ANTONIO BALDINI – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

 

“Chi non è con me è contro di me; e chi non raccoglie con me disperde” (Lc. 11, 23). La cristiana sentenza dovette persuadere Dante a mettere gli ignavi nell’Antinferno, dove incontrò Ponzio Pilato e Celestino V, che fece per viltade il gran rifiuto.

Possiamo anche noi dire di Antonio Baldini (1889-1962) non ti curar di lui ma guarda e passa? Va da sé che… a differenza del sommo Vate, non possiedo gli elementi per decidere la collocazione d’anime rese a Dio. Mi sento invece di sostenere che questo indimenticabile esperto del comporre in prosa e nel chiosare le altrui pagine e versi – talché non è permesso escluderlo dalla storia dell’arte letteraria – ammise nella rivista Nuova Antologia scrittori aventi opinione disparate tuttavia perseguendo un giudizio di civile equanimità, in prevalenza benefico a suo tempo e sempre illuminante.

Poco prima che andasse fra i più, egli presentò Nuovi racconti italiani (1962), antologia di 29 inediti dovuti ad autori eminenti (da Arpino a Gadda a Cassola a Moravia a Pasolini a Pratolini a Tecchi, e non solo), facendo il punto sul degrado spirituale palesatosi all’indomani del benessere diffuso. Correva l’anno, per meglio intenderci, in cui uscì la fortunata serie di Diabolik, fumetto immorale e mai censurato.

Oltrepassando la congruità della struttura e dello stile con la materia trattata, andando al sodo dell’armonia realizzata, Baldini precisava:

“Forse la prima ragione unitaria di questo volume di racconti sta nel personaggio esemplare che, l’orgasmo attivistico dell’individuo da un parte e il sistema organizzato dall’altra, costringono a un gioco beffardo, anomalo, stravagante, pur concedendogli la finzione di una libertà personale, di un libero estro.

“L’altra ragione unitaria è in una necessità stilistica esemplare e comune di linguaggio che vuol dare lucidità razionale all’estro beffardo, alle vicende assurde di questa nostra ipocrisia del vivere in libertà”.

Proseguendo, egli rinviene in particolari storie “un congegno di vita sbagliato”, “una crisi che ambiguamente oscilla tra l’individuo e la società e ne divide la perplessa responsabilità tra l’uno e l’altra”. Soltanto Levi sembra nutrire una certa fiducia nell’uomo. Ma, dico io, in quale tipo umano, dal momento che un credito prestato alle generazioni appariva ormai utopistico?

Dunque, l’uomo e nondimeno i suoi interpreti erano così malridotti, all’inizio del decennio sciagurato in cui, essendo proiettati alle soddisfazioni della pancia piena e della sensualità, alla vanità, presto bruciata o inappagata e inappagabile, sembrava sconsigliato e impraticabile riprendere il filo degli scopi e delle regole tradizionali. Sì, per primo, l’interprete del vivere presente restava impigliato in esso, senza sapersene sbrogliare, senza la capacità e il coraggio di proporre soggetti – pur rari, è vero, ma paradigmatici – destinati all’unico modo di riaversi: la rivalutazione della Fede o di quei progetti ideali che ad essa fanno capo.

La volontà del Nostro di estrarre dalla provvista di firme prestigiose il succo della testimonianza, non si tradusse nella semplicità e nell’arguta finezza che contrassegnano la sua scrittura, né accennò alla soluzione. Cionondimeno, la sua fu una denuncia onesta e libera, rimasta priva di seguito nella presentazione del volume di aggiornamento, che l’Editrice Nuova Accademia mise fuori l’anno successivo.

Ma facciamo la conoscenza di Antonio Baldini e della Nuova Antologia, cui si dedicò e che diresse alquanto, benché non ne fosse mai divenuto il direttore.

bmDi famiglia romagnola, egli divise il suo cuore tra la terra avita, inclusi diversi colleghi letterati di essa originari, e Roma, città natale ove risiedeva. Ancor prima di laurearsi in lettere, collabora con giornali e pubblica un libretto intitolato Pazienze e impazienze del Maestro Pastoso; titolo che prelude ad altre novelle con protagonisti come Michelaccio (1929-1941-1958), Belacqua e Melafumo (1950). I nomi emanano lo scherzo di tipi divertenti, per un verso in accordo con il loro creatore posato e sottilmente faceto, per altro verso, distanti da lui, serio e applicato. Essi, con la loro caricaturale singolarità, sprovveduti, irresponsabili quasi innocenti, tra colpevoli, mettono un’allegria cui non è estranea la meraviglia della creata, necessaria varietà dei soggetti che compongono il consorzio umano.

Nel 1915, Baldini resta ferito e viene decorato con medaglia d’argento. Ristabilitosi, torna al fronte in qualità di corrispondente dell’Idea Nazionale.

Fu tra i fondatori de La Ronda, giornalista del Corriere della Sera e collaborò con altri quotidiani e riviste di primo piano. Nel contempo, pubblicava libri di racconti, di viaggi, di critica, che si distinguevano per la personalità e la facondia. Dal 1931 divenne il factotum della Nuova Antologia, capeggiata da Federzoni e che ospitò scrittori di varia razza, prima e dopo la guerra.

Sia che l’ufficio assunto fosse per lui obbligante, sia che la sua indole lo condizionasse, sia che fosse convinto della propria equidistanza rispetto alle parti in causa (nella causa etica o in quella politica), qui possiamo muovergli l’appunto di aver intrattenuto rapporti anche amichevoli con un Papini e, allo stesso modo, con uno Spadolini, con un Soffici e un Cecchi. Se ciò poté scandalizzare, per il resto, la sua probità fu ineccepibile. Ripeto che le sue risoluzioni ebbero in vista la giustizia, nonostante che certe valutazioni comportassero qualche inevitabile simpatia e indulgenza. Le troviamo nell’ammirazione per Carducci e riguardo all’amato Ariosto.

Nel 1958, rispolverò il suo Ludovico della tranquillità e lo ampliò dando alle stampe Ariosto e Dintorni: godibile e prezioso riandare sulle avventure cavalleresche cantate dal poeta ferrarese e dagli altri italiani che fecero poemi o novelle appartenenti allo stesso filone leggendario. Ebbene, egli si prende cura di difendere l’Ariosto dalle facili accuse di licenziosità.

“L’episodio di Giocondo e qualch’altra scena galante hanno fatto ‘veder rosso’ a molta brava gente; ma non ci vorrebbe niente a dimostrare coi più chiari esempi il tono di profonda giustizia morale che domina e fa da sfondo a un poema dove ogni azione virtuosa trova sempre la sua ricompensa, ogni misfatto la sua pena, e viltà di traditore sempre la morte per mano dell’offeso; dove insania d’amore porta al più orrendo abbrutimento, ogni dolore non ignobile ha il suo compianto e il suo presentimento di pace, e quel che è taciuto quaggiù grida alto nel cielo. Quella della beata indifferenza dell’Ariosto nei riguardi della materia presa a trattare è una comoda leggenda…”

“Non che noi si voglia, come altra volta fu fatto, ‘portare al morale’ l’intera macchina del Furioso, ma solo vorremmo mettere meglio in vista la fondamentale sanità e serietà di quegli che Vittor Hugo collocava nel novero degli ‘Omeri buffoni’. Non c’è ombra di frivolità nell’Ariosto. Il parere del Manzoni era che ‘non si deve scrivere d’amore in modo da far consentire l’animo di chi legge a questa passione’ […] L’Ariosto fece di più (non dico di meglio): ritrasse l’amore solo in funzione di traviamento e di scuola di pena: ridicolo in Sacripante, bestiale in Rodomonte, truffaldino in Ricciardetto […] elemento di perturbazione nell’equilibrio mentale di Rinaldo…”

“Garantiamo che questo ‘indifferente’ è uno dei più umani e più responsabili poeti che si conoscano, che questo ‘immoralista’ è uno dei più brav’uomini della letteratura mondiale”.

Rivenendo alla pregiata Nuova Antologia, continuazione dalla Antologia fondata da Giampietro Vieusseux nel 1821, Baldini commemorò ne Il sor Pietro (1941, ristampa del 1989 a cura di Spadolini) colui che aprì il famoso Gabinetto fiorentino, cenacolo di personaggi risorgimentali. Il patriottico nato a Oneglia da un mercante svizzero stabilitosi nel nostro Paese, si dedicò alla causa dell’unità d’Italia, e  il programma della rivista era inteso a “dimostrare la possibilità di congiungere in uno quei fini, che a taluno paiono opposti tra loro, del vero, del bello, del buono, dimostrare che l’Italia possiede nel suo seno gli elementi di qualunque gloria scientifica e letteraria e che da lei sola dipende di conquistarle”. Questo secondo Granduca, protestante con simpatie per il cattolicesimo, sodale di Gino Capponi, distinto da lui da un temperamento pacato, fece convergere nel Gabinetto di letture scientifico-letterarie Manzoni, Leopardi, Stendhal, Foscolo, Monti, Tommaseo, Cattaneo. Egli svolse un compito di moderatore e di sostenitore; intrattenne una vasta corrispondenza; stimolò i giovani; aiutò Mazzini e Garibaldi; soffrì dei contrasti e delle ostilità che sorgevano tra i collaboratori della rivista, in mezzo ai pensatori e agli uomini d’azione. La censura intervenne sugli articoli da pubblicare; nel 1833 l’Antologia subì la soppressione. Troncati, i tentativi di ricominciare con fascicoli diversamente intestati. Il sor Pietro morì ottantenne nel 1863, vedendo il suo sogno nazionale vicino al compimento. Tre anni dopo, Capponi e Ricasoli diedero vita alla Nuova Antologia, prima a Firenze e quindi a Roma.

Il sor Pietro rappresentò per il Baldini una sorta di modello, e rappresenta l’uomo di buona fede che, nel dramma del Risorgimento, figurò in qualche modo antipapale.

Nel disastrato 1946, il valente continuatore della Nuova Antologia compilò per l’Editore Colombo La Toscanina, un repertorio di novelle amene avente per argomento la vita toscana ottocentesca.

“Cent’anni giusti fa […] Giuseppe Giusti scriveva […] ‘Se non fossero le strade ferrate che ora infilano la città da due parti e ci saettano qualche rumore di vita, mi parrebbe di essere in una di quelle isole staccate da noi per lungo intervallo di mare, nelle quali sognarono i poeti che abitassero il Sonno, il Silenzio e le vuote larve dei trapassati’. Sono di quel tempo le sestine di quell’Amor pacifico, che eravamo quasi tentati […] di mettere come Preludio avanti alle pagine qui raccolte […] Quieta, ordinata, senza debiti, adusata da tempo alla blandizie lorenese, la Toscana non aveva, fino allo scoppio del Quarantotto, subìto scosse rilevanti, procedendo ancor essa ma per mutazioni lentissime sulle vie del Progresso. Dopo il Quarantotto le cose vi si misero a camminate in fretta […] Ma il ricordo e il gusto dell’antica vita […] rimasero lungamente come lievito di felici ispirazioni negli scrittori toscani: e non pure di quelli nati sotto gli ultimi Granduchi […] Se nella nostra raccolta abbiamo concesso maggiore spazio alla fiaba di Narciso Feliciano Pelosini […] è appunto perché essa esprime in forma epico-patetica lo sbalordimento e la pena di quella così rapida mutazione di eventi e di sentimenti […] E oggi che gli scrittori italiani à la page americaneggiano a tutto spiano – e non ci sarà magari niente di male, ma già molti dàn cenno di averne abbastanza – questo libro, che riporta alla ribalta alcuni dei più schietti e riposati scrittori del nostro Ottocento, pensiamo che possa incontrare grata accoglienza”.

Queste parole della prefazione rifiniscono abbastanza il ritratto del nostro uomo.

Concludendo, Antonio Baldini non fu e non resta esemplare per tutti e senza che si usi il discernimento, ma dura come maestro di stile e di… discernimento per gli avveduti che sappiano giovarsene.

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