Antilingua. Una lettera di Carla D’Agostino Ungaretti

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Il caso del francese Vincent Lambert, da sette anni in stato di coscienza minima dopo un incidente, è simile a quello di Terry Schiavo ed Eluana Englaro. Come sempre l’egoismo, che spinge a voler cinicamente la morte della persona menomata, viene contrabbandato per umanitarismo.

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Caro Direttore,

su AVVENIRE del 14 giugno, Pier Giorgio Liverani ha usato un termine, a mio giudizio molto appropriato, per definire lo stile del linguaggio comunemente usato quando si parla di eutanasia e (aggiungo io) di aborto: “antilingua”. Infatti, invece di morte, si parla ipocritamente di “fine vita”;  invece di aborto, si parla ipocritamente di interruzione volontaria della gravidanza, eufemisticamente celata sotto il gentile acronimo di IVG e non sono questi gli unici esempi che si potrebbero citare.

zzzzsssnNei casi tristissimi della morte delle povere Terry Schiavo ed Eluana Englaro, il marito della prima e il padre della seconda, come tutti ricordiamo, invocarono la (presunta ) volontà della paziente loro congiunta di  essere aiutate a morire, nel caso fosse stata colpita da incidente o malattia devastanti, per non essere costrette a vivere come vegetali. Ma questa manifestazione di volontà, ammesso che fosse stata veramente espressa, era ricordata solo dal marito dell’una e dal padre dell’altra e sarebbe avvenuta quando esse erano in buona salute e nulla avrebbe potuto far prevedere la tragedia che le avrebbe colpite. Inoltre non era stata formalizzata in alcun modo.  Ora, lo stesso dramma sta accadendo al francese Vincent Lambert, di 39 anni, da sette in stato di incoscienza a seguito di un incidente d’auto, la cui moglie vorrebbe sospendergli la somministrazione di nutrimento e idratazione sostenendo che il marito avrebbe espresso questa richiesta in epoca non sospetta.

La Corte Europea dei Diritti Umani, che non fa altro che saltare sul carro vincente dell’ideologia dominante, ha già stabilito che il povero Vincent deve morire e la sentenza è già stata definita dal solito saccente medico – che considera il giuramento di Ippocrate un vecchiume da rimodernare – “un grande passo avanti per l’umanità”.

A questo punto io, cattolica “bambina” – evidentemente ancora attaccata ai vecchiumi di 2.500 anni fa, quando rispecchiano il diritto naturale instillato da Dio nel cuore umano fin dalla notte dei tempi – mi domando: per chi quel “grande passo” rappresenterebbe un progresso? Per i pazienti in stato vegetativo, che dormono, si svegliano, piangono, sorridono, deglutiscono, o per i loro coniugi, come il marito di Terry e la moglie di Vincent, stanchi di accudirli, conducendo da anni una vita di sacrifici che vogliono finalmente scrollarsi di dosso perché non ne intravedono la fine? Non viene loro in mente che quella terribile disgrazia poteva capitare a loro anziché al coniuge e che in quel caso avrebbero ben gradito amore, cure e dedizione da parte sua? Non è affatto strano che la richiesta di eutanasia non provenga dai genitori (il caso del Sig. Englaro è un caso a parte, perché è notorio che il poveretto si è lasciato strumentalizzare dal partito radicale e dai movimenti che sostengono eutanasia ed aborto). Infatti, l’amore dei genitori per i figli è indistruttibile; “l’amore scende, non sale” e solo raramente “si espande in orizzontale“. L’ Associazione “SCIENZA E VITA”, nella sua Rassegna Stampa del 10 giugno, ha diffuso una commovente immagine della mamma di Vincent Lambert che mostra a suo figlio, di cui si intravede una parte del viso, un grazioso quadretto rappresentante un variopinto uccello posato su di un ramo. Per i genitori la speranza che un giorno il loro figliolo, o la loro figliola, si svegli e li riconosca è l’unica fiammella che li tiene in vita, perché chi di noi non si augurerebbe che quel destino tremendo toccasse a noi piuttosto che a loro?

Per i mariti o le mogli non è così: oggi l’amore coniugale è soggetto a mille insidie e basta un nonnulla a distruggerlo. Figuriamoci se non possa venire distrutto da un incidente che sconvolga in modo tanto crudele la vita di un marito o di una moglie, soprattutto se ancora giovani come nei casi che ho citato, inducendo i loro coniugi a desiderarne la morte “per rifarsi una vita”! Ma un divorzio non basta, perché forse resterebbe in loro un “fumus” di rimorso per aver abbandonato chi aveva tanto bisogno di dedizione e di amore e allora è meglio dare alla situazione un taglio netto e sopprimere quella vita che a loro non sembra più vita e non serve  più a nulla.

Ormai anche gli ordinamenti giuridici la pensano così, perché hanno davanti agli occhi il grande risparmio di denaro pubblico che potrebbero realizzare togliendo di mezzo i grandi vecchi vicini ai cento anni (sempre più numerosi in ogni paese) e, a maggior ragione, i giovani colpiti da invalidità tanto devastanti ma non tali da far prevedere una loro morte a breve scadenza.

Anche in questi casi i motivi puramente egoistici ed economici prevalgono sul diritto naturale che considera sacra e intangibile la vita umana: è il mondo che va così. Ma allora, grida una cattolica “bambina”, si abbia il coraggio di dichiarare che si è stufi di accudire un marito o una moglie ormai impossibilitati ad essere ancora tali e li si lasci alle cure dei genitori, che invece non si tireranno mai indietro, invece di usare l’ “antiligua” che contrabbanda il loro abbandono come generoso gesto umano.

Ma guai a parlare di questo in società! Si viene accusati di crudeltà per voler tenere ancora in vita chi forse, una volta ed “en passant”, avrebbe detto di preferire la morte a quel tipo di invalidità. Ma chi di noi non preferirebbe morire subito piuttosto che vegetare in un letto per anni? Se lo abbiamo detto, vuol dire che il mondo moderno ci prende troppo sul serio, ma non lo fa perché ci ama: lo fa perché gli fa comodo e allora il cerchio dell’egoismo si chiude.

Grazie per avermi letto.

Carla D’Agostino Ungaretti

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6 commenti su “Antilingua. Una lettera di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. Grazie a lei, cara Carla, per questo scritto pacato e profondo. Quanta antilingua c’è in giro e quanta ipocrisia dietro!
    Certo, i casi da lei citati sono veramente drammatici e difficili da vivere. Solo con uno sguardo rivolto al Cielo è possibile affrontarli e non disperare; solo in Dio è possibile scorgere un senso nella vita umana all’ apparenza più inutile, un Dio che nulla disprezza di quanto ha creato, che si è chinato sull’uomo e ha preso su di sé il dolore della croce, scandalo e stoltezza. Il problema è che manca Dio, il grande assente in questa nostra società; allora la fatica del dolore diventa insostenibile e si cerca non di affrontarlo quanto di eliminarlo, illudendosi in tal modo di poter vivere meglio. Ma… appunto è un’ illusione: non solo non si elimina niente, ma ci si immiserisce nello spirito.

  2. Viviamo in un mondo mascherato: a vederlo appare bello, virtuoso, ragionevole, amante della giustizia e dell’uguaglianza, difensore dei diritti, compassionevole al punto giusto.
    Ma se guardiamo dietro quella maschera ecco che ogni bellezza si dissolve e si scopre il putridume, la falsità, la volontà satanica dell’eliminazione dell’uomo , l’arroganza sfacciata di sostituirsi a Dio. Il pensiero che ci assilla è il castigo che l’umanità si sta attirando addosso e che è inevitabile, per forza, come nel tempo è sempre avvenuto. Ma allora, forse, sarà troppo tardi cospargersi il capo di cenere e vestirsi di sacco.

  3. Annarosa Berselli

    Il Signore accolga l’anima di Vincent, quando si presenterà a lui, sia spontaneamente, sia obbligatoriamente, e senza un secondo di Purgatorio!!!!
    Ma abbia anche pietà di chi lo condanna a morte!!

  4. Sul fatto che l’amore dei genitori per i figli sia sempre così generoso, sano e indistruttibile non sono molto d’accordo….ricordiamoci la proposta,in tanti paesi, dell’eutanasia infantile….diversi genitori con figli minori affetti da gravissime disabilità o malattie inguaribili, potrebbero optare per questa scelta e porre fine alle sofferenze dei figli…e sopratutto alle proprie!! le persone atee vedono la morte come una liberazione dalla sofferenza, vivono il dolore come qualcosa di inutile, crudele e intollerabile. Anche vedere un figlio soffrire è un’enorme sofferenza e, senza Dio, spesso non si è in grado di accettarlo. Ancora una volta il nostro amato papa Benedetto XVI aveva ragione: il vero problema del mondo moderno è la mancanza di Fede.

  5. Quello che pochi sanno (compresi vari che dovrebbero saperlo) è che ci sono casi in cui persone in stato vegetativo sono coscienti dell’ambiente che li circonda ma non riescono a comunicare in alcun modo. Spesso sono confusi e non capiscono cosa sia loro successo e vengono terrorizzati dai discorsi di chi sta intorno a loro e crede che loro non sentano quello che viene detto. Ciò non vale per tutte le persone in stato vegetativo ma tali casi non sono rari.
    Io ho conosciuto personalmente una persona che, uscita dallo stato vegetativo, ha raccontato ciò. Il suo caso è stato trattato in forma anonima assieme ad altri quattro casi analoghi nel libro ‘Coma e ritorno’ di Lucia Cavallari che è molto interessante ed avvincente ma che purtroppo è alquanto difficile da trovare (ma alcune biblioteche ce l’hanno).

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