aspetto bravesco, che diceva chiaro l’ufficio ereditato”.

Gibilmanna e il Santuario omonimo ricevono la dovuta attenzione da parte dell’Autrice. Convento dei cappuccini, con la “rozza facciata” e col “portico ad arco unico e rotondo”, lo stesso  è un itinerario di grande devozione perché vi alberga la Madonna, con  la cappella che si pregia, secondo la narratrice, di quell’”ombra misteriosa, quella soave ombra, in cui si vedevano, prima delle funzioni, una dopo l’altra, fiorire le fiammelle dei ceri, e svelare gradatamente l’altare, gli argenti, i vasi di basilico mentre altre, più incerte, più rossicce, ne trasparivano dietro il velo ricamato, e, al grido comune di ‘Viva Maria’, si palesavano anch’esse coronando del loro umile chiarore il Simulacro”.

Numerose altre sono le circostanze degne di essere menzionate, ma qualche notazione ci sembra più doverosa e cogente: una inerente alla figura della donna nel contesto di tale ambiente agreste e un’altra relativa al due novembre. Per il primo rispetto, la Lanza rivendica, giustamente, il ruolo delle donne e, per l’altro, pone l’accento sulla funzione dell’uomo in tale comunità rurale.

Scrive, a ragione, l’Autrice :”Il lavoro che compie durante l’anno una di queste donnette è una somma enorme di attività, d’intelligenza, di sacrificio”, mentre “generalmente gli uomini le sono poco grati. E’ il lato meno bello del carattere maschile, in questa popolazione rustica: un che di mussulmano  che rimane, inguaribile, attraverso ogni progresso morale ed economico: un concetto, innato, e invincibile, dell’inferiorità in diritto e in fatto – delle donne tutte”. Il due novembre, dal suo canto, è una ricorrenza mesta per tutti i mortali, ma nel libro lo è, in particolare, per la scrittrice la quale esprime, al riguardo, accenti di grande emozione e di profondo turbamento data la prematura scomparsa delle figlie.

Ai due ritratti la mamma “accende le lampade: le memori, soavi, piccole lampade funebri tutte simili alla lampada che lasciavo accanto ai loro lettini la sera, perché non avessero paura del buio. E’ buio fuori e dentro. Ma la mia camera è rallegrata dai fiori, rischiarata dal dolce lume. Ed esse, dai piccoli ritratti, mi guardano e mi sorridono per confortarmi”. Un libro importante, questo di Angelina Lanza Damiani, un volume, aggiungiamo, che ci lascia uscire fuori dalle nebbie della società odierna,  dominata dall’angoscia e dal male di vivere -; quella nebbia – così ben descritta dall’Autrice nel capitolo omonimo – dal vento “stracciata, separata, ridotta in grandi lembi bianchicci, che cominciano a scendere lentamente. E la luna si svela, di tre quarti, chiara, limpida, alta: corteggiata da qualche stella di prima grandezza, come da poche dame d’onore”. Una grande lezione di lingua e di stile in questo libro – redatto tra il 1929 e il 1940 – che non risente minimamente dell’usura del tempo che pure, virgilianamente, “fugit irreparabile”.

 


Per informazioni e acquisti del libro “La Casa della Montagna”, consigliamo di contattare l’editore, Sodalitas Sas, Stresa, Sede legale CORSO UMBERTO I 15 – STRESA (VB) – 28838 – C/O C.I. DI STUDI ROSMINIANI

Telefono: 032330091

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